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Migrazioni, così è possibile coniugare umanità e legalità

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 21 agosto 2017

Il dibattito di quest’estate sulle Ong che salvano le vite dei profughi nel Mediterraneo è stato a tratti acceso e ricco d’incomprensioni. Non si vuole qui riaprire un nuovo capitolo della discussione, ma provare a indicare – anche alla luce dei quattro verbi (accogliere, proteggere, promuovere e integrare) richiamati da papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata dei migrante e del rifugiato 2018 – qualche soluzione a una crisi, quella migratoria, da cui il nostro Paese è toccato in maniera rilevante. Di fronte alla sofferenza e alle aspirazionia un futuro migliore di tanti migranti e alle domande dell’opinione pubblica italiana c’è bisogno di risposte e non di nuove polemiche. Uno dei rilievi che più preoccupano le organizzazioni, le associazioni e le persone che hanno fatto del salvataggio e dell’accoglienza ai migranti un punto fermo del loro operare è quello delle condizioni disumane, fuori da ogni rispetto dei diritti umani, in cui vivono migliaia di migranti nei ‘campi di raccolta’ in Libia. Le testimonianze a questo proposito, sia di chi è riuscito a partire giungendo in Europa, sia di giornalisti o operatori delle agenzie internazionali, sono inequivocabili. Nella situazione di Stato fallito, qual è quella della Libia oggi, tra l’altro mai firmataria della convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, non è sostenibile vivere in quelle condizioni, soprattutto per le categorie di persone più vulnerabili. In più c’è la drammatica questione dello sfruttamento dell’immigrazione da parte di organizzazioni criminali che ne hanno fatto uno dei business più redditizi, costringendo le persone a vivere situazioni degradanti, durante i viaggi e nei periodi di permanenza in Libia.

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Il vero allarme. Morti in mare e deficit di umanità

Avvenire del 4 agosto 2017

Editoriale di Marco Impagliazzo

Da qualche tempo l’opinione pubblica è costantemente aggiornata sui numeri degli approdi di profughi sulle nostre coste. Quotidianamente si contano gli arrivi e le variazioni rispetto agli armi precedenti, evidenziando un quadro emergenziale, anche se luglio 2017 ha segnato numeri complessivi in calo. Il messaggio subliminale è che le persone approdate in Italia sono comunque troppe. Questo contribuisce ad alimentare l`allarme sociale e offusca visioni più equilibrate della questione. Più raramente o molto poco, si parla delle proporzioni della straziante carneficina che è l`attraversamento del Mediterraneo: dal Medio Oriente e dall`Africa verso l`Europa. Eppure i morti in mare – uomini, donne e bambini – rappresentano una ferita, che brucia e fa male. Non è un caso che il primo viaggio di papa Francesco, l`8 luglio 2013, fu a Lampedusa: «Chi ha pianto – disse – per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? La globalizzazione dell`indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Questo il problema: di fronte a tante notizie di dolore, sembra che la nostra società abbia perso la capacità di piangere. Eppure il vero allarme e il punto di partenza di ogni ragionamento è – e dovrebbe essere per tutti – il dolore per la perdita di queste vite umane. Molto è stato fatto dagli ultimi governi italiani, attraverso la Guardia costiera e la Marina militare per salvare vite nel Mediterraneo. Significativa è l`opera di Ong italiane e internazionali a sostegno di queste operazioni di salvataggio (e di altre) nel pieno rispetto delle leggi internazionali e del mare. Oggi alcune Ong non hanno accettato il “Codice di condotta”, proposto dalViminale, perché sostengono che alcune regole rischiano di snaturarne l`identità. In particolare quelle che prevedono la presenza a bordo di funzionari «armati» e il fatto che a bordo si debba contribuire alle attività investigative e di polizia. Si tratta di valutazioni legittime e di rimostranze comprensibili, sulle quali si può e si deve ragionare e al quale sembra abbastanza agevole trovare risposta. Del resto, siamo davanti a un “Codice di condotta” e non a una nuova legge dello Stato. Ciò che più preoccupa è che – da parte di alcuni esponenti del mondo politico, intellettuale e informativo – si continui a diffondere il sospetto sull`opera di salvataggio di queste organizzazioni che operano nel totale rispetto delle leggi internazionali e di quelle più antiche del mare. Naturalmente tutti sono chiamati ad agire nell`ambito della legalità, e dunque vedremo gli esiti delle indagini su una di esse, tedesca, che hanno portato al sequestro della barca che sta utilizzando nel Mediterraneo. È strano, però, che gli uomini e le donne di organizzazioni benemerite come “Me dici senza frontiere”, quando operano in Asia, in Africa o in America Latina sono considerati al pari di eroi, mentre se agiscono ai bordi dell`Europa vengono guardati e indicati addirittura con sospetto. Le polemiche di questi giorni non aiutano a dare risposte alla questione migratoria. Perché è di risposte che abbiamo bisogno e non di continue polemiche. Una di queste sono i corridoi umanitari che non solo rispondono alla grande crisi umanitaria dalla guerra in Siria o dalle terribili condizioni nel Corno d`Africa, ma sono anche liberazione dai mercanti di vite umane. Il giro d`affari della criminalità organizzata sugli sbarchi effettuati da12011 a oggi ammonterebbe a più di 4 miliardi di euro, con un aumento di oltre 300 punti percentuali nel triennio 2014-16 rispetto al precedente. L`iniziativa dei corridoi umanitari, partita nel gennaio de12016, nasce come risposta alle tante tragedie davanti alle nostre coste. Ma è la possibilità che la Chiesa e le comunità cristiane offrono, d`intesa con le autorità civili, ai profughi di non barattare il rischio della vita con l`esigibilità del diritto alla protezione, rendendolo illusorio.
I corridoi, canali di accesso sicuri e regolari dei migranti, sono anche I una proposta agli Stati europei di un modello per affrancarsi dalla contraddizione di disporre di un quadro giuridico molto avanzato, forse il più garantista al mondo, ma al tempo stesso di difficilissima applicazione. I corridoi aprono al tema della sponsorship da introdurre in Italia e a quello di ricongiungimenti familiari più ampi e semplici. Tanti immigrati sono irregolari, soltanto perché non è possibile il ricongiungimento familiare, prima forma d`integrazione in una società. Insomma dai corridoi s`intravede un modello ben regolato di governo delle richieste di asilo. Va inoltre affrontato il tema più complessivo delle vie legali d`ingresso di migranti, anche attraverso quote, vera alternativa all`illegalità e alle tragedie. Tutte queste possono essere le risposte di un`Europa per cui il diritto, la solidarietà e la democrazia non siano soltanto – come ha detto il Papa – la «sua ultima utopia».

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“I profughi? Non basta accoglierli, bisogna inserirli”

Vatican Insider, 19 aprile 2016

di Marco Galeazzi

Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo chiede all’Ue ricongiungimenti allargati e sponsor per l’integrazione

“A inizio maggio arriveranno altri 150 profughi. Il nostro obiettivo non è solo l’accoglienza ma l’inserimento, secondo il modello che sabato ha indicato Francesco conversando con i giornalisti sul volo di ritorno da Lesbo”. Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo traccia con “Vatican Insider” un primo bilancio dei corridoi umanitari, l’iniziativa avviata il 29 febbraio con i valdesi e il governo italiano.

Sabato Francesco vi ha affidato 12 rifugiati siriani. Quanti ne avevate già fatti arrivare in Italia attraverso i corridoi umanitari?  

“Il 29 febbraio abbiamo portato in Italia 97 profughi siriani e a inizio maggio ne arriveranno dalla Siria altri 150. Voleranno in Italia sempre attraverso il Libano che è il paese di transito. Sono ospitati in parte da Sant’Egidio in vari appartamenti e ostelli della comunità a Roma. Alcuni di loro, poi, sono stati accolti dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in Trentino e in altre regioni del centro-nord. Le comunità valdesi, invece, hanno ridistribuito i rifugiati tra diverse loro strutture sull’intero territorio nazionale.

 In quale condizione burocratica si trovano attualmente i profughi che avete accolto?  

“Sono tutti in attesa del riconoscimento della protezione umanitaria. Anche in questi giorni stanno facendo le pratiche per essere riconosciuti come rifugiati”.

 Come si svolgono le loro giornate?  

“Gli adulti stanno tutti frequentando corsi di lingua italiana, mentre i bambini sono stati iscritti a scuola. Molti ragazzi, poi, sono impegnati quotidianamente anche nei corsi di formazione al lavoro. Seguono un programma che non è solo di accoglienza ma di integrazione. Non sono stati parcheggiati in qualche centro”.

Quali sono gli obiettivi del vostro progetto?  

“Il fine è, come ha detto sabato il Papa, garantire l’accoglienza e l’integrazione, anche attraverso la formazione al lavoro. Dobbiamo aiutarli a inserirsi nel mondo del lavoro, al contrario di quanto accade purtroppo nei centri di identificazione dove i rifugiati trascorrono mesi e mesi senza fare nulla. Il nostro compito è intervenire subito sull’inserimento e l’integrazione”.

In cosa consistono i corridoi umanitari?  

“Sono una forma di sponsorship e cioè proprio quel meccanismo che manca nei paesi europei e che invece esiste in Canada e in altre nazioni. In Italia e in Europa ci sono associazioni e realtà in grado di sponsorizzare il viaggio, assicurare l’arrivo dei profughi in condizioni di sicurezza e garantire la loro permanenza, favorendo anche l’inserimento nella società. Non c’è ragione di impedire la sponsorship, eppure in Italia e in Europa ancora non esiste questa opportunità”.

Perché servono gli sponsor?  

“Non può fare tutto lo Stato. La sponsorizzazione favorirebbe viaggi più sicuri. In Europa manca anche una vera politica per favorire i ricongiungimenti familiari. E invece oggi nei paesi europei i ricongiungimenti sono molto restrittivi e limitati al coniuge e ai figli minorenni. In certe culture soprattutto mediorientali la famiglia è molto più ampia. Non c’è motivo di impedire il ricongiungimento a chi per esempio ha un cugino in Germania. Molti profughi hanno già in Europa parenti in grado di accoglierli”.

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«Corridoi umanitari, ultimo salvagente per i disperati». Intervista a Marco Impagliazzo

Il Mattino, 19 aprile 2016

Presidente Impagliazzo, non le sembra che ogni gesto di solidarietà, a partire dall’ultimo di Papa Francesco a Lesbo, venga perfino sopraffatto dalla realtà tragica? 

«Ogni gesto di solidarietà ha un valore in sé che aiuta delle persone, come le dodici persone che sono arrivate con il Papa al rientro da Lesbo. Si sono salvate da una situazione difficile. Purtroppo la grande sofferenza che arriva con i nuovi morti scuote le coscienze ed incita cosa fare di più non come fare di meno».
Marco Impagliazzo è il presidente della Comunità di Sant’Egidio che ha accolto i dodici siriani giunti in Italia con il Papa sabato scorso. Ora è in partenza per l’Africa dove l’azione della «diplomazia» parallela della solidarietà praticata dalla Comunità consente di intercettare quasi in tempo reale problemi ed emergenze dei flussi migratori proprio dove nascono.
Ad un anno esatto da un’ altra tragedia del mare sembra riproporsi sempre lo stesso interrogativo: cosa si può fare di più? 
«L’Europa deve tornare a ragionare come un continente che riscopre i principi della difesa dei diritti umani e della solidarietà. Alcuni Paesi europei, tranne l’Italia e la Grecia che fanno uno sforzo oltre i loro limiti, non si mostrano solidali sul tema della ricollocazione».
Basta mettere in moto la ricollocazione dei profughi? 
«Bisogna innanzitutto cambiare le politiche migratorie e cambiare alcuni principi come quelli di Dublino che costringono i migranti ad essere riconosciuti solo nel paese di arrivo. Chi non affronta in maniera solidale i problemi che abbiamo di fronte diventa colpevole e complice».
Da qualche mese la Comunità di Sant’Egidio ha sperimentato i corridoi umanitari. E una strada percorribile rispetto all’emergenza?
«È l’ultimo salvagente per i disperati. I corridoi umanitari garantirebbero sicurezza a chi accoglie e a chi viaggia. È una strada molto percorribile. Devo lodare l’Italia che ha avuto il coraggio politico di aver accolto la proposta della Comunità di Sant’Egidio e delle Chiese Evangeliche che ha consentito di individuare le persone con maggiori vulnerabilità».
Avete varato un progetto sperimentale per i corridoi umanitari. In cosa consiste?
«È un progetto sperimentale, in parte anche già attuato nei mesi scorsi, che intende evitare altre morti in mare e consentire a persone in condizioni di vulnerabilità di accedere al sistema di protezione internazionale attraverso l’ingresso legale sul territorio nazionale».
Quindi anche un’identificazione dai luoghi di partenza? 
«Sì, è una idea sicura perché chi viene è verificato fin dalla partenza. Non dobbiamo aspettare che arrivino in Europa perché vengano identificati. Potrebbe essere una buona pratica dei Paesi europei».
Il vostro osservatorio privilegiato sull’Africa e, soprattutto su quei Paesi dove si fugge per fame, guerre, carestie, fa prevedere l’incremento dei flussi migratori? 
«Sì, lo dico senza allarmismi. Aumenteranno i flussi, e non solo per la buona stagione che arriva. Ci sono scontri che nascono perfino per problemi climatici. Pochi giorni fa in Etiopia, lo scontro tra due etnie per motivi legati alla siccità ha provocato 140 morti»
Quindi, la proposta del Governo italiano di un piano di interventi in Africa è giusta? 
«È da seguire con grande interesse. È un piano che il presidente Renzi presenterà all’Europa che è imperniato su un piano di aiuti ai paesi africani. Coltiviamo la speranza che gli altri paesi europei raccolgano la proposta. Noi dobbiamo continuare a chiederci non cosa possiamo fare di meno ma cosa possiamo fare di più».

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L’ospitalità ai rifugiati di Lesbo è a totale carico del Papa. Intervista a Marco Impagliazzo

Il Giornale di Sicilia, 17 aprile 2016

L`INTERVISTA. Il presidente della Comunità di Sant`Egidio, Marco Impagliazzo: «Portano sulla loro pelle e nella psiche le conseguenze di guerre e violenze»

«Sono persone con nomi e storie, che vivono sul corpo e nella psiche le conseguenze di guerre e violenze. Arrivano in Italia nel rispetto delle regole e dei trattati internazionali, perché erano giunte a Lesbo prima dell`entrata in vigore dell`accordo con la Turchia».

Il presidente della Comunità di Sant`Egidio, Marco Impagliazzo, sottolinea l`importanza di un gesto che riesce a comunicare più di mille parole. Le tre famiglie di profughi siriani giunte a Roma con il Papa sono l`esempio concreto di cosa si potrebbe fare se si istituissero corridoi umanitari a partire dai Paesi di provenienza di chi fugge da guerre e disperazione.

«L`ospitalità di queste persone è a carico del Papa e del Vaticano. Tutto è stato fatto in accordo con i governi italiano e greco. La Comunità di Sant`Egidio ha fatto solo da facilitatore per individuare le famiglie», spiega Impagliazzo.

Come sono state scelte queste famiglie? «Si tratta di persone già richiedenti asilo per motivi umanitari, perché fuggono dalla guerra in Siria e vivono in situazione di vulnerabilità. E questo il criterio di selezione, la vulnerabilità. Una famiglia, infatti, ha i genitori più avanti con gli anni, che avrebbero difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro. Un`altra invece ha un bambino traumatizzato dalle conseguenze del conflitto che ha vissuto. Sono persone con nomi e storie, come dice papa Francesco, ed è un fatto importantissimo».

Dal punto di vista politico che significato assume questo gesto? «Il Papa dice chiaramente che ognuno deve fare la propria parte, che si devono costruire ponti e non barriere e muri. D’altronde il Pontefice, già nel suo nome, è creatore di ponti, è questa la vocazione del Papa. Un aspetto che condividono tutte le Chiese che erano presenti a Lesbo. Di fronte a una crisi migratoria come questa, costruire muri non serve a nulla».

In un mondo politico frammentato, confessioni cristiane diverse si ritrovano insieme al capezzale dei migranti, quasi a voler testimoniare che le religioni devono creare dialogo e non divisione.
«È, un gesto ecumenico importante. Oltre all`ecumenismo del sangue, quello versato dai cristiani perseguitati, esiste un ecumenismo dei poveri, un ecumenismo della carità. C`è un amore per gli altri che ci unisce più che dal punto di vista giuridico».

Anche la Comunità di Sant`Egidio sta lavorando insieme con le Chiese evangeliche l`apertura di corridoi umanitari verso l`Italia dal Libano, dal Marocco e dall`Etiopia. Con quali risultati?

«Finora sono giunte in Italia 93 persone e altre 150 arriveranno a breve. Il progetto ci permetterà di accogliere fino a mille profughi, ma speriamo di estendere anche ad altri. Si tratta di persone che ci vengono segnalate da organizzazioni internazionali che operano in Libano, in Marocco, perché appartengono a categorie particolarmente vulnerabili. Si tratta di malati, anziani, donne con minori. Tutto secondo le regole e tutto sostenuto economicamente dalla Comunità di Sant`Egidio e dalle Chiese evangeliche. Se lo facessero altri Paesi, i numeri potrebbero essere più alti e le vite umane salvate molte di più».

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L’enfasi dello schiaffo ad Angela Merkel e la realtà. Fate bene i conti: tedeschi accoglienti

Avvenire del 15 marzo 2016

di Marco Impagliazzo

Da domenica sera, su molti media, si è parlato di sconfitta di Angela Merkel, anzi addirittura di «schiaffo», a causa della politica sui rifugiati. Eppure, se si analizzano i risultati delle elezioni nei tre Ländertedeschi, appare evidente che non c’è stato un plebiscito contro la politica di apertura ai rifugiati. I dati sono eloquenti in tutte e tre le zone interessate al voto.

Nel Baden Württemberg, uno dei polmoni dell’industria tedesca, ha vinto il verde Kretschmann, che sui migranti ha sempre sostenuto le posizioni della signora Cancelliere. Nella Renania Palatinato, nella Germania sud-occidentale, si è imposta la presidente uscente Malu Dreyer, socialdemocratica, aperturista sui rifugiati, battendo la candidata della Cdu Julia Klöckner, che su questo argomento aveva preso le distanze dalla sua stessa leader. Nella Sassonia Anhalt, nella Germania orientale, in cui forti sono le proteste contro la politica di accoglienza del governo, la Cdu resta il partito principale con quasi il 30% dei voti.

Quindi, i partiti favorevoli a serie politiche di apertura nei confronti dei rifugiati (in particolare Cdu, Spd e Verdi), hanno, nelle zone dove i cittadini si sono espressi, circa l’80% dei consensi degli elettori. Inoltre, la riconferma, nei tre Länder, dei ministri presidenti uscenti, manifesta il desiderio di stabilità dell’elettorato tedesco. Altro dato interessante è la crescita della partecipazione al voto, tra l’8 e il 10% in più rispetto al passato. È forse presto per analizzarne il significato, ma è indubbio che la questione dei rifugiati abbia contribuito a ‘movimentare’ la politica e l’elettorato tedesco. In Sassonia Anhalt la maggiore partecipazione al voto ha giocato soprattutto a favore dei populisti dell’Afd ( Alternative für Deutschland, Alternativa per la Germania). Essa segnala anche il generale desiderio dei cittadini di partecipare alle decisioni sul futuro del proprio Paese, sempre più consapevoli che in questi anni si stiano ponendo le basi della Germania che sarà.

FrauMerkel ha detto più volte che nel mondo globale la società tedesca, se vuole avere un domani, deve essere aperta. Ed è un fatto, che nonostante tensioni e narrazioni mediatiche eccitate, dall’estate 2015 la forte mobilitazione della società civile in favore dei rifugiati, non accenna a diminuire mostrando un volto solidale dei tedeschi, che negli ultimi decenni sono sempre stati pronti a rispondere con generosità davanti alle catastrofi e alle crisi umanitarie. In queste ore si è anche parlato di una fine dei grandi partiti popolari tedeschi. Ma è davvero così? In realtà, oltre a considerare il fisiologico peso che hanno sempre i candidati in elezioni locali, come quelle dei Länder, pur constatando una perdita di consensi, ci troviamo sempre davanti a percentuali importanti, intorno al 70%. Fatto raro e rilevante nel panorama europeo. Va registrato poi il ritorno sulla scena politica dei liberali, dati per spacciati fino a qualche giorno fa.

Naturalmente destano preoccupazione i risultati dell’Afd. Un partito populista ed euroscettico, cresciuto notevolmente in pochi anni, che conta già deputati in alcuni parlamenti regionali, in quello europeo, ma non a livello federale. Diffusosi inizialmente nelle regioni orientali, un tempo parte della Germania comunista, ha pescato nel malcontento di chi è escluso dal benessere generale, avvicinandosi negli ultimi mesi al movimento xenofobo Pegida e cavalcando le proteste contro i rifugiati.

È stato superato il tabù del dopoguerra, quello del rifiuto di un partito di estrema destra al governo? È presto per dirlo. Va detto che non è la prima volta che una formazione del genere riscuote un certo consenso elettorale in Germania. Basti pensare ai Republikaner poi rivelatisi un fuoco di paglia. Anche un partito non di estrema destra, ma di forte protesta come iPiraten ha avuto vita breve. In attesa delle elezioni politiche del 2017, occorre quindi ricordare che la stabilità resta la principale preoccupazione dei tedeschi. E la politica dell’accoglienza, che finora ne è stata parte integrante, rimane uno dei nodi da sciogliere per tutta l’Unione Europea, che dovrà scegliere fra i muri che richiamano al passato e i ponti che promettono un futuro di sviluppo e d’integrazione. La Germania ha ancora molto da dire perché l’Europa si ricordi delle sue radici di solidarietà, diritto e pace.

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