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L’hub degli invisibili che salva le vite

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 25 ottobre 2021

A volte basta un pugno di uomini e donne di buona volontà, insieme ad una ferma convinzione: che nella tempesta della pandemia, presente ormai da quasi due anni, nessuno può essere lasciato indietro.

Perché di volontari ne sono bastati cinquanta, due volte a settimana, in appena quattro mesi, a dare un nome e un cognome a quasi 7mila “invisibili”, che per la sanità italiana non esistevano e quindi neanche per la campagna vaccinale: senza fissa dimora, rom, immigrati, anziani soli, persino religiosi presenti qui a Roma, che per tanti motivi, per lo più burocratici, rischiavano di restare fuori dalla protezione sanitaria promessa ad ogni cittadino. A loro danno, ma anche a quello di tutta la popolazione.
Sono le cifre dell’Hub vaccinale di Sant’Egidio che, nel cuore di Trastevere, dal 6 luglio a oggi, tra prime e seconde dosi, è riuscito a somministrare ben 10mila vaccini e che, per il successo dell’iniziativa, continuerà a essere aperto anche nelle prossime settimane.
Tutto nasce da una preoccupazione, quella per i più fragili, espressa dai responsabili della Comunità, nel maggio scorso, nel corso di un colloquio con il generale Francesco Figliuolo. Si è deciso che qualcosa non solo si poteva ma si doveva fare. E così, grazie all’interessamento dello stesso commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e alla collaborazione con la Regione Lazio e la locale Asl, si è messo su in tempi record un efficiente hub nel complesso romano del San Gallicano.

Ma il centro non avrebbe mai funzionato senza la mobilitazione dei volontari, in tutto 150, una cinquantina, appunto, per ogni seduta vaccinale. Il gruppo è così diviso: una ventina tra medici e infermieri, che si dedicano alla somministrazione del vaccino, ed una trentina di persone che invece sono adibite alle funzioni amministrative. Può stupire che queste ultime siano più numerose del personale sanitario, ma il motivo è presto detto: la forza dell’Hub di Sant’Egidio sta nel fatto che ad usufruirne sono coloro che non hanno le carte in regola per vaccinarsi presso i normali centri del circuito nazionale. È necessario quindi che, prima di tutto, una nutrita équipe di volontari si dedichi a ricostruire l’identità civile e sanitaria di chi non l’aveva mai avuta o l’aveva smarrita per percorsi personali complicati, condizioni di vita precarie o, semplicemente, per le difficoltà burocratiche che una parte consistente di immigrati, alcuni dei quali presenti da anni nel nostro paese, continua ad avere.

Ciò che è avvenuto in quattro mesi è stata una preziosa opera di emersione dall’invisibilità, che ha permesso di proteggersi durante l’emergenza in corso e ha anche creato i presupposti per una cittadinanza sanitaria universale, che abbracci cioè anche chi ne era finora escluso. C’è inoltre da sottolineare che molte persone, soprattutto quelle che vivono per strada, non si sarebbero mai avvicinate al vaccino se non ci fosse stata una conoscenza e un accompagnamento, tali da poter vincere resistenze, paure e disinformazione. È una rete, quella dei volontari, che salva e riesce a ricostruire un tessuto sociale spesso lacerato, nei centri delle nostre città, dove si incontrano tanti senza fissa dimora – in Italia oltre 50 mila – come nelle periferie. E che ce la fa a raggiungere anche chi è solo, come tanti anziani, le cui condizioni di vita sono peggiorate con la pandemia, non solo per gli effetti del Covid-19 ma anche per un altro virus altrettanto nocivo, quello dell’isolamento.

È così che i 7 mila “invisibili” sono stati cercati all’inizio, uno ad uno, per spiegare che era possibile vaccinarsi, che era un grande vantaggio per la propria salute come per quella altrui. Tanto che ad un certo punto la voce di questa possibilità ha cominciato a girare da sola e tanti altri si sono aggiunti con grande soddisfazione generale.
Basta visitare l’Hub di Sant’Egidio un martedì o un giovedì (i due giorni in cui è aperto) per rendersene conto: camici bianchi e sorrisi, le lingue che si mischiano in un’atmosfera serena e familiare, un futuro che si scorge meno duro anche per chi conosce la durezza della vita. Come dice papa Francesco: “da questa pandemia ci si salva solo insieme, nessuno si salva da solo”.

Le mense di Sant’Egidio restano aperte. Aumentati i posti letto per chi non ha una casa dove restare. Impagliazzo: l’Italia della solidarietà resiste

da Il Faro di Roma del 23/03/2020

“Si sono allungate le file, ma nessuno viene respinto, se non di riesce a fare entrare tutti, in vari turni, ad alcuni si consegna il pranzo confezionato da consumare altrove”. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha risposto così a Uno Mattina. “Posso dire che nonostante l’emergenza sanitaria continua ininterrotta la catena della solidarietà”, ha assicurato descrivendo l’impegno dei volontari che incontrano per strada i senza tetto, “grazie a permessi concessi loro dai comuni”. Questo articolo è stato pubblicato in Articoli, Rassegna Stampa e taggato come , , , il da

#Iorestoacasa. Ma chi una casa non ce l’ha? Parla Impagliazzo (Sant’Egidio)

C’è un’emergenza nell’emergenza. Quella di chi non può restare a casa, perché una casa non ce l’ha: i senza fissa dimora. “È il problema di un’Italia nascosta a cui bisogna arrivare. All’isolamento che già uccide, non dobbiamo aggiungerne altro”. Conversazione di Formiche.net con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo

di Francesco Gnagni su Formiche.net del 15 marzo 2020

Nell’emergenza coronavirus l’hashtag che è stato lanciato è #iorestoacasa. Una domanda tuttavia si è posta fin da subito, e giorno dopo giorno la si comincia a porre in maniera sempre più seria. Ma chi una casa non ce l’ha? In questa conversazione di Formiche.net ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo.

Professore, c’è un’emergenza nell’emergenza?

Sì, e nei decreti governativi non si parla. Si è detto di affidarla ai Comuni, ma a Roma ancora non c’è nessuna decisione. Sant’Egidio sta sollecitando gli enti locali a prendere qualche misura necessaria. Molte persone sono in strada tutto il giorno ma gli enti privati sono chiusi o hanno limitato i posti. Comincia a esserci anche un problema di fame: persone che normalmente ricevono elemosina o aiuti da ristoranti, bar o privati, ora non ricevono più niente. Poi c’è un problema di servizi pubblici e igienici. Si dice di lavarsi le mani ma non ci sono i presidi necessari. Non lo dico polemicamente, ma penso che bisognerà cominciare a porsi il problema in maniera seria, visto che sono 50mila i senza fissa dimora sul territorio nazionale. Senza contare la questione dei campi Rom, dove molti non lavorano e vivono di elemosina, ma non possono più girare per le città in cerca di aiuto.
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Coronavirus. Il gran valore dei «solidali». Le reti umane da valorizzare

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 6 marzo 2020

Queste settimane di dura prova per il nostro Paese, a causa della diffusione del nuovo coronavirus, hanno mostrato la tenuta delle istituzioni democratiche, l’abnegazione del mondo sanitario, della protezione civile e delle forze dell’ordine insieme al senso di responsabilità di tanti cittadini. Eppure, l’epidemia ci ha colti in un tempo liquido, in cui si sono dissolte reti sociali e relazionali sperimentate. Ognuno è più solo nel mare della vita. Di qui l’incertezza, la confusione, e a volte la paura di questi giorni. Di qui le città che si svuotano di vita.

Ognuno è un po’ più solo nella crisi e reagisce in modi a volte contraddittori. Le risposte positive però non mancano. L’emergenza ha fatto emergere la centralità delle reti di prossimità e di solidarietà oggi ancora più essenziali per contrastare la solitudine e l’isolamento di tanti. La vasta realtà di persone che appartengono a queste reti, espressione in gran parte del mondo cattolico, sono, generosamente, all’opera perché nessuna delle persone più vulnerabili e fragili rimanga sola in questa emergenza. Insieme a tanti preti al servizio e in ascolto delle persone.Nel tempo della solitudine è chiesto dalle autorità competenti – per un motivo quanto mai necessario e per ragioni assolutamente condivisibili – di creare una certa distanza, alla quale però si può rispondere facendo crescere la vicinanza relazionale. Non solo l’interesse e la partecipazione all’esistenza altrui, bensì qualcosa che si faccia premura, calore, accompagnamento. Non sconfiggeremo il covid-19 se saremo più soli, ma se saremo più vicini, pur in una distanza a prova di contagio. Non usciremo da questa prova astraendoci dal mondo esterno (e isolando gli altri), ma creando ponti capaci di non far andare alla deriva nessuno, a cominciare dai più deboli.
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Senza dimora: Marco Impagliazzo, “Modesta ci ricorda che si può morire per un no”

da AgenSir del 1 febbraio 2019

Hanno tenuto in mano ognuno una gerbera colorata i tanti che hanno partecipato alla celebrazione commemorativa di ieri sera, che ha avuto luogo alle 19 presso il binario 1 della Stazione Termini di Roma per ricordare Modesta Valenti, la donna senza fissa dimora che 36 anni fa morì proprio alla stazione dopo ore di agonia, perché, essendo sporca e avendo i pidocchi, l’ambulanza si rifiutò di caricarla per portarla in ospedale. La preghiera di fronte alla targa che ricorda l’anziana originaria di Capodistria, come ogni anno, è stato voluta e curata dalla Comunità di Sant’Egidio e dalle Ferrovie dello Stato italiane, per non dimenticare chi vive per strada in povertà estrema, esposto al freddo dell’inverno e all’indifferenza.
Come si legge sul sito della Comunità di Sant’Egidio, Riccardo Pozzi, direttore centrale risorse umane e organizzazione delle Ferrovie dello Stato Italiane, ha sottolineato come il livello di povertà sia aumentato in Italia e ciascuno ha una responsabilità, quella di non lasciare le persone da sole e di rendere le stazioni luoghi dove poter trovare aiuto. Don Benoni Ambarus, direttore della Caritas romana, ha detto: “Non siamo qui per vivere nessun senso di colpa, ma è l’occasione per dire oggi posso fare qualcosa perché non si realizzino più cose del genere. Lasciamoci guardare da Modesta per prenderci l’impegno di uno sguardo diverso su ogni essere umano, soprattutto sui dimenticati, sugli ultimi, sui trasparenti del nostro mondo”.

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Immigrazione, solidarietà e declino. “Ci vorrebbe una costituente cittadina”. Intervista a Marco Impagliazzo

da Il Foglio del 17 gennaio 2019

Roma. Due giorni fa è morto l’ennesimo clochard, Nicolae Cucu. E’ l’undicesimo da novembre e il settimo di queste notti di gennaio. Il Comune mette a disposizione 1.661 posti letto, poi ci sono quelli delle associazioni e delle parrocchie. Diversi clochard in queste strutture non vogliono andare, per questo motivo il Campidoglio sta pensando a un’ordinanza per obbligarli a recarsi in un rifugio. 
Ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, docente di Storia all’Università di Roma III. 
Presidente Impagliazzo, l’ordinanza può funzionare? 
“Non è il modo corretto di procedere. Non si può dare la colpa ai poveri se non vogliono farsi aiutare. Gli interventi per strada si fanno con gli assistenti sociali, che instaurano un rapporto continuativo con queste persone, creando un rapporto di fiducia che facilita l’aiuto. Ma di assistenti sociali ce ne sono sempre meno e stanno negli uffici”. 

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