Archivio tag: Migranti

Reuters 20170615

Sbagliato attaccare l’umanitario: è il nostro miglior made in Italy

Huffington Post del 9 agosto 2017

di Marco Impagliazzo

La visita a Roma dell’inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé, ha il vantaggio di riportare il dibattito sulla questione libica a livello internazionale. Va ripresa, infatti, una forte iniziativa sotto l’egida dell’ONU per affrontare una crisi geopolitica e umanitaria di vaste dimensioni che nessun paese da solo è in grado di risolvere. L’Italia, che tra l’altro oggi siede nel Consiglio di Sicurezza, appoggia con forza questa iniziativa. La Comunità di Sant’Egidio, in accordo con l’ONU, nei mesi scorsi ha favorito il dialogo politico tra alcune città della Tripolitania per stabilizzare la regione. Lo stesso con le tribù del Fezzan.

La ricostruzione dell’unità della Libia, la sua pacificazione e il ristabilimento di un governo internazionalmente riconosciuto permetterebbero, tra l’altro, di affrontare con efficacia la questione migratoria, lo sfruttamento di esseri umani con sofferenze e anche morti. E’ un tema che, al di là delle polemiche politiche di questi giorni, si presenta come una questione di lungo periodo.

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Impagliazzo: “Caccia alle ONG ora basta, si perseguano i trafficanti”

Eco di Bergamo del 5 agosto 2017

di Francesco Anfossi

Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio: il caso «luventa» è un’eccezione, leggi rispettate «Si sta diffondendo un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa soltanto a salvare vite in mare»

«Il problema non è dare la caccia alle Ong ma perseguire i trafficanti», commenta Marco Impagliazzo, storico e presidente della Comunità Sant’Egidio. «Mi pare che il dibattito cui assistiamo sia distorto. Le Ong non sono organizzazioni criminali, ma organizzazioni umanitarie: fanno un grande lavoro di sostegno alla società, supplendo spesso a funzioni che dovrebbero essere svolte dagli Stati europei. E invece si sta diffondendo con una certa malizia un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa solo a salvare vite in mare». 
Eppure il caso della nave «luventa» è a dir poco inquietante.

«Su questo caso farà chiarezza la magistratura. Al momento è difficile esprimere un giudizio su una vicenda come questa. Ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di un’eccezione e che in genere le Ong rispettano le leggi del mare e le convenzioni internazionali».
Nove Ong su tredici non hanno aderito al Codice di comportamento del Viminale per le navi che effettuano salvataggi nel Canale del Mediterraneo.
«La questione fondamentale della controversia tra queste Ong e il ministero degli Interni è la presenza a bordo di funzionari armati, disposizione contraria allo statuto delle Ong adottato in tutti i Paesi in cui intervengono, non solo nel Mediterraneo. L’altro punto di contrasto è la proibizione dettata dal Codice del trasbordo dei naufraghi in navi più attrezzate, che può apparire come una pura limitazione ai salvataggi. Ma questo non vuol dire che vi sia una divisione netta tra Ong e Stato italiano. So per certo che generalmente tutte queste Ong collaborano attivamente e reciprocamente con la Guardia costiera».
Non pensa che anche nei soccorsi in mare sia necessario aderire a un codice di comportamento per evitare l’anarchia?
«È giusto regolamentare, ma non è giusto denigrare chi salva vite in mare. Il Viminale non sta denigrando nessuno, ma una parte della politica è saltata su questa vicenda per dare addosso alle Ong. Tutto ciò è sbagliato e carico di conseguenze per il futuro di organizzazioni impegnate a salvare vite e a migliorare le condizioni di tanta gente in tanti scenari del mondo, non solo nel Canale di Sicilia».

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Il vero allarme. Morti in mare e deficit di umanità

Avvenire del 4 agosto 2017

Editoriale di Marco Impagliazzo

Da qualche tempo l’opinione pubblica è costantemente aggiornata sui numeri degli approdi di profughi sulle nostre coste. Quotidianamente si contano gli arrivi e le variazioni rispetto agli armi precedenti, evidenziando un quadro emergenziale, anche se luglio 2017 ha segnato numeri complessivi in calo. Il messaggio subliminale è che le persone approdate in Italia sono comunque troppe. Questo contribuisce ad alimentare l`allarme sociale e offusca visioni più equilibrate della questione. Più raramente o molto poco, si parla delle proporzioni della straziante carneficina che è l`attraversamento del Mediterraneo: dal Medio Oriente e dall`Africa verso l`Europa. Eppure i morti in mare – uomini, donne e bambini – rappresentano una ferita, che brucia e fa male. Non è un caso che il primo viaggio di papa Francesco, l`8 luglio 2013, fu a Lampedusa: «Chi ha pianto – disse – per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? La globalizzazione dell`indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Questo il problema: di fronte a tante notizie di dolore, sembra che la nostra società abbia perso la capacità di piangere. Eppure il vero allarme e il punto di partenza di ogni ragionamento è – e dovrebbe essere per tutti – il dolore per la perdita di queste vite umane. Molto è stato fatto dagli ultimi governi italiani, attraverso la Guardia costiera e la Marina militare per salvare vite nel Mediterraneo. Significativa è l`opera di Ong italiane e internazionali a sostegno di queste operazioni di salvataggio (e di altre) nel pieno rispetto delle leggi internazionali e del mare. Oggi alcune Ong non hanno accettato il “Codice di condotta”, proposto dalViminale, perché sostengono che alcune regole rischiano di snaturarne l`identità. In particolare quelle che prevedono la presenza a bordo di funzionari «armati» e il fatto che a bordo si debba contribuire alle attività investigative e di polizia. Si tratta di valutazioni legittime e di rimostranze comprensibili, sulle quali si può e si deve ragionare e al quale sembra abbastanza agevole trovare risposta. Del resto, siamo davanti a un “Codice di condotta” e non a una nuova legge dello Stato. Ciò che più preoccupa è che – da parte di alcuni esponenti del mondo politico, intellettuale e informativo – si continui a diffondere il sospetto sull`opera di salvataggio di queste organizzazioni che operano nel totale rispetto delle leggi internazionali e di quelle più antiche del mare. Naturalmente tutti sono chiamati ad agire nell`ambito della legalità, e dunque vedremo gli esiti delle indagini su una di esse, tedesca, che hanno portato al sequestro della barca che sta utilizzando nel Mediterraneo. È strano, però, che gli uomini e le donne di organizzazioni benemerite come “Me dici senza frontiere”, quando operano in Asia, in Africa o in America Latina sono considerati al pari di eroi, mentre se agiscono ai bordi dell`Europa vengono guardati e indicati addirittura con sospetto. Le polemiche di questi giorni non aiutano a dare risposte alla questione migratoria. Perché è di risposte che abbiamo bisogno e non di continue polemiche. Una di queste sono i corridoi umanitari che non solo rispondono alla grande crisi umanitaria dalla guerra in Siria o dalle terribili condizioni nel Corno d`Africa, ma sono anche liberazione dai mercanti di vite umane. Il giro d`affari della criminalità organizzata sugli sbarchi effettuati da12011 a oggi ammonterebbe a più di 4 miliardi di euro, con un aumento di oltre 300 punti percentuali nel triennio 2014-16 rispetto al precedente. L`iniziativa dei corridoi umanitari, partita nel gennaio de12016, nasce come risposta alle tante tragedie davanti alle nostre coste. Ma è la possibilità che la Chiesa e le comunità cristiane offrono, d`intesa con le autorità civili, ai profughi di non barattare il rischio della vita con l`esigibilità del diritto alla protezione, rendendolo illusorio.
I corridoi, canali di accesso sicuri e regolari dei migranti, sono anche I una proposta agli Stati europei di un modello per affrancarsi dalla contraddizione di disporre di un quadro giuridico molto avanzato, forse il più garantista al mondo, ma al tempo stesso di difficilissima applicazione. I corridoi aprono al tema della sponsorship da introdurre in Italia e a quello di ricongiungimenti familiari più ampi e semplici. Tanti immigrati sono irregolari, soltanto perché non è possibile il ricongiungimento familiare, prima forma d`integrazione in una società. Insomma dai corridoi s`intravede un modello ben regolato di governo delle richieste di asilo. Va inoltre affrontato il tema più complessivo delle vie legali d`ingresso di migranti, anche attraverso quote, vera alternativa all`illegalità e alle tragedie. Tutte queste possono essere le risposte di un`Europa per cui il diritto, la solidarietà e la democrazia non siano soltanto – come ha detto il Papa – la «sua ultima utopia».

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Impagliazzo: “Il muro di Calais accentuerà i problemi anziché risolverli”

Vatican Insider del 09/09/2016

di Francesco Peloso

Il Presidente della Comunità di Sant’Egidio ricorda che l’Europa è fondata sulla solidarietà e sul Diritto, per gestire poche migliaia di persone non c’è bisogno di muri

Un nuovo muro sta sorgendo a Calais, in Francia, ultima tappa sul continente prima di raggiungere la Gran Bretagna. Parigi ha deciso la costruzione – con fondi anche inglesi – dell’ennesima barriera che dovrà proteggere e difendere il traffico commerciale e non, in transito verso la Manica. Dietro il nuovo muro qualche migliaia di immigrati, la cosiddetta «giungla» di Calais. Abbiamo chiesto al presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, una valutazione su quanto sta accadendo.

Un nuovo muro per fermare gli immigrati sta sorgendo in Europa, e questa volta è costruito da due grandi nazioni del vecchio continente, la Francia e la Gran Bretagna. Che significato ha questa scelta?  

«Significa che purtroppo la storia non ha insegnato molto, nel senso che i muri costruiti negli ultimi anni e nel secolo scorso, hanno solo diviso le popolazioni e non hanno mai risolto i problemi anzi, semmai li hanno accentuati. Come questo muro a Calais che sta ingigantendo un problema molto relativo, perché stiamo parlando di 3mila persone accampate dietro quel muro; stanno facendo di un piccolo problema un problema molto più grande e dando un’immagine che non giova all’Europa sotto tanti punti di vista, a partire dal fatto che l’Europa dovrebbe essere il continente fondato sulla solidarietà e sul Diritto».

Però anche a Calais ci sono state proteste, sia della popolazione locale che dei camionisti, di chi deve attraversare il confine. Come si affronta questo aspetto del problema?  

«Vorrei dire innanzitutto una parola a favore della Gran Bretagna che è uno dei pochi paesi europei che sta mettendo in atto la ricollocazione dei migranti come era stato richiesto dall’Europa (ovvero la distribuzione dei migranti fra le varie nazioni e poi all’interno del proprio territorio, ndr), seppure con cifre molto basse; tuttavia la Gran Bretagna risponde applicando la legge, è un piccolo fatto positivo che va ricordato. Ma oltre ciò va ripetuto ancora una volta che tutta la questione può essere affrontata solo in una dimensione europea, e l’Europa non ha ancora accettato di affrontare il problema – così come pure l’Italia ha proposto – secondo un approccio che comunque garantisca a queste persone un collocamento dignitoso».

La logica del muro è dunque anche miope…  

«In sostanza: più noi allarghiamo il muro più queste persone sceglieranno strade pericolose per attraversa il mare, la Manica, o provocheranno incidenti sulla strada di Calais (gruppi di immigrati nei pressi della cittadina francese provocano blocchi del traffico per intrufolarsi sui mezzi in transito verso la Gran Bretagna, ndr). Non è il muro che può risolvere il problema ma le politiche. Io credo che la Francia stia scaricando il problema, la Francia invece deve assumersi le proprie responsabilità perché questi cittadini sono sul suo territorio e vengono tenuti in condizioni fortemente precarie. È un problema che dovrebbe essere affrontato e condiviso a livello di strategie europee, di fenomeni migratori, e non a livello di muri. Per sistemare 3mila o 6mila persone, non c’è bisogno di un muro».

Tuttavia è proprio sul tema migranti che l’Europa sta vivendo una situazione critica: muri che sorgono dappertutto, dall’Ungheria alla Francia, movimenti xenofobi che guadagnano consensi, c’è un cortocircuito in atto, cosa sta accadendo?  

«Bisogna tenere conto di vari aspetti. In primo luogo la cattiva informazione che viene data sul fenomeno migratorio sempre in termini di invasione, di sottrazione del lavoro da parte dei migranti, di rischio terrorismo, di paura dell’islam. C’è una cattiva informazione che gira intorno al tema migratorio in forza della quale le popolazioni invece di essere pronte ad affrontarlo in termini positivi lo guardano sempre in termini negativi. Qui devo dire per contrasto che l’esperienza dei corridoi umanitari che abbiamo messo in piedi con le Chiese protestanti, ha attivato la società civile in maniera intelligente e generosa. Oggi abbiamo più richieste da parte di famiglie, comunità parrocchie e imprenditori, di quanti “visti” abbiamo a disposizione per i corridoi umanitari, sembrerà paradossale ma è così. La gente è pronta ad accogliere se il discorso viene presentato in maniera corretta. Sono vent’anni che assistiamo a predicazioni di odio verso gli immigrati, in tale contesto va dato atto ad Angela Merkel di aver mantenuto una posizione favorevole all’accoglienza nonostante l’argomento facesse perdere voti».

Quali altri cause sono all’origine di questa ondata di paura?  

«Troppo poco si spiega l’incidenza positiva che hanno gli immigrati sul pil (prodotto interno lordo, ndr) dei vari paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna che è una di quelle che guadagna di più dalla presenza di migranti. Inoltre ci sono problemi relativi ai paesi dell’Europa orientale chiusi verso tutto ciò che è islam o non è cristiano, in cui crescono forme sempre più estreme di nazionalismo. Infine conta il fatto che non ci sia stata una vera condivisione del problema a livello europeo, il caso italiano in questo senso è emblematico. L’Italia infatti insieme alla Grecia si è assunta un peso davvero eccessivo della questione senza ricevere nessun aiuto da parte dell’Europa, e in tal senso il tema del mancato ricollocamento fra i diversi paesi dell’Unione è l’esempio più clamoroso».

Il flusso di migranti sembra ormai da qualche tempo molto caratterizzato da ondate di profughi provenienti da zone di guerra: Medio Oriente, Siria, Iraq, nord Africa, Africa sub sahariana; alla fine è questa la radice del problema?  

«La radice è questa in gran parte. Ormai fare il ragionamento sui migranti solo economici non ha più senso. È impossibile la divisione fra questi ultimi e chi fugge da una guerra, si tratta di categorie ormai saltate del tutto; cosa vuol dire infatti valutare uno che scappa dalla Siria come migrante economico? Certo si tratta di qualcuno che cerca anche un futuro, quindi in parte è anche un migrante economico, ma sarebbe rimasto volentieri in Siria. Sono categorie e distinzioni che non reggono più, noi dobbiamo aggiornarle; ma rivolgo soprattutto un appello agli Stati europei: unitevi alla società civile, chiedete alla società civile, la politica non ha più le soluzioni. La politica deve assolutamente passare per un nuovo rapporto con la società civile che spesso ha soluzioni molto più avanzate tipo quella dei corridoi umanitari o della sponsorship: ci sono migliaia di europei che sono pronti a essere sponsor di immigrati. Uscite dai palazzi, parlate con la società civile e collaborate con essa».

Fra pochi giorni, il 20 settembre, il Papa torna ad Assisi (un evento organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio insieme ai Francescani) e con lui tanti leader religiosi, per parlare di pace. Ma appunto questo resta un nodo irrisolto: l’Europa, la diplomazia, sono assenti davanti alle grandi crisi umanitarie, ai conflitti, che causano molti dei problemi di cui parliamo; non crede si tratti di un nodo irrisolto importante, di aspetto decisivo per affrontare alla radice il problema?  

«Certo, a forza di piangere su noi stessi, di riflettere sulla crisi che sta attraversando l’Europa e di parlare di nostra impotenza, stiamo diventando corresponsabili di situazioni internazionali drammatiche che non riusciamo più a risolvere perché appunto amiamo piangere su noi stessi. Invece l’Europa deve assumersi le responsabilità storiche, sociali e umane che le competono e che vengono dalla sua storia. Lungo la strada che stiamo seguendo, al contrario, passiamo dall’impotenza alla corresponsabilità. Basta col dire: non si riesce a risolvere la crisi siriana, in realtà non si vuole risolvere la crisi siriana. La cosa naturalmente non riguarda solo l’Europa, però il quadro è questo. Si passa il tempo ad assegnare le varie colpe, si dice c’è l’Arabia Saudita, l’Iran, la Russia, Hezbollah, ma poi, alla fine? Ora basta, non possiamo continuare a dire: non è possibile».

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Non rifare la “cortina”

Avvenire, 8 marzo 2016

Editoriale di Marco Impagliazzo

70 anni dopo tentazioni e antidoti

Settant’anni fa, il 15 marzo 1946, a Fulton, nel Missouri, Winston Churchill pronunciava uno dei suoi discorsi più famosi, descrivendo con poche, efficaci parole, quanto stava accadendo nell`Europa dell`immediato dopoguerra: «Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull`Adriatico, una cortina di ferro è calata a dividere il continente».

Il leader britannico coglieva lo scenario che andava delineandosi, quello dell`ordine di Jalta, destinato a imprigionare il Vecchio Continente nei decenni a seguire. Qualcuno, ricordando in questi giorni l`anniversario del discorso di Fulton, non è potuto sfuggire al fascino del paragone con l`oggi. Una sorta di nuova “cortina di ferro”, fatta di controlli più rigorosi, barriere protettive, fili spinati, muri più o meno alti, che sta spuntando qua e là in Europa, frutto non di una polarizzazione ideologica o di un confronto geopolitico, bensì di spinte nazionalistiche e umorali, e che sfregia il continente non con un solo taglio verticale, bensì con tante diverse ferite. Proprio in quei Balcani che più avevano sofferto del muro di Jalta nuovi muri tentano di bloccare l`ingresso di gente in fuga da una terribile e lunga guerra come quella siriana. Idomeni, tra la Grecia e la Macedonia, dove la polizia dell`ex repubblica jugoslava usai lacrimogeni per fermare donne e bambini; Morahalom, uno dei mille posti di frontiera dove si è proceduto all`erezione del muro anti-rifugiati voluto dal governo ungherese; l`altissima barriera metallica di Ceuta, enclave spagnola in Marocco; questi e tanti altri centri sono le nuove Stettino, le nuove Trieste, i nuovi checkpoint Charlie, che meriterebbero almeno un po` di quell`indignazione che si poteva cogliere nel discorso di Churchill. Sì, perché la nuova “cortina di ferro”, così come l`antica, produce i suoi morti. Anzi, ne causa di più. Più di 3.500 persone sono annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nel 2015, quasi 500 nei primi due mesi di quest` anno. La nuova “cortina di ferro”, così come quella disfattasi 25 anni fa, genera dolore, disperazione. Dato che per chi è sopravvissuto alla traversata del mare la prospettiva è la fame, il dormire all`addiaccio o nelle “jungle” di Calais o Dunkerque. Come ha annotato qualche giorno fa Lucio Caracciolo, direttore di Limes: «Gli storici futuri non daranno un giudizio positivo sulla nostra gestione della questione migrazione». Un po` come facciamo oggi noi guardando ai guasti dell`ordine di Jalta.
Eppure sarebbe possibile immaginare e mettere in pratica un altro tipo di approccio. Per evitare un altro anno di morti in mare, l`angoscia dei profughi intrappolati in Grecia, la violenza alle frontiere. Degli esempi di come si possano costruire non dei muri, ma dei corridoi umanitari, dei passaggi sicuri, esistono. Proprio domenica scorsa papa Francesco ha voluto richiamarne uno: «Come segno concreto di impegno per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l`iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto-pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica». Non si tratta di abdicare al controllo delle frontiere. Si tratta di evitare che una nuova “cortina di ferro” cada sull`Europa, non tenendo conto dei principi ispiratori che hanno dato vita alla Comunità europea proprio nel dopoguerra: pace, solidarietà, certezza del diritto. La risposta dell`Europa a quanto sta accadendo alle sue porte potrebbe essere molto diversa. Una risposta di grande speranza di fronte al disordine mondiale, ma anche di riaffermazione della propria identità umana e solidale. Un sussulto di umanità che farebbe uscire dal malessere triste e disincantato che avvolge tanti Paesi europei attanagliati da crisi di varia natura, e darebbe una nuova speranza, nuova linfa, una stessa misura di legalità e giustizia e un alfabeto comune a vecchi e nuovi europei. Insieme.

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