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Il sogno della pace

di Marco Impagliazzo sull’Osservatore Romano del 15 ottobre 2021

Sono passati 35 anni da quella prima Preghiera per la pace voluta da san Giovanni Paolo ii nella città di san Francesco, ma la forza spirituale che ne è scaturita non solo è ancora viva, ma è cresciuta ormai in modo significativo, tanto da rappresentare un punto di riferimento per le religioni e per il mondo. Lo ha dimostrato nei giorni scorsi l’incontro internazionale «Popoli fratelli, Terra futura», promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, che ha ereditato lo “spirito di Assisi” riproponendolo ogni anno da allora e costruendo attorno ad esso una rete di dialogo e di rapporti che più volte in passato ha fatto argine alla violenza in nome della religione.

Quando Giovanni Paolo ii convocò per la prima volta, con un gesto profetico, i rappresentanti delle grandi religioni mondiali era il tempo della guerra fredda, con le minacce nucleari che incombevano sull’umanità. Papa Wojtyła volle che le religioni prendessero l’iniziativa, a partire dalle loro diverse tradizioni, per lanciare un messaggio forte al mondo intero. Da allora un cammino si è snodato per far rivivere quello “spirito di Assisi”, che — come diceva Giovanni Paolo ii — non è solo per specialisti o diplomatici, ma «un cantiere aperto a tutti». Quest’anno l’evento si è tenuto a Roma il 6 e il 7 ottobre e si è concluso con l’intervento di Papa Francesco al Colosseo.

L’incontro ha sviluppato una prospettiva positiva di rinascita e ricostruzione del mondo che — si spera — possa uscire presto dalla pandemia. Personalità religiose, politiche, della società civile, della cultura, da quaranta nazioni, si sono riunite in presenza a Roma, nel complesso La Nuvola all’Eur, per alcuni forum su grandi argomenti di attualità, mentre la cerimonia finale si è svolta al Colosseo. Larga la partecipazione popolare in presenza — seppure ancora limitata per le misure anti-covid — con l’afflusso di tanti giovani (uno dei forum era dedicato a loro) per discutere di pace, ambiente («la cura della casa comune») e la necessità di «ritrovare il noi». Tra i relatori, non solo leader e rappresentanti delle religioni (cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddisti e induisti) ma anche economisti come Jeffrey Sachs ed esponenti delle istituzioni, come il ministro dell’Interno italiano, Luciana Lamorgese, e il ministro degli Esteri della Tanzania, Liberata Mulamula.

Ci si è chiesti: come porre le basi per un mondo nuovo mentre sono ancora aperte le ferite provocate dalla pandemia? Sono ferite gravi, profonde, che non hanno risparmiato nessun popolo e nessuna nazione: l’altissimo numero dei morti (si è arrivati a cinque milioni nel mondo), il grande numero di persone senza lavoro, bambini e giovani senza la scuola, una crisi sociale diffusa. Siamo di fronte a emergenze umane e sociali che toccano il corpo dell’umanità intera. I rappresentanti dei mondi religiosi si sono interrogati in modo forte sulla responsabilità di dare una risposta che aiuti il mondo a curare queste ferite. Se è vero che nessuno si salva da solo, com’è possibile ricominciare insieme?

È stato proprio questo Ricominciare insieme, il tema dell’assemblea inaugurale. È emerso il bisogno di ricominciare su nuove basi per non sprecare l’occasione che ci offre questa crisi mondiale, a partire da una risposta forte e unitaria alla crisi ambientale. Ricominciare insieme è stato in qualche modo l’auspicio di tutto il convegno. Non sono stati infatti giorni di discussioni su temi dottrinali o questioni dogmatiche, ma più semplicemente si è guardato al futuro del mondo. Le religioni hanno sentito il dovere, a Roma, di mostrare che si può camminare insieme, al di là delle diversità — anzi, proprio a partire da esse — sui temi della fraternità e della cura dell’ambiente per un mondo che sia molto diverso da quello che ci ha consegnato la pandemia o nel quale siamo entrati per la pandemia.

Davanti al Colosseo, dopo la preghiera ecumenica alla presenza di Papa Francesco, del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo i , e del patriarca armeno Karekin ii , hanno preso la parola per primi Andrea Riccardi e Angela Merkel. «Di fronte a un mondo che deve rinnovarsi — ha notato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio — si manifestano visioni limitate e un diffuso senso d’impotenza. Che genera indifferenza. Invece le religioni richiamano al fatto che il comportamento di ciascuno non è irrilevante per la salvezza propria e altrui, e della terra». Infatti «siamo all’appuntamento di un mondo nuovo, decisi a costruirlo con tutti, a partire dai giovani e dai poveri». Per il cancelliere Angela Merkel «senza il rispetto dell’altro e di chi la pensa diversamente o che ha un’altra fede, non possiamo vivere in pace… dobbiamo mantenere lo sguardo verso la miseria delle persone che vivono in mezzo ai conflitti, al loro diritto ad una vita dignitosa perché la sofferenza umana non viene relativizzata dalla distanza geografica». Subito dopo sono intervenuti il grande imam dell’università di Al Azhar (Il Cairo), Al-Tayyeb, e il presidente della conferenza dei rabbini europei Pinchas Goldschmidt.

Papa Francesco, nel discorso conclusivo, prima della lettura dell’appello finale, ha insistito sulla necessità che i «popoli fratelli» riprendano a «sognare la pace» per un mondo in cui prevalga il disarmo reale e quello dei cuori: «Con la vita dei popoli e dei bambini non si può giocare. Non si può restare indifferenti. Occorre, al contrario, entrare in empatia e riconoscere la comune umanità a cui apparteniamo, con le sue fatiche, le sue lotte e le sue fragilità. Pensare: “Tutto questo mi tocca, sarebbe potuto accadere anche qui, anche a me”». E ancora: «Bisogna smilitarizzare il cuore […] Meno armi e più cibo, più vaccini e meno fucili». L’appello finale letto da una giovane afghana, Sabera Ahmadi, evacuata lo scorso agosto da Kabul, ha richiamato i grandi temi dell’incontro: «Popoli fratelli e terra futura sono legati indissolubilmente e la pandemia ha mostrato quanto gli esseri umani siano sulla stessa barca, legati da fili profondi». La speranza, si è manifestata nel finale, quando bambini festanti, in rappresentanza di tanti popoli, nel tramonto che avvolgeva il Colosseo, hanno salutato i rappresentanti religiosi nel segno della pace.

30 Gennaio h16.00 – “Giornata della Pace. Custodi di memoria, costruttori di futuro – Dialogo a più voci con Marco Impagliazo, Mons. Redaelli”

Sui canali social associativi e della diocesi si svolgerà un incontro dal titolo “custodi della memoria, costruttori di futuro”  che vedrà  la partecipazione di  Marco Impagliazzo Presidente della Comunità di Sant’ Egidio e l’Arcivescovo Carlo Maria Radaelli Presidente nazionale Caritas che dialogheranno con il giornalista di Avvenire Marco Girardo, ci sarà anche una breve testimonianza di Franco Miccoli Presidente della associazione Concordia e Pax. 

Il convegno sarà trasmesso sui canali dell’Azione Cattolica di Gorizia: https://www.youtube.com/channel/UCx8DQTQFqKaGmBlRqmsSZcA/featured

Curare il male antico della guerra. Un impegno di pace che si fa più acuto, una speranza da tener cara

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 3 gennaio 2020

L’anno 2021 si è aperto con la buona notizia del vaccino: realizzato mai così presto, e con la speranza che arrivi a tutti. È il frutto di uno sforzo comune che prefigura un tempo nuovo da affrontare insieme. Forse mai come nell`anno che ci siamo lasciati alle spalle abbiamo potuto capire quanto l`intera umanità stia sulla stessa barca, nel bene e nel male, nell`impegno collettivo, che abbiamo cominciato a sperimentare, come nei drammi vissuti. E abbiamo anche compreso che è impossibile star bene se si esclude qualcuno. È significativo, in questo senso, che il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest`anno abbia unito la cura e la pace. Salvarsi insieme vale per la pandemia ma anche per la guerra: quando ci si combatte in un luogo è come se tutti gli uomini della terra lo facessero.

C`è un`intima solidarietà tra gli esseri umani nella sofferenza come nella speranza. Se qualcuno soffre per la guerra vuol dire che presto o tardi tutti ne soffriranno. Di conseguenza tutti ne devono essere consapevoli e coinvolti nel farla cessare. Nella politica internazionale osserviamo spesso una complicità che lega chi fa la guerra e chi non è pronto a fermarla. Nell`anno trascorso una quarantina di Stati si sono trovati coinvolti in almeno una delle varie forme di conflitto armato che oggi infuriano sul pianeta. Se poi si allarga lo sguardo e si includono anche i Paesi in cui è in corso una qualche forma di repressione interna armata o di abuso violento dei diritti, la cifra degli Stati coinvolti aumenta del doppio: circa ottanta Paesi che subiscono violenza su un totale di 193 nel mondo. Di fronte a tale scandalo, che provoca la morte di molti innocenti, troppi dirigenti politici hanno abbassato le braccia: poca mediazione, poche iniziative di pacificazione, scarso impegno per i conflitti congelati da tempo, con il rischio che si riaccendano perché non risolti. Soprattutto ha preoccupato la minor considerazione per il sistema multilaterale di dialogo politico e la conseguente tentazione di molti Stati di risolvere i contenziosi con la forza delle armi. Nel 2020 è stato celebrato i175° anniversario delle Nazioni Unite, nate nel 1945 dopo la seconda guerra mondiale proprio con l`obiettivo di non ricadere mai più in tale disastro: never again si disse all`epoca. Per questo, anche a causa della pandemia, il segretario generale dell` Onu aveva chiesto nel marzo scorso una tregua umanitaria mediante un cessate il fuoco incondizionato: «Il nostro mondo fa fronte a un nemico comune: il Covid-19. Il virus non tiene conto di nazionalità, etnia, fazione o fede. Esso attacca senza sosta tutti indistintamente», aveva scritto. Era un messaggio rivolto a tutti gli Stati: proclamiamo una tregua per affrontare il comune nemico dimostrando di essere all`altezza della sfida. Malauguratamente l`appello non è stato ascoltato.

C`è troppa abitudine alla guerra, anche se qualche luce nel buio si è vista, come i passi avanti negli accordi per il Sud Sudan, maturati a Roma, e soprattutto gli accordi tra alcuni Paesi arabi e Israele, segno che la pace è sempre possibile anche quando la guerra dura molto a lungo. Ecco quale può essere oggi il nostro impegno, all`inizio del 2021: far udire sempre la ragionevolezza della pace, non accettare mai che taccia perché ci può essere sempre qualcuno che sa ascoltarla anche quando non crediamo sia possibile. Dare voce alla pace è impegno per quella fraternità universale di cui papa Francesco ci parla nell`ultima enciclica Fratelli tutti. Se ne sente il bisogno, con urgenza, anche nella vita quotidiana. Basta pensare a quante armi terribili, di distruzioni di massa, continuano a essere prodotte, con il rischio che vengano utilizzate, magari per errore, come nel caso delle armi nucleari. Non possiamo accettare che tale, oscuro, destino incomba sull`umanità. Ci serve per questo la pace dei cuori. Ma se la pace è sempre possibile occorre entrare nell`anno nuovo accompagnati dalla speranza che un giorno la guerra sia abolita. Le generazioni passate riuscirono ad abolire la schiavitù: l`onore della nostra generazione potrebbe essere quello di un passo decisivo che abolisca la guerra. E il sogno da realizzare.

L’ONU: Efficace tavolo globale. Per un minimo comune denominatore necessario perché i popoli vivano insieme in pace sul pianeta

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale, 2 gennaio 2020

Le Nazioni Unite compiono 75 anni. Non hanno però potuto festeggiare questa ricorrenza come avrebbero voluto a causa del Covid-19. L`Assemblea generale 2020 è stata la prima della storia a non svolgersi in presenza ma on line. Le sale e i corridoi del Palazzo di vetro sono rimasti vuoti e silenziosi: niente incontri, né cortesi dissensi, né accordi sottobanco o strette di mano inconsuete. Eppure, la vera caratteristica dell’annuale incrociarsi a New York era proprio il fatto di potersi guardare tutti negli occhi.

Per la maggioranza dei 193 Paesi l’Onu resta il solo spazio reale in cui vedersi con chi conta: i leader o i ministri delle potenze globali e regionali. Per capire la peculiarità delle Nazioni Unite occorre mettersi al posto dei numerosissimi Stati piccoli e medi, meno ricchi e meno influenti, quelli che raramente sono protagonisti e che ricevono pochi inviti internazionali. All’Onu è diverso: tutti ricevono la medesima attenzione, hanno diritto allo stesso spazio in termini di tempi di parola e di voto in assemblea.

L’Onu rappresenta l’unico posto al mondo in cui il loro voto conta qualcosa. Il 75° dell’organizzazione ci ricorda anche un`altra cosa: a New York ci sono tutti, senza esclusione. Normalmente nello svolgersi della politica estera, gli Stati decidono chi frequentare e chi no.

Alle Nazioni Unite, invece ci sono tutti e ogni Paese si incontra, anche con chi considera avversario. Questo fatto rappresenta un messaggio e un’opportunità: da un lato afferma che la convivenza deve rimanere sempre possibile, malgrado i dissensi e le differenze; dall`altro offre a chi non si parla la possibilità di farlo senza che ciò divenga un cedimento. Che poi l`Onu abbia bisogno di una riforma, specie per il budget eccessivo e la questione irrisolta dell’eccessivo ruolo dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, questo è ormai patrimonio comune. In questo senso è auspicabile una riforma delle Nazioni Unite che dia voce veramente anche ai Paesi più piccoli, ai Paesi più poveri, quelli che soffrono dell`esclusione sociale ed economica.

Eppure – va detto con chiarezza – se non ci fossero le Nazioni Unite, il mondo sarebbe peggiore: il multilateralismo ha un suo ruolo determinante. Non è un caso che da Paolo VI in poi, i Papi si siano rivolti proprio all’Assemblea generale considerandola un podio globale da cui parlare in favore della pace e del dialogo. Per la Santa Sede l’Onu resta, come disse papa Francesco cinque anni fa, la risposta imprescindibile alle grandi crisi del mondo contemporaneo.

In questa 75a Assemblea generale dell`Onu, il segretario generale Antonio Guterres ha lanciato un appello a salvare il multilateralismo affermando che «oggi abbiamo un surplus di sfide multilaterali e un deficit di soluzioni multilaterali». A causa della pandemia, il foro principale del multilateralismo non ha potuto giocare pienamente il suo ruolo proprio quando ce n`era più bisogno. Nel corso degli ultimi anni il dialogo globale sembra aver perso colpi: dalla desistenza Usa al consenso ottenuto sul clima a Parigi con la Cop 21, all’scita degli Usa dall’Organizzazione mondiale della sanità proprio nell`anno del Covid-19.

Quest’anno il segretario generale Guterres ha molto insistito sul programma Covax, allo scopo di creare quel tasso di solidarietà collettiva necessario affinché il vaccino sia, se non prodotto, almeno distribuito equamente dappertutto nel mondo. Le Nazioni Unite sono l`unico foro mondiale capace di mettere a fuoco e influire su temi globali come questo: se a New York si decide collettivamente sulla distribuzione del vaccino, ad esempio, sarà più difficile per gli Stati ricchi applicare una politica restrittiva o egoista, così come sarà anche più arduo per le imprese farmaceutiche private concentrarsi solo sui propri guadagni.

Il 75° delle Nazioni Unite ricorda quanto sia importante mantenere un efficace tavolo globale in cui ognuno abbia un suo posto e in cui si possa dibattere delle questioni che coinvolgono tutti. Dall`ambiente alle risorse rinnovabili, dalla lotta contro le pandemie all`educazione per tutti, dal lavoro decente ai diritti: tanti sono i temi sensibili su cui New York può mettere in campo un difficile ma crescente processo unitivo che crei quel minimo comun denominatore necessario per vivere insieme in pace sul pianeta. È noto che molti leader mondiali sono oggi degli unilateralisti anche se si appellano all`Onu quando pare loro opportuno. In questi ultimi vent`anni gran parte della politica mondiale si è svolta come se il consenso di non scatenare guerre in prima persona, e di non alimentarne, fosse tramontato, mandando all’aria decenni di costruzione del sistema di sicurezza collettiva.

Di conseguenza la pace ha perso in popolarità e il conflitto è stato considerato sempre più come un fenomeno naturale. Ma il paradosso è che il pianeta è divenuto anche sempre più multipolare e multidimensionale. Avremo quindi sempre più bisogno di momenti di incontro aperti, generali e senza esclusioni per risolvere i problemi. Per continuare a svolgere il suo ruolo, l`Onu si può rivelare lo snodo indispensabile nel risolvere i molteplici contenziosi internazionali o nello stringere accordi sul futuro.

La riunione dei popoli ci dice che la pace è sempre possibile e che si può operare ragionevolmente per raggiungerla o preservarla laddove è a rischio. La società civile internazionale e le sue innumerevoli organizzazioni e associazioni, sono un alleato prezioso delle Nazioni Unite, come mostrala loro azione in favore degli ultimi e dei sofferenti.

A 75 anni dall’atomica su Hiroshima. Quella folle corsa che deve essere fermata

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 6 agosto 2020

Il 6 agosto 1945, settantacinque anni fa, una bomba atomica esplodeva su Hiroshima. Tre giorni dopo la stessa tragedia si ripeteva a Nagasaki. Decine di migliaia di persone cancellate in un istante, per non contare quanti avrebbero dovuto sopportare dolore e morte nei giorni e negli anni seguenti, portando «nei propri corpi», come ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio in Giappone, «germi di morte che continuavano a consumare la loro energia vitale». Mentre ci confrontiamo con un altro germe di morte, il microscopico virus che ha stravolto la vita del pianeta, è bene non dimenticare le altre minacce al genere umano, tra cui quella nucleare, accresciutasi man mano che aumentavano le nazioni in grado di replicare quei primi bombardamenti e che si perfezionavano e si moltiplicavano quegli strumenti di morte. Il Papa, il 24 novembre scorso, al Memoriale della Pace di Hiroshima ha detto: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno; una memoria viva che aiuti a dire di generazione in generazione: mai più!».

Questo 75° anniversario deve farsi monito e impegno, forza e iniziativa, e sguardo lungimirante sul futuro. Più volte in questi mesi ci siamo resi conto di quanto fosse ingannevole considerarsi «sani in un mondo malato». Ebbene, un mondo punteggiato di arsenali nucleari è davvero malato e la sottovalutazione del pericolo è la spia di una salute illusoria. Con la fine della guerra fredda non ci siamo liberati del rischio di un’apocalisse atomica: dopo essere molto diminuite, le armi nucleari hanno ricominciato ad aumentare. Il disordine globale di un mondo senza centri, l’egoismo di alcuni, la distrazione e il narcisismo di molti, la resilienza delle reti terroristiche, l’accentuarsi delle rivalità nazionalistiche ci avvertono che non siamo immuni e che la catastrofe incombe ancora sulla nostra generazione. «Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e dedizione da parte di tutti i leader», ammoniva il papa a Nagasaki. Sul nostro pianeta, oggi, è facile iniziare una guerra. Difficile è portarla a conclusione. In un contesto frammentato chi garantisce che tra tutti gli attori bellici sul terreno si abbia sempre quel controllo che hanno avuto, per nostra fortuna, Usa e Urss nel secolo scorso? La memoria di quanto accaduto 75 anni fa spinge a preoccuparci dell’oggi e del domani. Istituzioni sovranazionali, governi, opinione pubblica: per tutti fermarsi a ricordare è doveroso. Agire per scongiurare l’impensabile cercando un punto d’incontro non più basato sulla paura bensì sul comune interesse. 

L’equilibrio del terrore è un filo che rischia di spezzarsi ogni giorno. La tessitura del dialogo riannoda ogni giorno la speranza dell’umanità. Il sorgere dell’era atomica non rappresentò solo una cesura epocale per le relazioni internazionali e la storia delle guerre. Ha pure costituito una svolta dal punto di vista della cultura e della mentalità. Con l’atomica, l’umanità si trovò davanti alla responsabilità della totale distruzione reciproca. Dopo decenni di delicato equilibrio del terrore, siamo piombati nello squilibrio del terrorismo. Da un lato il pericolo si è fatto più ravvicinato e imprevedibile; dall’altro ci ha fatto dimenticare che ogni guerra può essere l’ultima. 

Oggi è necessaria una svolta: una coscienza più matura e responsabile, conscia dell’enorme potere di morte ma anche di vita di cui l’umanità è dotata. La guerra, e in particolar modo quella nucleare, rappresenta la negazione della responsabilità umana e ambientale che lega i destini della natura, di ogni essere vivente e degli esseri umani. Rispetto a tale deriva fa argine il sì di 122 Stati al Trattato per il bando delle armi nucleari negoziato in sede Onu. Si tratta di connettere saldamente questo impegno a quello per la giustizia ambientale e sociale in vista di una vera cultura di pace che cambi i cuori e le menti. La Chiesa, «esperta in umanità», continua a rilanciare quel «mai più la guerra» che Paolo VI, che proprio oggi ricordiamo nel giorno della morte, con grande forza espresse, nel 1965, nel primo storico discorso di un Papa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Terrore in Sri Lanka contro i costruttori di ponti. Mai ci abbiano in ostaggio

Uno dei modi di definire lo Sri Lanka è la “lacrima dell’India”. La sua particolare conformazione geografica lo fa assomigliare a una lacrima: quasi fosse scivolata dal viso della grande India. Paradossalmente oggi questa definizione rappresenta la sofferenza di migliaia di srilankesi – non importa a quale etnia appartengano perché tutte sono state colpite – e di stranieri che piangono i loro morti. La sofferenza delle centinaia di feriti si somma al dolore per le persone scomparse negli sconvolgenti attentati che hanno colpito tre città del Paese. È tutto il mondo a piangere con lo Sri Lanka, mentre una condanna unanime si leva da ogni popolo, governo e soprattutto da ogni religione.

Si sono voluti colpire ancora una volta i più inermi: le persone in preghiera nella grande festa di Pasqua, cuore della fede di ogni cristiano, e i turisti, che dopo lunghi tempi di guerra e di violenza, sono tornati recentemente in questo bellissimo Paese (sostenendone con la loro presenza l’economia e lo sviluppo). Il terrorismo ha colpito con il massimo della ferocia e con un’implacabile coordinazione: è risuonato in ogni dove l’urlo di una violenza cieca, che tutto vuole mettere a tacere, innanzitutto la speranza di un mondo in pace, dove sia possibile convivere tra persone di tradizioni e di fedi religiose diverse. Si può agire così solo se accecati dall’odio, che non ti fa vedere il volto delle donne che pregano di fronte alla statua di sant’Antonio, considerata miracolosa, nel santuario a Colombo, dei ragazzi stranieri che fanno colazione in un hotel prima di uscire per la gita, degli anziani pieni della gioia della festa di Pasqua che si recano alla Messa.

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Guerra (non solo) in Siria e Pacem in Terris. Noi, artigiani disarmati

Nell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate un paragrafo è dedicato, tra gli altri destinatari delle Beatitudini, agli «operatori di pace». Questa beatitudine, ha scritto il Papa, «ci fa pensare alle numerose situazioni di guerra che si ripetono» (87). E ha concluso: «Si tratta di essere artigiani della pace, perché costruire la pace è un’arte che richiede serenità, creatività, sensibilità e destrezza. Seminare pace intorno a noi, questo è santità». Certo non sembra, questa stagione di «guerra mondiale a pezzi» in cui le logiche e mezzi di morte continuano a trionfare dalla Siria al cuore dell’Africa, un tempo in cui tale santità sia molto praticata. E però, proprio per questo, a maggior ragione, i nostri sono giorni in cui una strada del genere va percorsa con più tenacia e convinzione.

È vero, gli anni del disordine globale, del «mondo senza centro» non sono facili. Viviamo una di quelle rapide della storia di cui scriveva Pavel Florenskij, sacerdote e pensatore russo ortodosso, inghiottito dal gulag: «Siamo nati in una rapida della storia, in un punto di svolta dell’andamento degli avvenimenti storici».

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Quando il Mozambico scelse pace e sviluppo

Da Avvenire del 5 ottobre 2017

di Marco Impagliazzo

Era il 4 ottobre di venticinque anni fa. A Roma veniva firmata la pace per il Mozambico, Paese dell’Africa meridionale, il cui popolo aveva subìto una guerra devastante con più di un milione di morti ed ereditato un territorio a pezzi. Era il Paese più povero del mondo. In un modo originale, fino ad allora inesplorato, si riusciva a risolvere un vecchio conflitto, nato quando il mondo era ancora diviso dalla logica dei due blocchi, Est e Ovest. La comunità internazionale, in 16 anni, non era riuscita a fermarlo. Ce la fecero, in due anni e mezzo di trattative presso la sede romana della Comunità di Sant’Egidio, quattro mediatori ‘atipici’ – Andrea Riccardi, don Matteo Zuppi, il vescovo mozambicano Jaime Gonçalves e, per il governo italiano, Mario Raffaelli – portando finalmente la pace tra il governo marxista della Frelimo e la guerriglia della Renamo. Come fu possibile? E quale legittimazione poteva avere una semplice comunità cristiana nel portare avanti una mediazione del genere?

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