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La realtà urbana e ciò che oggi ci chiede. Nella zuffa in città si può vedere il bene

Da Avvenire del 25 gennaio 2017

di Marco Impagliazzo

Zygmunt Bauman ci ha aiutato a leggere la realtà contemporanea, il mondo in cui viviamo, come un grande scenario ‘liquido’, in cui l’orizzonte è a breve termine, l’obiettivo è viaggiare leggeri, il riferimento è l’individuo, l’incertezza e la paura la fanno da padroni. L’orizzonte dell’uomo contemporaneo è oggi la città. La Conferenza degli episcopati latinoamericani all’assemblea di Aparecida del 2007 affermava: «La fede ci insegna che Dio vive nella città, in mezzo alle sue gioie, ai suoi desideri e alle sue speranze, come anche in mezzo ai suoi dolori e alle sue sofferenze».

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Intervista a Marco Impagliazzo: “Tenere questi giovani ai margini significa fare il gioco dei terroristi”

La Stampa, 4 gennaio 2016

Sullo ius soli si annuncia battaglia in Senato. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, considera «miope» opporsi alla riforma .
«Credo che la soluzione trovata alla Camera sia non ottimale ma positiva in questo momento storico. E credo che discutere troppo a lungo avrebbe come unico effetto la perdita di un’occasione importante di fare di questi ragazzi dei cittadini italiani a pieno titolo».
È l’effetto Bataclan: la strage di Parigi ha creato molti timori e una parte del mondo politico ha deciso di farsene interprete. 
«In Italia abbiamo tutte le energie culturali e storiche per favorire l’integrazione. Non è un pericolo accogliere grazie allo ius soli, lo è tenerli ai margini: significa fare il gioco dei terroristi. È nelle fasce più marginalizzate degli stranieri che il terrorismo cresce e si alimenta, non nelle fasce integrate nella società».
L’Italia non ci guadagna nulla, offrire la cittadinanza a chi nasce e a chi studia porta solo nuovi pericoli, sostengono i contrari allo ius soli. 
«L’accoglienza fa parte dei valori di umanità e solidarietà su cui si basa la cultura italiana. Approvare la nuova legge è un banco di prova per la tenuta di questi valori e di un modo per favorire un’integrazione che è già in corso. Si tratta solo di completare il percorso di crescita di queste persone sulla base dei nostri valori».
E dal punto di vista economico? 
«È l’altro, enorme vantaggio per l’Italia. Abbiamo grande bisogno di giovani, di forze nuove. Lo dice la demografia che nel nostro Paese è in preoccupante calo. È miope non vedere la grande carica di energia positiva rappresentata dagli stranieri per la nostra economia».
La solidarietà e l’accoglienza fanno parte dei valori italiani ma anche del mondo cattolico. Eppure anche fra i cattolici non mancano le divisioni su questo tema.
«Chiunque si opponga a questo processo non fa i conti con la storia e ha perso il contatto con la realtà. Veniamo da un passato fatto di emigrazione e di integrazione: il nostro dovere è integrarle, non respingerle».

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Marco Impagliazzo su Roma: “La Chiesa lanci una riflessione sul futuro della città”

 

SIR Servizio Informazione Religiosa, 26 agosto 2015

di Maria Chiara Biagioni

È l’auspicio di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che non si nasconde i mali della città e delle persone che la vivono: tanto individualismo, solitudine e assenza di responsabilità. E rilancia con una domanda: “Che cosa vogliamo fare di Roma?”. A partire dalle sue periferie, ormai “luoghi dormitorio dove praticamente non ci sono punti di aggregazione”

Per la sua carica di presidente della Comunità di Sant’Egidio,Marco Impagliazzo è diventato nel tempo un cittadino del mondo alle prese con le sfide delle povertà, del dialogo tra i popoli, della risoluzione dei conflitti. Ma Marco Impagliazzo è nato, cresciuto ed ha studiato a Roma. Lo abbiamo intervistato in questa “veste” di cittadino romano, per sapere cosa pensa della sua città dopo i ripetuti scandali di malavita e malaffare che stanno ripetutamente scuotendo la città eterna.
Di che cosa è malata Roma?
“Roma è malata innanzitutto di individualismo, nel senso che mancano le comunità. Mancano le comunità di riferimento che c’erano nel passato. Mancano le reti sociali che hanno fatto la vita dei nostri quartieri e delle nostre periferie fino a 20 anni fa. In questo senso è una malattia di solitudine e di isolamento delle persone. Più che Roma è malata, sono malate le persone di solitudine che vivono in questa città. L’assenza di reti e di comunità – se non quelle della Chiesa e delle parrocchie che però ancora faticano a registrarsi con l’invito di Francesco a uscire – fa sì che molte persone si sentano sole e senza punti di riferimento. E soprattutto le periferie sono diventate ormai luoghi dormitorio dove praticamente non ci sono punti di aggregazione”.
Quando ci fu l’appello di Gassman ad armarsi di scopa per ripulire la città, in pochissimi hanno aderito. Anzi, alcuni lo hanno criticato. Non fu così a Milano dove i cittadini scesero per strada a pulire dopo le devastazioni dei black bloc il primo maggio. Come si configura la tipologia del romano medio di fronte alle sfide che presenta Roma?
“Più che della tipologia del romano medio, direi che effettivamente ci si è abituati ad una città di cui nessuno più ha la responsabilità. Di cui non ci si sente più responsabili, in parte perché è mancata una visione sulla città e la politica non ha saputo esprimere una prospettiva e dire che cosa vogliamo fare di Roma. Non si sono sentiti più discorsi o convegni a questo livello. Non si sono più ascoltate grandi idee su Roma. E quindi da una parte è diventato normale chiedersi: perché devo pulire io la città? E con quale prospettiva? E dall’altra assistiamo ad una deresponsabilizzazione. Naturalmente ognuno di noi ha una colpa nel vedere una città non curata nei suoi tanti aspetti”.
Questa è la situazione. Da dove può nascere un sussulto per ridare dignità ad una città che è la più bella del mondo: sede della cristianità e culla della civiltà romana?
“Non vedo che cosa possa nascere nell’amministrazione e nelle forze politiche che sono alle prese con problemi interni e problemi di gestione del Campidoglio, che poi non interessano i romani della periferia e non interessano i romani in genere. Credo invece che la Chiesa dovrebbe lanciare una grande iniziativa di riflessione sulla città. Cosa vogliamo fare di Roma? Siccome questa iniziativa per almeno 10 anni non è venuta dalla classe politica, forse oggi la Chiesa potrebbe farsi carico di questa iniziativa”.
Ma perché la Chiesa?
“Perché la Chiesa ha un presenza capillare, è presente in tanti parti della città, ne conosce le sofferenze, ma anche le sue prospettive e le sue realtà positive. È rimasta l’unico o uno dei pochissimi luoghi di aggregazione pur con tutti i suoi limiti, anche se fa ancora fatica a mettersi in uscita come ci chiede papa Francesco. Ma è sicuramente una Chiesa che ha toccato tante ferite della città, che ogni giorno si mette in ascolto dei dolori dei suoi abitanti e soprattutto può con uno sguardo di Misericordia – come ci chiede il prossimo anno santo – tirar fuori qualche grande idea dalla sua storia”.
Ma secondo lei la Chiesa di Roma è all’altezza di questo compito?
“A livello di tante parrocchie si fanno cose importanti. Tutto sta ad uscire, perché il territorio è più grande del confine di una parrocchia e uscire significa mettersi negli ambienti dove le persone vivono, lavorano, operano”.
Da romano, che augurio fa alla sua Roma?
“Da romano mi auguro che Roma sia sempre la città dell’accoglienza per tutti coloro che vengono. Roma ha più del 10% dei suoi cittadini che sono immigrati. Mi auguro allora che Roma sia una città dove si impari a vivere insieme, che possa diventare un esempio di come si può vivere pacificamente. E poi mi auguro una città che si prenda cura dei suoi tanti abitanti, soprattutto di quelli che vivono nelle periferie”.

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