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Oltre Bataclan. Un anno dopo: vie di fede e di pace.

Avvenire del 15 novembre 2016

di Marco Impagliazzo

Un anno fa un commando jihadista fece strage al teatro Bataclan, a Parigi. L’attacco ha inaugurato una stagione in cui l’Europa occidentale è ridivenuta scenario di atti terroristici e ha fatto emergere il problema della radicalizzazione dei giovani musulmani. Dopo il Bataclan, Bruxelles, Nizza, Rouen, la Germania.

Nell’ultimo anno la convivenza tra uomini e donne di fedi diverse è sembrata più difficile. Ma se tanti hanno parlato di muri da erigere, tanti altri hanno lavorato per costruire ponti di rispetto e di dialogo. La Chiesa di Francia ha brillato per dignità e ricerca di vie di incontro. Per questo triste anniversario i vescovi francesi hanno scritto tra l’altro: «Preghiamo perché i nostri concittadini musulmani possano essere pienamente attori della nostra unità nazionale e perché tutti i cittadini crescano nella stima reciproca e nella ricerca del bene comune».

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Papa Francesco, la pace di Assisi e la guerra globale: è il tempo del «noi»

Avvenire, 5 ottobre 2016

di Marco Impagliazzo

Il nostro tempo conosce un’evidente accelerazione della storia: il disordine globale, il terrorismo, la tumultuosa crescita dell’Asia, l’interconnessione crescente delle informazioni e dei trasporti, la crescita delle migrazioni, la sfida climatica… Un mondo nuovo si profila all’orizzonte, ma non abbiamo ancora imparato a collocarci in esso, a comprenderlo pienamente e a padroneggiarlo. Quest’avventura che ci è toccata in sorte necessita di una nuova grammatica, di una bussola che ci orienti.

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«Il martirio è tornato realtà» Intervista a Marco Impagliazzo

L’Eco di Bergamo, 6 marzo 2016

di Francesco Anfossi

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

«I massacri di cristiani in Medio Oriente e in altre parti del mondo ci dicono come il martirio ormai sia una realtà della Chiesa contemporanea», commenta lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità Sant’Egidio.

Andrea Riccardi aveva definito il Novecento il«secolodel martirio». Ma il nuovo millennio non sembra molto diverso, perché questo accanimento? 

«Purtroppo anche il XXI secolo è caratterizzato dal sangue dei credenti. I cristiani sono miti per definizione. Per capire cosa sta avvenendo dobbiamo farci una domanda: cosa spaventa dei cristiani, in un mondo attraversato da una terza Guerra mondiale a pezzetti, dove c’è tanta violenza diffusa? Spaventa la loro mitezza, la loro resistenza ostinata nel voler fare il bene. Qual era la minaccia delle povere suore di Madre Teresa di Calcutta assassinate ferocemente nello Yemen, il Paese più povero del Medio Oriente? Nessuna minaccia, se non il bene che diffondevano in una casa di riposo».

I martiri come vittime del bene… 

«Come dice San Paolo: vincete il male con il bene. La forza del bene può vincere anche sul male. Ed è questo che non si accetta da parte del terrorismo e di chi diffonde la violenza».

Nel Novecento uno dei luoghi del martirio è stata la Turchia, con il genocidio degli armeni. Ci sono analogie con i massacri che stanno avvenendo in Siria? 

«La vicenda della Siria sotto questo punto di vista è più complessa. In questa tragedia soffrono sia i cristiani che i musulmani. Naturalmente dove regna il Daesh ci sono rapimenti e uccisioni di cristiani, soprattutto della comunità assira che preoccupano molto. Ma oggi la situazione siriana ci dice che c’è una sofferenza condivisa tra cristiani e musulmani, entrambi vittime della violenza e della guerra. L’analogia con quel che è accaduto nel secolo scorso in Turchia è che i cristiani stanno scomparendo dal Medio Oriente, così come sono scomparsi dall’Anatolia».

Possiamo parlare di martiri anche nel nostro Paese? 

«In Italia ci sono religiosi, preti e anche comunità che ogni giorno dedicano la loro vita per il bene in zone come quelle controllate dalla camorra, dalla mafia e in altre aree dove regna la criminalità organizzata. E a volte la perdono, come padre Puglisi. Per fortuna nel nostro Paese gli episodi violenti sono molto ridotti, grazie alla presenza della società civile e alle forze dell’ordine. Quello che mi spaventa è quello che succede in America Centrale e in America Latina dove il narcotraffico e interessi economici di vario genere stanno veramente minacciando la vita di tanti cristiani».

Ne ha parlato anche Francesco nel suo recente viaggio in Messico. 

«Certo. L’America Latina è un luogo dove i cristiani sono molto più a rischio perché vivono a contatto con i poveri e ne condividono le istanze sociali. Come l’attivista ecologista Berta Càceres, madre di quattro figli, uccisa recentemente in Honduras. C’era anche lei il 28 ottobre 2014 all’incontro con il Santo Padre in Vaticano, quando Francesco pronunciò il famoso discorso delle tre “T: tierra, techo y trabajo”, terra, casa e lavoro. Si batteva contro la diga di Aqua Zarca, che avrebbe tolto le sorgenti d’acqua agli indios. Era impegnata in questioni ambientali legate anche alla droga, alla tratta delle schiave e allo sfruttamento del lavoro minorile».

Cosa può fare la Chiesa per evitare il più possibile questo martirio planetario? 

«Il Papa ha parlato di un ecumenismo del sangue o di ecumenismo dei martiri. Dobbiamo sapere che noi oggi siamo molto più uniti ai nostri fratelli protestanti e ortodossi di fronte al martirio che coinvolge queste Chiese. Si è parlato molto a Cuba tra Francesco e Kyrill dell’ecumenismo dei martiri. I cristiani sono molto più uniti di ieri proprio a partire dal martirio. Ma ciascuno di noi credenti può fare qualcosa. Dobbiamo chiedere ai nostri fratelli di pregare di più, di essere maggiormente solidali e di mettere in atto azioni di solidarietà verso questi cristiani che soffrono. Questo è molto importante. Dobbiamo anche sensibilizzare l’opinione pubblica su questa tragedia. Ma la prima cosa è pregare per questi nostri fratelli nella sofferenza ed essere il più possibile a fianco a loro».

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

 

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Intervista a Marco Impagliazzo: “Tenere questi giovani ai margini significa fare il gioco dei terroristi”

La Stampa, 4 gennaio 2016

Sullo ius soli si annuncia battaglia in Senato. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, considera «miope» opporsi alla riforma .
«Credo che la soluzione trovata alla Camera sia non ottimale ma positiva in questo momento storico. E credo che discutere troppo a lungo avrebbe come unico effetto la perdita di un’occasione importante di fare di questi ragazzi dei cittadini italiani a pieno titolo».
È l’effetto Bataclan: la strage di Parigi ha creato molti timori e una parte del mondo politico ha deciso di farsene interprete. 
«In Italia abbiamo tutte le energie culturali e storiche per favorire l’integrazione. Non è un pericolo accogliere grazie allo ius soli, lo è tenerli ai margini: significa fare il gioco dei terroristi. È nelle fasce più marginalizzate degli stranieri che il terrorismo cresce e si alimenta, non nelle fasce integrate nella società».
L’Italia non ci guadagna nulla, offrire la cittadinanza a chi nasce e a chi studia porta solo nuovi pericoli, sostengono i contrari allo ius soli. 
«L’accoglienza fa parte dei valori di umanità e solidarietà su cui si basa la cultura italiana. Approvare la nuova legge è un banco di prova per la tenuta di questi valori e di un modo per favorire un’integrazione che è già in corso. Si tratta solo di completare il percorso di crescita di queste persone sulla base dei nostri valori».
E dal punto di vista economico? 
«È l’altro, enorme vantaggio per l’Italia. Abbiamo grande bisogno di giovani, di forze nuove. Lo dice la demografia che nel nostro Paese è in preoccupante calo. È miope non vedere la grande carica di energia positiva rappresentata dagli stranieri per la nostra economia».
La solidarietà e l’accoglienza fanno parte dei valori italiani ma anche del mondo cattolico. Eppure anche fra i cattolici non mancano le divisioni su questo tema.
«Chiunque si opponga a questo processo non fa i conti con la storia e ha perso il contatto con la realtà. Veniamo da un passato fatto di emigrazione e di integrazione: il nostro dovere è integrarle, non respingerle».

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