Archivio tag: Solidarietà

Impagliazzo: “Caccia alle ONG ora basta, si perseguano i trafficanti”

Eco di Bergamo del 5 agosto 2017

di Francesco Anfossi

Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio: il caso «luventa» è un’eccezione, leggi rispettate «Si sta diffondendo un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa soltanto a salvare vite in mare»

«Il problema non è dare la caccia alle Ong ma perseguire i trafficanti», commenta Marco Impagliazzo, storico e presidente della Comunità Sant’Egidio. «Mi pare che il dibattito cui assistiamo sia distorto. Le Ong non sono organizzazioni criminali, ma organizzazioni umanitarie: fanno un grande lavoro di sostegno alla società, supplendo spesso a funzioni che dovrebbero essere svolte dagli Stati europei. E invece si sta diffondendo con una certa malizia un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa solo a salvare vite in mare». 
Eppure il caso della nave «luventa» è a dir poco inquietante.

«Su questo caso farà chiarezza la magistratura. Al momento è difficile esprimere un giudizio su una vicenda come questa. Ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di un’eccezione e che in genere le Ong rispettano le leggi del mare e le convenzioni internazionali».
Nove Ong su tredici non hanno aderito al Codice di comportamento del Viminale per le navi che effettuano salvataggi nel Canale del Mediterraneo.
«La questione fondamentale della controversia tra queste Ong e il ministero degli Interni è la presenza a bordo di funzionari armati, disposizione contraria allo statuto delle Ong adottato in tutti i Paesi in cui intervengono, non solo nel Mediterraneo. L’altro punto di contrasto è la proibizione dettata dal Codice del trasbordo dei naufraghi in navi più attrezzate, che può apparire come una pura limitazione ai salvataggi. Ma questo non vuol dire che vi sia una divisione netta tra Ong e Stato italiano. So per certo che generalmente tutte queste Ong collaborano attivamente e reciprocamente con la Guardia costiera».
Non pensa che anche nei soccorsi in mare sia necessario aderire a un codice di comportamento per evitare l’anarchia?
«È giusto regolamentare, ma non è giusto denigrare chi salva vite in mare. Il Viminale non sta denigrando nessuno, ma una parte della politica è saltata su questa vicenda per dare addosso alle Ong. Tutto ciò è sbagliato e carico di conseguenze per il futuro di organizzazioni impegnate a salvare vite e a migliorare le condizioni di tanta gente in tanti scenari del mondo, non solo nel Canale di Sicilia».

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I vaccini e le morti che non contiamo

Avvenire, 7 novembre 2015

di Marco Impagliazzo

Aleppo, intervista ad Andrea Riccardi: devono stringersi le mani

Il fondatore di Sant`Egidio: «Ignorato dalla diplomazia il mio appello per la città. Perdite irrimediabili da questa guerra che pagheremo tutti: ora torniamo a mobilitarci»

Per Aleppo, nonostante l`appello lanciato oltre un anno fa, c`è stato un «disinteresse colpevole perché si sarebbe potuto fare di più», afferma Andrea Riccardi. «Quando si fa la pace – afferma il fondatore della Comunità di Sant`Egidio – si trovano sempre le mani sporche di sangue, ma ora si deve far sì che quelle mani si incontrino e si stringano».

Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo un milione e mezzo di bambini muore per malattie che si potrebbero evitare grazie a vaccini già in commercio. Un bambino su cinque, nel pianeta, non riceve le vaccinazioni di routine. Eppure nel mondo occidentale – se ne è parlato molto nei giorni scorsi a proposito del nostro Paese – si registra una crescente resistenza all’uso di tali presìdi. Prevalgono diffidenze, noncuranze, parole d’ordine preoccupate e preoccupanti. Nel 2014 le vaccinazioni contro la polio, il tetano, la difterite, la pertosse sono scese sotto la soglia di sicurezza del 95% della popolazione, quella soglia, detta ‘di gregge’, che garantisce la copertura anche di chi non è vaccinato. Ma ancor meno praticate sono le immunizzazioni per il morbillo, ormai fra l’80 e l’85%, o per l’influenza stagionale, che si assesta intorno al 50%. Il calo delle vaccinazioni è collegabile con il rafforzarsi di un’opinione pubblica in genere di cultura e redditi medio-alti, che ama l’informazione fai-da-te su internet, contesta la reale efficacia dei vaccini e rivendica il diritto alla libertà per quanto riguarda la salute propria e dei figli. Ma – occorre ripeterlo – non vaccinarsi fa male. E non solo a chi difende la propria libertà di non immunizzarsi. Bensì a tutti. Un esempio dei pericoli legati a questo tipo di situazioni è costituito dall’epidemia di polio scoppiata in Albania nel 1996. Un evento iniziato con casi circoscritti tra bambini non vaccinati, ma ben presto allargatosi agli adulti, causando ben 138 malattie conclamate, e spesso invalidanti, e 16 morti. Ma non è questione solo di storie albanesi. Tutto questo riguarda anche l’Italia.

Partiamo dagli anziani. L’inverno 2014/15 è stato testimone del cosiddetto caso ‘Fluad’, cui venivano imputate 13 morti (fatto poi smentito dalla Commissione d’inchiesta dell’Ema, l’Ente europeo del farmaco). Il clamore intorno a tale vicenda ha fatto sì che la percentuale di vaccinati tra gli over 65 si abbassasse dal 54% al 46% nel periodo considerato. La conseguenza è che si sono avute alcune centinaia di morti in più. Senza contare l’incremento dei casi d’influenza, il sovraffollamento dei reparti di Pronto Soccorso, l’aumento dei ricoveri per le complicanze dell’influenza. Con i costi economici relativi.

Arriviamo ai bambini. «Perché una bambina di quaranta giorni muore di una malattia che era di fatto scomparsa?», si è chiesta alla Camera il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, citando il recente caso della neonata morta di pertosse a Bologna. La diminuzione delle coperture vaccinali ha finito per scaricarsi su una bimba troppo piccola per essere immunizzata. Va contestata, e strenuamente, la disinformazione che circola sul tema. Tutti possono essere vittime della mancata vaccinazione.

Occorre lavorare nella sanità di base, sui mezzi d’informazione, nella scuola. Per ricordare che i vaccini sono un utile strumento di prevenzione e non un problema, uno scudo e non un’arma impropria, che i rischi connessi alla loro somministrazione sono così bassi che risultano assai più pericolose molte altre attività. Ma anche per contestare alcune idee che si fanno strada. Quella, ad esempio, che la salute sia qualcosa che riguarda me, e me soltanto, in piena consonanza con un individualismo di fondo che ci vede attori solitari che interagiscono, se vogliono, con altri attori solitari. Ma la sanità è pubblica, non individuale. E in nessun campo come in quello sanitario è vero che non ci salva da soli, ma tutti insieme. Una crisi di fiducia affligge le nostre società. È esperienza quotidiana per i medici ricevere da parte dei loro pazienti liste di analisi da prescrivere, con un’inversione assai singolare del ruolo tra curante e assistito.

La crisi di fiducia potrebbe diventare presto crisi della ragione, cedimento a un sentimento confuso e spaesato in cui fonti scientifiche e passaparola sono messe sullo stesso piano, in cui affermazioni prive di riscontri divengono dogmi da difendere con un accanimento degno di miglior causa. In un mondo complesso, in cui lo spaesamento è ormai di casa, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è che esso prenda piede anche in campo sanitario. Vaccinare i nostri figli è sempre necessario e vitale anche nel XXI secolo.

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La solidarietà nell’agenda di tutti. Gli obiettivi Onu di sviluppo sostenibile

Avvenire, 4 agosto 2015

di Marco Impagliazzo

Il mondo ha una nuova agenda di sviluppo globale, si chiamerà “Obiettivi di sviluppo sostenibile” e sarà ratificata il prossimo settembre dall’assemblea dei capi di Stato e di governo all’Onu. Si tratta di un’Agenda, più ampia di quella degli otto Obiettivi del Millennio, valida per i prossimi quindici anni e costruita attorno a ben diciassette grandi obiettivi che puntano a mettere fine alla povertà, a promuovere il benessere dei cittadini e a proteggere l’ambiente. Nel testo si parla di una «visione assolutamente ambiziosa e trasformatrice». Sono parole importanti e impegnative in un tempo, come il nostro, caratterizzato da assenza di visione del futuro. Ban Ki-moon l’ha definita «l’agenda della gente».
La speranza è una politica che parta dai bisogni della gente e che sappia essere veramente efficace. Per questo l’Agenda è un’ottima notizia che dà l’obiettivo di un nuovo mondo possibile. Da essa emerge la consapevolezza che non solo lo sviluppo ma anche la pace e la sicurezza sono strettamente legate alla lotta contro la povertà, specie quella estrema. L’obiettivo 3 indica la necessità di assicurare salute e benessere a ogni età della vita. Molto significativo è l’obiettivo di promuovere un’efficace e pervasiva tutela dei diritti delle donne. Quante bambine sono ancora private del diritto di andare a scuola, subiscono violenza, mutilazioni genitali e discriminazione!
La parola che sottende a questa nuova agenda mondiale è “solidarietà”. È parola tanto cara a papa Francesco, divenuta- anche grazie al suo impegno – chiave del nostro tempo. Parola e idea potente nel secolo scorso. Ha mosso intelligenze, ha alimentato movimenti collettivi, ha architettato sistemi di redistribuzione del reddito secondo criteri di equità, ha prodotto benessere diffuso in tante parti del mondo. È stata anche il motore della creazione di uno Stato “provvidente”, che cioè non dimentica nessuno. È stata il combustibile per l’affermazione di tanti diritti civili. Ha contribuito a dare dignità al lavoro. In una parola, ha cambiato il corso della storia. L’Europa dalle ceneri della guerra è rinata anche grazie alla solidarietà. Ed è stata ancora la solidarietà – ricordiamo le vicende polacche – ad accendere la miccia della grande rivoluzione pacifica che ha spazzato via i regimi comunisti dell’Est, ricostituendo le basi dell’unità politica e spirituale del continente.
Poi è cambiato qualcosa. Tony Judt, storico molto attento ai mutamenti della sensibilità comune, l’ha indicato: non più l’interesse di tutti ma i bisogni e i diritti di ognuno, con il declino del senso di uno scopo condiviso. Non è ciò che è capitato in questi anni? Il senso di uno scopo condiviso è sembrato essersi eclissato. “Salva te stesso”, è stato il messaggio più diffuso e praticato. Raoul Follereau diceva che «nessuno ha il diritto di essere felice da solo». E Zygmunt Bauman afferma che «nessuno o quasi continua a credere che cambiare la vita degli altri abbia una qualche utilità per la propria vita». È la morte del “noi”.
Ecco perché ha ragione papa Francesco quando dice che la crisi economica che ha attraversato il mondo in questi ultimi anni (e che sembra non finire mai) è innanzitutto una crisi dell’uomo. C’è un passaggio illuminante nella Evangelii gaudium: «Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati”, ma rifiuti, “avanzi”».
Ecco, ora l’Agenda di sviluppo sostenibile ricentra la storia su quegli orizzonti umani, geografici o culturali, purtroppo diventati invisibili: fa della solidarietà la scelta più saggia per non condannarsi all’auto-distruzione. C’è una grande coincidenza tra i nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile e la visione globale di papa Francesco. Sono la cura della casa comune, la ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale (si rilegga la Laudato si, e la solidarietà come spazio umano entro il quale torna a essere possibile riconoscersi come fratelli. Dall’Onu, istanza che rappresenta i popoli della terra, si percepisce il senso di una svolta. Il “cambiare rotta” è affidato a tutti.

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“Interventi nei Paesi di partenza e fondi privati per salvare vite umane”. Intervista a Marco Impagliazzo

Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2015

di Vanessa Ricciardi

“Abbiamo aperto con il ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, un tavolo sui profughi”. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha un piano ben preciso: “A differenza di chi urla e grida contro i migranti, noi abbiamo conosciuto le loro storie di sofferenza, e qualche cosa possiamo farla”.
In cosa consiste il piano?
Cinque punti. Il primo, che sperimenteremo con la Federazione delle Chiese Evangeliche, è l’humanitarian desk e verrebbe gestito interamente con l’8 per mille delle Chiese evangeliche e i nostri contributi. Consiste nel fare una prima inchiesta con la collaborazione delle ambasciate italiane per stabilire chi ha le caratteristiche per ottenere i visti umanitari, prima che prendano i barconi. È impossibile attuarlo nelle zone di guerra, ma può realizzarsi in Libano, dove arrivano migliaia di profughi dalla Siria e dall’Iraq, e in Marocco, dove giungono quelli dal Sahel. Un modello anche per altri Paesi Ue.
Quale percentuale degli attuali migranti avrebbe diritto a questi permessi?
Il 70-75%. È chiaro che è impossibile rilasciarli a tutti,per questo abbiamo pensato ad altre azioni. L’ipotesi sarebbe quella di costituire un Ufficio dell’immigrazione europeo, da aprire in un Paese nordafricano. Poi, ed è il secondo punto, vorremmo avviare un negoziato per la revisione degli accordi di Dublino, quelli per cui abbiamo i migranti fermi a Ventimiglia.
Crede che ci sia l’intenzione di metterlo in discussione?
L’Europa è divisa in due, Nord e Sud. Per i paesi più interessati, l’Italia e la Grecia, sì. Naturalmente non per quelli del Nord. Già semplificare i ricongiungimenti familiari, oggi molto difficili, sarebbe un passo avanti. Il terzo punto, sono le sponsorship private: permettere alle associazioni di finanziare, e poi garantire all’arrivo, le partenze per gruppi di migranti che ne hanno i requisiti. Come quarto e quinto punto, per salvare tante vite umane, proponiamo il rilascio di visti e permessi umanitari.
Crede che nel clima attuale ci sia questa disponibilità?
Sì. Un vescovo canadese ha pagato per il trasferimento di 1000 profughi siriani rifugiati in Libano. Le azioni di solidarietà alla stazione di Roma Tiburtina e di Milano mostrano che ci sono molti italiani che vorrebbero aiutare. La chiesa sarebbe felice di farlo.
Una volta concessi i permessi, l’Italia sarebbe in grado di accogliere queste persone?
Certo. Su una previsione di 180 mila migranti nel 2015, meno della metà vuole restare. E i fondi europei ci sono, anche se sono stati usati male, pensiamo a Mafia Capitale. L’Ue stanzia 35 euro a migrante al giorno, a loro ne vanno 2,50, il resto serve al sistema di accoglienza. Manca però la regia pubblica, perché la politica è vittima delle grida anti-immigrazione.
Il Consiglio europeo sbloccherà la situazione?
Solo in parte. L’Europa ancora non è preparata e c’è troppa pressione di parte dell’opinione pubblica.
E il piano B di Renzi?
Potrebbe concedere ai migranti a Ventimiglia dei visti per motivi umanitari. Entrerebbero subito in Francia. Più che altro un gesto di ritorsione.

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Fiaccolata di solidarietà al Colosseo per i cristiani perseguitati nel mondo

Radio Vaticana, 15 maggio 2014

Intervista a Marco Impagliazzo di Gabriella Ceraso

Esprimere solidarietà ai cristiani che rischiano la vita o la perdono per professare la propria religione in Africa, Medioriente e in Asia . Per questo stasera la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità Ebraica di Roma, con il sostegno del sindaco capitolino, organizzano una fiaccolata al Colosseo con voci e testimonianze. Intanto nuovi drammi frutto dell’estremismo e dell’odio si consumano in Sudan e in Nigeria.

Sarà impiccata per apostasia, cioè per aver sposato un cittadino cristiano ed essersi convertita alla fede del marito in flagrante violazione della Sharìa, la legge islamica. Succede oggi in Sudan a Mariam Yehya Ibrahim, 27 anni, incinta di otto mesi. Per evitare la pena capitale avrebbe dovuto tornare all’islam ma non lo ha fatto. Un problema di molte aree del mondo, ricorda Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio:

“Purtroppo, i luoghi dove non è riconosciuto questo tipo di libertà religiosa e nemmeno il diritto, appunto, alla conversione, sono tanti. Naturalmente, noi ci rivolgiamo ai nostri fratelli musulmani e chiediamo loro, alla parte più illuminata, che è la stragrande maggioranza, di lavorare sempre assieme a noi perché a tutti sia garantito questo fondamentale diritto per il quale la Chiesa si è molto spesa”.

Forzature e violenze, come quella imposta a molte delle studentesse nigeriane rapite nei giorni scorsi dagli estremisti Boko Haram e costrette a convertirsi. Per loro e i tanti cristiani perseguitati – l’ultimo dato sembrerebbe avvicinarsi ai 100 mila nel mondo – la fiaccolata di questa sera: insieme ebrei, cristiani e musulmani:

“Il primo motivo è quello di fare arrivare la voce della società civile, la voce dei credenti a tante persone perché non si sentano abbandonate. Da quando Giovanni Paolo II ha aperto quello che si è chiamato lo spirito di Assisi, le religioni si sono sentite chiamate a tirare fuori quel messaggio di pace che è al cuore della loro fede. Noi vorremmo creare un’unità tra le religioni contro il terrorismo che si ammanta di un discorso religioso, e vorremmo che finalmente anche nell’opinione pubblica fosse separata la violenza dalla religione”.

Nella Evangelii Gaudium il Papa ci ricorda che c’è una mentalità che vuole costringere la fede ad un fatto privato: quando si cerca di manifestarla, cominciano i problemi, le discriminazioni, le persecuzioni. Ecco, un pensiero su quanto anche il Papa finora ha detto, quanto ci sta illuminando, quanto ci sta accompagnando su questo tema …

“Il fatto più significativo, tra i tanti che potrei citare: il Papa si recherà in Terra Santa tra pochi giorni, accompagnato da un imam e un rabbino. Quindi, il fatto che il Papa scelga di fare un pellegrinaggio nella terra delle tre religioni, accompagnato da un imam e da un rabbino, mi sembra il maggiore segno, il segno più visibile di questa volontà di dialogo e di collaborazione per la pace nel mondo”.

Le testimonianza saranno forti: di un cristiano siriano scampato alla guerra, di una donna eritrea cristiana che si dà da fare per aiutare i musulmani profughi del deserto del Sinai, e i tanti che non hanno voce come il gesuita padre Paolo Dall’Oglio rapito in Siria quasi un anno fa e del quale non si hanno più notizie:

“Vogliamo compiere, come durante tutto l’anno in cui preghiamo per loro, un ulteriore gesto di vicinanza sperando che loro possano sentirlo e possano avere notizia di questo nostro atto di solidarietà”.

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La città-mondo è speranza

Avvenire, 29 marzo 2014

Viviamo una stagione che sta segnando uno spartiacque nella storia del mondo. Tutto ci parla di un pianeta presto completamente diverso da quello di qualche decennio fa, trasformato dalla globalizzazione, che muta gli orizzonti, rimodella le società, crea squilibri ed equilibri nuovi.
È una globalizzazione che fa perno sulle città. Nel 2006, per la prima volta nella storia dell`umanità, la popolazione cittadina ha superato quella delle campagne. Siamo in un mondo urbano, la storia si fa nelle città, il pianeta stesso si fa città globale. E in questo mondo di città, in questa cittàmondo, si pone il problema delle periferie. Basta pensare alle megalopoli odierne: cosa vuol dire vivere in città di decine di milioni di abitanti, estese lungo assi di decine di chilometri come Città del Messico, Shanghai, Kinshasa? Ma pensiamo a regioni remote: cosa comporta vedere Obama o il Papa in tv, senza nessuna possibilità di andare un giorno a Washington o a Roma? La gran parte dei cittadini globali abita nelle periferie, vive una marginalità dal centro, è periferica rispetto al potere, all`economia, alla cultura.
Le mille periferie della nostra città-mondo sono una grande sfida. Il volto della nuova era globalizzata appare già sfregiato da distanze e da barriere, da un`ingiusta distribuzione delle possibilità, dai limiti posti all`accesso a quell`insieme di garanzie sul piano educativo, sanitario, infrastrutturale che fanno la qualità della vita. Se il mondo delle città diviene città-mondo, gran parte di esso è banlieue di un centro sempre più sfuggente, non-luogo tentato di segnalarsi all`attenzione altrui con segnali non incoraggianti.
Chi ha colto molto bene questo intreccio nuovo fra globalizzazione e perifericizzazione della vita è papa Francesco, «il primo Papa della globalizzazione», secondo Andrea Riccardi. Poteva forse essere diversamente? Poteva forse un uomo venuto dall`Argentina non vedere le cose dalla fine del mondo? Il Papa è stato vescovo di una megalopoli, come Buenos Aires, di cui ha conosciuto bene le periferie.
Assumere la periferia come prospettiva da cui guardare all`oggi può aiutare: «I grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalla periferia», sono parole del Papa all`Unione Superiori Generali. Osservare le cose dalla fine del mondo permette di non vivere la metamorfosi che stiamo attraversando col disagio di chi rimpiange i centri di una volta: «La globalizzazione cui pensa la Chiesa assomiglia non a una sfera – ha dichiarato Francesco nella recente intervista al Corriere della Sera – ma a un poliedro, con le sue diverse facce». Non la globalizzazione sferica dell`arida legge del potere e del denaro, della «cultura dello scarto», dell`indifferenza che si fa mentalità. Bensì l`urbanizzazione poliedrica dell`inclusione e della solidarietà.
Riempiendo le periferie della globalizzazione con un vissuto che crei legami, forgi comunità, faccia sentire ogni banlieue al centro di un interesse. Costruendo ponti culturali e umani, non guardati da garitte, non sottoposti a pedaggio. La città-mondo può essere migliore solo se ognuno se ne sentirà parte, se un senso di cittadinanza largo e cooperativo impegnerà tutti a uno sforzo comune. Siamo di fronte a un mondo nuovo, che richiede a tutti di ripensare le logiche e le dinamiche di sempre. Che chiama davvero tutti a scommettere su un futuro più plurale, in cui ogni periferia possa farsi centro, in cui ogni angolo del pianeta viva il respiro comune di un grande organismo. Un mondo globale ha bisogno di una missione globale. Con la consapevolezza che la posta in gioco è altrettanto globale, e che il poliedro risultante dal contributo di tutti sarà un passo avanti per l`umanità intera. Del resto, se la nostra civiltà deve tanto al pensiero e all`azione di un numero limitato di attori, quale sarà il frutto di un pensiero e di un`azione più larghi? Se l`Europa, insieme a tanti errori, ha prodotto tanto di buono, quale sarà il risultato del muoversi di tante periferie e di tante latitudini, asiatiche, americane, africane, che diventano centro?

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