Francesco ci mostra quanto l’italiano può dire al mondo

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 14 marzo 2021

«La via che il cielo indica al nostro cammino è un’altra, è la via della pace. Essa chiede, soprattutto nella tempesta, di remare insieme ». Parole di papa Francesco, risuonate nella piana di Ur il 6 marzo scorso. Parole pronunciate in italiano. Proprio nei luoghi in cui la Bibbia colloca l’episodio della torre di Babele e del susseguente dividersi dell’umanità in linguaggi e dialetti diversi, potenzialmente nemici, è stato possibile ascoltare la nostra lingua, l’italiano, come lingua di pace e di unità tra i popoli e le religioni. Possiamo essere fieri di un evento come questo: lì dove è fiorita una delle prime civiltà umane, l’italiano ha assunto, grazie a un Papa che gli dà in pratica uno status di ‘lingua ufficiale’, una rilevanza notevole. Qualcosa che si è ripetuto in molte occasioni in Iraq. E che del resto si verificava anche nei precedenti viaggi apostolici.

Ha scritto Tullio De Mauro: «Se fino al Concilio Vaticano II il latino è restato lingua della liturgia e dell’ufficialità della Chiesa di Roma, la sua vera lingua di lavoro, quella che per istituzioni diverse diremmo la ‘langue de guerre’, cui sono stati tratti e attratti chierici di tutto il mondo, è stata e pare restare ancora l’italiano ». Un esempio evidente lo si ha nelle Università pontificie a Roma, che attraggono un cospicuo numero di studenti di varie nazionalità, vero punto di incontro di lingue e culture. Poi c’è la presenza di tanti missionari italiani nel mondo che, oltre al lavoro pastorale e sociale che svolgono, sono un veicolo di trasmissione della lingua. Abbiamo ascoltato tanti canti in italiano di accoglienza al Papa, o nelle liturgie, nel viaggio in Iraq, creati da quei preti o religiosi che si sono formati a Roma.

La Chiesa cattolica è di fatto l’unica istituzione internazionale in cui l’idioma di Dante ha un ruolo di tale portata. Anche grazie alla Chiesa, una realtà culturale italiana tendenzialmente minoritaria e, spesso, ‘provinciale’ si ritrova a vivere un’inedita, ma effettiva estroversione, a fungere da ponte con mondi e civiltà altri, a farsi ambasciatrice di speranze, di ideali, di futuro. Non dovremmo minimizzare il valore di questo ‘matrimonio’ tra la Chiesa e l’italiano che la storia ha officiato. L’interazione tra la nostra lingua e quella che parla il cattolicesimo universale – con la sua ovvia insistenza sui temi della fede, della solidarietà, della fraternità – è ormai un fatto: la nostra lingua è la lingua di Fratelli tutti.

L’italiano diviene allora un patrimonio da spendere sulle strade del mondo, un giacimento di relazionalità e di universalismo che possono aiutarci a uscire dalla perifericità verso cui tante volte il nostro Paese sembra indirizzarsi. L’italiano lingua della Chiesa è un invito ad allargare lo sguardo. C’è un pianeta più grande intorno a noi e abbiamo una mappa in più con cui esplorarlo. «La sapienza in queste terre è stata coltivata da tempi antichissimi», ha detto il Papa a Baghdad. Lo ha detto in una delle più antiche lingue tra quelle dell’Occidente cristiano, erede diretta di una civiltà millenaria quale quella latina. L’italiano è, può essere, la lingua della cultura.

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