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Il vero allarme. Morti in mare e deficit di umanità

Avvenire del 4 agosto 2017

Editoriale di Marco Impagliazzo

Da qualche tempo l’opinione pubblica è costantemente aggiornata sui numeri degli approdi di profughi sulle nostre coste. Quotidianamente si contano gli arrivi e le variazioni rispetto agli armi precedenti, evidenziando un quadro emergenziale, anche se luglio 2017 ha segnato numeri complessivi in calo. Il messaggio subliminale è che le persone approdate in Italia sono comunque troppe. Questo contribuisce ad alimentare l`allarme sociale e offusca visioni più equilibrate della questione. Più raramente o molto poco, si parla delle proporzioni della straziante carneficina che è l`attraversamento del Mediterraneo: dal Medio Oriente e dall`Africa verso l`Europa. Eppure i morti in mare – uomini, donne e bambini – rappresentano una ferita, che brucia e fa male. Non è un caso che il primo viaggio di papa Francesco, l`8 luglio 2013, fu a Lampedusa: «Chi ha pianto – disse – per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? La globalizzazione dell`indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Questo il problema: di fronte a tante notizie di dolore, sembra che la nostra società abbia perso la capacità di piangere. Eppure il vero allarme e il punto di partenza di ogni ragionamento è – e dovrebbe essere per tutti – il dolore per la perdita di queste vite umane. Molto è stato fatto dagli ultimi governi italiani, attraverso la Guardia costiera e la Marina militare per salvare vite nel Mediterraneo. Significativa è l`opera di Ong italiane e internazionali a sostegno di queste operazioni di salvataggio (e di altre) nel pieno rispetto delle leggi internazionali e del mare. Oggi alcune Ong non hanno accettato il “Codice di condotta”, proposto dalViminale, perché sostengono che alcune regole rischiano di snaturarne l`identità. In particolare quelle che prevedono la presenza a bordo di funzionari «armati» e il fatto che a bordo si debba contribuire alle attività investigative e di polizia. Si tratta di valutazioni legittime e di rimostranze comprensibili, sulle quali si può e si deve ragionare e al quale sembra abbastanza agevole trovare risposta. Del resto, siamo davanti a un “Codice di condotta” e non a una nuova legge dello Stato. Ciò che più preoccupa è che – da parte di alcuni esponenti del mondo politico, intellettuale e informativo – si continui a diffondere il sospetto sull`opera di salvataggio di queste organizzazioni che operano nel totale rispetto delle leggi internazionali e di quelle più antiche del mare. Naturalmente tutti sono chiamati ad agire nell`ambito della legalità, e dunque vedremo gli esiti delle indagini su una di esse, tedesca, che hanno portato al sequestro della barca che sta utilizzando nel Mediterraneo. È strano, però, che gli uomini e le donne di organizzazioni benemerite come “Me dici senza frontiere”, quando operano in Asia, in Africa o in America Latina sono considerati al pari di eroi, mentre se agiscono ai bordi dell`Europa vengono guardati e indicati addirittura con sospetto. Le polemiche di questi giorni non aiutano a dare risposte alla questione migratoria. Perché è di risposte che abbiamo bisogno e non di continue polemiche. Una di queste sono i corridoi umanitari che non solo rispondono alla grande crisi umanitaria dalla guerra in Siria o dalle terribili condizioni nel Corno d`Africa, ma sono anche liberazione dai mercanti di vite umane. Il giro d`affari della criminalità organizzata sugli sbarchi effettuati da12011 a oggi ammonterebbe a più di 4 miliardi di euro, con un aumento di oltre 300 punti percentuali nel triennio 2014-16 rispetto al precedente. L`iniziativa dei corridoi umanitari, partita nel gennaio de12016, nasce come risposta alle tante tragedie davanti alle nostre coste. Ma è la possibilità che la Chiesa e le comunità cristiane offrono, d`intesa con le autorità civili, ai profughi di non barattare il rischio della vita con l`esigibilità del diritto alla protezione, rendendolo illusorio.
I corridoi, canali di accesso sicuri e regolari dei migranti, sono anche I una proposta agli Stati europei di un modello per affrancarsi dalla contraddizione di disporre di un quadro giuridico molto avanzato, forse il più garantista al mondo, ma al tempo stesso di difficilissima applicazione. I corridoi aprono al tema della sponsorship da introdurre in Italia e a quello di ricongiungimenti familiari più ampi e semplici. Tanti immigrati sono irregolari, soltanto perché non è possibile il ricongiungimento familiare, prima forma d`integrazione in una società. Insomma dai corridoi s`intravede un modello ben regolato di governo delle richieste di asilo. Va inoltre affrontato il tema più complessivo delle vie legali d`ingresso di migranti, anche attraverso quote, vera alternativa all`illegalità e alle tragedie. Tutte queste possono essere le risposte di un`Europa per cui il diritto, la solidarietà e la democrazia non siano soltanto – come ha detto il Papa – la «sua ultima utopia».

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Nuovo sbarco di migranti a Trapani

Immigrazione: diminuiscono gli arrivi per lavoro (che non c’è), crescono integrazione e cittadinanza

Huffington Post del 21 ottobre 2016

di Marco Impagliazzo

Recentemente l’Istat ha diffuso un report sulla presenza, i nuovi ingressi e l’accesso alla cittadinanza dei non comunitari in Italia. Dai dati emerge che la presenza di cittadini comunitari e non comunitari nella penisola è sempre più stabile. I loro obiettivi sono i nostri. Questa gente tifa Italia. E lo fa perché vive qui da anni, parla italiano, qui ha comprato casa, qui ha aperto un’attività, è qui che ha generato figli, è qui che li ha iscritti a scuola. Se l’Italia ce la farà, ce la faranno anche loro. Se loro ce la faranno, ce la farà anche l’Italia.

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Non rifare la “cortina”

Avvenire, 8 marzo 2016

Editoriale di Marco Impagliazzo

70 anni dopo tentazioni e antidoti

Settant’anni fa, il 15 marzo 1946, a Fulton, nel Missouri, Winston Churchill pronunciava uno dei suoi discorsi più famosi, descrivendo con poche, efficaci parole, quanto stava accadendo nell`Europa dell`immediato dopoguerra: «Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull`Adriatico, una cortina di ferro è calata a dividere il continente».

Il leader britannico coglieva lo scenario che andava delineandosi, quello dell`ordine di Jalta, destinato a imprigionare il Vecchio Continente nei decenni a seguire. Qualcuno, ricordando in questi giorni l`anniversario del discorso di Fulton, non è potuto sfuggire al fascino del paragone con l`oggi. Una sorta di nuova “cortina di ferro”, fatta di controlli più rigorosi, barriere protettive, fili spinati, muri più o meno alti, che sta spuntando qua e là in Europa, frutto non di una polarizzazione ideologica o di un confronto geopolitico, bensì di spinte nazionalistiche e umorali, e che sfregia il continente non con un solo taglio verticale, bensì con tante diverse ferite. Proprio in quei Balcani che più avevano sofferto del muro di Jalta nuovi muri tentano di bloccare l`ingresso di gente in fuga da una terribile e lunga guerra come quella siriana. Idomeni, tra la Grecia e la Macedonia, dove la polizia dell`ex repubblica jugoslava usai lacrimogeni per fermare donne e bambini; Morahalom, uno dei mille posti di frontiera dove si è proceduto all`erezione del muro anti-rifugiati voluto dal governo ungherese; l`altissima barriera metallica di Ceuta, enclave spagnola in Marocco; questi e tanti altri centri sono le nuove Stettino, le nuove Trieste, i nuovi checkpoint Charlie, che meriterebbero almeno un po` di quell`indignazione che si poteva cogliere nel discorso di Churchill. Sì, perché la nuova “cortina di ferro”, così come l`antica, produce i suoi morti. Anzi, ne causa di più. Più di 3.500 persone sono annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nel 2015, quasi 500 nei primi due mesi di quest` anno. La nuova “cortina di ferro”, così come quella disfattasi 25 anni fa, genera dolore, disperazione. Dato che per chi è sopravvissuto alla traversata del mare la prospettiva è la fame, il dormire all`addiaccio o nelle “jungle” di Calais o Dunkerque. Come ha annotato qualche giorno fa Lucio Caracciolo, direttore di Limes: «Gli storici futuri non daranno un giudizio positivo sulla nostra gestione della questione migrazione». Un po` come facciamo oggi noi guardando ai guasti dell`ordine di Jalta.
Eppure sarebbe possibile immaginare e mettere in pratica un altro tipo di approccio. Per evitare un altro anno di morti in mare, l`angoscia dei profughi intrappolati in Grecia, la violenza alle frontiere. Degli esempi di come si possano costruire non dei muri, ma dei corridoi umanitari, dei passaggi sicuri, esistono. Proprio domenica scorsa papa Francesco ha voluto richiamarne uno: «Come segno concreto di impegno per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l`iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto-pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica». Non si tratta di abdicare al controllo delle frontiere. Si tratta di evitare che una nuova “cortina di ferro” cada sull`Europa, non tenendo conto dei principi ispiratori che hanno dato vita alla Comunità europea proprio nel dopoguerra: pace, solidarietà, certezza del diritto. La risposta dell`Europa a quanto sta accadendo alle sue porte potrebbe essere molto diversa. Una risposta di grande speranza di fronte al disordine mondiale, ma anche di riaffermazione della propria identità umana e solidale. Un sussulto di umanità che farebbe uscire dal malessere triste e disincantato che avvolge tanti Paesi europei attanagliati da crisi di varia natura, e darebbe una nuova speranza, nuova linfa, una stessa misura di legalità e giustizia e un alfabeto comune a vecchi e nuovi europei. Insieme.

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Intervista a Marco Impagliazzo: “Tenere questi giovani ai margini significa fare il gioco dei terroristi”

La Stampa, 4 gennaio 2016

Sullo ius soli si annuncia battaglia in Senato. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, considera «miope» opporsi alla riforma .
«Credo che la soluzione trovata alla Camera sia non ottimale ma positiva in questo momento storico. E credo che discutere troppo a lungo avrebbe come unico effetto la perdita di un’occasione importante di fare di questi ragazzi dei cittadini italiani a pieno titolo».
È l’effetto Bataclan: la strage di Parigi ha creato molti timori e una parte del mondo politico ha deciso di farsene interprete. 
«In Italia abbiamo tutte le energie culturali e storiche per favorire l’integrazione. Non è un pericolo accogliere grazie allo ius soli, lo è tenerli ai margini: significa fare il gioco dei terroristi. È nelle fasce più marginalizzate degli stranieri che il terrorismo cresce e si alimenta, non nelle fasce integrate nella società».
L’Italia non ci guadagna nulla, offrire la cittadinanza a chi nasce e a chi studia porta solo nuovi pericoli, sostengono i contrari allo ius soli. 
«L’accoglienza fa parte dei valori di umanità e solidarietà su cui si basa la cultura italiana. Approvare la nuova legge è un banco di prova per la tenuta di questi valori e di un modo per favorire un’integrazione che è già in corso. Si tratta solo di completare il percorso di crescita di queste persone sulla base dei nostri valori».
E dal punto di vista economico? 
«È l’altro, enorme vantaggio per l’Italia. Abbiamo grande bisogno di giovani, di forze nuove. Lo dice la demografia che nel nostro Paese è in preoccupante calo. È miope non vedere la grande carica di energia positiva rappresentata dagli stranieri per la nostra economia».
La solidarietà e l’accoglienza fanno parte dei valori italiani ma anche del mondo cattolico. Eppure anche fra i cattolici non mancano le divisioni su questo tema.
«Chiunque si opponga a questo processo non fa i conti con la storia e ha perso il contatto con la realtà. Veniamo da un passato fatto di emigrazione e di integrazione: il nostro dovere è integrarle, non respingerle».

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“Interventi nei Paesi di partenza e fondi privati per salvare vite umane”. Intervista a Marco Impagliazzo

Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2015

di Vanessa Ricciardi

“Abbiamo aperto con il ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, un tavolo sui profughi”. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha un piano ben preciso: “A differenza di chi urla e grida contro i migranti, noi abbiamo conosciuto le loro storie di sofferenza, e qualche cosa possiamo farla”.
In cosa consiste il piano?
Cinque punti. Il primo, che sperimenteremo con la Federazione delle Chiese Evangeliche, è l’humanitarian desk e verrebbe gestito interamente con l’8 per mille delle Chiese evangeliche e i nostri contributi. Consiste nel fare una prima inchiesta con la collaborazione delle ambasciate italiane per stabilire chi ha le caratteristiche per ottenere i visti umanitari, prima che prendano i barconi. È impossibile attuarlo nelle zone di guerra, ma può realizzarsi in Libano, dove arrivano migliaia di profughi dalla Siria e dall’Iraq, e in Marocco, dove giungono quelli dal Sahel. Un modello anche per altri Paesi Ue.
Quale percentuale degli attuali migranti avrebbe diritto a questi permessi?
Il 70-75%. È chiaro che è impossibile rilasciarli a tutti,per questo abbiamo pensato ad altre azioni. L’ipotesi sarebbe quella di costituire un Ufficio dell’immigrazione europeo, da aprire in un Paese nordafricano. Poi, ed è il secondo punto, vorremmo avviare un negoziato per la revisione degli accordi di Dublino, quelli per cui abbiamo i migranti fermi a Ventimiglia.
Crede che ci sia l’intenzione di metterlo in discussione?
L’Europa è divisa in due, Nord e Sud. Per i paesi più interessati, l’Italia e la Grecia, sì. Naturalmente non per quelli del Nord. Già semplificare i ricongiungimenti familiari, oggi molto difficili, sarebbe un passo avanti. Il terzo punto, sono le sponsorship private: permettere alle associazioni di finanziare, e poi garantire all’arrivo, le partenze per gruppi di migranti che ne hanno i requisiti. Come quarto e quinto punto, per salvare tante vite umane, proponiamo il rilascio di visti e permessi umanitari.
Crede che nel clima attuale ci sia questa disponibilità?
Sì. Un vescovo canadese ha pagato per il trasferimento di 1000 profughi siriani rifugiati in Libano. Le azioni di solidarietà alla stazione di Roma Tiburtina e di Milano mostrano che ci sono molti italiani che vorrebbero aiutare. La chiesa sarebbe felice di farlo.
Una volta concessi i permessi, l’Italia sarebbe in grado di accogliere queste persone?
Certo. Su una previsione di 180 mila migranti nel 2015, meno della metà vuole restare. E i fondi europei ci sono, anche se sono stati usati male, pensiamo a Mafia Capitale. L’Ue stanzia 35 euro a migrante al giorno, a loro ne vanno 2,50, il resto serve al sistema di accoglienza. Manca però la regia pubblica, perché la politica è vittima delle grida anti-immigrazione.
Il Consiglio europeo sbloccherà la situazione?
Solo in parte. L’Europa ancora non è preparata e c’è troppa pressione di parte dell’opinione pubblica.
E il piano B di Renzi?
Potrebbe concedere ai migranti a Ventimiglia dei visti per motivi umanitari. Entrerebbero subito in Francia. Più che altro un gesto di ritorsione.

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Intervista a Marco Impagliazzo: «In mare come nel deserto e`gente che fugge e muore. E’ l’ora della solidarietà»

La Provincia Pavese, 11 maggio 2015

di Franco Ferraro

Il presidente della comunità di Sant’Egidio: «Dramma profughi sotto i nostri occhi» Richiamo all’Ue: «Ha una responsabilità storica». I flussi? «Il disordine crea rischi» E nel futuro ci sono tanti “nuovi europei”: «Certi muri artificiali creano alienazione»

Franco Ferraro, caporedattore di Sky Tg24, torna con “Venti domande per me (posson bastare)”. Il protagonista, questa settimana, è Marco Impagliazzo, 53 anni, storico, docente universitario e presidente della Comunità di Sant’Egidio.
1) Sbarchi continui, Italia approdo di disperati. Italia sola a gestire il problema… 
C’è una dramma che si svolge sotto gli occhi dell’Europa. Un flusso che non si arresterà: troppe crisi, troppe guerre da affrontare. In mare si muore, così come nel deserto. Siamo il Paese più vicino alle coste nordafricane, i più esposti, con Grecia e Spagna. Ci vuole una più forte coesione e corresponsabilità da parte dei 28 stati membri della Ue ma anche consapevolezza tra i cittadini italiani che è l’ora della solidarietà.
2) Secondo voi, se l’Ue non è all’altezza di fermare le stragi del mare, è l’Onu che deve scendere in campo…
Era una proposta frutto di una ribellione di fronte all’immobilismo europeo dopo le grandi tragedie in mare. Ma l’idea forte è che l’Europa per prima deve muoversi per i migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo. Le ultime dichiarazioni di Junker e Mogherini fanno sperare in una novità positiva. All’Europa spetta una responsabilità storica. Che non si dica in futuro che ci siamo chiusi davanti alla tragedia: ne va del buon nome di tutti i paesi europei. Abbiamo già visto la cattiva prova che fece l’egoismo nazionale. A 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale dobbiamo aver imparato cosa significa pace e accoglienza. Vorrei un’Europa “giusta tra le nazioni”.
3) Sant’Egidio ha proposto un “canale umanitario”. Di che si tratta?
L’azione consiste nella richiesta al Governo italiano o ad altri governi europei di adottare una buona pratica tesa a garantire a un numero limitato di persone vulnerabili e bisognose di protezione umanitaria, di ottenere un visto d’ingresso in Italia; nell’apertura in alcuni Paesi di transito come il Libano, il Marocco, l’Egitto di “Humanitarian Desks” gestiti da Sant’Egidio e dalla Federazione delle Chiese Evangeliche italiane, presso cui le persone bisognose di protezione umanitaria potranno istruire la loro richiesta che sarà quindi successivamente trasmessa alle autorità diplomatiche secondo la procedura prevista. Insomma: si tratta di creare canali legali per evitare la morte in mare.
4) Voi pensate che questa proposta possa funzionare come modello anche per altri Stati europei…
Può funzionare per tutti. È un modo per essere solidali fattivamente, senza demagogie. Si può anche fare il triage e garantire più sicurezza. Siamo consapevoli che un afflusso disordinato e caotico, oltre che ad essere micidiale per chi lo subisce, è anche foriero di rischi: pensate ai bambini soli che arrivano, alle possibilità per i mercanti di uomini … ci vuole una chiara protezione europea.
5) Il nodo Siria, che vi sta molto a cuore…
Sì, è una guerra terribile, così come quella in Libia. Sono conflitti da risolvere. Se non c’è una soluzione magica e immediata, occorre almeno gestire il conflitto. Per questo Andrea Riccardi ha proposto la tregua per Aleppo (#savealeppo), una città simbolo antico di coabitazione tra cristiani e musulmani, ma anche un luogo da cui – se la carneficina si ferma – ripartire per una Siria in pace. Bisogna subito iniziare da qualcosa di concreto: è uno scandalo non agire.
6) E poi c’è la Libia…
La Libia è uno Stato fallito alle nostre porte. Dobbiamo preoccuparci della Libia prima che i libici si mettano a fuggire anche loro. Come in Siria, anche attorno a tale crisi ci sono interessi di potenze regionali. L’inviato Onu ha fatto il possibile: ora occorre chiedere a chi sostiene dall’esterno le due parti in lotta, di fare un passo indietro per favorire l’accordo. Basta invii di armi, basta sostegno alle fazioni: solo la pace garantisce gli interessi di tutti.
7) Perché – come dite voi -i migranti devono essere considerati i “nuovi europei”?
Chi è emigrato in Europa e si è stabilito qui, assume la nostra lingua e la nostra cultura. Sono persone che si integrano nelle nostre società, basti pensare al fenomeno delle badanti in Italia. Creare artificiali muri in base alla provenienza non fa che provocare alienazione e disaffezione. A questi nuovi europei vanno trasmesse la nostra cultura e la nostra forma di democrazia, senza timore. Tutti possono vivere in Europa portando qualcosa ma anche ricevendo molto. I “foreign figthers” di origine europea sono il simbolo di un’integrazione fallita a cui si aggiunge un vuoto di senso tipico di una parte delle nostre giovani generazioni. Leggete le motivazioni di questi giovani che vanno a morire in un inferno: per amore, per curiosità, per spirito di avventura, per dare senso alla propria vita, per rabbia, per fare la rivoluzione… tutte ragioni che in passato avrebbero espresso in altro modo.
8) D’accordo, ma perché l’Europa dovrebbe aver bisogno di migranti? 
I migranti sono un portato della globalizzazione: tendiamo tutti a mischiarci di più che in passato. L’Europa ne ha bisogno per la sua economia e per il declino demografico che tocca molti suoi paesi tra cui il nostro. E poi la loro vita, la loro storia, la loro vitalità sono un’opportunità di crescita per le nostre società invecchiate. Come la storia (anche antica) dei movimenti di popolazioni insegna, si creano dei “vuoti d’aria” demografici che si riequilibrano da sé. Guardiamo alla nostra storia di emigrazione: l’Italia ha oggi cinque milioni di cittadini con passaporto residenti all’estero, 80 milioni circa di italo discendenti: se li espellessero tutti dove andrebbero?
9) Esiste il rischio di jihadisti infiltrati sui barconi della disperazione?
Non direttamente. Chi è già jihadista non prende il barcone, non rischia la morte in mare. Ma se un giovane che arriva via mare, trova ad attenderlo solo disprezzo, razzismo e solitudine, tra qualche anno potrà anche diventarlo, se non saremo in grado di fermare le guerre prima. Bisogna stare attenti alle carceri: la predicazione dell’odio avviene essenzialmente dentro le prigioni, oltre che davanti al web.
10) Pensa che la strage di Charlie Hebdo abbia cambiato il rapporto tra Occidente e Islam?
Purtroppo la strage di Parigi non è una novità. Ce ne sono state altre, pensate a Atocha a Madrid, a Londra e alla stessa Parigi degli anni Novanta. L’eccidio di Charlie ha avuto una particolare risonanza perché simbolica della libertà di espressione che i jihadisti vorrebbero distruggere. Il rapporto tra Occidente e Islam non è cambiato: da tempo è contraddittorio e ambiguo. Dobbiamo sapere che è in corso una guerra civile nell’Islam mediorientale. Se una grande civiltà come quella arabo-islamica si ammala, anche noi – che siamo vicini – ne subiamo le conseguenze. E poi dobbiamo sostenere le minoranze in quei paesi: yazidi, cristiani e altri, che non c’entrano niente, rischiano l’estinzione. Sono i vasi di creta tra vasi di ferro.
11) «Basta con i mercanti di carne umana. Bisogna accogliere i migranti, perché la sola tolleranza non basta» ha detto Papa Francesco…
Esatto: la tolleranza può nascondere un disprezzo malcelato. Il Papa conosce bene il fenomeno delle fughe dalla violenza e dalle crisi: penso al Centro America, al muro tra Messico e Usa… Occorre assumersi la responsabilità del tempo storico che si vive. Ricordiamoci il tempo di guerra in Europa: gli sfollati erano milioni e non c’era alternativa all’accoglienza. Queste persone oggi fuggono da guerre, dittature, carestia…
12) Francesco ha parlato delle ostilità verso gli immigrati anche da parte della Chiesa: «Non di rado i movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali…».
È un fenomeno triste per chi dovrebbe ascoltare e vivere il Vangelo. Una delle opere di misericordia (e a dicembre inizia l’anno santo della misericordia) è proprio accogliere lo straniero. «Ero straniero e mi avete accolto – dice Gesù». L’ostilità nasce quando il cristiano si lascia trasportare dal conformismo dello spirito del tempo. Ma un vero cristiano deve vivere in modo alternativo, deve ricordarsi sempre della misericordia e della compassione. Cosa lo distingue se non questo? Grazie a Dio tanti cristiani sono su questa strada ed è un bene per le nostre società.
13) Ancora a proposito del Pontefice. La recente, rovente polemica tra il Papa e il Governo turco sulla strage degli armeni. Lei sull’argomento ci ha scritto un libro, non a caso intitolato “Il martirio degli armeni, un genocidio dimenticato”…
Occorre uscire dall’ambiguità: la strage degli armeni è il primo genocidio del XX secolo. Negare un’evidenza storica non aiuta certo la verità e soprattutto la possibilità di riprendere un cammino insieme tra turchi e armeni. Cento anni fa si vollero eliminare le minoranze cristiane dall’impero ottomano per un disegno nazionalista estremista: costruire uno nuovo Stato sull’omogeneità, dopo secoli di multietnicità. Si è trattato di un genocidio per ragioni nazionaliste, ma poi fu usato l’appello alla guerra santa per manipolare le coscienze di chi lo eseguì. L’idea del governo “giovane turco” a quel tempo, era più simile a ciò che si è rischiato nei Balcani negli anni Novanta: totale pulizia etnica e culturale. Infine direi che il negazionismo è impossibile: all’interno della società turca sono emersi in questi anni oltre a tanti documenti anche le testimonianze degli “armeni sommersi”, coloro che furono rapiti e convertiti da bambini. Ci sono testimonianze, libri, interviste dei loro nipoti.
14) Da quando lei è presidente di Sant’Egidio ha visto passare nella storia tre Papi: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Un mini profilo di ognuno di loro… 
Wojtyla è il Papa del XX secolo: in Europa lo ha attraversato tutto nei suoi passaggi peggiori, nazismo, Shoah, comunismo… E’ il Papa geopolitico, colui che ha sconfitto il blocco dell’Est ma anche che ha capito prima di tutti il ruolo che avrebbero dovuto giocare le religioni per la pace: il cosiddetto “Spirito di Assisi”. Pregava davanti all’atlante dei dolori del mondo. È il Papa che ha portato la Chiesa nel passaggio tra due millenni fuori dalla paura. Ratzinger è stato il Papa della predicazione, dell’amore per la Parola di Dio e del dialogo con lo spirito laico dell’Europa e dell’Occidente: ha cercato l’alleanza morale con il meglio della cultura laica, per affrontare le sfide della globalizzazione. Il suo cruccio era un’Europa disinteressata del mondo, senza ambizioni con il rischio di “congedarsi dalla storia”; la sua speranza era che al contrario potesse dare un’anima alla globalizzazione. Bergoglio è il Papa della globalizzazione. È il primo Papa uscito da una megalopoli, come è Buenos Aires e che quindi conosce profondamente i problemi e i dolori delle periferie delle grandi città, in un mondo dove tutto è periferia e i centri si moltiplicano. Nelle “periferie umane e esistenziali” nasce il mondo di domani. È il Papa del coraggio pastorale: andare in missione in un mondo complicato, come fu quello dei primi apostoli. Come si vede, i tre papi sono una sola successione di testimoni del Vangelo nel mondo: per seguirli non basta ammirarli, occorre ascoltarli e convertirsi.
15) La Comunità di Sant’Egidio è presente in 73 Paesi del mondo con la partecipazione attiva di oltre 60mila persone e la collaborazione di migliaia di volontari. Una macchina potente.Anche complicata da guidare?
Un corpo più che una macchina, con tante membra diverse. Il numero è importante ma non significa potenza: sono tanti giovani che volontariamente impegnano la loro vita, e la rischiano. Ricordo qui William morto a 22 anni in Salvador ucciso delle gang, le maras, perché insegnava la pace ai bambini; Floribert assassinato in Congo per non essersi lasciato corrompere, ed altri. Questo è il volto del popolo di Sant’Egidio: gente non pagata, che si impegna gratuitamente e vive il Vangelo accanto ai poveri. Essere il presidente significa per me, certamente risolvere tanti problemi, ma soprattutto proteggere e comunicare questo spirito di libertà evangelica e di gratuità.
16) Lei è anche professore di storia contemporanea all’Università per stranieri di Perugia. È cambiata negli anni la tipologia degli studenti?
Credo che abbiamo di fronte giovani più curiosi ma meno strutturati. Vengono da tutto il mondo e sanno che per vivere meglio ci vuole apertura: apprendere in una lingua straniera è anche questo. Ma ieri erano più impostati dalle loro società di provenienza. Ora che queste ultime (anche la nostra) sono più liquide -come si dice-, i giovani sono più fragili forse, ma certamente più recettivi. Bisogna parlargli.
17) Parliamo della scuola Louis Massignon, presente a Napoli dall’autunno del 1989, all’indomani della morte di Jerry Essan Maslo, un giovane rifugiato sudafricano, ucciso dopo aver subito una rapina nell’estate del 1989 a Villa Literno…
Una storia triste ed emblematica: Jerry veniva dall’apartheid e aveva il sogno di un mondo più giusto. Trovò invece razzismo e morte. Come italiani dobbiamo chiederci: é questo il modello che offriamo? Per questo combatterono i costruttori del sogno europeo? Per questo fu sconfitto il nazifascismo? Su questo si basa lo storico umanesimo italiano? Jerry lo ricordiamo sempre, assieme ad altri, come l’amico che cercava una vita migliore. Ci aveva frequentato. Era certamente un nuovo europeo… Con altre storie, quella di Jerry é all’origine del nostro lavoro con gli immigrati: le mense, le scuole di lingua e cultura, il movimento Genti di Pace. La sua morte colpì molto l’Italia: ricordo che l’allora Presidente della Repubblica Cossiga mandò a Sant’Egidio il telegramma di condoglianze del popolo italiano. Eravamo la sua famiglia.
18) L’ultimo film visto?
“Mia Madre” di Nanni Moretti. Un film profondo sul rapporto tra le generazioni, con tutte le sue contraddizioni, ma con un legame che non si rompe. È un messaggio importante mentre tanti anziani vengono abbandonati. Ho studiato con la madre di Moretti al liceo Visconti a Roma. Era così. Una donna saggia e di grande cultura. Gli studenti e i libri erano la sua passione.
19) L’ultimo libro letto?
“Elogio dei poveri. In un tempo in cui i poveri fanno paura” di Marco Gnavi. È il parroco di Santa Maria in Trastevere che riflette su come, a partire dai poveri, si può umanizzare il nostro tempo. Una grande lettura spirituale che mi ha fatto bene.
20) L’ultimo errore fatto?
Non aver dedicato il mio ultimo libro sui cristiani martiri ad Abish, bambino pakistano cristiano delle nostre scuole della pace morto in un attentato terroristico a Lahore. Lo faccio ora grazie alla sua intervista. La ringrazio.

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