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Impagliazzo: “Il muro di Calais accentuerà i problemi anziché risolverli”

Vatican Insider del 09/09/2016

di Francesco Peloso

Il Presidente della Comunità di Sant’Egidio ricorda che l’Europa è fondata sulla solidarietà e sul Diritto, per gestire poche migliaia di persone non c’è bisogno di muri

Un nuovo muro sta sorgendo a Calais, in Francia, ultima tappa sul continente prima di raggiungere la Gran Bretagna. Parigi ha deciso la costruzione – con fondi anche inglesi – dell’ennesima barriera che dovrà proteggere e difendere il traffico commerciale e non, in transito verso la Manica. Dietro il nuovo muro qualche migliaia di immigrati, la cosiddetta «giungla» di Calais. Abbiamo chiesto al presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, una valutazione su quanto sta accadendo.

Un nuovo muro per fermare gli immigrati sta sorgendo in Europa, e questa volta è costruito da due grandi nazioni del vecchio continente, la Francia e la Gran Bretagna. Che significato ha questa scelta?  

«Significa che purtroppo la storia non ha insegnato molto, nel senso che i muri costruiti negli ultimi anni e nel secolo scorso, hanno solo diviso le popolazioni e non hanno mai risolto i problemi anzi, semmai li hanno accentuati. Come questo muro a Calais che sta ingigantendo un problema molto relativo, perché stiamo parlando di 3mila persone accampate dietro quel muro; stanno facendo di un piccolo problema un problema molto più grande e dando un’immagine che non giova all’Europa sotto tanti punti di vista, a partire dal fatto che l’Europa dovrebbe essere il continente fondato sulla solidarietà e sul Diritto».

Però anche a Calais ci sono state proteste, sia della popolazione locale che dei camionisti, di chi deve attraversare il confine. Come si affronta questo aspetto del problema?  

«Vorrei dire innanzitutto una parola a favore della Gran Bretagna che è uno dei pochi paesi europei che sta mettendo in atto la ricollocazione dei migranti come era stato richiesto dall’Europa (ovvero la distribuzione dei migranti fra le varie nazioni e poi all’interno del proprio territorio, ndr), seppure con cifre molto basse; tuttavia la Gran Bretagna risponde applicando la legge, è un piccolo fatto positivo che va ricordato. Ma oltre ciò va ripetuto ancora una volta che tutta la questione può essere affrontata solo in una dimensione europea, e l’Europa non ha ancora accettato di affrontare il problema – così come pure l’Italia ha proposto – secondo un approccio che comunque garantisca a queste persone un collocamento dignitoso».

La logica del muro è dunque anche miope…  

«In sostanza: più noi allarghiamo il muro più queste persone sceglieranno strade pericolose per attraversa il mare, la Manica, o provocheranno incidenti sulla strada di Calais (gruppi di immigrati nei pressi della cittadina francese provocano blocchi del traffico per intrufolarsi sui mezzi in transito verso la Gran Bretagna, ndr). Non è il muro che può risolvere il problema ma le politiche. Io credo che la Francia stia scaricando il problema, la Francia invece deve assumersi le proprie responsabilità perché questi cittadini sono sul suo territorio e vengono tenuti in condizioni fortemente precarie. È un problema che dovrebbe essere affrontato e condiviso a livello di strategie europee, di fenomeni migratori, e non a livello di muri. Per sistemare 3mila o 6mila persone, non c’è bisogno di un muro».

Tuttavia è proprio sul tema migranti che l’Europa sta vivendo una situazione critica: muri che sorgono dappertutto, dall’Ungheria alla Francia, movimenti xenofobi che guadagnano consensi, c’è un cortocircuito in atto, cosa sta accadendo?  

«Bisogna tenere conto di vari aspetti. In primo luogo la cattiva informazione che viene data sul fenomeno migratorio sempre in termini di invasione, di sottrazione del lavoro da parte dei migranti, di rischio terrorismo, di paura dell’islam. C’è una cattiva informazione che gira intorno al tema migratorio in forza della quale le popolazioni invece di essere pronte ad affrontarlo in termini positivi lo guardano sempre in termini negativi. Qui devo dire per contrasto che l’esperienza dei corridoi umanitari che abbiamo messo in piedi con le Chiese protestanti, ha attivato la società civile in maniera intelligente e generosa. Oggi abbiamo più richieste da parte di famiglie, comunità parrocchie e imprenditori, di quanti “visti” abbiamo a disposizione per i corridoi umanitari, sembrerà paradossale ma è così. La gente è pronta ad accogliere se il discorso viene presentato in maniera corretta. Sono vent’anni che assistiamo a predicazioni di odio verso gli immigrati, in tale contesto va dato atto ad Angela Merkel di aver mantenuto una posizione favorevole all’accoglienza nonostante l’argomento facesse perdere voti».

Quali altri cause sono all’origine di questa ondata di paura?  

«Troppo poco si spiega l’incidenza positiva che hanno gli immigrati sul pil (prodotto interno lordo, ndr) dei vari paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna che è una di quelle che guadagna di più dalla presenza di migranti. Inoltre ci sono problemi relativi ai paesi dell’Europa orientale chiusi verso tutto ciò che è islam o non è cristiano, in cui crescono forme sempre più estreme di nazionalismo. Infine conta il fatto che non ci sia stata una vera condivisione del problema a livello europeo, il caso italiano in questo senso è emblematico. L’Italia infatti insieme alla Grecia si è assunta un peso davvero eccessivo della questione senza ricevere nessun aiuto da parte dell’Europa, e in tal senso il tema del mancato ricollocamento fra i diversi paesi dell’Unione è l’esempio più clamoroso».

Il flusso di migranti sembra ormai da qualche tempo molto caratterizzato da ondate di profughi provenienti da zone di guerra: Medio Oriente, Siria, Iraq, nord Africa, Africa sub sahariana; alla fine è questa la radice del problema?  

«La radice è questa in gran parte. Ormai fare il ragionamento sui migranti solo economici non ha più senso. È impossibile la divisione fra questi ultimi e chi fugge da una guerra, si tratta di categorie ormai saltate del tutto; cosa vuol dire infatti valutare uno che scappa dalla Siria come migrante economico? Certo si tratta di qualcuno che cerca anche un futuro, quindi in parte è anche un migrante economico, ma sarebbe rimasto volentieri in Siria. Sono categorie e distinzioni che non reggono più, noi dobbiamo aggiornarle; ma rivolgo soprattutto un appello agli Stati europei: unitevi alla società civile, chiedete alla società civile, la politica non ha più le soluzioni. La politica deve assolutamente passare per un nuovo rapporto con la società civile che spesso ha soluzioni molto più avanzate tipo quella dei corridoi umanitari o della sponsorship: ci sono migliaia di europei che sono pronti a essere sponsor di immigrati. Uscite dai palazzi, parlate con la società civile e collaborate con essa».

Fra pochi giorni, il 20 settembre, il Papa torna ad Assisi (un evento organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio insieme ai Francescani) e con lui tanti leader religiosi, per parlare di pace. Ma appunto questo resta un nodo irrisolto: l’Europa, la diplomazia, sono assenti davanti alle grandi crisi umanitarie, ai conflitti, che causano molti dei problemi di cui parliamo; non crede si tratti di un nodo irrisolto importante, di aspetto decisivo per affrontare alla radice il problema?  

«Certo, a forza di piangere su noi stessi, di riflettere sulla crisi che sta attraversando l’Europa e di parlare di nostra impotenza, stiamo diventando corresponsabili di situazioni internazionali drammatiche che non riusciamo più a risolvere perché appunto amiamo piangere su noi stessi. Invece l’Europa deve assumersi le responsabilità storiche, sociali e umane che le competono e che vengono dalla sua storia. Lungo la strada che stiamo seguendo, al contrario, passiamo dall’impotenza alla corresponsabilità. Basta col dire: non si riesce a risolvere la crisi siriana, in realtà non si vuole risolvere la crisi siriana. La cosa naturalmente non riguarda solo l’Europa, però il quadro è questo. Si passa il tempo ad assegnare le varie colpe, si dice c’è l’Arabia Saudita, l’Iran, la Russia, Hezbollah, ma poi, alla fine? Ora basta, non possiamo continuare a dire: non è possibile».

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“I profughi? Non basta accoglierli, bisogna inserirli”

Vatican Insider, 19 aprile 2016

di Marco Galeazzi

Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo chiede all’Ue ricongiungimenti allargati e sponsor per l’integrazione

“A inizio maggio arriveranno altri 150 profughi. Il nostro obiettivo non è solo l’accoglienza ma l’inserimento, secondo il modello che sabato ha indicato Francesco conversando con i giornalisti sul volo di ritorno da Lesbo”. Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo traccia con “Vatican Insider” un primo bilancio dei corridoi umanitari, l’iniziativa avviata il 29 febbraio con i valdesi e il governo italiano.

Sabato Francesco vi ha affidato 12 rifugiati siriani. Quanti ne avevate già fatti arrivare in Italia attraverso i corridoi umanitari?  

“Il 29 febbraio abbiamo portato in Italia 97 profughi siriani e a inizio maggio ne arriveranno dalla Siria altri 150. Voleranno in Italia sempre attraverso il Libano che è il paese di transito. Sono ospitati in parte da Sant’Egidio in vari appartamenti e ostelli della comunità a Roma. Alcuni di loro, poi, sono stati accolti dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in Trentino e in altre regioni del centro-nord. Le comunità valdesi, invece, hanno ridistribuito i rifugiati tra diverse loro strutture sull’intero territorio nazionale.

 In quale condizione burocratica si trovano attualmente i profughi che avete accolto?  

“Sono tutti in attesa del riconoscimento della protezione umanitaria. Anche in questi giorni stanno facendo le pratiche per essere riconosciuti come rifugiati”.

 Come si svolgono le loro giornate?  

“Gli adulti stanno tutti frequentando corsi di lingua italiana, mentre i bambini sono stati iscritti a scuola. Molti ragazzi, poi, sono impegnati quotidianamente anche nei corsi di formazione al lavoro. Seguono un programma che non è solo di accoglienza ma di integrazione. Non sono stati parcheggiati in qualche centro”.

Quali sono gli obiettivi del vostro progetto?  

“Il fine è, come ha detto sabato il Papa, garantire l’accoglienza e l’integrazione, anche attraverso la formazione al lavoro. Dobbiamo aiutarli a inserirsi nel mondo del lavoro, al contrario di quanto accade purtroppo nei centri di identificazione dove i rifugiati trascorrono mesi e mesi senza fare nulla. Il nostro compito è intervenire subito sull’inserimento e l’integrazione”.

In cosa consistono i corridoi umanitari?  

“Sono una forma di sponsorship e cioè proprio quel meccanismo che manca nei paesi europei e che invece esiste in Canada e in altre nazioni. In Italia e in Europa ci sono associazioni e realtà in grado di sponsorizzare il viaggio, assicurare l’arrivo dei profughi in condizioni di sicurezza e garantire la loro permanenza, favorendo anche l’inserimento nella società. Non c’è ragione di impedire la sponsorship, eppure in Italia e in Europa ancora non esiste questa opportunità”.

Perché servono gli sponsor?  

“Non può fare tutto lo Stato. La sponsorizzazione favorirebbe viaggi più sicuri. In Europa manca anche una vera politica per favorire i ricongiungimenti familiari. E invece oggi nei paesi europei i ricongiungimenti sono molto restrittivi e limitati al coniuge e ai figli minorenni. In certe culture soprattutto mediorientali la famiglia è molto più ampia. Non c’è motivo di impedire il ricongiungimento a chi per esempio ha un cugino in Germania. Molti profughi hanno già in Europa parenti in grado di accoglierli”.

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«Corridoi umanitari, ultimo salvagente per i disperati». Intervista a Marco Impagliazzo

Il Mattino, 19 aprile 2016

Presidente Impagliazzo, non le sembra che ogni gesto di solidarietà, a partire dall’ultimo di Papa Francesco a Lesbo, venga perfino sopraffatto dalla realtà tragica? 

«Ogni gesto di solidarietà ha un valore in sé che aiuta delle persone, come le dodici persone che sono arrivate con il Papa al rientro da Lesbo. Si sono salvate da una situazione difficile. Purtroppo la grande sofferenza che arriva con i nuovi morti scuote le coscienze ed incita cosa fare di più non come fare di meno».
Marco Impagliazzo è il presidente della Comunità di Sant’Egidio che ha accolto i dodici siriani giunti in Italia con il Papa sabato scorso. Ora è in partenza per l’Africa dove l’azione della «diplomazia» parallela della solidarietà praticata dalla Comunità consente di intercettare quasi in tempo reale problemi ed emergenze dei flussi migratori proprio dove nascono.
Ad un anno esatto da un’ altra tragedia del mare sembra riproporsi sempre lo stesso interrogativo: cosa si può fare di più? 
«L’Europa deve tornare a ragionare come un continente che riscopre i principi della difesa dei diritti umani e della solidarietà. Alcuni Paesi europei, tranne l’Italia e la Grecia che fanno uno sforzo oltre i loro limiti, non si mostrano solidali sul tema della ricollocazione».
Basta mettere in moto la ricollocazione dei profughi? 
«Bisogna innanzitutto cambiare le politiche migratorie e cambiare alcuni principi come quelli di Dublino che costringono i migranti ad essere riconosciuti solo nel paese di arrivo. Chi non affronta in maniera solidale i problemi che abbiamo di fronte diventa colpevole e complice».
Da qualche mese la Comunità di Sant’Egidio ha sperimentato i corridoi umanitari. E una strada percorribile rispetto all’emergenza?
«È l’ultimo salvagente per i disperati. I corridoi umanitari garantirebbero sicurezza a chi accoglie e a chi viaggia. È una strada molto percorribile. Devo lodare l’Italia che ha avuto il coraggio politico di aver accolto la proposta della Comunità di Sant’Egidio e delle Chiese Evangeliche che ha consentito di individuare le persone con maggiori vulnerabilità».
Avete varato un progetto sperimentale per i corridoi umanitari. In cosa consiste?
«È un progetto sperimentale, in parte anche già attuato nei mesi scorsi, che intende evitare altre morti in mare e consentire a persone in condizioni di vulnerabilità di accedere al sistema di protezione internazionale attraverso l’ingresso legale sul territorio nazionale».
Quindi anche un’identificazione dai luoghi di partenza? 
«Sì, è una idea sicura perché chi viene è verificato fin dalla partenza. Non dobbiamo aspettare che arrivino in Europa perché vengano identificati. Potrebbe essere una buona pratica dei Paesi europei».
Il vostro osservatorio privilegiato sull’Africa e, soprattutto su quei Paesi dove si fugge per fame, guerre, carestie, fa prevedere l’incremento dei flussi migratori? 
«Sì, lo dico senza allarmismi. Aumenteranno i flussi, e non solo per la buona stagione che arriva. Ci sono scontri che nascono perfino per problemi climatici. Pochi giorni fa in Etiopia, lo scontro tra due etnie per motivi legati alla siccità ha provocato 140 morti»
Quindi, la proposta del Governo italiano di un piano di interventi in Africa è giusta? 
«È da seguire con grande interesse. È un piano che il presidente Renzi presenterà all’Europa che è imperniato su un piano di aiuti ai paesi africani. Coltiviamo la speranza che gli altri paesi europei raccolgano la proposta. Noi dobbiamo continuare a chiederci non cosa possiamo fare di meno ma cosa possiamo fare di più».

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L’ospitalità ai rifugiati di Lesbo è a totale carico del Papa. Intervista a Marco Impagliazzo

Il Giornale di Sicilia, 17 aprile 2016

L`INTERVISTA. Il presidente della Comunità di Sant`Egidio, Marco Impagliazzo: «Portano sulla loro pelle e nella psiche le conseguenze di guerre e violenze»

«Sono persone con nomi e storie, che vivono sul corpo e nella psiche le conseguenze di guerre e violenze. Arrivano in Italia nel rispetto delle regole e dei trattati internazionali, perché erano giunte a Lesbo prima dell`entrata in vigore dell`accordo con la Turchia».

Il presidente della Comunità di Sant`Egidio, Marco Impagliazzo, sottolinea l`importanza di un gesto che riesce a comunicare più di mille parole. Le tre famiglie di profughi siriani giunte a Roma con il Papa sono l`esempio concreto di cosa si potrebbe fare se si istituissero corridoi umanitari a partire dai Paesi di provenienza di chi fugge da guerre e disperazione.

«L`ospitalità di queste persone è a carico del Papa e del Vaticano. Tutto è stato fatto in accordo con i governi italiano e greco. La Comunità di Sant`Egidio ha fatto solo da facilitatore per individuare le famiglie», spiega Impagliazzo.

Come sono state scelte queste famiglie? «Si tratta di persone già richiedenti asilo per motivi umanitari, perché fuggono dalla guerra in Siria e vivono in situazione di vulnerabilità. E questo il criterio di selezione, la vulnerabilità. Una famiglia, infatti, ha i genitori più avanti con gli anni, che avrebbero difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro. Un`altra invece ha un bambino traumatizzato dalle conseguenze del conflitto che ha vissuto. Sono persone con nomi e storie, come dice papa Francesco, ed è un fatto importantissimo».

Dal punto di vista politico che significato assume questo gesto? «Il Papa dice chiaramente che ognuno deve fare la propria parte, che si devono costruire ponti e non barriere e muri. D’altronde il Pontefice, già nel suo nome, è creatore di ponti, è questa la vocazione del Papa. Un aspetto che condividono tutte le Chiese che erano presenti a Lesbo. Di fronte a una crisi migratoria come questa, costruire muri non serve a nulla».

In un mondo politico frammentato, confessioni cristiane diverse si ritrovano insieme al capezzale dei migranti, quasi a voler testimoniare che le religioni devono creare dialogo e non divisione.
«È, un gesto ecumenico importante. Oltre all`ecumenismo del sangue, quello versato dai cristiani perseguitati, esiste un ecumenismo dei poveri, un ecumenismo della carità. C`è un amore per gli altri che ci unisce più che dal punto di vista giuridico».

Anche la Comunità di Sant`Egidio sta lavorando insieme con le Chiese evangeliche l`apertura di corridoi umanitari verso l`Italia dal Libano, dal Marocco e dall`Etiopia. Con quali risultati?

«Finora sono giunte in Italia 93 persone e altre 150 arriveranno a breve. Il progetto ci permetterà di accogliere fino a mille profughi, ma speriamo di estendere anche ad altri. Si tratta di persone che ci vengono segnalate da organizzazioni internazionali che operano in Libano, in Marocco, perché appartengono a categorie particolarmente vulnerabili. Si tratta di malati, anziani, donne con minori. Tutto secondo le regole e tutto sostenuto economicamente dalla Comunità di Sant`Egidio e dalle Chiese evangeliche. Se lo facessero altri Paesi, i numeri potrebbero essere più alti e le vite umane salvate molte di più».

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L’enfasi dello schiaffo ad Angela Merkel e la realtà. Fate bene i conti: tedeschi accoglienti

Avvenire del 15 marzo 2016

di Marco Impagliazzo

Da domenica sera, su molti media, si è parlato di sconfitta di Angela Merkel, anzi addirittura di «schiaffo», a causa della politica sui rifugiati. Eppure, se si analizzano i risultati delle elezioni nei tre Ländertedeschi, appare evidente che non c’è stato un plebiscito contro la politica di apertura ai rifugiati. I dati sono eloquenti in tutte e tre le zone interessate al voto.

Nel Baden Württemberg, uno dei polmoni dell’industria tedesca, ha vinto il verde Kretschmann, che sui migranti ha sempre sostenuto le posizioni della signora Cancelliere. Nella Renania Palatinato, nella Germania sud-occidentale, si è imposta la presidente uscente Malu Dreyer, socialdemocratica, aperturista sui rifugiati, battendo la candidata della Cdu Julia Klöckner, che su questo argomento aveva preso le distanze dalla sua stessa leader. Nella Sassonia Anhalt, nella Germania orientale, in cui forti sono le proteste contro la politica di accoglienza del governo, la Cdu resta il partito principale con quasi il 30% dei voti.

Quindi, i partiti favorevoli a serie politiche di apertura nei confronti dei rifugiati (in particolare Cdu, Spd e Verdi), hanno, nelle zone dove i cittadini si sono espressi, circa l’80% dei consensi degli elettori. Inoltre, la riconferma, nei tre Länder, dei ministri presidenti uscenti, manifesta il desiderio di stabilità dell’elettorato tedesco. Altro dato interessante è la crescita della partecipazione al voto, tra l’8 e il 10% in più rispetto al passato. È forse presto per analizzarne il significato, ma è indubbio che la questione dei rifugiati abbia contribuito a ‘movimentare’ la politica e l’elettorato tedesco. In Sassonia Anhalt la maggiore partecipazione al voto ha giocato soprattutto a favore dei populisti dell’Afd ( Alternative für Deutschland, Alternativa per la Germania). Essa segnala anche il generale desiderio dei cittadini di partecipare alle decisioni sul futuro del proprio Paese, sempre più consapevoli che in questi anni si stiano ponendo le basi della Germania che sarà.

FrauMerkel ha detto più volte che nel mondo globale la società tedesca, se vuole avere un domani, deve essere aperta. Ed è un fatto, che nonostante tensioni e narrazioni mediatiche eccitate, dall’estate 2015 la forte mobilitazione della società civile in favore dei rifugiati, non accenna a diminuire mostrando un volto solidale dei tedeschi, che negli ultimi decenni sono sempre stati pronti a rispondere con generosità davanti alle catastrofi e alle crisi umanitarie. In queste ore si è anche parlato di una fine dei grandi partiti popolari tedeschi. Ma è davvero così? In realtà, oltre a considerare il fisiologico peso che hanno sempre i candidati in elezioni locali, come quelle dei Länder, pur constatando una perdita di consensi, ci troviamo sempre davanti a percentuali importanti, intorno al 70%. Fatto raro e rilevante nel panorama europeo. Va registrato poi il ritorno sulla scena politica dei liberali, dati per spacciati fino a qualche giorno fa.

Naturalmente destano preoccupazione i risultati dell’Afd. Un partito populista ed euroscettico, cresciuto notevolmente in pochi anni, che conta già deputati in alcuni parlamenti regionali, in quello europeo, ma non a livello federale. Diffusosi inizialmente nelle regioni orientali, un tempo parte della Germania comunista, ha pescato nel malcontento di chi è escluso dal benessere generale, avvicinandosi negli ultimi mesi al movimento xenofobo Pegida e cavalcando le proteste contro i rifugiati.

È stato superato il tabù del dopoguerra, quello del rifiuto di un partito di estrema destra al governo? È presto per dirlo. Va detto che non è la prima volta che una formazione del genere riscuote un certo consenso elettorale in Germania. Basti pensare ai Republikaner poi rivelatisi un fuoco di paglia. Anche un partito non di estrema destra, ma di forte protesta come iPiraten ha avuto vita breve. In attesa delle elezioni politiche del 2017, occorre quindi ricordare che la stabilità resta la principale preoccupazione dei tedeschi. E la politica dell’accoglienza, che finora ne è stata parte integrante, rimane uno dei nodi da sciogliere per tutta l’Unione Europea, che dovrà scegliere fra i muri che richiamano al passato e i ponti che promettono un futuro di sviluppo e d’integrazione. La Germania ha ancora molto da dire perché l’Europa si ricordi delle sue radici di solidarietà, diritto e pace.

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Non rifare la “cortina”

Avvenire, 8 marzo 2016

Editoriale di Marco Impagliazzo

70 anni dopo tentazioni e antidoti

Settant’anni fa, il 15 marzo 1946, a Fulton, nel Missouri, Winston Churchill pronunciava uno dei suoi discorsi più famosi, descrivendo con poche, efficaci parole, quanto stava accadendo nell`Europa dell`immediato dopoguerra: «Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull`Adriatico, una cortina di ferro è calata a dividere il continente».

Il leader britannico coglieva lo scenario che andava delineandosi, quello dell`ordine di Jalta, destinato a imprigionare il Vecchio Continente nei decenni a seguire. Qualcuno, ricordando in questi giorni l`anniversario del discorso di Fulton, non è potuto sfuggire al fascino del paragone con l`oggi. Una sorta di nuova “cortina di ferro”, fatta di controlli più rigorosi, barriere protettive, fili spinati, muri più o meno alti, che sta spuntando qua e là in Europa, frutto non di una polarizzazione ideologica o di un confronto geopolitico, bensì di spinte nazionalistiche e umorali, e che sfregia il continente non con un solo taglio verticale, bensì con tante diverse ferite. Proprio in quei Balcani che più avevano sofferto del muro di Jalta nuovi muri tentano di bloccare l`ingresso di gente in fuga da una terribile e lunga guerra come quella siriana. Idomeni, tra la Grecia e la Macedonia, dove la polizia dell`ex repubblica jugoslava usai lacrimogeni per fermare donne e bambini; Morahalom, uno dei mille posti di frontiera dove si è proceduto all`erezione del muro anti-rifugiati voluto dal governo ungherese; l`altissima barriera metallica di Ceuta, enclave spagnola in Marocco; questi e tanti altri centri sono le nuove Stettino, le nuove Trieste, i nuovi checkpoint Charlie, che meriterebbero almeno un po` di quell`indignazione che si poteva cogliere nel discorso di Churchill. Sì, perché la nuova “cortina di ferro”, così come l`antica, produce i suoi morti. Anzi, ne causa di più. Più di 3.500 persone sono annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nel 2015, quasi 500 nei primi due mesi di quest` anno. La nuova “cortina di ferro”, così come quella disfattasi 25 anni fa, genera dolore, disperazione. Dato che per chi è sopravvissuto alla traversata del mare la prospettiva è la fame, il dormire all`addiaccio o nelle “jungle” di Calais o Dunkerque. Come ha annotato qualche giorno fa Lucio Caracciolo, direttore di Limes: «Gli storici futuri non daranno un giudizio positivo sulla nostra gestione della questione migrazione». Un po` come facciamo oggi noi guardando ai guasti dell`ordine di Jalta.
Eppure sarebbe possibile immaginare e mettere in pratica un altro tipo di approccio. Per evitare un altro anno di morti in mare, l`angoscia dei profughi intrappolati in Grecia, la violenza alle frontiere. Degli esempi di come si possano costruire non dei muri, ma dei corridoi umanitari, dei passaggi sicuri, esistono. Proprio domenica scorsa papa Francesco ha voluto richiamarne uno: «Come segno concreto di impegno per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l`iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto-pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica». Non si tratta di abdicare al controllo delle frontiere. Si tratta di evitare che una nuova “cortina di ferro” cada sull`Europa, non tenendo conto dei principi ispiratori che hanno dato vita alla Comunità europea proprio nel dopoguerra: pace, solidarietà, certezza del diritto. La risposta dell`Europa a quanto sta accadendo alle sue porte potrebbe essere molto diversa. Una risposta di grande speranza di fronte al disordine mondiale, ma anche di riaffermazione della propria identità umana e solidale. Un sussulto di umanità che farebbe uscire dal malessere triste e disincantato che avvolge tanti Paesi europei attanagliati da crisi di varia natura, e darebbe una nuova speranza, nuova linfa, una stessa misura di legalità e giustizia e un alfabeto comune a vecchi e nuovi europei. Insieme.

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