Archivio tag: Chiesa

Impagliazzo (Sant’Egidio): “In un tempo di muri Francesco ha saputo costruire ponti”

La Stampa, 12 marzo 2016

Parla il presidente della comunità: “La sua è una Chiesa in uscita che propone al mondo un nuovo umanesimo”

La Comunità di Sant’Egidio saluta i tre anni di pontificato di Papa Francesco come un dono per la Chiesa e per il mondo. “In un tempo che ha visto alzarsi troppi muri tra i popoli – afferma il presidente Marco Impagliazzo – Francesco è stato un costruttore di ponti nel suo apostolato quotidiano e nello scenario internazionale ed ecclesiale, come dimostrano le nuove relazioni che si sono aperte tra Cuba e gli Stati Uniti e lo storico incontro con il patriarca russo Kirill”.

“E’ un Papa – sottolinea Impagliazzo – che, leggendo la realtà a partire dalle periferie, si è fatto voce dei poveri indicando a tutti la via per colmare le distanze e sanare le ferite delle nostre società, non ultima quella ambientale. Non a caso ha scelto di aprire la prima porta santa del Giubileo della Misericordia a Bangui, capitale del Centrafrica dilaniato dalla guerra”.

“Francesco – conclude – ha saputo dare un nuovo slancio missionario alla Chiesa proponendo di vivere la gioia del Vangelo: una forza “in uscita”, capace di offrire al mondo un nuovo umanesimo in anni attraversati da tanti conflitti e da una violenza diffusa che colpisce soprattutto i più deboli”.

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«Il martirio è tornato realtà» Intervista a Marco Impagliazzo

L’Eco di Bergamo, 6 marzo 2016

di Francesco Anfossi

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

«I massacri di cristiani in Medio Oriente e in altre parti del mondo ci dicono come il martirio ormai sia una realtà della Chiesa contemporanea», commenta lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità Sant’Egidio.

Andrea Riccardi aveva definito il Novecento il«secolodel martirio». Ma il nuovo millennio non sembra molto diverso, perché questo accanimento? 

«Purtroppo anche il XXI secolo è caratterizzato dal sangue dei credenti. I cristiani sono miti per definizione. Per capire cosa sta avvenendo dobbiamo farci una domanda: cosa spaventa dei cristiani, in un mondo attraversato da una terza Guerra mondiale a pezzetti, dove c’è tanta violenza diffusa? Spaventa la loro mitezza, la loro resistenza ostinata nel voler fare il bene. Qual era la minaccia delle povere suore di Madre Teresa di Calcutta assassinate ferocemente nello Yemen, il Paese più povero del Medio Oriente? Nessuna minaccia, se non il bene che diffondevano in una casa di riposo».

I martiri come vittime del bene… 

«Come dice San Paolo: vincete il male con il bene. La forza del bene può vincere anche sul male. Ed è questo che non si accetta da parte del terrorismo e di chi diffonde la violenza».

Nel Novecento uno dei luoghi del martirio è stata la Turchia, con il genocidio degli armeni. Ci sono analogie con i massacri che stanno avvenendo in Siria? 

«La vicenda della Siria sotto questo punto di vista è più complessa. In questa tragedia soffrono sia i cristiani che i musulmani. Naturalmente dove regna il Daesh ci sono rapimenti e uccisioni di cristiani, soprattutto della comunità assira che preoccupano molto. Ma oggi la situazione siriana ci dice che c’è una sofferenza condivisa tra cristiani e musulmani, entrambi vittime della violenza e della guerra. L’analogia con quel che è accaduto nel secolo scorso in Turchia è che i cristiani stanno scomparendo dal Medio Oriente, così come sono scomparsi dall’Anatolia».

Possiamo parlare di martiri anche nel nostro Paese? 

«In Italia ci sono religiosi, preti e anche comunità che ogni giorno dedicano la loro vita per il bene in zone come quelle controllate dalla camorra, dalla mafia e in altre aree dove regna la criminalità organizzata. E a volte la perdono, come padre Puglisi. Per fortuna nel nostro Paese gli episodi violenti sono molto ridotti, grazie alla presenza della società civile e alle forze dell’ordine. Quello che mi spaventa è quello che succede in America Centrale e in America Latina dove il narcotraffico e interessi economici di vario genere stanno veramente minacciando la vita di tanti cristiani».

Ne ha parlato anche Francesco nel suo recente viaggio in Messico. 

«Certo. L’America Latina è un luogo dove i cristiani sono molto più a rischio perché vivono a contatto con i poveri e ne condividono le istanze sociali. Come l’attivista ecologista Berta Càceres, madre di quattro figli, uccisa recentemente in Honduras. C’era anche lei il 28 ottobre 2014 all’incontro con il Santo Padre in Vaticano, quando Francesco pronunciò il famoso discorso delle tre “T: tierra, techo y trabajo”, terra, casa e lavoro. Si batteva contro la diga di Aqua Zarca, che avrebbe tolto le sorgenti d’acqua agli indios. Era impegnata in questioni ambientali legate anche alla droga, alla tratta delle schiave e allo sfruttamento del lavoro minorile».

Cosa può fare la Chiesa per evitare il più possibile questo martirio planetario? 

«Il Papa ha parlato di un ecumenismo del sangue o di ecumenismo dei martiri. Dobbiamo sapere che noi oggi siamo molto più uniti ai nostri fratelli protestanti e ortodossi di fronte al martirio che coinvolge queste Chiese. Si è parlato molto a Cuba tra Francesco e Kyrill dell’ecumenismo dei martiri. I cristiani sono molto più uniti di ieri proprio a partire dal martirio. Ma ciascuno di noi credenti può fare qualcosa. Dobbiamo chiedere ai nostri fratelli di pregare di più, di essere maggiormente solidali e di mettere in atto azioni di solidarietà verso questi cristiani che soffrono. Questo è molto importante. Dobbiamo anche sensibilizzare l’opinione pubblica su questa tragedia. Ma la prima cosa è pregare per questi nostri fratelli nella sofferenza ed essere il più possibile a fianco a loro».

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

 

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Marco Impagliazzo: Quei santi «laici» apostoli del dialogo

Avvenire, 25 novembre 2015

di Marco Impagliazzo

Dai martiri ugandesi al congolese Isidore Bakanja, che si oppose al colonialismo, esempi di fraternità nel segno della giustizia e della resistenza al male.

Papa Francesco parte per l’Africa – è la prima volta – in un momento in cui il continente è un crocevia delle sfide mondiali e geopolitiche, ma è pure scosso dalla violenza terroristica. Si allargano le aree che non sono più, se non nominalmente, sotto il controllo dello Stato: è il caso del Centrafrica, dove milizie contrapposte si fronteggiano e minano una pace precaria, e ormai da tempo è il caso della Somalia. Si moltiplicano le azioni che mirano a colpire nel mucchio: è stato il caso del Kenya, dove sono finiti nel mirino prima il centro commerciale di Nairobi e poi gli studenti dell’università di Garissa.
Si è detto di come il viaggio di Francesco si configuri tanto coraggioso quanto pieno di fiducia e di speranza nell’Africa. In uno degli snodi fondamentali di quel gigantesco poliedro che è il mondo, in uno dei luoghi in cui si costruisce il futuro della Chiesa universale, il Papa intende riaffermare la propria convinzione nella forza della misericordia, nell’importanza dell’incontro e del dialogo.
Un rilievo particolare avrà la memoria e la riproposizione dell’esempio dei santi africani. Papa Bergoglio centrerà la sua tappa ugandese nel Santuario di Namugongo, a Kampala, luogo della testimonianza dei primi martiri dell’Africa nera, agli esordi dell’evangelizzazione a sud del Sahara, 150 anni fa. Ha scelto anche di dedicare l’incontro che avrà in Kenya con il clero ricordando la figura di una suora, Irene Stefani, missionaria italiana della Consolata, recentemente beatificata, testimone dell’eroicità della misericordia avendo scelto di continuare ad assistere fino alla fine gli appestati di Gekondi.
La Chiesa che propone Francesco è quella di testimoni autentici e fedeli, uomini e donne che prendano sul serio la buona notizia della pace, della misericordia, della solidarietà, e la incarnino proprio nei luoghi principe della contrapposizione, della disumanità, della fragilità. Per sanare, o almeno lenire, le ferite del continente.
È un compito che non spetta solo alle istituzioni, nazionali o internazionali, ma che è affidato a ciascun fedele: resistere e rovesciare la cultura del male e della morte. È quello che accadde a Namugongo dove alcune decine di giovani laici, alla corte di un re disumano, diedero il via a un mutamento profondo dei valori e delle priorità di una cultura, di una tradizione. Ma anche in decine di altri luoghi dell’Africa. Con Victoria Rasoamanarivo, detta «il padre e la madre» della Chiesa malgascia, Isidore Bakanja, oppostosi con mitezza in Congo allo sfruttamento coloniale, Benedict Daswa, che rifiutò la logica del capro espiatorio suggerita dagli “stregoni” del suo villaggio sudafricano. Ci sono poi tanti altri esempi di resistenza al male, alla violenza, alla corruzione, di cui è in corso la causa di beatificazione o che comunque sono un modello importante per i fedeli africani: tutti – da laici – hanno speso o offerto la loro vita per un sogno di giustizia e di misericordia che fosse riscatto del loro Paese e del loro continente.
La santità africana è spesso poco conosciuta. È noto come molti ostacoli, anche tecnici e finanziari, ne rallentino o ne impediscano il riconoscimento formale. Ma i santi africani ci sono, e sono spesso dei laici. La loro memoria è un monito e un esempio di Chiesa “in uscita”. Ha scritto recentemente papa Francesco: «I laici non sono membri di “second’ordine”, al servizio della gerarchia e semplici esecutori di ordini dall’alto, ma discepoli di Cristo chiamati ad animare ogni ambiente, ogni attività, ogni relazione umana secondo lo spirito del Vangelo, portando la luce, la speranza, la carità in luoghi che, altrimenti, resterebbero abbandonati alla miseria della condizione umana». Sono parole molto importanti per la Chiesa in Africa. Dice la Gaudium et spes: «È, in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi…». I santi africani sono stati gli uomini e le donne che hanno incarnato tale saggezza, che nel caso dei martiri ha significato radicalità evangelica e resistenza al male.

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Valdesi, il comune cammino. Il gesto (ricambiato) del Papa

 

Avvenire, 26 agosto 2015

di Marco Impagliazzo

Con qualche fretta eccessiva, e senza una comprensione profonda di un cammino di riconciliazione complesso e delicato tra la Chiesa cattolica e quella valdese, alcuni organi di stampa hanno ieri titolato che i valdesi e i metodisti rifiutavano la richiesta di perdono fatta da papa Francesco lo scorso 22 giugno nella sua visita alla chiesa valdese di Torino. Il fraintendimento giornalistico è nato da un passaggio della lettera aperta indirizzata al Papa dal Sinodo valdese riunito in questi giorni a Torre Pellice: «Questa nuova situazione non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al loro posto». Da qui la semplificazione: i valdesi non accettano la mano tesa e la richiesta di perdono di Francesco.

Non è così. Tale interpretazione è stata decisamente respinta dal pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese: «Chi ha interpretato così non ha nessuna sensibilità religiosa, teologica, filosofica. Forse è un passaggio troppo teologicamente raffinato che invece il Papa comprenderà benissimo». Insomma, una tempesta in un bicchiere d’acqua, prontamente placata con vivo senso di responsabilità dal moderatore della Tavola. Non è però un temporale estivo, ma un fatto storico. Anche perché il perdono cristiano non consiste in scuse formali o rituali, una specie di sorry inglese.

È un episodio che fa riflettere sulla necessità di analizzare con cura certi fatti, soprattutto quando si tratta di vicende lunghe, dolorose, che hanno portato a divisioni, a separazioni anche violente. Molto significativo è il gesto del Sinodo valdese: un gesto diretto al Papa, una lettera in cui lo si chiama «caro fratello in Cristo Gesù». Il perdono si inserisce in una storia di cristiani che si riconoscono fratelli: «Le nostre Chiese (valdese e metodista, ndr) sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi». Questo sì che appare un fatto nuovo: è una notizia? In tanti crediamo di sì: le Chiese evangeliche italiane sono disposte a scrivere una storia nuova insieme alla Chiesa cattolica. Finora questa storia comune non era esistita, salva l’amicizia e la fraternità realizzate tra singoli valdesi e cattolici.

Per ottocento anni ha pesato un’estraneità densa di divisione, anche perché il papato si è coinvolto in alcuni fatti storici che hanno duramente ferito la comunità valdese. La decisione di una rinnovata storia comune – ha dichiarato Bernardini – è meditata e impegnativa, non estemporanea. Nasce da un evento storico: le parole di Francesco nel tempio valdese di Torino. Tra l’altro è la prima volta che un Sinodo valdese si rivolge direttamente a un Papa. È il segno di una comunicazione fraterna che, se non cancella come un colpo di spugna la storia, mostra il livello di fiducia tra cattolici e valdesi.

Sono fatti cristiani, che vanno analizzati con debita attenzione nella loro complessità e profondità. Non si possono capire attraverso semplificazioni. Sono stati possibili per la Chiesa cattolica grazie alla lunga strada intrapresa cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II e dal lavoro di tanti cristiani che hanno fatto dell’impegno ecumenico una vocazione, aprendo nuove strade di comprensione e di unità.

Nella Chiesa valdese si possono ricordare i pastori Valdo Vinay, che tanti legami anche personali ha intessuto con i cattolici e che per anni ha predicato regolarmente alla preghiera della Comunità di Sant’Egidio, e Renzo Bertalot, generoso pioniere dell’ecumenismo e tra i fondatori della Società Biblica in Italia. Al Sinodo valdese sono presenti pastori, come Paolo Ricca, che con grande gioia vivono questa nuova stagione di amicizia. Questa è una storia del cristianesimo italiano con lacerazioni più antiche di quelle della Riforma, ma anche oggi una vicenda grande nella storia religiosa del nostro Paese. Insomma, in Italia, sta succedendo qualcosa d’importante.

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Marco Impagliazzo su Roma: “La Chiesa lanci una riflessione sul futuro della città”

 

SIR Servizio Informazione Religiosa, 26 agosto 2015

di Maria Chiara Biagioni

È l’auspicio di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che non si nasconde i mali della città e delle persone che la vivono: tanto individualismo, solitudine e assenza di responsabilità. E rilancia con una domanda: “Che cosa vogliamo fare di Roma?”. A partire dalle sue periferie, ormai “luoghi dormitorio dove praticamente non ci sono punti di aggregazione”

Per la sua carica di presidente della Comunità di Sant’Egidio,Marco Impagliazzo è diventato nel tempo un cittadino del mondo alle prese con le sfide delle povertà, del dialogo tra i popoli, della risoluzione dei conflitti. Ma Marco Impagliazzo è nato, cresciuto ed ha studiato a Roma. Lo abbiamo intervistato in questa “veste” di cittadino romano, per sapere cosa pensa della sua città dopo i ripetuti scandali di malavita e malaffare che stanno ripetutamente scuotendo la città eterna.
Di che cosa è malata Roma?
“Roma è malata innanzitutto di individualismo, nel senso che mancano le comunità. Mancano le comunità di riferimento che c’erano nel passato. Mancano le reti sociali che hanno fatto la vita dei nostri quartieri e delle nostre periferie fino a 20 anni fa. In questo senso è una malattia di solitudine e di isolamento delle persone. Più che Roma è malata, sono malate le persone di solitudine che vivono in questa città. L’assenza di reti e di comunità – se non quelle della Chiesa e delle parrocchie che però ancora faticano a registrarsi con l’invito di Francesco a uscire – fa sì che molte persone si sentano sole e senza punti di riferimento. E soprattutto le periferie sono diventate ormai luoghi dormitorio dove praticamente non ci sono punti di aggregazione”.
Quando ci fu l’appello di Gassman ad armarsi di scopa per ripulire la città, in pochissimi hanno aderito. Anzi, alcuni lo hanno criticato. Non fu così a Milano dove i cittadini scesero per strada a pulire dopo le devastazioni dei black bloc il primo maggio. Come si configura la tipologia del romano medio di fronte alle sfide che presenta Roma?
“Più che della tipologia del romano medio, direi che effettivamente ci si è abituati ad una città di cui nessuno più ha la responsabilità. Di cui non ci si sente più responsabili, in parte perché è mancata una visione sulla città e la politica non ha saputo esprimere una prospettiva e dire che cosa vogliamo fare di Roma. Non si sono sentiti più discorsi o convegni a questo livello. Non si sono più ascoltate grandi idee su Roma. E quindi da una parte è diventato normale chiedersi: perché devo pulire io la città? E con quale prospettiva? E dall’altra assistiamo ad una deresponsabilizzazione. Naturalmente ognuno di noi ha una colpa nel vedere una città non curata nei suoi tanti aspetti”.
Questa è la situazione. Da dove può nascere un sussulto per ridare dignità ad una città che è la più bella del mondo: sede della cristianità e culla della civiltà romana?
“Non vedo che cosa possa nascere nell’amministrazione e nelle forze politiche che sono alle prese con problemi interni e problemi di gestione del Campidoglio, che poi non interessano i romani della periferia e non interessano i romani in genere. Credo invece che la Chiesa dovrebbe lanciare una grande iniziativa di riflessione sulla città. Cosa vogliamo fare di Roma? Siccome questa iniziativa per almeno 10 anni non è venuta dalla classe politica, forse oggi la Chiesa potrebbe farsi carico di questa iniziativa”.
Ma perché la Chiesa?
“Perché la Chiesa ha un presenza capillare, è presente in tanti parti della città, ne conosce le sofferenze, ma anche le sue prospettive e le sue realtà positive. È rimasta l’unico o uno dei pochissimi luoghi di aggregazione pur con tutti i suoi limiti, anche se fa ancora fatica a mettersi in uscita come ci chiede papa Francesco. Ma è sicuramente una Chiesa che ha toccato tante ferite della città, che ogni giorno si mette in ascolto dei dolori dei suoi abitanti e soprattutto può con uno sguardo di Misericordia – come ci chiede il prossimo anno santo – tirar fuori qualche grande idea dalla sua storia”.
Ma secondo lei la Chiesa di Roma è all’altezza di questo compito?
“A livello di tante parrocchie si fanno cose importanti. Tutto sta ad uscire, perché il territorio è più grande del confine di una parrocchia e uscire significa mettersi negli ambienti dove le persone vivono, lavorano, operano”.
Da romano, che augurio fa alla sua Roma?
“Da romano mi auguro che Roma sia sempre la città dell’accoglienza per tutti coloro che vengono. Roma ha più del 10% dei suoi cittadini che sono immigrati. Mi auguro allora che Roma sia una città dove si impari a vivere insieme, che possa diventare un esempio di come si può vivere pacificamente. E poi mi auguro una città che si prenda cura dei suoi tanti abitanti, soprattutto di quelli che vivono nelle periferie”.

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