Archivio tag: Convivere

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Oltre Bataclan. Un anno dopo: vie di fede e di pace.

Avvenire del 15 novembre 2016

di Marco Impagliazzo

Un anno fa un commando jihadista fece strage al teatro Bataclan, a Parigi. L’attacco ha inaugurato una stagione in cui l’Europa occidentale è ridivenuta scenario di atti terroristici e ha fatto emergere il problema della radicalizzazione dei giovani musulmani. Dopo il Bataclan, Bruxelles, Nizza, Rouen, la Germania.

Nell’ultimo anno la convivenza tra uomini e donne di fedi diverse è sembrata più difficile. Ma se tanti hanno parlato di muri da erigere, tanti altri hanno lavorato per costruire ponti di rispetto e di dialogo. La Chiesa di Francia ha brillato per dignità e ricerca di vie di incontro. Per questo triste anniversario i vescovi francesi hanno scritto tra l’altro: «Preghiamo perché i nostri concittadini musulmani possano essere pienamente attori della nostra unità nazionale e perché tutti i cittadini crescano nella stima reciproca e nella ricerca del bene comune».

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Papa Francesco, la pace di Assisi e la guerra globale: è il tempo del «noi»

Avvenire, 5 ottobre 2016

di Marco Impagliazzo

Il nostro tempo conosce un’evidente accelerazione della storia: il disordine globale, il terrorismo, la tumultuosa crescita dell’Asia, l’interconnessione crescente delle informazioni e dei trasporti, la crescita delle migrazioni, la sfida climatica… Un mondo nuovo si profila all’orizzonte, ma non abbiamo ancora imparato a collocarci in esso, a comprenderlo pienamente e a padroneggiarlo. Quest’avventura che ci è toccata in sorte necessita di una nuova grammatica, di una bussola che ci orienti.

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Non rifare la “cortina”

Avvenire, 8 marzo 2016

Editoriale di Marco Impagliazzo

70 anni dopo tentazioni e antidoti

Settant’anni fa, il 15 marzo 1946, a Fulton, nel Missouri, Winston Churchill pronunciava uno dei suoi discorsi più famosi, descrivendo con poche, efficaci parole, quanto stava accadendo nell`Europa dell`immediato dopoguerra: «Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull`Adriatico, una cortina di ferro è calata a dividere il continente».

Il leader britannico coglieva lo scenario che andava delineandosi, quello dell`ordine di Jalta, destinato a imprigionare il Vecchio Continente nei decenni a seguire. Qualcuno, ricordando in questi giorni l`anniversario del discorso di Fulton, non è potuto sfuggire al fascino del paragone con l`oggi. Una sorta di nuova “cortina di ferro”, fatta di controlli più rigorosi, barriere protettive, fili spinati, muri più o meno alti, che sta spuntando qua e là in Europa, frutto non di una polarizzazione ideologica o di un confronto geopolitico, bensì di spinte nazionalistiche e umorali, e che sfregia il continente non con un solo taglio verticale, bensì con tante diverse ferite. Proprio in quei Balcani che più avevano sofferto del muro di Jalta nuovi muri tentano di bloccare l`ingresso di gente in fuga da una terribile e lunga guerra come quella siriana. Idomeni, tra la Grecia e la Macedonia, dove la polizia dell`ex repubblica jugoslava usai lacrimogeni per fermare donne e bambini; Morahalom, uno dei mille posti di frontiera dove si è proceduto all`erezione del muro anti-rifugiati voluto dal governo ungherese; l`altissima barriera metallica di Ceuta, enclave spagnola in Marocco; questi e tanti altri centri sono le nuove Stettino, le nuove Trieste, i nuovi checkpoint Charlie, che meriterebbero almeno un po` di quell`indignazione che si poteva cogliere nel discorso di Churchill. Sì, perché la nuova “cortina di ferro”, così come l`antica, produce i suoi morti. Anzi, ne causa di più. Più di 3.500 persone sono annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nel 2015, quasi 500 nei primi due mesi di quest` anno. La nuova “cortina di ferro”, così come quella disfattasi 25 anni fa, genera dolore, disperazione. Dato che per chi è sopravvissuto alla traversata del mare la prospettiva è la fame, il dormire all`addiaccio o nelle “jungle” di Calais o Dunkerque. Come ha annotato qualche giorno fa Lucio Caracciolo, direttore di Limes: «Gli storici futuri non daranno un giudizio positivo sulla nostra gestione della questione migrazione». Un po` come facciamo oggi noi guardando ai guasti dell`ordine di Jalta.
Eppure sarebbe possibile immaginare e mettere in pratica un altro tipo di approccio. Per evitare un altro anno di morti in mare, l`angoscia dei profughi intrappolati in Grecia, la violenza alle frontiere. Degli esempi di come si possano costruire non dei muri, ma dei corridoi umanitari, dei passaggi sicuri, esistono. Proprio domenica scorsa papa Francesco ha voluto richiamarne uno: «Come segno concreto di impegno per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l`iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto-pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica». Non si tratta di abdicare al controllo delle frontiere. Si tratta di evitare che una nuova “cortina di ferro” cada sull`Europa, non tenendo conto dei principi ispiratori che hanno dato vita alla Comunità europea proprio nel dopoguerra: pace, solidarietà, certezza del diritto. La risposta dell`Europa a quanto sta accadendo alle sue porte potrebbe essere molto diversa. Una risposta di grande speranza di fronte al disordine mondiale, ma anche di riaffermazione della propria identità umana e solidale. Un sussulto di umanità che farebbe uscire dal malessere triste e disincantato che avvolge tanti Paesi europei attanagliati da crisi di varia natura, e darebbe una nuova speranza, nuova linfa, una stessa misura di legalità e giustizia e un alfabeto comune a vecchi e nuovi europei. Insieme.

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«Il martirio è tornato realtà» Intervista a Marco Impagliazzo

L’Eco di Bergamo, 6 marzo 2016

di Francesco Anfossi

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

«I massacri di cristiani in Medio Oriente e in altre parti del mondo ci dicono come il martirio ormai sia una realtà della Chiesa contemporanea», commenta lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità Sant’Egidio.

Andrea Riccardi aveva definito il Novecento il«secolodel martirio». Ma il nuovo millennio non sembra molto diverso, perché questo accanimento? 

«Purtroppo anche il XXI secolo è caratterizzato dal sangue dei credenti. I cristiani sono miti per definizione. Per capire cosa sta avvenendo dobbiamo farci una domanda: cosa spaventa dei cristiani, in un mondo attraversato da una terza Guerra mondiale a pezzetti, dove c’è tanta violenza diffusa? Spaventa la loro mitezza, la loro resistenza ostinata nel voler fare il bene. Qual era la minaccia delle povere suore di Madre Teresa di Calcutta assassinate ferocemente nello Yemen, il Paese più povero del Medio Oriente? Nessuna minaccia, se non il bene che diffondevano in una casa di riposo».

I martiri come vittime del bene… 

«Come dice San Paolo: vincete il male con il bene. La forza del bene può vincere anche sul male. Ed è questo che non si accetta da parte del terrorismo e di chi diffonde la violenza».

Nel Novecento uno dei luoghi del martirio è stata la Turchia, con il genocidio degli armeni. Ci sono analogie con i massacri che stanno avvenendo in Siria? 

«La vicenda della Siria sotto questo punto di vista è più complessa. In questa tragedia soffrono sia i cristiani che i musulmani. Naturalmente dove regna il Daesh ci sono rapimenti e uccisioni di cristiani, soprattutto della comunità assira che preoccupano molto. Ma oggi la situazione siriana ci dice che c’è una sofferenza condivisa tra cristiani e musulmani, entrambi vittime della violenza e della guerra. L’analogia con quel che è accaduto nel secolo scorso in Turchia è che i cristiani stanno scomparendo dal Medio Oriente, così come sono scomparsi dall’Anatolia».

Possiamo parlare di martiri anche nel nostro Paese? 

«In Italia ci sono religiosi, preti e anche comunità che ogni giorno dedicano la loro vita per il bene in zone come quelle controllate dalla camorra, dalla mafia e in altre aree dove regna la criminalità organizzata. E a volte la perdono, come padre Puglisi. Per fortuna nel nostro Paese gli episodi violenti sono molto ridotti, grazie alla presenza della società civile e alle forze dell’ordine. Quello che mi spaventa è quello che succede in America Centrale e in America Latina dove il narcotraffico e interessi economici di vario genere stanno veramente minacciando la vita di tanti cristiani».

Ne ha parlato anche Francesco nel suo recente viaggio in Messico. 

«Certo. L’America Latina è un luogo dove i cristiani sono molto più a rischio perché vivono a contatto con i poveri e ne condividono le istanze sociali. Come l’attivista ecologista Berta Càceres, madre di quattro figli, uccisa recentemente in Honduras. C’era anche lei il 28 ottobre 2014 all’incontro con il Santo Padre in Vaticano, quando Francesco pronunciò il famoso discorso delle tre “T: tierra, techo y trabajo”, terra, casa e lavoro. Si batteva contro la diga di Aqua Zarca, che avrebbe tolto le sorgenti d’acqua agli indios. Era impegnata in questioni ambientali legate anche alla droga, alla tratta delle schiave e allo sfruttamento del lavoro minorile».

Cosa può fare la Chiesa per evitare il più possibile questo martirio planetario? 

«Il Papa ha parlato di un ecumenismo del sangue o di ecumenismo dei martiri. Dobbiamo sapere che noi oggi siamo molto più uniti ai nostri fratelli protestanti e ortodossi di fronte al martirio che coinvolge queste Chiese. Si è parlato molto a Cuba tra Francesco e Kyrill dell’ecumenismo dei martiri. I cristiani sono molto più uniti di ieri proprio a partire dal martirio. Ma ciascuno di noi credenti può fare qualcosa. Dobbiamo chiedere ai nostri fratelli di pregare di più, di essere maggiormente solidali e di mettere in atto azioni di solidarietà verso questi cristiani che soffrono. Questo è molto importante. Dobbiamo anche sensibilizzare l’opinione pubblica su questa tragedia. Ma la prima cosa è pregare per questi nostri fratelli nella sofferenza ed essere il più possibile a fianco a loro».

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

 

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«Vince la solitudine nel mondo d’oggi»

Toscana Oggi, 21 gennaio 2016

Fondazione Donati. Al via il decimo corso di cultura politica e dottrina sociale cristiana

Il professor Marco Impagliazzo, docente presso l’Università per Stranieri di Perugia e Presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha aperto il decimo corso di cultura politica e dottrina sociale cristiana, organizzato dalla Fondazione Donati per l’anno 2016. Il tema affrontato è stato: «Globalizzazione e gratuità».
Impagliazzo ha incentrato il suo intervento sulla gratuità e su un tipo di economia più vicina al perseguimento del bene comune. Nella nostra società, insieme alla mancanza di beni di prima necessità si accompagna la solitudine, «nelle periferie delle città europee, cresce l’erba amara della solitudine», ha detto il relatore e per questo la società si sgretola, in quanto il mondo non può essere governato solo dall’economia, dalla finanza e dal mercato, ma nel contesto del nostro mondo deve trovare spazio anche la gratuità, dove i valori della solidarietà sono all’apice. La società non deve solo agire tecnicamente, ma ci vuole un’etica che verte all’azione verso il bene comune e l’attenzione al più debole. Nella società odierna la logica del dono sembra essere sparita, invece lo sviluppo della società non può prescindere dalla gratuità e dal dono, e qui la politica è chiamata in causa in quanto, mentre l’economia ha il compito di produrre ricchezza, la politica ha quello di distribuire questa ricchezza. Il non prevedere più la cultura del dono, è la conseguenza di aver cancellato la cultura umanistica, quella cultura che mette al centro l’uomo, come è stato affermato nel recente convegno ecclesiale nazionale di Firenze del novembre scorso che aveva per titolo: «Con Gesù Cristo verso un nuovo umanesimo». L’uomo di oggi è assalito dalla paura di perdere il lavoro e il futuro, che sembra essere sempre più privo di garanzie; questa paura rende l’uomo di oggi debole, nonostante si viva in mondo super tecnologico e scientifico.
Il Presidente della Comunità di Sant’Egidio ha toccato anche spinosi temi come la corruzione dilagante che c’è in Africa, dove, proprio per questo non c’è possibilità di sviluppo; oppure la dittatura del materialismo che c’è in Asia, dove si lavora tutti i giorni, non è prevista la domenica e lo sfruttamento dell’uomo è al massimo grado. Anche la crisi della famiglia fa le sue vittime. E qui Impagliazzo ha citato le numerose situazioni di disagio che si vengono a creare con le divisioni familiari, situazioni ín cui spesso le vittime sono più gli uomini che le donne.
Gratuità, nella nostra società globalizzata, vuol dire recuperare quella dimensione umanistica di cui oggi c’è molto bisogno per ritrovare quella felicità che non è possibile avere senza generosità.
Il professor Stefano Maggi del Dipartimento di Scienze Politiche ed Internazionali ha fatto gli onori di casa; il prossimo incontro del corso si terrà giovedì 21 gennaio ed avrà per tema: «La globalizzazione e i suoi effetti: aspetti economici e implicazioni sociali», relatore sarà il professor Simone Borghesi dell’Università di Siena.

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Intervista a Marco Impagliazzo: “Tenere questi giovani ai margini significa fare il gioco dei terroristi”

La Stampa, 4 gennaio 2016

Sullo ius soli si annuncia battaglia in Senato. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, considera «miope» opporsi alla riforma .
«Credo che la soluzione trovata alla Camera sia non ottimale ma positiva in questo momento storico. E credo che discutere troppo a lungo avrebbe come unico effetto la perdita di un’occasione importante di fare di questi ragazzi dei cittadini italiani a pieno titolo».
È l’effetto Bataclan: la strage di Parigi ha creato molti timori e una parte del mondo politico ha deciso di farsene interprete. 
«In Italia abbiamo tutte le energie culturali e storiche per favorire l’integrazione. Non è un pericolo accogliere grazie allo ius soli, lo è tenerli ai margini: significa fare il gioco dei terroristi. È nelle fasce più marginalizzate degli stranieri che il terrorismo cresce e si alimenta, non nelle fasce integrate nella società».
L’Italia non ci guadagna nulla, offrire la cittadinanza a chi nasce e a chi studia porta solo nuovi pericoli, sostengono i contrari allo ius soli. 
«L’accoglienza fa parte dei valori di umanità e solidarietà su cui si basa la cultura italiana. Approvare la nuova legge è un banco di prova per la tenuta di questi valori e di un modo per favorire un’integrazione che è già in corso. Si tratta solo di completare il percorso di crescita di queste persone sulla base dei nostri valori».
E dal punto di vista economico? 
«È l’altro, enorme vantaggio per l’Italia. Abbiamo grande bisogno di giovani, di forze nuove. Lo dice la demografia che nel nostro Paese è in preoccupante calo. È miope non vedere la grande carica di energia positiva rappresentata dagli stranieri per la nostra economia».
La solidarietà e l’accoglienza fanno parte dei valori italiani ma anche del mondo cattolico. Eppure anche fra i cattolici non mancano le divisioni su questo tema.
«Chiunque si opponga a questo processo non fa i conti con la storia e ha perso il contatto con la realtà. Veniamo da un passato fatto di emigrazione e di integrazione: il nostro dovere è integrarle, non respingerle».

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Oltre la paura. Fine d’anno resistendo alla guerra

Avvenire, 30 dicembre 2015

di Marco Impagliazzo

Antonio Gramsci scrisse che «odiava» il capodanno, convinto «che ogni mattino è capodanno»: «non bisogna – diceva – perdere il senso della continuità della vita e dello spirito». Se è vero che nella vita e nella storia esiste la continuità, fa riflettere questa posizione gramsciana di «odio» per il capodanno. Alcuni messaggi, in questa fine d’anno, vorrebbero spingerci a mettere tra parentesi un giorno, additato come pericoloso, per le minacce del terrorismo.

Tra gli aspetti che hanno caratterizzato il 2015, c’è infatti il moltiplicarsi di fatti di terrorismo jihadista. Papa Francesco, nel messaggio di Natale “Urbi et Orbi”, ha ricordato le vittime delle «efferate azioni terroristiche, particolarmente delle recenti stragi avvenute sui cieli d’Egitto, a Beirut, Parigi, Bamako e Tunisi». Il 2015 è segnato dalle ferite del terrorismo: morti, feriti e distruzioni in varie parti del mondo. Quale la risposta della politica, della società, delle istituzioni, di ciascuno di noi?

Nella storia – si sa – i paragoni non reggono. Se dovessimo però cercarne uno per la situazione che viviamo, potremmo trovarlo nel 2001: anno in cui il terrorismo – male antico e mai sopito – riemerse con tanta forza, anche mediatica. Allora, in Occidente, si era impreparati a rispondere. Le reazioni furono di vario tipo, talune scomposte. Alcuni gridarono allo «scontro di civiltà», altri incolparono una religione, anzi la religione in quanto tale. Vennero poi la risposta securitaria e quella delle armi: la guerra del bene contro il male, si disse. Afghanistan prima, Iraq poi. Oggi, dopo tanta storia vissuta nell’ultimo decennio, abbiamo imparato che la guerra non è la soluzione, ed è ingannatrice come l’idea dello «scontro di civiltà» o, peggio, «di religione».

Se nel mondo musulmano ci sono responsabilità chiare nel non aver contrastato seriamente il terrorismo sia a livello di Stati che di certa opinione pubblica, dobbiamo anche constatare come, da qualche anno, il terrorismo colpisca i musulmani in particolare (sciiti e sunniti), e che Daesh stia facendo una guerra per il potere, innanzitutto, nelle aree a maggioranza islamica. La guerra in Siria, da quasi cinque anni, sta distruggendo l’intero Paese: è il terreno in cui si sviluppa un terrore che travolge tutto e tutti, nessuno escluso. E addirittura diventa il luogo per l’esportazione del terrore, come con gli attentati di Parigi.

La minaccia esiste, non va sottovalutata, ma gli strumenti bellici, non bastano e hanno mostrato i loro limiti. C’è il “fronte interno” delle nostre società. Oggi siamo più spaventati di ieri. La paura è ormai una compagna costante della vita. Ma la paura – si sa – non è una buona consigliera e non aiuta a fare le scelte di lungo periodo che s’impongono in questo momento storico. Dal 2001 le società hanno cominciato a proteggersi meglio, il lavoro di intelligence è cresciuto, anche se, in certi casi, manca il coordinamento internazionale. Certamente tante contromisure sono state prese e hanno evitato guai peggiori.

Il problema è però come liberare le nostre società dalla paura (quella che la strategia terroristica impone). Lo si fa, creando legami, motivando e comunicando il gusto e la responsabilità di vivere insieme. C’è bisogno di una rigenerazione della società, specie nelle periferie anonime. Una società più motivata rende più agevole l’integrazione dei “nuovi europei”.

La casa si costruisce insieme, con il contributo di tutti, partendo da fondamenta comuni e condivise che sono la storia e i valori dell’Europa: il diritto, la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà.

Oltre ad amare i valori, bisogna però incontrare e amare le persone: questo è un punto di svolta che spesso manca, ma che ricrea una coesione sociale. L’Anno Santo della misericordia lo ricorda e lo insegna a chi crede e a chi non crede,. Perché la misericordia è maestra di vita, a differenza della paura. Su queste basi si potrà lavorare meglio sull’integrazione, vero nodo della pace sociale in Europa, a partire dalle periferie.

E poi c’è il grande compito sul “fronte esterno”: la pace. La pace che faremo sarà la vera sconfitta del terrorismo. Non a caso la Chiesa apre il primo giorno dell’anno (dal lontano 1968) nel nome della pace. E il capodanno, che altrimenti si può anche arrivare a odiare, così ha più senso.

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