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Francesco ci mostra quanto l’italiano può dire al mondo

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 14 marzo 2021

«La via che il cielo indica al nostro cammino è un’altra, è la via della pace. Essa chiede, soprattutto nella tempesta, di remare insieme ». Parole di papa Francesco, risuonate nella piana di Ur il 6 marzo scorso. Parole pronunciate in italiano. Proprio nei luoghi in cui la Bibbia colloca l’episodio della torre di Babele e del susseguente dividersi dell’umanità in linguaggi e dialetti diversi, potenzialmente nemici, è stato possibile ascoltare la nostra lingua, l’italiano, come lingua di pace e di unità tra i popoli e le religioni. Possiamo essere fieri di un evento come questo: lì dove è fiorita una delle prime civiltà umane, l’italiano ha assunto, grazie a un Papa che gli dà in pratica uno status di ‘lingua ufficiale’, una rilevanza notevole. Qualcosa che si è ripetuto in molte occasioni in Iraq. E che del resto si verificava anche nei precedenti viaggi apostolici.

Ha scritto Tullio De Mauro: «Se fino al Concilio Vaticano II il latino è restato lingua della liturgia e dell’ufficialità della Chiesa di Roma, la sua vera lingua di lavoro, quella che per istituzioni diverse diremmo la ‘langue de guerre’, cui sono stati tratti e attratti chierici di tutto il mondo, è stata e pare restare ancora l’italiano ». Un esempio evidente lo si ha nelle Università pontificie a Roma, che attraggono un cospicuo numero di studenti di varie nazionalità, vero punto di incontro di lingue e culture. Poi c’è la presenza di tanti missionari italiani nel mondo che, oltre al lavoro pastorale e sociale che svolgono, sono un veicolo di trasmissione della lingua. Abbiamo ascoltato tanti canti in italiano di accoglienza al Papa, o nelle liturgie, nel viaggio in Iraq, creati da quei preti o religiosi che si sono formati a Roma.

La Chiesa cattolica è di fatto l’unica istituzione internazionale in cui l’idioma di Dante ha un ruolo di tale portata. Anche grazie alla Chiesa, una realtà culturale italiana tendenzialmente minoritaria e, spesso, ‘provinciale’ si ritrova a vivere un’inedita, ma effettiva estroversione, a fungere da ponte con mondi e civiltà altri, a farsi ambasciatrice di speranze, di ideali, di futuro. Non dovremmo minimizzare il valore di questo ‘matrimonio’ tra la Chiesa e l’italiano che la storia ha officiato. L’interazione tra la nostra lingua e quella che parla il cattolicesimo universale – con la sua ovvia insistenza sui temi della fede, della solidarietà, della fraternità – è ormai un fatto: la nostra lingua è la lingua di Fratelli tutti.

L’italiano diviene allora un patrimonio da spendere sulle strade del mondo, un giacimento di relazionalità e di universalismo che possono aiutarci a uscire dalla perifericità verso cui tante volte il nostro Paese sembra indirizzarsi. L’italiano lingua della Chiesa è un invito ad allargare lo sguardo. C’è un pianeta più grande intorno a noi e abbiamo una mappa in più con cui esplorarlo. «La sapienza in queste terre è stata coltivata da tempi antichissimi», ha detto il Papa a Baghdad. Lo ha detto in una delle più antiche lingue tra quelle dell’Occidente cristiano, erede diretta di una civiltà millenaria quale quella latina. L’italiano è, può essere, la lingua della cultura.

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Impagliazzo: «Il Papa in Iraq, testimone di una fede in movimento»

da Roma Sette dell’8 marzo 2021

Si conclude oggi, 8 marzo, con l’arrivo all’aeroporto di Ciampino previsto alle 13, il viaggio apostolico di Papa Francesco in Iraq. Rispondendo all’appello del pontefice, che nei giorni precedenti alla partenza aveva invitato a pregare «perché questo viaggio possa svolgersi nel migliore dei modi e portare i frutti sperati», venerdì sera, 5 marzo, quando Francesco era da poche ore giunto a Baghdad, la Comunità di Sant’Egidio ha promosso una veglia di preghiera nella basilica di Santa Maria in Trastevere, trasmessa anche on-line.

«Desideriamo accompagnare il Papa in quello che è un viaggio di rilevanza storica per i cristiani e per tutti i credenti – ha spiegato, aprendo il momento di riflessione, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità – e insieme vogliamo pregare per la pace in Iraq, proprio in queste ore nelle quali il successore di Pietro incontra, consola e conforta tanti cristiani». Indicando la presenza in basilica anche di «alcuni amici iracheni, giunti a Roma grazie ai corridoi umanitari», il referente del movimento laicale ha spiegato come «questa sera, posta sull’altare, orienta il nostro sguardo e la nostra preghiera la stola di padre Ragheed Ganni». Il paramento liturgico del sacerdote iracheno ucciso il 3 giugno 2007 a Mosul, capoluogo del governatorato di Ninive che sorge sulla sponda occidentale del fiume Tigri, «è solitamente conservato nella chiesa romana di San Bartolomeo, intitolata ai nuovi martiri, coloro che hanno voluto e saputo testimoniare la loro fede fino alla morte», ha detto ancora Impagliazzo.

Commentando poi il brano biblico del profeta Ezechiele relativo alla visione delle ossa secche destinate a rivivere grazie all’opera dello Spirito di Dio, il presidente della Comunità di Sant’Egidio ha parlato di «una domanda di vita, in mezzo a tanta morte, affatto retorica, a cui è però impossibile rispondere da un punto di vista umano». Riferendo quindi il testo biblico all’attuale situazione irachena, Impagliazzo ha osservato che «con questo viaggio il Papa sta dando un principio di risposta alla domanda: “Potrà l’Iraq ritrovare la pace?”», riconoscendo «la grande missione affidata a Francesco, protetta dalla mano di Dio e illuminata per mezzo della Parola dallo Spirito Santo, che è speranza e guida, in un mondo che ha perso la strada».

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Incontro sull’enciclica “Fratelli tutti” con l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, Marco Impagliazzo e Antonio Spadaro – GUARDA IL VIDEO

Il 28 gennaio alle ore 17:00, nell’ambito della rassegna culturale  ‘Sentieri letterari nella contemporaneità’, promossa dall’Ufficio Scolastico Territoriale di Sondrio e di Cremona, l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, il Presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, e Antonio Spadaro, Direttore della “Civiltà Cattolica”, analizzano l’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco. Modera Riccardo Maruti, giornalista di “La Provincia di Cremona”.

Curare il male antico della guerra. Un impegno di pace che si fa più acuto, una speranza da tener cara

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 3 gennaio 2020

L’anno 2021 si è aperto con la buona notizia del vaccino: realizzato mai così presto, e con la speranza che arrivi a tutti. È il frutto di uno sforzo comune che prefigura un tempo nuovo da affrontare insieme. Forse mai come nell`anno che ci siamo lasciati alle spalle abbiamo potuto capire quanto l`intera umanità stia sulla stessa barca, nel bene e nel male, nell`impegno collettivo, che abbiamo cominciato a sperimentare, come nei drammi vissuti. E abbiamo anche compreso che è impossibile star bene se si esclude qualcuno. È significativo, in questo senso, che il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest`anno abbia unito la cura e la pace. Salvarsi insieme vale per la pandemia ma anche per la guerra: quando ci si combatte in un luogo è come se tutti gli uomini della terra lo facessero.

C`è un`intima solidarietà tra gli esseri umani nella sofferenza come nella speranza. Se qualcuno soffre per la guerra vuol dire che presto o tardi tutti ne soffriranno. Di conseguenza tutti ne devono essere consapevoli e coinvolti nel farla cessare. Nella politica internazionale osserviamo spesso una complicità che lega chi fa la guerra e chi non è pronto a fermarla. Nell`anno trascorso una quarantina di Stati si sono trovati coinvolti in almeno una delle varie forme di conflitto armato che oggi infuriano sul pianeta. Se poi si allarga lo sguardo e si includono anche i Paesi in cui è in corso una qualche forma di repressione interna armata o di abuso violento dei diritti, la cifra degli Stati coinvolti aumenta del doppio: circa ottanta Paesi che subiscono violenza su un totale di 193 nel mondo. Di fronte a tale scandalo, che provoca la morte di molti innocenti, troppi dirigenti politici hanno abbassato le braccia: poca mediazione, poche iniziative di pacificazione, scarso impegno per i conflitti congelati da tempo, con il rischio che si riaccendano perché non risolti. Soprattutto ha preoccupato la minor considerazione per il sistema multilaterale di dialogo politico e la conseguente tentazione di molti Stati di risolvere i contenziosi con la forza delle armi. Nel 2020 è stato celebrato i175° anniversario delle Nazioni Unite, nate nel 1945 dopo la seconda guerra mondiale proprio con l`obiettivo di non ricadere mai più in tale disastro: never again si disse all`epoca. Per questo, anche a causa della pandemia, il segretario generale dell` Onu aveva chiesto nel marzo scorso una tregua umanitaria mediante un cessate il fuoco incondizionato: «Il nostro mondo fa fronte a un nemico comune: il Covid-19. Il virus non tiene conto di nazionalità, etnia, fazione o fede. Esso attacca senza sosta tutti indistintamente», aveva scritto. Era un messaggio rivolto a tutti gli Stati: proclamiamo una tregua per affrontare il comune nemico dimostrando di essere all`altezza della sfida. Malauguratamente l`appello non è stato ascoltato.

C`è troppa abitudine alla guerra, anche se qualche luce nel buio si è vista, come i passi avanti negli accordi per il Sud Sudan, maturati a Roma, e soprattutto gli accordi tra alcuni Paesi arabi e Israele, segno che la pace è sempre possibile anche quando la guerra dura molto a lungo. Ecco quale può essere oggi il nostro impegno, all`inizio del 2021: far udire sempre la ragionevolezza della pace, non accettare mai che taccia perché ci può essere sempre qualcuno che sa ascoltarla anche quando non crediamo sia possibile. Dare voce alla pace è impegno per quella fraternità universale di cui papa Francesco ci parla nell`ultima enciclica Fratelli tutti. Se ne sente il bisogno, con urgenza, anche nella vita quotidiana. Basta pensare a quante armi terribili, di distruzioni di massa, continuano a essere prodotte, con il rischio che vengano utilizzate, magari per errore, come nel caso delle armi nucleari. Non possiamo accettare che tale, oscuro, destino incomba sull`umanità. Ci serve per questo la pace dei cuori. Ma se la pace è sempre possibile occorre entrare nell`anno nuovo accompagnati dalla speranza che un giorno la guerra sia abolita. Le generazioni passate riuscirono ad abolire la schiavitù: l`onore della nostra generazione potrebbe essere quello di un passo decisivo che abolisca la guerra. E il sogno da realizzare.

Benvenuto vaccino, inizio di una lunga via. Editoriale di Marco Impagliazzo

da Avvenire del 27 dicembre 2020

Parte oggi, in tutta Europa, la campagna di vaccinazione più imponente della storia: insieme nello stesso giorno.

E già questo è un bel segnale di unità. Travolta da un’epidemia come non se ne vedevano da un secolo, l’umanità ha saputo reagire, con la cura – medici, infermieri, personale sanitario, si sono prodigati per mesi, salvando migliaia di vite umane – e con la ricerca: mai così tanti vaccini erano stati ideati e messi in campo, e a tale velocità.

Il virus resta temibile e miete ancora troppe vittime, ma nel buio vediamo una luce: una giovane infermiera sarà oggi la prima, in Italia, a ricevere una dose del prodotto messo a punto dalla Pfizer. Certo, non è che un inizio. La strada è lunga. E i prossimi tornanti si preannunciano impegnativi.

Ma questo è un momento importante nella lotta contro la pandemia, l’avvio di un percorso destinato a muoverci verso una normalità che protegga la vita dei più deboli, permetta il ripristino di quella socialità di cui tutti abbiamo bisogno, contenga e poi annulli le ricadute economiche del dramma consumatosi nel 2020. Le restrizioni non sono finite, e purtroppo nemmeno i contagi. Si aspettava questo giorno.

Papa Francesco ha detto alla benedizione di Natale urbi et orbi: «In questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini», ammonendo di nuovo che siano «a disposizione di tutti». E occorre vigilare perché lo siano davvero. Tanti sono malati o in isolamento, tanta parte della scuola italiana è rimasta chiusa per mesi, gli istituti per anziani sono chiusi, la solitudine è più amara e più diffusa, in troppi sono preoccupati per il domani e continuano ad allungarsi le file di chi ha bisogno di un pacco alimentare. Ma ora possiamo sperare che il tempo della prova si attenui. Il nostro mondo vede la prospettiva della guarigione dal virus e i nostri cuori guardano al futuro in maniera differente.

«Sbaglia chi pensa che nasciamo una volta sola. Per chi vuole vivere, la vita è piena di nascite», ha scritto qualche giorno fa su queste colonne il poeta e cardinale Josè Tolentino. E questo 27 dicembre può essere in un certo senso paragonato a una nuova nascita.

Una ripartenza, coscienti di quel che è stato, sempre più chiaro con il passare del tempo – cioè che siamo «tutti sulla stessa barca» e che non possiamo fare a meno degli altri – pronti a costruire un tempo migliore. Questo è il compito della stagione che si apre. Verso la fine dei “Promessi Sposi”, mentre la peste si avvia a scomparire, nel lazzaretto padre Felice si rivolge a coloro che ce l’hanno fatta, e stanno per uscirne, e tornare in città, con una predica richiamata qualche mese fa dal Papa durante un’udienza generale: «La memoria de` nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi, […] che tutti son poi finalmente nostri fratelli […]. Cominciamo da questo viaggio, da` primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro!».

Parole che ci aiutano a riflettere sul domani che c’è da costruire e che chiede memoria, consapevolezza, dedizione e visione. Occorre ricordare chi ci è stato rapito dalla tormenta, e riflettere su cosa si è rivelato inadeguato – e qui pensiamo alle migliaia di morti nelle lungo degenze -. Ma anche guardare a quei «tutti» che «son poi finalmente nostri fratelli», sostenere i vecchi e accompagnare i giovani privati della normalità scolastica e della relazionalità cui avevano diritto, e cominciare una vita diversa: «una vita tutta di carità» avrebbe detto Manzoni, fatta di reti, di sostegno, di maggiore prossimità, possiamo dire noi. Come dopo una guerra, abbiamo visto troppa morte per non amare di più la vita in ogni sua fase e stagione.

È necessario il convergere di tutti perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza, per nessuno il futuro sia qualcosa da affrontare da soli o in modo soltanto virtuale. Tutti attendiamo un tempo nuovo, ma perché sia nuovo deve esserlo per tutti.

Francesco, Chaplin e un sogno vero. Per uscirne tutti insieme

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 29 novembre 2020

Nel 1940, ottant’anni fa, in un autunno di guerra in Europa, quando si intuiva già il dramma in cui il mondo stava precipitando, anche se non era ancora chiara la profondità dell’abisso (60 milioni di morti, la Shoah, l’atomica su Hiroshima e Nagasaki), usciva nelle sale statunitensi il film di Charlie Chaplin, “Il grande dittatore”.
In quel film – è noto – Chaplin interpreta due parti, quella di Adenoid Hynkel, versione caricaturale di Hitler, e quella del somigliantissimo barbiere ebreo, al quale, scambiato per il dittatore, nella sequenza finale viene chiesto di arringare la folla. Ne viene fuori un bellissimo “discorso all’umanità”.

Il cambiamento di registro – dal comico all’ispirato – lasciò perplessi i critici, ma oggi quelle parole testimoniano la visione di Chaplin sull’uomo e sul domani, il suo personale «I have a dream» e, al tempo stesso, interpretano i sentimenti di miliardi di uomini e di donne.
«Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, neri e bianchi. Tutti noi esseri umani vogliamo aiutarci l’un l`altro, siamo fatti così. Vogliamo vivere fianco a fianco con la felicità del prossimo, non con la sua miseria», dice il barbiere. “A coloro che mi ascoltano io dico: non disperate! Non siete macchine! Non bestie! Siete uomini! Avete l’amore per l’umanità nei vostri cuori! Voi, il popolo, avete la forza di costruire la felicità! Di far sì che la vita sia libera e bella, sia una magnifica avventura! Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a ognuno un lavoro, ai giovani un futuro, agli anziani la sicurezza».

Anche noi, in questo autunno di tristezza e scontento che si sta già facendo inverno, mentre viviamo un tempo tanto difficile, siamo chiamati a guardare oltre, a non disperare, a credere ancora più fortemente che «un mondo nuovo» sia possibile, a costruire orizzonti di unità e di solidarietà. È il tema della Fratelli tutti, l’enciclica per la stagione che viene, per un mondo che è a un bivio. In pieno disordine globale, nel mezzo di una «terza guerra mondiale a pezzi», esposti a una pandemia come non se ne vedevano da un secolo, alle prese con le sue ricadute economiche, le persone sono disorientate, preoccupate, impaurite. Che fare? Papa Francesco ha chiaro che si tratta di scegliere un futuro di «fraternità universale», in cui l’altro non sia il mio nemico, ma mio fratello.
Insieme all’epidemia la solitudine è un ulteriore contagio che si diffonde, si disgregano le reti che tengono insieme la polis, si accentuano le divisioni tra le nazioni, le culture, i continenti. Una comunicazione senza mediazioni, soggetta all’istinto e aliena dalla riflessione, induce a chiudersi, illude di poter fare da soli. Il magistero pontificio vive della convinzione opposta. E Francesco, in questa nostra epoca, è l’uomo della «fraternità universale».
La Chiesa non accetta di rattrappirsi, di essere una comunità senza sogni. Continua a parlare perché il mondo sia diverso, perché esso abbia un futuro. È quel che il Papa ha detto ai giovani domenica scorsa: «Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia».
La notizia è che il presente può cambiare. Che il futuro possiamo costruirlo migliore, anche se oggi siamo in guerra contro il virus e contro le sue lunghe conseguenze economiche e sociali. La notizia è che un tempo nuovo può essere cercato e costruito, come ci ricorda anche l’Avvento che sta per iniziare, nell’opera di uomini e donne che rammentano di essere umani, e di essere tutti fratelli, come ci ripete la nascita di Gesù.
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Impagliazzo: le religioni siano elementi di costruzione della pace

di Francesca Sabatinelli su Vatican News del 21/10/2020

“Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme”, questa frase di Francesco racchiude tutto il significato dell’Incontro per la Pace, organizzato dalla Comunità Sant’Egidio, come ogni anno dal 1986, con i leader delle religioni mondiali, sulle orme dello “Spirito di Assisi” e che in questa edizione, a Roma, aveva come tema “Nessuno si salva da solo”. Sono le parole tratte dall’Enciclica Fratelli tutti, citate durante l’evento dal fondatore della Comunità , Andrea Riccardi, e riprese ai microfoni di Vatican News, dal presidente della Comunità di Trastevere, Marco Impagliazzo, per il quale si è “costruito un sogno di un mondo in cui le religioni non siano un ostacolo alla pace”.
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E le suore danno la loro casa ai migranti

di Marco Impagliazzo su Osservatore Romano del 15 ottobre 2020

«La Chiesa è una casa con le porte aperte, perché è madre». L’appello ad accogliere, sintetizzato in questa espressione dell’enciclica Fratelli tutti  e nei numerosi richiami di Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato, non può restare senza risposta. Ed è importante che siano i figli e le figlie di quella «madre» che è la Chiesa a rispondere per primi.

Il gesto di pochi giorni fa, compiuto dalle suore Serve della Divina Provvidenza di Catania, va in questa direzione: un intero immobile, in via della Pisana a Roma, donato per l’ospitalità a migranti e rifugiati.

“Villa Serena” — così si chiama la palazzina — è stata offerta lunedì scorso al Papa, attraverso l’Elemosineria apostolica, alla presenza del cardinale Konrad Krajewski, e affidata, per la sua gestione, alla Comunità di Sant’Egidio.

Diventerà una casa d’accoglienza per rifugiati, in particolare per donne sole o con minori, famiglie in stato di vulnerabilità, che giungono in Italia con i corridoi umanitari. Arrivando a ospitare fino a sessanta persone, avrà lo scopo di dare un tetto ai rifugiati nei primi mesi dopo il loro arrivo, per poi accompagnarli in percorsi di autonomia lavorativa e alloggiativa. Un’esperienza vera e concreta di integrazione, oltre che di accoglienza.

Sant’Egidio ha dato il via dal dicembre 2015 all’iniziativa dei corridoi umanitari, grazie ai quali — anche in alleanza con le Chiese protestanti italiane e con la Conferenza episcopale italiana — è riuscita a portare rifugiati dal Libano, dall’Etiopia e recentemente anche dalla Grecia, in particolare dall’isola di Lesbo.

Finora sono state accolte in Italia e accompagnate nel processo di integrazione oltre 2.600 persone, tra cui un grande numero di minori. Altre sono state portate in Francia, Belgio e Andorra per un totale di circa 3.200 richiedenti asilo.

La necessità di ospitare da parte di tutti, ma in particolare da parte della Chiesa, venne sottolineata dal Papa nel settembre 2015 quando, di fronte al dramma della guerra in Siria, l’Europa si è trovata di fronte a una grande pressione di profughi che bussavano alle sue porte.

In quell’occasione Francesco chiese in modo esplicito che ogni parrocchia accogliesse una famiglia di rifugiati, ma anche che i monasteri e i conventi aprissero le loro porte all’ospitalità. E il Papa stesso scelse di portare nel suo aereo, di ritorno dal viaggio a Lesbo, tre famiglie siriane, affidandole a Sant’Egidio con uno “speciale” corridoio umanitario che si è realizzato nei mesi successivi per un totale di 67 persone.

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Assemblea Onu, Impagliazzo: il Papa ha molto da dire al mondo

Intervista a Marco Impagliazzo, Vatican News del 24 settembre 2020

Secondo lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, il videomessaggio di Francesco alle Nazioni Unite, previsto per domani, confermerà la sua leadership internazionale, sostenendo il multilateralismo nell’epoca della crisi globale causata dal coronavirus. “Il Papa non parla solo ai cristiani”

di Fabio Colagrande

Il videomessaggio di Papa Francesco alla 75.ma assemblea generale delle Nazioni Unite, apertasi il 21 settembre, è atteso per venerdì prossimo, 25 settembre, nel quinto anniversario della sua visita al Palazzo di Vetro a New York. Allora in quell’occasione Francesco, come i suoi predecessori Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, rivolse un discorso ai membri all’Assembla generale. Il Papa affermò, tra l’altro, che “la casa comune di tutti gli uomini deve continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità universale e sul rispetto della sacralità di ciascuna vita umana”. Quest’anno, nel contesto della crisi internazionale creata dalla pandemia di Covid-19, le parole del Papa sono particolarmente attese, come spiega Marco Impagliazzo, docente di storia contemporanea all’Università degli studi Roma Tre e presidente della Comunità di Sant’Egidio.

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La preghiera e l’azione. 14 maggio: con fede e senso di unità

Di Marco Impagliazzo, da Avvenire del 10 maggio 2020

Domenica scorsa 3 maggio, concludendo la preghiera del Regina Coeli, papa Francesco ha detto: «Ho accolto la proposta dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana affinché il prossimo 14 maggio i credenti di tutte le religioni si uniscano spiritualmente in una giornata di preghiera e digiuno e opere di carità, per implorare Dio di aiutare l`umanità a superare la pandemia di coronavirus».

L’iniziativa è dei leader religiosi che si rifanno allo storico Documento firmato dal Papa e dal grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, nel febbraio 2019: «Non dimentichiamo di rivolgerci a Dio Creatore in questa grave crisi – si legge nell`appello del Comitato – ogni persona, in ogni parte del mondo, a seconda della sua religione, fede o dottrina, perché Egli (…) liberi il mondo dalle conseguenze sanitarie, economiche e umanitarie della diffusione di tale grave contagio».

La preghiera di giovedì 14 maggio si configura come compartecipazione alle sofferenze e alle angosce causate dalla tempesta abbattutasi in questi mesi su tutto il pianeta, nonché come ideale continuazione del dialogo interreligioso avviato da Giovanni Paolo II nella giornata di Assisi e rafforzatosi via via negli anni, fino all`accelerazione impressa da Francesco con la firma di Abu Dhabi. Lo spirito di Assisi soffia ancora, e con più forza. Come ha rappresentato una risposta al dramma della guerra, può oggi farsi argine e fonte di nuova speranza di fronte alla pandemia, che imperversa in ogni continente, seminando morte, paura, difficoltà economiche. Il virus colpisce i legami sociali, indebolisce le istituzioni, precipita famiglie e popoli nell`abisso dell`incertezza per il futuro.

Papa Francesco, che prega per la fine dell’epidemia da quando essa era ancora confinata nell’apparentemente lontana Cina, vuole rispondere alla malattia che impone il distanziamento sociale con un nuovo legame, tra popolo e popolo, tra i popoli e il loro Creatore. AI microrganismo invisibile che confina tutti in uno spazio chiuso e in un tempo sospeso, il Papa intende contrapporre un movimento unitivo tra le culture e le religioni, fatto non solo di meditazione, bensì pure di carità. Desidera aprire nuovi spazi, disegnare un`idea di futuro. Il mondo della globalizzazione, che ci sembrava vasto, è diventato piccolo. Il male lo percorre a grandi passi, ignaro delle frontiere, mietendo vittime senza fare distinzioni di fede. Per questo c`è bisogno di vicinanza e d`incontro. Già il 27 marzo scorso, in piazza San Pietro, Francesco aveva saputo indicare una prospettiva: «Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del Tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è».
E’ da superare il tempo dei compartimenti stagni, dei muri, degli scontri di civiltà. Francesco si fa araldo dell`unità del genere umano. Di qui la preoccupazione perché la ricerca scientifica si muova avendo sempre presente il fatto che siamo tutti «sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati». Sì, la barca è una: «È importante mettere insieme le capacità scientifiche, in modo trasparente e disinteressato, per trovare vaccini e trattamenti e garantire l`accesso universale alle tecnologie essenziali che permettano a ogni persona contagiata, in ogni parte del mondo, di ricevere le necessarie cure sanitarie».

Considerarsi tutti membri di una sola famiglia umana, imparare a curare il creato, non è un “di più”, cui si può rinunciare se il contesto è difficile. Si rivela sempre più una necessità, in questo tempo di globalizzazione e di allargamento di orizzonti. La Storia – che avevamo messo da parte per far trionfare le nostre piccole storie – chiama a un`unità che faccia perno su ciò che ci unisce e lasci da parte ciò che ci divide. La preghiera comune di giovedì prossimo diviene per tutti un segno spirituale e universale: malgrado le differenze, non ci si salva da soli ma soltanto riconoscendoci vicini nella comune umanità e affrontando insieme la lotta per la vita di tutti. Con l’auspicio che le autorità civili del mondo adottino davvero, per la fine della pandemia, quella «collaborazione comune come condotta» a cui invita papa Francesco.