Archivio tag: Chiesa

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Marco Impagliazzo: «L’accoglienza è un fondamento del Vangelo»

da Vanity Fair del 12 giugno 2018

di Valeria Vantaggi

L’Italia chiude i porti, il Vaticano si schiera contro la decisione di Salvini e viene criticato (ferocemente) sui social. Ne abbiamo discusso con il presidente del movimento da anni impegnato nel portare avanti i «corridoi umanitari» per gli immigrati

No, in Spagna non ci sono ancora: mancano 4 giorni di navigazione e chissà come arriveranno questi 629 migranti che non sono riusciti a sbarcare in Italia. Il ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini l’aveva preannunciato in campagna elettorale e ora l’ha fatto: domenica 10 giugno ha dato ordine di chiudere i porti italiani alla Aquarius, chiedendo ad altri Paesi dell’Unione Europea di permetterne lo sbarco altrove, perché qui in Italia lui i migranti non li vuole accogliere. Non così almeno: «Si tratta di una situazione di emergenza.

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Domani a Roma con il cardinale Bassetti. Pregare per l’Italia e il futuro comune

da Avvenire del 6 giugno 2018

di Marco Impagliazzo

Dopo le elezioni del 4 marzo, il nostro Paese ha vissuto un tempo difficile per la convivenza sociale e civile. I lunghi giorni passati prima di giungere alla formazione del nuovo governo hanno determinato un clima di tensione e di conflittualità, che ha lasciato una traccia non solo sulla scena politica, ma nella società nel suo insieme. Ora la situazione istituzionale si è stabilizzata con la formazione del nuovo governo Conte, ma ci sono nodi profondi da affrontare e da sciogliere. È compito certamente del Governo, ma anche di tutte le forze sociali e spirituali del Paese.

La Chiesa italiana ha preso varie volte l’iniziativa. Continua a farlo in tanti e diversi modi, tra cui incoraggiando l’impegno diretto dei cattolici in politica per «ricucire» il Paese, come è emerso dall’ultima assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Ma è giusto che la prima scelta, in questi giorni, sia quella della preghiera: una ‘veglia di preghiera per l’Italia’ che, su invito della Comunità di Sant’Egidio, sarà presieduta giovedì a Roma dal cardinale Bassetti e rivolta a tutti coloro a cui sta a cuore il futuro del nostro Paese. Una preghiera che unisce proprio quando, in questi mesi, ci si è troppo divisi e ci si preoccupa di un bene comune che sembra essersi smarrito in dispute laceranti, vissute spesso sulla pelle dei più deboli.

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Rai Storia. Passato e presente, la Chiesa di Giovanni Paolo II, con Marco Impagliazzo

Puntata del 16/05/2018

E’ stato uno dei pontificati che hanno rivoluzionato la Chiesa, cambiato i tradizionali rapporti tra le religioni e abbattuto i muri del comunismo. E’ quello di Giovanni Paolo II, protagonista di questa puntata di “Passato e presente”. Ospite di Paolo Mieli, il professor Marco Impagliazzo. Primo papa straniero dopo più di quattrocento anni, e il primo in assoluto proveniente dall’Europa dell’est, Giovanni Paolo II ha viaggiato più di tutti i suoi predecessori messi insieme, ha saputo creare un rapporto speciale con i giovani, grazie soprattutto alle Giornate Mondiali a loro dedicate, e con gli ebrei, considerati i fratelli maggiori dei cristiani. Ma Wojtyla durante il suo pontificato ha dovuto affrontare anche alcuni clamorosi scandali. Primo fra tutti quello dei preti pedofili; e poi il caso dello Ior, la banca Vaticana, coinvolta nel crack del Banco Ambrosiano; le accuse di eccessivo dirigismo e la prelatura personale nei confronti dell’Opus Dei, che hanno messo a rischio l’unità della Chiesa. Luci e ombre di un pontificato di ventisette anni, che ha cambiato per sempre la storia della Chiesa Cattolica.

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Impagliazzo (Sant’Egidio): “In un tempo di muri Francesco ha saputo costruire ponti”

La Stampa, 12 marzo 2016

Parla il presidente della comunità: “La sua è una Chiesa in uscita che propone al mondo un nuovo umanesimo”

La Comunità di Sant’Egidio saluta i tre anni di pontificato di Papa Francesco come un dono per la Chiesa e per il mondo. “In un tempo che ha visto alzarsi troppi muri tra i popoli – afferma il presidente Marco Impagliazzo – Francesco è stato un costruttore di ponti nel suo apostolato quotidiano e nello scenario internazionale ed ecclesiale, come dimostrano le nuove relazioni che si sono aperte tra Cuba e gli Stati Uniti e lo storico incontro con il patriarca russo Kirill”.

“E’ un Papa – sottolinea Impagliazzo – che, leggendo la realtà a partire dalle periferie, si è fatto voce dei poveri indicando a tutti la via per colmare le distanze e sanare le ferite delle nostre società, non ultima quella ambientale. Non a caso ha scelto di aprire la prima porta santa del Giubileo della Misericordia a Bangui, capitale del Centrafrica dilaniato dalla guerra”.

“Francesco – conclude – ha saputo dare un nuovo slancio missionario alla Chiesa proponendo di vivere la gioia del Vangelo: una forza “in uscita”, capace di offrire al mondo un nuovo umanesimo in anni attraversati da tanti conflitti e da una violenza diffusa che colpisce soprattutto i più deboli”.

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«Il martirio è tornato realtà» Intervista a Marco Impagliazzo

L’Eco di Bergamo, 6 marzo 2016

di Francesco Anfossi

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

«I massacri di cristiani in Medio Oriente e in altre parti del mondo ci dicono come il martirio ormai sia una realtà della Chiesa contemporanea», commenta lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità Sant’Egidio.

Andrea Riccardi aveva definito il Novecento il«secolodel martirio». Ma il nuovo millennio non sembra molto diverso, perché questo accanimento? 

«Purtroppo anche il XXI secolo è caratterizzato dal sangue dei credenti. I cristiani sono miti per definizione. Per capire cosa sta avvenendo dobbiamo farci una domanda: cosa spaventa dei cristiani, in un mondo attraversato da una terza Guerra mondiale a pezzetti, dove c’è tanta violenza diffusa? Spaventa la loro mitezza, la loro resistenza ostinata nel voler fare il bene. Qual era la minaccia delle povere suore di Madre Teresa di Calcutta assassinate ferocemente nello Yemen, il Paese più povero del Medio Oriente? Nessuna minaccia, se non il bene che diffondevano in una casa di riposo».

I martiri come vittime del bene… 

«Come dice San Paolo: vincete il male con il bene. La forza del bene può vincere anche sul male. Ed è questo che non si accetta da parte del terrorismo e di chi diffonde la violenza».

Nel Novecento uno dei luoghi del martirio è stata la Turchia, con il genocidio degli armeni. Ci sono analogie con i massacri che stanno avvenendo in Siria? 

«La vicenda della Siria sotto questo punto di vista è più complessa. In questa tragedia soffrono sia i cristiani che i musulmani. Naturalmente dove regna il Daesh ci sono rapimenti e uccisioni di cristiani, soprattutto della comunità assira che preoccupano molto. Ma oggi la situazione siriana ci dice che c’è una sofferenza condivisa tra cristiani e musulmani, entrambi vittime della violenza e della guerra. L’analogia con quel che è accaduto nel secolo scorso in Turchia è che i cristiani stanno scomparendo dal Medio Oriente, così come sono scomparsi dall’Anatolia».

Possiamo parlare di martiri anche nel nostro Paese? 

«In Italia ci sono religiosi, preti e anche comunità che ogni giorno dedicano la loro vita per il bene in zone come quelle controllate dalla camorra, dalla mafia e in altre aree dove regna la criminalità organizzata. E a volte la perdono, come padre Puglisi. Per fortuna nel nostro Paese gli episodi violenti sono molto ridotti, grazie alla presenza della società civile e alle forze dell’ordine. Quello che mi spaventa è quello che succede in America Centrale e in America Latina dove il narcotraffico e interessi economici di vario genere stanno veramente minacciando la vita di tanti cristiani».

Ne ha parlato anche Francesco nel suo recente viaggio in Messico. 

«Certo. L’America Latina è un luogo dove i cristiani sono molto più a rischio perché vivono a contatto con i poveri e ne condividono le istanze sociali. Come l’attivista ecologista Berta Càceres, madre di quattro figli, uccisa recentemente in Honduras. C’era anche lei il 28 ottobre 2014 all’incontro con il Santo Padre in Vaticano, quando Francesco pronunciò il famoso discorso delle tre “T: tierra, techo y trabajo”, terra, casa e lavoro. Si batteva contro la diga di Aqua Zarca, che avrebbe tolto le sorgenti d’acqua agli indios. Era impegnata in questioni ambientali legate anche alla droga, alla tratta delle schiave e allo sfruttamento del lavoro minorile».

Cosa può fare la Chiesa per evitare il più possibile questo martirio planetario? 

«Il Papa ha parlato di un ecumenismo del sangue o di ecumenismo dei martiri. Dobbiamo sapere che noi oggi siamo molto più uniti ai nostri fratelli protestanti e ortodossi di fronte al martirio che coinvolge queste Chiese. Si è parlato molto a Cuba tra Francesco e Kyrill dell’ecumenismo dei martiri. I cristiani sono molto più uniti di ieri proprio a partire dal martirio. Ma ciascuno di noi credenti può fare qualcosa. Dobbiamo chiedere ai nostri fratelli di pregare di più, di essere maggiormente solidali e di mettere in atto azioni di solidarietà verso questi cristiani che soffrono. Questo è molto importante. Dobbiamo anche sensibilizzare l’opinione pubblica su questa tragedia. Ma la prima cosa è pregare per questi nostri fratelli nella sofferenza ed essere il più possibile a fianco a loro».

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

 

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Marco Impagliazzo: Quei santi «laici» apostoli del dialogo

Avvenire, 25 novembre 2015

di Marco Impagliazzo

Dai martiri ugandesi al congolese Isidore Bakanja, che si oppose al colonialismo, esempi di fraternità nel segno della giustizia e della resistenza al male.

Papa Francesco parte per l’Africa – è la prima volta – in un momento in cui il continente è un crocevia delle sfide mondiali e geopolitiche, ma è pure scosso dalla violenza terroristica. Si allargano le aree che non sono più, se non nominalmente, sotto il controllo dello Stato: è il caso del Centrafrica, dove milizie contrapposte si fronteggiano e minano una pace precaria, e ormai da tempo è il caso della Somalia. Si moltiplicano le azioni che mirano a colpire nel mucchio: è stato il caso del Kenya, dove sono finiti nel mirino prima il centro commerciale di Nairobi e poi gli studenti dell’università di Garissa.
Si è detto di come il viaggio di Francesco si configuri tanto coraggioso quanto pieno di fiducia e di speranza nell’Africa. In uno degli snodi fondamentali di quel gigantesco poliedro che è il mondo, in uno dei luoghi in cui si costruisce il futuro della Chiesa universale, il Papa intende riaffermare la propria convinzione nella forza della misericordia, nell’importanza dell’incontro e del dialogo.
Un rilievo particolare avrà la memoria e la riproposizione dell’esempio dei santi africani. Papa Bergoglio centrerà la sua tappa ugandese nel Santuario di Namugongo, a Kampala, luogo della testimonianza dei primi martiri dell’Africa nera, agli esordi dell’evangelizzazione a sud del Sahara, 150 anni fa. Ha scelto anche di dedicare l’incontro che avrà in Kenya con il clero ricordando la figura di una suora, Irene Stefani, missionaria italiana della Consolata, recentemente beatificata, testimone dell’eroicità della misericordia avendo scelto di continuare ad assistere fino alla fine gli appestati di Gekondi.
La Chiesa che propone Francesco è quella di testimoni autentici e fedeli, uomini e donne che prendano sul serio la buona notizia della pace, della misericordia, della solidarietà, e la incarnino proprio nei luoghi principe della contrapposizione, della disumanità, della fragilità. Per sanare, o almeno lenire, le ferite del continente.
È un compito che non spetta solo alle istituzioni, nazionali o internazionali, ma che è affidato a ciascun fedele: resistere e rovesciare la cultura del male e della morte. È quello che accadde a Namugongo dove alcune decine di giovani laici, alla corte di un re disumano, diedero il via a un mutamento profondo dei valori e delle priorità di una cultura, di una tradizione. Ma anche in decine di altri luoghi dell’Africa. Con Victoria Rasoamanarivo, detta «il padre e la madre» della Chiesa malgascia, Isidore Bakanja, oppostosi con mitezza in Congo allo sfruttamento coloniale, Benedict Daswa, che rifiutò la logica del capro espiatorio suggerita dagli “stregoni” del suo villaggio sudafricano. Ci sono poi tanti altri esempi di resistenza al male, alla violenza, alla corruzione, di cui è in corso la causa di beatificazione o che comunque sono un modello importante per i fedeli africani: tutti – da laici – hanno speso o offerto la loro vita per un sogno di giustizia e di misericordia che fosse riscatto del loro Paese e del loro continente.
La santità africana è spesso poco conosciuta. È noto come molti ostacoli, anche tecnici e finanziari, ne rallentino o ne impediscano il riconoscimento formale. Ma i santi africani ci sono, e sono spesso dei laici. La loro memoria è un monito e un esempio di Chiesa “in uscita”. Ha scritto recentemente papa Francesco: «I laici non sono membri di “second’ordine”, al servizio della gerarchia e semplici esecutori di ordini dall’alto, ma discepoli di Cristo chiamati ad animare ogni ambiente, ogni attività, ogni relazione umana secondo lo spirito del Vangelo, portando la luce, la speranza, la carità in luoghi che, altrimenti, resterebbero abbandonati alla miseria della condizione umana». Sono parole molto importanti per la Chiesa in Africa. Dice la Gaudium et spes: «È, in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi…». I santi africani sono stati gli uomini e le donne che hanno incarnato tale saggezza, che nel caso dei martiri ha significato radicalità evangelica e resistenza al male.

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