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Il sogno della pace

di Marco Impagliazzo sull’Osservatore Romano del 15 ottobre 2021

Sono passati 35 anni da quella prima Preghiera per la pace voluta da san Giovanni Paolo ii nella città di san Francesco, ma la forza spirituale che ne è scaturita non solo è ancora viva, ma è cresciuta ormai in modo significativo, tanto da rappresentare un punto di riferimento per le religioni e per il mondo. Lo ha dimostrato nei giorni scorsi l’incontro internazionale «Popoli fratelli, Terra futura», promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, che ha ereditato lo “spirito di Assisi” riproponendolo ogni anno da allora e costruendo attorno ad esso una rete di dialogo e di rapporti che più volte in passato ha fatto argine alla violenza in nome della religione.

Quando Giovanni Paolo ii convocò per la prima volta, con un gesto profetico, i rappresentanti delle grandi religioni mondiali era il tempo della guerra fredda, con le minacce nucleari che incombevano sull’umanità. Papa Wojtyła volle che le religioni prendessero l’iniziativa, a partire dalle loro diverse tradizioni, per lanciare un messaggio forte al mondo intero. Da allora un cammino si è snodato per far rivivere quello “spirito di Assisi”, che — come diceva Giovanni Paolo ii — non è solo per specialisti o diplomatici, ma «un cantiere aperto a tutti». Quest’anno l’evento si è tenuto a Roma il 6 e il 7 ottobre e si è concluso con l’intervento di Papa Francesco al Colosseo.

L’incontro ha sviluppato una prospettiva positiva di rinascita e ricostruzione del mondo che — si spera — possa uscire presto dalla pandemia. Personalità religiose, politiche, della società civile, della cultura, da quaranta nazioni, si sono riunite in presenza a Roma, nel complesso La Nuvola all’Eur, per alcuni forum su grandi argomenti di attualità, mentre la cerimonia finale si è svolta al Colosseo. Larga la partecipazione popolare in presenza — seppure ancora limitata per le misure anti-covid — con l’afflusso di tanti giovani (uno dei forum era dedicato a loro) per discutere di pace, ambiente («la cura della casa comune») e la necessità di «ritrovare il noi». Tra i relatori, non solo leader e rappresentanti delle religioni (cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddisti e induisti) ma anche economisti come Jeffrey Sachs ed esponenti delle istituzioni, come il ministro dell’Interno italiano, Luciana Lamorgese, e il ministro degli Esteri della Tanzania, Liberata Mulamula.

Ci si è chiesti: come porre le basi per un mondo nuovo mentre sono ancora aperte le ferite provocate dalla pandemia? Sono ferite gravi, profonde, che non hanno risparmiato nessun popolo e nessuna nazione: l’altissimo numero dei morti (si è arrivati a cinque milioni nel mondo), il grande numero di persone senza lavoro, bambini e giovani senza la scuola, una crisi sociale diffusa. Siamo di fronte a emergenze umane e sociali che toccano il corpo dell’umanità intera. I rappresentanti dei mondi religiosi si sono interrogati in modo forte sulla responsabilità di dare una risposta che aiuti il mondo a curare queste ferite. Se è vero che nessuno si salva da solo, com’è possibile ricominciare insieme?

È stato proprio questo Ricominciare insieme, il tema dell’assemblea inaugurale. È emerso il bisogno di ricominciare su nuove basi per non sprecare l’occasione che ci offre questa crisi mondiale, a partire da una risposta forte e unitaria alla crisi ambientale. Ricominciare insieme è stato in qualche modo l’auspicio di tutto il convegno. Non sono stati infatti giorni di discussioni su temi dottrinali o questioni dogmatiche, ma più semplicemente si è guardato al futuro del mondo. Le religioni hanno sentito il dovere, a Roma, di mostrare che si può camminare insieme, al di là delle diversità — anzi, proprio a partire da esse — sui temi della fraternità e della cura dell’ambiente per un mondo che sia molto diverso da quello che ci ha consegnato la pandemia o nel quale siamo entrati per la pandemia.

Davanti al Colosseo, dopo la preghiera ecumenica alla presenza di Papa Francesco, del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo i , e del patriarca armeno Karekin ii , hanno preso la parola per primi Andrea Riccardi e Angela Merkel. «Di fronte a un mondo che deve rinnovarsi — ha notato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio — si manifestano visioni limitate e un diffuso senso d’impotenza. Che genera indifferenza. Invece le religioni richiamano al fatto che il comportamento di ciascuno non è irrilevante per la salvezza propria e altrui, e della terra». Infatti «siamo all’appuntamento di un mondo nuovo, decisi a costruirlo con tutti, a partire dai giovani e dai poveri». Per il cancelliere Angela Merkel «senza il rispetto dell’altro e di chi la pensa diversamente o che ha un’altra fede, non possiamo vivere in pace… dobbiamo mantenere lo sguardo verso la miseria delle persone che vivono in mezzo ai conflitti, al loro diritto ad una vita dignitosa perché la sofferenza umana non viene relativizzata dalla distanza geografica». Subito dopo sono intervenuti il grande imam dell’università di Al Azhar (Il Cairo), Al-Tayyeb, e il presidente della conferenza dei rabbini europei Pinchas Goldschmidt.

Papa Francesco, nel discorso conclusivo, prima della lettura dell’appello finale, ha insistito sulla necessità che i «popoli fratelli» riprendano a «sognare la pace» per un mondo in cui prevalga il disarmo reale e quello dei cuori: «Con la vita dei popoli e dei bambini non si può giocare. Non si può restare indifferenti. Occorre, al contrario, entrare in empatia e riconoscere la comune umanità a cui apparteniamo, con le sue fatiche, le sue lotte e le sue fragilità. Pensare: “Tutto questo mi tocca, sarebbe potuto accadere anche qui, anche a me”». E ancora: «Bisogna smilitarizzare il cuore […] Meno armi e più cibo, più vaccini e meno fucili». L’appello finale letto da una giovane afghana, Sabera Ahmadi, evacuata lo scorso agosto da Kabul, ha richiamato i grandi temi dell’incontro: «Popoli fratelli e terra futura sono legati indissolubilmente e la pandemia ha mostrato quanto gli esseri umani siano sulla stessa barca, legati da fili profondi». La speranza, si è manifestata nel finale, quando bambini festanti, in rappresentanza di tanti popoli, nel tramonto che avvolgeva il Colosseo, hanno salutato i rappresentanti religiosi nel segno della pace.

Messaggio di speranza

Di Marco Impagliazzo su Osservatore Romano del 20 ottobre 2020

“Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità” è questo il titolo che abbiamo dato quest`anno all`Incontro interreligioso per la pace nello Spirito di Assisi che si svolge per l`emergenza covid in una sola sessione, un solo pomeriggio, martedì 20 ottobre a Roma sul Colle del Campidoglio. Siamo molto felici che questo Incontro si possa tenere, perché c`era bisogno e c`è bisogno di parole di pace, di parole di speranza, di parole che indichino un futuro per l`umanità così travolta da questa pandemia. Siamo molto felici che all`incontro partecipa Papa Francesco assieme ad altri grandi importanti rappresentanti delle religioni mondiali.

Naturalmente ci sono lo spazio per la preghiera ognuno secondo la propria tradizione e poi lo spazio dei discorsi per sentire e capire insieme cosa le religioni e i mondi religiosi hanno da dire all`umanità, per trovare un futuro dopo la pandemia; per non scoraggiarsi, per non rimanere storditi, spaesati, dopo questi mesi così duri, così difficili, che hanno anche provocato una grande crisi economica e sociale, toccando la vita di molte persone e rendendo tutti più poveri. Perciò le parole della preghiera per la pace sono importanti in questo tempo, per dare a tutti più coraggio; non solo per affrontare ognuno di noi personalmente questa crisi, ma per dare speranza a chi da essa è stato più colpito.