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Che cosa si tace sull’eutanasia. Ambiguità e silenzi del referendum

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 25 agosto 2021

«Per impedire che siano altri a decidere per noi. Per essere liberi, fino alla fine», si legge sul sito del comitato promotore del referendum per l’«eutanasia legale». C’è molta ambiguità in questo richiamo a una libertà individuale che arriva fino al punto di decidere della propria morte, seppure in condizioni particolari. Nel tempo della pandemia, in cui la morte è purtroppo tornata prepotentemente a farsi sentire, si è lottato – spesso allo stremo – per tenere in vita le persone e si è sovente ripetuto che non ci si salva da soli e che non si può fare il triage delle vite, per esempio in base all’età.

Salvarsi insieme sta diventando una visione comune e diffusa. La campagna vaccinale ne è un esempio. Così come la presa di coscienza di molti cittadini sui temi ambientali, al pari di quelli sociali e della salute. Tutti aspiriamo alla libertà e a una libertà per tutti. Nelle parole d’ordine dei referendari c’è poi un’ambiguità evidenziata da Giovanni Maria Flick su ‘Avvenire’: il cuore del quesito referendario non è una decisione da prendere per sé stessi, bensì in relazione alla riformulazione dell’omicidio del consenziente. Il paradosso, argomenta Flick, è che «chi uccidesse un maggiorenne e cosciente di sé che glielo chiede, anche in buona salute, non rischierebbe il carcere».

Sarebbe questa la buona morte? Farsi uccidere è una battaglia di libertà? La conclusione del giurista è che si sta creando confusione: «Attraverso leggi penali non si vuole più dare certezza ai cittadini, ma far valere una specifica visione della vita». Ecco il punto: una visione della vita che è di parte e che non si vuole confrontare nei luoghi deputati (come il parlamento) ma che usa i referendum sulla giustizia. Il comitato referendario non dice ciò che i giudici costituzionali hanno già affermato (sentenza 242/19): il reato di aiuto al suicidio non si applica quando a richiedere di morire sia «persona affetta da patologia irreversibile, e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, e sia inoltre tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Lo stesso comitato referendario omette di dire che alla Camera dei deputati è in discussione in commissione un ddl sul suicidio assistito, che dovrà necessariamente recepire la sentenza di cui sopra. Tutte queste omissioni rivelano il vero intento: inseguire un facile consenso basato sul principio emotivo di autodeterminazione, senza approfondire. Tuttavia un esito ottenuto per via populista rischia di darci una legge incoerente, finendo per minacciare il diritto alla vita dei più fragili. Sembra che ciò che davvero conti per i referendari è affermare che «le persone sono più avanti rispetto alla politica». Chiediamo: avanti verso dove? In Belgio e in Olanda dove l’eutanasia è legge da un paio di decenni, si è talmente ‘avanti’ nell’applicazione del protocollo sui bambini che nemmeno tale dramma fa più notizia.

Dall’esaltazione della volontà del maggiorenne, monade ferita ma capace di prendere in mano la propria fine, si è passati alla valutazione delle possibilità del singolo di vivere «una vita degna di essere vissuta» (ricordo sommessamente che tale espressione è purtroppo di origine nazista). Su tale questione sappiamo che non c’è accordo generale e quindi andrebbe discussa molto più approfonditamente.

A distanza di alcuni anni dall’introduzione dell’eutanasia, il parlamento olandese e belga trattano dell’estensione dell’eutanasia ai malati di mente o a quelli in terapia intensiva, riservando la decisione ai medici. Lo slogan «per essere liberi, fino alla fine» nasconde tale evoluzione? La battaglia è divenuta tutta ideologica. Se l’obiettivo dell’euta- nasia è salvaguardare la propria dignità e alleviare la sofferenza, esistono già – sempre migliorabili e da rendere nei fatti universali – l’interruzione dei trattamenti e il ricorso alle cure palliative. Se invece il punto è insistere sulla libertà individuale, allora il rischio di abusi e derive è altissimo.

D’altra parte sappiamo che tale libertà viene alla fin fine ceduta agli specialisti, e saranno loro a decidere per noi. La delicatezza dei temi legati alla malattia, alla debolezza, alla vecchiaia deve rendere saggi e prudenti: stupisce e rattrista l’eccitazione populista per quello che è comunque un epilogo di morte. Meglio darsi il tempo necessario alla riflessione e al dibattito. Tanto più nel pieno di una pandemia che ha mietuto vittime a centinaia di migliaia. Il virus ha già fatto strage: questo è il momento di far trionfare la vita e di non rassegnarsi alla morte.

Afghanistan. Tre idee per gli afghani richiedenti asilo in Europa

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 18 agosto 2021

La gravissima situazione umanitaria di queste ultime settimane nell’Afghanistan non ha ripercussioni soltanto all’interno del Paese, ma anche sulle migliaia di afghani che in questi ultimi anni hanno cercato rifugio all’estero. Il lungo e vasto flusso migratorio riguarda quelle parti di popolazione che appartengono alle diverse etnìe e confessioni religiose, perseguitate dai taleban. Tra loro troviamo molti richiedenti asilo nei vari Paesi della Ue. Non è un caso se dal 2015 la seconda nazionalità di asilanti, dopo quella siriana, è quella afghana, cui segue quella venezuelana. Dai Paesi citati si può ben capire la profondità delle sofferenze in cui vivono queste persone. Non va dimenticato, peraltro, che il numero di richiedenti asilo, dopo il grande afflusso del 2015 e 2016, dovuto in larga parte ai profughi siriani, è andato costantemente diminuendo fino alla punta minima del 2020 che ha visto nei 27 Paesi dell’Unione Europea un totale di 417mila richieste di asilo. Il trend in discesa si è confermato anche per il primo trimestre del 2021 con una diminuzione del 37% di domande. Nell’Unione non esiste un’«invasione» di rifugiati, anzi, si assiste a una contrazione costante della loro presenza, in parte dovuta alla pandemia da Covid.

Tra il 2020 e i primi mesi del 2021 sono approdati in Europa, principalmente dalla Turchia attraverso la Grecia o la rotta balcanica (Bulgaria, Serbia, Bosnia, Slovenia etc.), oltre 54mila afghani. La gran parte sono famiglie con minori, e tra loro molti minori non accompagnati. Gli afghani rappresentano percentualmente la prima nazionalità di minori non accompagnati giunti in Europa nel 2020: il 41%. Ciò significa che siamo di fronte a un popolo di giovani e giovanissimi. Gli afghani che chiedono asilo si dirigono principalmente in Germania, dove ci sono da tempo stabili comunità, poi in Francia, Belgio, Austria e Paesi scandinavi. Ma la loro presenza in queste nazioni non è senza problemi.

Anzi. In Germania circa la metà dei richiedenti asilo afghani sono rifiutati come rifugiati. Degli altri una buona parte ottiene il permesso per motivi umanitari, mentre solo una piccola minoranza è riconosciuta rifugiata. Danimarca, Svezia, Germania, Austria e Norvegia hanno da tempo iniziato i rimpatri forzati in Afghanistan dei richiedenti rifiutati all’asilo. Recentemente a causa della situazione critica nel Paese, il governo afghano aveva chiesto all’Unione Europea di interrompere per almeno tre mesi i rimpatri forzati dei richiedenti asilo in Europa. Il 5 agosto i ministri dell’Interno di sei Paesi europei – Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi – avevano però scritto una lettera alla Commissione Europea in cui dicevano che le espulsioni sarebbero continuate nonostante gli appelli: l’interruzione delle espulsioni «invierebbe un segnale sbagliato ed è probabile che motiverebbe ancora più cittadini afghani a lasciare il proprio Paese per venire in Europa».

Adalbert Jahnz, portavoce della Commissione per gli Affari interni, aveva replicato alla lettera dicendo che «spetta a ciascun Stato membro valutare individualmente se l’espulsione è possibile». Fortunatamente l’11 agosto Germania e Paesi Bassi hanno sospeso le espulsioni verso l’Afghanistan. Il ministro dell’Interno tedesco ha dichiarato che, per il momento, le espulsioni non sarebbero state effettuate sebbene ci siano 30mila afgani in questa posizione.

L’Italia ha una politica diversa rispetto ai Paesi europei citati, e accoglie con maggiore attenzione le domande di asilo e di protezione sussidiaria da parte di profughi afghani. In generale, vista la gravissima situazione dell’Afghanistan, in attesa di aprire corridoi umanitari e velocizzare i ricongiungimenti familiari per chi vive in situazioni di maggiore vulnerabilità all’interno del Paese, bisogna chiedersi se non sia necessario adottare, in tutti i Paesi europei, misure che allevino la situazione degli afghani che sono già nel nostro continente. Ecco alcune proposte.

La prima: sospendere tutte le espulsioni già decretate dai Paesi europei. La seconda: superare il criterio di inammissibilità derivante dal principio del Paese terzo sicuro (la Turchia) applicato in Grecia per i cittadini afghani. Nei campi, nelle isole e nelle città greche ci sono oggi migliaia di afghani le cui domande, sulla base di questo principio, non potranno nemmeno essere presentate. La terza: riesaminare le domande rigettate, in considerazione della grave situazione afghana. Di fronte a un dramma come quello in corso, tante visioni e impostazioni ristrette devono cadere. Non basta guardare con angoscia le terribili immagini che giungono da lontano: è possibile iniziare a dare subito risposte. In vent’anni afghani e occidentali hanno tentato di costruire un Afghanistan libero e democratico. Il progetto è fallito. Evitiamo, per quanto possibile, che il prezzo del fallimento sia pagato da chi ci ha creduto.

Migranti: per non “morire di speranza”. È urgente ripristinare i flussi migratori di ingressi regolari

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale (Agosto-Settembre 2021)

«Pensiamoci: il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa». Queste le parole di Francesco lo scorso 13 giugno, una settimana prima della Giornata mondiale del rifugiato. Per celebrare questa ricorrenza, da alcuni anni, la Comunità di Sant’Egidio promuove la veglia di preghiera “Morire di speranza” in memoria dei migranti che perdono la vita nel tentativo di aggiungere l’Europa: oltre 59 mila persone, fra morti e dispersi, dal 1990. Un conteggio drammatico, che si è ulteriormente aggravato nell’ultimo anno: 4.071 le persone che, da giugno 2020 a oggi, sono morte nel Mediterraneo o lungo le vie di terra, come la terribile “rotta balcanica”. Si tratta di un bilancio pesante per essere considerato, come spesso accade, una statistica accanto alle altre. È, invece, una tragedia dell’umanità, su cui occorre riflettere per reagire a quella “globalizzazione dell’indifferenza” evocata da Francesco nel suo primo viaggio fuori dal Vaticano, a Lampedusa nel luglio 2013.

Il tema delle migrazioni va sottratto alla strumentalizzazione politica e considerato, con realismo, per quello che è: non tanto un problema, quanto una risorsa. In Europa siamo nel tempo dell ripartenza, grazie alla campagna vaccinale e allo stanziamento di ingenti fondi economici. Per fissare lo sguardo sul nostro Paese, è opportuno notare che anche un’immigrazione giusta e regolare può contribuire alla ripresa, facendo incontrare, come insegna una legge fondamentale dell’economia, il bisogno delle imprese e delle famiglie italiane – la domanda – con l’offerta rappresentata da chi emigra alla ricerca di un lavoro e di un futuro.

Parlando di migrazioni, il primo problema è constatareche l’Italia è tornata a essere un Paese di emigrazione. Nell’ultimo decennio, gli italiani che vanno a lavorare e vivere all’estero sono in costante aumento.

Nel 2020 il numero degli immigrati è pari a quello degli emigrati, un fattore che aggrava l’inverno demografico in cui si trova l’Italia. In pochi anni, nel 2036,«saremo in piena tempesta emografica”, con il massimo dei lavoratori in uscita (i figli del baby boom) e il minimo di potenziali lavoratori in entrata», ha scritto Dalla Zuanna. L’immigrazione non può essere considerata la soluzione alla crisi demografica o alle difficoltà del mercato del lavoro, ma – se ben governata – può contribuire, insieme ad altri fattori, a invertire la rotta e a garantire la tenuta economica del welfare. È quanto sollecitano alcuni settori produttivi per sostenere la ripresa economica. Alla vigilia di un’estate di ripartenza, sono stati albergatori e ristoratori i primi a lanciare l’allarme per la difficoltà a reperire il personale sufficiente per accogliere i turisti nei loro esercizi finalmente aperti. Nell’Italia che, secondo l’Istat ha perso quasi un milione di posti di lavoro a causa della pandemia, soprattutto nel comparto turistico, una grossa offerta di lavoro resta senza risposta.

Un altro settore per cui è urgente trovare soluzioni è l’agricoltura, come ha denunciato la Coldiretti. Nelle campagne mancano 50 mila addetti, soprattuto a causa della scadenza dei permessi di soggiorno degli immigrati. Altro comparto in gravissima difficoltà è quello della sanità, per la carenza degli infermieri. In Italia il loro numero è notevolmente inferiore alla media europea. Secondo la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, nel nostro Paese mancano ben 63 mila infermieri. E a pagarne la carenza sono soprattutto le famiglie: molte persone affette da gravi disabilità e altre patologie, finora curate a casa, hanno visto ridurre l’assistenza domiciliare. Eppure, ci sono Paesi, come l’Argentina e il Perù, le cui scuole infermieristiche sono di ottimo livello, ma per ottenere il riconoscimento dell’equipollenza dei diplomi si impiega troppo tempo. Occorre snellire e semplificare le procedure per rispondere a quello che è un obiettivo strategico fissato dal Pnrr, ossia potenziare l’assistenza domiciliare.

In vista dello scorso Consiglio Europeo dedicato all’immigrazione, Sant’Egidio ha formulato alcune proposte per affrontare questo tema decisivo per il futuro del nostro continente. Anzitutto, è urgente ripristinare i flussi di ingresso regolari per favorire l’occupazione in quei settori che hanno maggiori difficoltà a soddisfare la richiesta di lavoratori specializzati e non. In secondo luogo, si tratta di reintrodurre nella legge italiana le sponsorship private, che potrebbero consentire, oltre che alle Ong accreditate, a imprese e famiglie di chiamare lavoratori in Italia, come avveniva tra il 1998 e il 2002. La terza proposta consiste nell’ampliare i corridoi umanitari, una buona pratica che dal 2016 ha permesso l’arrivo in sicurezza nel nostro Paese di 3 mila rifugiati e di altri 700 in Francia, Belgio, Andorra e San Marino. Tale iniziativa ecumenica, promossa da Sant’Egidio, Cei e Chiese evangeliche, rivela che è possibile combattere le catene dell’immigrazione illegale. Una buona pratica che unisce accoglienza e integrazione. L’esperienza dei corridoi umanitari è una risposta al sogno di un’Europa dove democrazia, diritti umani e solidarietà restino a fondamento della sua costruzione. È umanamente giusto, ma anche economicamente conveniente.

È stata la scuola a renderci italiani, non la famiglia

di Marco Impagliazzo su Domani del 28 maggio 2021

Ernesto Galli della Loggia rimarcava giorni fa sul Corriere della Sera il fatto che «immigrati di seconda generazione, dunque nati in Italia, che verosimilmente [avevano] seguito un ciclo scolastico o più d’uno nelle scuole italiane», si erano resi protagonisti di manifestazioni anti-israeliane e di slogan antiebraici.
Evidentemente, aggiungeva, l’istruzione e le lezioni di educazione civica impartite loro nelle nostre aule «non [erano] state capaci di metterli al riparo» da «uno schietto antisemitismo». Ne discende secondo l’editorialista che lo ius culturae è insufficiente a creare buoni cittadini, concludendo con un’oscura premonizione: «tra l’illuminismo e l’identità, rassegniamoci, quasi sempre vince l’identità».

L’essenza delle persone
Per Galli esistono dunque dei “marker antropologici” fatali, secondo i quali nulla della natura umana può cambiare: esiste un’essenza delle persone che diviene il loro destino.
Si tratta di un pensiero sempre più diffuso: una dottrina che essenzializza le persone fissandone le caratteristiche con presunti elementi oggettivi (natura, etnia, religione e così via), immutabili e irrecuperabili. In questo caso sarebbe come dire: se la tua età è giovane, la tua etnia è nera o araba e la tua religione islamica, diverrai di sicuro un problema per la società occidentale nella quale ti inserisci o nasci.
Sappiamo quale tragedia può venir fuori dal fissare giovani e adolescenti in una loro essenza (presunta) originaria e immutabile: ogni qualvolta si essenzializza una persona o un gruppo umano, si perde di vista la sua umanità, la sua contemporaneità e la sua individualità, entrando in un vortice pericoloso.
Si tratta di una forma di disumanizzazione condannata dal pensiero liberale. Niente può marcare a fuoco il destino di una persona, se non le sue scelte giorno dopo giorno e la cultura in cui vive e di cui si nutre. Tanto meno quando si parla di giovani contemporanei, pur se le loro reazioni non ci piacciono. Galli dovrebbe infatti rendersi conto che se alcuni giovani si sono resi protagonisti di manifestazioni antiebraiche – e ciò rimane certamente da condannare – forse la radice va ricercata proprio nella cultura oggi ancora esistente in Italia tra gli stessi italiani di origine. Com’è noto l’antisemitismo non è mai del tutto morto tra di noi, “italiens de souche”, e sarebbe bene guardare a come spesso ritorna in auge nei momenti di crisi, mediante una cultura della separazione e del capro espiatorio.
Infatti additare quei giovani di seconda generazione come generatori originari di antisemitismo significa trasformarli in capro espiatorio al posto della crescente mentalità razzista del nostro paese di questi ultimi anni, sorella della mentalità violenta che è stata fin troppo sdoganata, a cominciare da quella verbale dei talk show.

Troppa tolleranza

Purtroppo da tempo nelle estreme europee, sia di destra che di sinistra, risorge un antisemitismo che viene troppo tollerato. Lo abbiamo visto anche in paesi dalla tradizione civile più matura della nostra, come il Regno Unito o i paesi scandinavi. Non c’è stato bisogno dell’apporto delle seconde generazioni per vedere risorgere tale fenomeno dal sottosuolo sub-culturale europeo (quello sì davvero anti-illuminista!). Lo ius culturae non c’entra: c’entra invece quello che stiamo diventando tutti noi, trascinandoci appresso anche i nuovi europei e i nuovi italiani. La battaglia di civiltà e di umanesimo non va fatta tagliando la società a pezzi o dichiarando irredimibili alcune sue parti: va operata nell’anima stessa, nel cuore di ognuno di noi.
Ecco perché non si è mai condannati a restare “lì dove si è”. La cultura è una forza di cambiamento in positivo mentre la scuola – e non il “sangue” – è il principale agente di costruzione dell’identità. È la scuola che ci ha reso italiani: la scommessa di “fare gli italiani” dopo aver fatto l’Italia. Scommessa antica quanto la nostra storia unitaria. Eravamo tutti italiani 150 anni fa? Non davvero. La nostra nazione ha camminato verso l’unificazione con il passo lento delle generazioni, in un itinerario che non è ancora del tutto compiuto. Lo ha fatto – e lo fa – principalmente grazie all’educazione. È stata la scuola – assieme alla televisione – a forgiare quell’identità che Galli della Loggia ora rivendica come frutto del nostro «ambiente familiare e religioso». Siamo tutti figli della scuola pubblica per la quale godiamo di un vasto e diffuso ius culturae.
Don Milani amava dire che la scuola «siede tra il passato e il futuro». A scuola si è liberi: liberi dalle paure di un tempo spaesato, dalla pressione mediatica, dalle semplificazioni e dai luoghi comuni, e si scorge il futuro. La scuola trasmette il nostro passato, indaga il nostro presente, ma ci rivela il nostro futuro.
È impressionante vedere come a scuola – e dunque nel futuro – bambini, ragazzi, adolescenti, giovani figli di stranieri, vivano già da italiani, parlino già da italiani, sognino già da italiani.
Non sarà una manifestazione a negarlo.
La cittadinanza è un processo, non breve ma nemmeno troppo lungo, in cui la nostra lingua, la nostra tradizione culturale, il nostro umanesimo, forgiano un individuo rendendolo indistinguibile, se non per il cognome e forse per i tratti somatici, da tanti altri concittadini.
Ernest Renan diceva che «la nazione è il plebiscito di ogni giorno»: è necessario uno sguardo costruttivo su fenomeni storici di così vasta portata come l’immigrazione. La fortuna è che il nostro sistema formativo è già attrezzato al tempo che viene (e può esserlo ancora di più) per far convergere tanti “loro” in un “noi” più largo, più aperto, più gravido di vita e di futuro. Forse anche il nostro sistema dei media, e il nostro dibattito culturale, dovrebbero attrezzarsi di conseguenza.

Non etichettiamo i ragazzi ma prendiamoli sul serio. I danni del Covid e una sfida educativa che impone verità e coraggio

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 27 maggio 2021

Lo sappiamo: i nostri figli hanno vissuto un dramma nel dramma in questi lunghi mesi di pandemia: le chiusure con ben poca scuola insieme a una pressione psicologica senza precedenti. Su queste pagine se ne è scritto molto, e in profondità, da parte di neuroscienziati, educatori, madri e padri, sacerdoti. Nei giorni scorsi, sulle pagine di un altro quotidiano, anche don Antonio Mazzi è tornato a riflettere sugli adolescenti e sulle conseguenze dirette e indirette del Covid-19 su di loro. Molti studi continuano, intanto, a denunciare il loro crescente disagio, registrando anche i fenomeni più estremi come l’aumento dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo. Ben più diffuso è risultato lo smarrimento per l’isolamento forzato e la maggiore difficoltà di frequentare i coetanei.

Molti genitori e insegnanti hanno visto figli e studenti chiudersi in se stessi, ritrovarsi più “spenti” o “arrugginiti”, più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, hanno gettato la spugna e stanno scivolando via nelle maglie larghe della didattica a distanza. Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito unintera generazione. Che fare? Come ripartire “con” e “da” questi ragazzi? La strada non può essere quella di insistere sul tema della “generazione Covid”, come ha fatto notare giustamente don Mazzi: «Da noi arrivano ragazzi affetti da disturbi internalizzanti o esternalizzanti. Convinco i genitori che dobbiamo affrontare la sofferenza di un ragazzo che [solo] in minima parte è malattia. Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Mi rifiuto (salvo casi gravissimi) di catalogare i ragazzi che chiedono aiuto, come ci siamo sempre rifiutati di etichettare chiunque». Non si può creare una nuova categoria in cui incasellare un adolescente in difficoltà, preludio a una medicalizzazione (e dunque a una deresponsabilizzazione) del problema.

La soluzione sta nel farsi carico di una domanda di futuro e rispondere con più vicinanza, partecipazione, responsabilità: i nostri figli ci chiedono più vita e più senso della vita. È utile (e a chi?) attribuire ai ragazzi etichette che definiscano precocemente le diversità così come avviene nel sistema scolastico e nella nostra società? Si tratta in realtà di scorciatoie che illudono di superare i problemi anche perché certe etichette o definizioni rischiano di accompagnarli per tutto il percorso scolastico con conseguenze anche oltre la maturità. Umberto Galimberti sostiene che ci troviamo immersi in una cultura che persuade ciascun individuo di essere fragile e debole e che rende indispensabile il continuo ricorso a pratiche terapeutiche o allassistenza di un tutor. Con il disagio adolescenziale legato al Covid-19 si rischia di andare nella medesima dire- zione, ma la nostra società non può fare a meno del contributo attivo di questi ragazzi e giovani che rischiano di essere “scartati”. «I giovani maturano se attratti da chi ha il coraggio di inseguire sogni grandi, di sacrificarsi per gli altri, di fare del bene al mondo in cui viviamo», ha detto papa Francesco agli Stati Generali della Natalità. È ciò che dobbiamo offrire ai nostri figli per farli uscire dal grigiore triste di un mondo segnato dalle limitazioni e dallautolimitazione. Una stagione nuova in cui prenderci cura, come comunità, dei più giovani con responsabilità e fiducia. Il punto è credere che i cuori di bambini, adolescenti e giovani guariranno se le mete che si porranno davanti a loro saranno allaltezza delle sofferenze che tutto il pianeta ha attraversato. In altre parole se non li etichetteremo come malati, ma li considereremo parte della cura di cui il mondo ha bisogno. Se non li medicalizzeremo, ma li vorremo come medici di un tempo nuovo, fatto di cura dellambiente, di rispetto per i più fragili, di gente che si sente sulla stessa barca.

Mario Draghi, parlando a sua volta allincontro romano sulla natalità, ha annotato: «Perso l`ottimismo, spesso sconsiderato, dei primi dieci anni di questo secolo, è iniziato un periodo di riesame di ciò che siamo divenuti. E ci troviamo peggiori di ciò che pensavamo, ma più sinceri nel vedere le nostre fragilità, e più pronti ad ascoltare voci che prima erano marginali». Quello che si apre è il tempo di una nuova sincerità. Con noi stessi, adulti che ritrovano una strada di verità e responsabilità. E con i giovani, non più marginali, ma centrali nella costruzione di un futuro diverso e migliore. Non certo marchiati come i nuovi malati, bensì protagonisti a pieno titolo di una società fondata sulla partecipazione e appassionata del domani.

Modelli di governo delle migrazioni

L’Italia, l’Europa e il dibattito sulla nuova politica migratoria

di Marco Impagliazzo su CESPI del 18 maggio 2021

Nella globalizzazione numerosi focolai di crisi politica, ambientale e economica spingono le persone a spostarsi in maniera imprevista. Anche se sappiamo che la mobilità umana è costante. Non si tratta soltanto di fenomeni economici: come ha scritto recentemente Giulio Tremonti “la globalizzazione ha messo in crisi la democrazia e la pandemia ha messo in crisi tutt’e due”. La nostra crisi è quindi anche antropologica, direi di visione. In alcuni casi c’è una dimensione tragica: in Siria tra sfollati e rifugiati è stata colpita metà della popolazione. Un enorme push factor, che ha aperto un flusso anche per altri. I rifugiati siriani hanno votato con i piedi contro la loro guerra ma anche contro la comunità internazionale che non ha saputo/voluto fermarla. Ci dobbiamo aspettare lo stesso dai libici se non si arriva alla pace? Tutti puntano all’Europa: malgrado i pregiudizi, ci dicono che in Europa si vive meglio, la vita e i diritti sono rispettati. Possiamo ammettere a noi stessi che il rispetto della vita e dei diritti sia un pull factor? Dobbiamo forse cambiare il nostro stile di vita? Le crisi nel Mediterraneo orientale ma anche del Medio Oriente, del Golfo, del Caucaso ecc. sono crisi di convivenza: la coabitazione si infrange con violenza. In un universo in cui le frontiere tornano ad essere una posta in gioco, i migranti soffrono ma anche trovano nuove strade. Nel disordine globale si aprono vie: anche tragiche. Quando ciò avviene nel disordine e senza vie legali, ecco apparire i trafficanti che causano grandi perdite umane. Poi c’è lo scandalo dell’isolamento: mi riferisco a Lesbos o alla Bosnia, persone senza diritti sulla soglia della terra dei diritti, l’Europa. La UE non riesce né ad armonizzare una politica comune né a venire incontro alle proprie esigenze in termini di forza lavoro e demografia. A questo caos si è aggiunta la pandemia che sta colpendo duramente alcuni Paesi asiatici, tra cui l’India e il Bangladesh e sta per colpire duramente anche in Africa, fino ad ora relativamente risparmiata, a causa della variante sudafricana. Aspettiamoci un’altra ondata migratoria. La chiusura dei canali legali europei è iniziata ben prima della crisi siriana o libica, dei flussi dall’Africa e della pandemia. La crisi migratoria europea degli anni 2013-2018 è stata in gran parte conseguenza della fine delle entrate legali, non sostituite da nessun altro meccanismo. Negli anni si è creato un circolo vizioso: meno arrivi legali e meno integrazione: conseguentemente maggiore allarme sociale e più fenomeni legati all’irregolarità.

L’Italia è stata uno dei primi paesi europei (come dimostrano gli accordi degli anni ’90 con Albania e Tunisia) a ritenere indispensabile una concertazione con i paesi di origine e di transito dei flussi. Quella via non deve essere chiusa a favore di una politica emergenziale. Per l’Italia, più esposta ai flussi provenienti dai Balcani e dal Mediterraneo, l’unica soluzione consiste nel rendere multilaterale e europeizzare la questione dei flussi. Bisogna evitare che rifugiati e migranti intraprendano la via del mare, tenendo presente che il fenomeno può ripetersi.

Una soluzione è coinvolgere la società civile organizzata usando la sponsorship da parte di associazioni, chiese e privati con chiamata diretta dal paese di provenienza. Operare in tal modo è garanzia di integrazione. L’altra tecnica è utilizzare sapientemente i ricongiungimenti familiari, garanzia di ordine sociale, aiuto nel creare stabilità socio-culturale, facilitatori di integrazione, le cui regole però sono a oggi troppo restrittive. Per diminuire l’illegalità occorre promuovere un nuovo tipo di decreto flussi, più ampio delle norme attuali (solo stagionali) e che tenga conto delle esigenze del mondo del lavoro, che in Italia coincidono spesso con le esigenze delle famiglie. Ciò può essere inquadrato all’interno degli accordi diretti con i paesi di provenienza, chiedendo allo stesso tempo di limitare le uscite dei loro cittadini. Negoziare tali accordi non è facile ma necessario: occorre quindi concedere qualcosa in cambio in termini di doppia imposizione e di esportazione dei diritti pensionistici.

Infine, l’idea più innovativa, messa in opera in Italia dal 2016: i corridoi umanitari (M. Impagliazzo, Buone pratiche e governo delle migrazioni in Italia e in Europa, in L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi a cura di V. De Cesaris-M. Impagliazzo, Guerini e Associati, 2020, pp.17-31). Si tratta di un’iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione Evangelica italiana, la Tavola Valdese, la CEI e Caritas. La base giuridica è l’articolo 25 del Regolamento dei visti dell’Unione Europea, che prevede per ciascun Stato membro la possibilità di emettere visti con validità territoriale limitata (VTL) per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali. Tale dispositivo ha permesso di avviare un’esperienza innovativa a norme vigenti, con la firma del protocollo d’intesa con i ministeri degli Esteri e dell’Interno del governo italiano, consentendo l’arrivo nel nostro paese in due anni di oltre 2500 siriani e iracheni giunti dal Libano e 741 dall’Etiopia. L’accordo prevede l’ingresso legale sul territorio italiano (e la possibilità di presentare successivamente la domanda di asilo) di persone in condizioni di “vulnerabilità”, cioè famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità, ma anche vittime di persecuzioni, torture e violenze. Queste vengono selezionate attraverso missioni operative in loco i cui nominativi sono trasmessi alle autorità consolari italiane per permettere al Ministero dell’Interno di effettuare tutti i controlli. Alla partenza e all’arrivo avviene la foto-segnalazione e la presa delle impronte digitali, con l’ultima verifica in tempo reale da parte del sistema europeo degli accertamenti, in seguito seguono l’iter dei richiedenti la protezione internazionale e vengono ascoltati dalle Commissioni per l’Asilo. La sicurezza, di chi è accolto e di chi accoglie, mostra l’impatto win-win del modello (Marazziti, Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura, Piemme 2019). Una volta giunti in Italia i profughi sono accolti dai promotori e, in collaborazione con altri partner, vengono ospitati e integrati. C’è, a questo proposito, una grande mobilitazione di chi si occupa di cercare le sistemazioni, l’integrazione scolastica e lavorativa. Viene così offerta un’inclusione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua, la scolarizzazione ed altre iniziative. Il modello è quello dell’accoglienza diffusa, personalizzata, secondo un percorso “adozionale”, che coinvolge le collettività locali. Sinora nell’ambito del programma l’offerta di accoglienza supera la domanda: un segnale chiaro e in controtendenza rispetto agli umori negativi che spesso si creano. Altri paesi come Belgio e Francia hanno imitato tale best practise, accogliendo e integrando circa 800 siriani e iracheni, in due anni, attraverso i corridoi. Essi possono divenire un modello per tutta l’Unione Europea: se moltiplicato alla giusta dimensione esso può anticipare le crisi da flusso registrate in questi ultimi anni.

Per quel che riguarda l’Italia si tratterebbe inoltre di arrivare alla modifica della legge sulla cittadinanza introducendo lo ius culturae, che riguarderebbe l’acquisizione della stessa per i minori figli di cittadini stranieri titolari di un permesso di soggiorno per residenti di lungo periodo. Tra l’altro i termini del procedimento per l’acquisto della cittadinanza sono oggi di tre anni, dall’inizio della procedura. E’ da notare che la Francia ha come termine procedimentale per l’acquisto della cittadinanza da parte dello straniero residente sul territorio dodici mesi.  Possibile che l’Italia abbia bisogno di un tempo 3 volte superiore? Occorre innanzitutto portare avanti un primo passo legislativo con una vera modifica della legge sulla cittadinanza, introducendo almeno lo ius culturae. L’obiettivo di una maggiore sicurezza per tutti – che vuol dire anche meno stranieri costretti all’irregolarità –si raggiunge anche facilitando questo percorso di integrazione, che è la cittadinanza.

E’ ora di tessere reti di relazioni. I giovani hanno bisogno degli anziani e viceversa: in questa alleanza tutti ricevono e donano

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale di Aprile 2021

Viviamo tutti come in un tempo sospeso, tanto più da quando la pandemia ha congelato le nostre vite. Il limite è evidente se pensiamo a chi è al mattino della vita. Ma, in realtà, anche se guardiamo a chi è più avanti negli anni. Perché eluderne le domande, dimenticarne l`esistenza, significa dimenticare quell`anziano che sarò anch`io tra pochi o molti anni, eludere il mio futuro bisogno di relazioni, di coinvolgimento, di cure, di vita. Perché le ore scorrono e siamo incamminati verso quel “continente anziani” che è la meta di quasi tutti, in particolare in Occidente. Spesso l`invecchiamento è percepito come un declino, un autunno. Accade agli anziani ciò che Buzzati descrive in quell`amara metafora della vita che è Il deserto dei Tartari: all`inizio «la gente saluta benigna, e fa cenno indicando l`orizzonte con sorrisi di intesa»; «ma a un certo punto ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno». Quel cancello che si chiude è la simpatia umana che si dissipa, la vicinanza degli altri che si fa meno certa; è un`istituzionalizzazione che separa violentemente dal proprio vissuto. Quel cancello che si chiude è la società che scarta un suo figlio.

Eppure l’allungarsi della vita è un grande successo dell`umanità: il frutto dei progressi della medicina, di maggiori possibilità nutrizionali, di un più diffuso ed efficiente welfare state. Una benedizione non può essere considerata una maledizione! È richiesta allora una riflessione nuova, un salto di mentalità.

Un discorso del genere riguarda a volte anche la Chiesa. Il popolo cristiano di oggi è, in buona parte, un popolo di vecchi. Eppure, gli anziani possono comunicare la fede alle giovani generazioni, «purché inseriti in una dinamica di speranza e messi al centro della vita ecclesiale». Tante volte, invece, avviene che la pastorale guardi solo ai più giovani. Chiesa e società sono ammalate della stessa mentalità: «Gli anziani sono stati considerati un problema da gestire e non un segno». Si tratta di inoltrarci con coraggio e prospettiva in un mondo articolato. Gli anziani sono importanti per l`economia, la coesione sociale, la fede. Il loro peso è sempre più ri- levante nella tenuta del welfare familiare e nel volontariato. La stragrande maggioranza della terza età è costituita da autosufficienti desiderosi di continuare a contribuire alla vita associata. Tante volte c`è come uno spreco di vita. Si finisce per “scartare” gli anziani, quando sono ancora nel pieno delle loro potenzialità. Quando pure abbiamo di fronte gente ancora in forze, desiderosa di impegno e di pienezza.

Oppure abbiamo persone anziane, indebolite o malate, che se accolte e accudite, con la loro presenza possono umanizzare le persone e la società. Il tempo dedicato ai malati, ai deboli, ai fragili è il tempo dell`umanità: chiede a ciascuno di tirar fuori il meglio da sé. In questa pandemia, abbiamo visto troppa morte per non innalzare la bandiera della vita, per non lavorare insieme perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza. Ci vuole una cultura che parta dalla vita, che non la sprechi, che la valorizzi. Occorre costruire una società che gioisca dell`invecchiamento e lo inserisca in un contesto di relazionalità intergenerazionale. È ora di tessere intorno agli anziani una rete di rapporti, di vicinato, di volontariato, di impegno per il bene comune, che diventi garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi, per tutti. Perché la grande malattia dell`anziano è la solitudine. Si parla tanto della fragilità della vecchiaia. Ma, a parte che invecchiare oggi non è paragonabile all’ageing di decenni fa, la grande fragilità con cui si confronta la vita degli anziani è quella legata alla marginalità e alla “deriva” tra le generazioni.

È necessaria una “riconciliazione”: i giovani e gli adulti hanno bisogno degli anziani e viceversa. L`incontro fa scoprire ai più giovani che la longevità è uno dei frutti migliori del nostro tempo, e agli anziani che hanno ancora molto da dare in scelte, amicizia, saggezza.
Gli anziani continuano a sperare, se sostenuti dai gio- vani e dagli adulti. La speranza non abban- dona giovani e adulti se sanno che al termine del proprio percorso non c`è il baratro, ma l`accompagnamento. È qui la radice dell`insistenza di Francesco sull`in- contro tra le generazioni. Già all`inizio del pontificato Bergoglio aveva detto: «Fa tanto bene andare a trovare un anziano! Guardate i nostri ragazzi: a volte li vediamo svogliati e tristi; vanno a trovare un anziano, e diventano gioiosi!». Durante la visita a Sant`Egidio, nel 2014, il Papa ha ripetuto: «Quant`è buona quell`alleanza tra giovani e anziani in cui tutti ricevono e donano». E giusto un anno fa ha detto: «Gli anziani sono il presente e il domani della Chiesa. Sì, sono anche il futuro di una Chiesa che, insieme ai giovani, profetizza e sogna! Per questo vi chiedo di non risparmiarvi nell`annunciare il Vangelo ai nonni e agli anziani. Andate loro incontro con il sorriso sul volto e il Vangelo tra le mani. La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla». 

Gli anziani hanno bisogno degli altri. Ma anche gli altri hanno bisogno degli anziani. Le nuove generazioni trovano in chi si muove su orizzonti pur tanto diversi la bussola affettiva e formativa che può orientarli, restituendo loro uno spessore storico ed esistenziale che è vitale in un tempo di grandi fragilità psicologiche, in una società che conosce il vuoto di genitori e di maestri. Sì, le fragilità sono di ogni età. La malattia della solitudine è la malattia di tutti. Siamo tutti sulla stessa barca. È scritto nelle profondità dell`essere umano: da soli non si vive, ma si muore! La vita è interdipendenza e solidarietà. Lo spirito del tempo è che ci si salva da soli. E però proprio questa stagione di distanziamento e di dolore ci ha insegnato che la vita è farsi rete; che la rete delle relazioni e dei contatti può salvaguardare la vita.

La sfida è comune. La risposta non può che essere comune. Ed è da qui, in questo Occidente in cui la vita si allunga, ma si allargano gli spazi della solitudine, che si deve delineare una strada da percorrere. Pensiamo, ad esempio, all`istituzionalizzazione degli anziani. Non può essere questa la risposta alla lo- ro accresciuta presenza nella società. Avremmo bisogno di una tensione comunitaria che vinca l`istituzionalizzazione e faccia crescere la sensibilità sociale, il gusto per l`inclusione, il genio della famiglia. L’Occidente, cuore di un umanesimo di diritti e opportunità per tutti, può es- sere un laboratorio di pienezza tra generazioni, un modello di come si costruisce una società ospitale per tutte le generazioni.

Decalogo contro la crisi. C’è bisogno di scuola e di scuola in presenza

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale di Aprile 2021

In questi ultimi mesi l`attenzione dei media e dell`opinione pubblica in generale si è concentrata più volte – con giuste motivazioni – sulle difficoltà degli studenti delle superiori, costretti dalla pandemia alla didattica a distanza. Poco, però, si è detto sul percorso a ostacoli vissuto, sempre per gli effetti delle norme anti-Covid, dagli alunni delle scuole elementari e medie inferiori, e delle sofferenze – anche rilevanti – che ha prodotto soprattutto nelle famiglie più fragili e nelle zone più marginali del Paese. Una scarsa attenzione che fa riflettere e pensare a ciò che diceva Maria Montessori quando parlava del bambino come “cittadino dimenticato”.

Per fare luce sugli effetti che sta provocando la pandemia su questa fascia di età, in cui la scuola, al pari della famiglia, conta molto, la Comunità di Sant`Egidio ha realizzato un`inchiesta che ha fatto emergere gravi difficoltà. L`indagine – che si è svolta in 23 città di 12 regioni su un campione di 2.800 bambini delle Scuole della Pace della Comunità (centri pomeridiani in cui si offre un sostegno scolastico e, al tempo stesso, un`educazione alla pace) – ha rilevato infatti che 1 minore su 4 è a rischio di dispersione, se non di abbandono, per il numero eccessivo di assenze ingiustificate o perché non frequenta la scuola dall`inizio dell`anno. In caso di interruzione della didattica per le quarantene o le disposizioni regionali, 1 bambino su 2 avrebbe difficoltà a seguire le lezioni a distanza (la ormai nota Dad). Altro dato allarmante: il rischio di dispersione è 3 volte più alto nelle regioni del Centro-Sud.

Il quadro disegnato è preoccupante se si pensa che il campione dei minori preso in esame, pur provenendo per lo più dalle zone periferiche delle nostre città, ha comunque usufruito di un supporto dalla Comunità di Sant`Egidio per risolvere almeno una parte dei loro problemi. Occorre aggiungere che l`Italia è il Paese nell`ambito Ocse che, nell`ultimo anno, ha chiuso le scuole più a lungo: 18 settimane contro una media di 14. Nei principali Paesi europei, nel 2020, le scuole sono state riaperte tra la fine di aprile e di maggio mentre in Italia sono rimaste chiuse fino a settembre. Una diminuzione delle ore effettive di scuola che, se si somma alle chiusure parziali e a i periodi di isolamento, sta già avendo conseguenze pesanti sulla formazione dei bambini.

Alla luce di questi dati e dell`esperienza, non solo di Sant`Egidio ma di tante realtà del mondo dell`istruzione, a partire da molti insegnanti, emergono forti preoccupazioni per la crescita di una povertà educativa che può avere, alla breve come alla lunga durata, effetti estremamente negativi. Occorre, infatti, ricordare che in Italia la spesa per l`educazione è tra le più basse dei Paesi industrializzati e, dal punto di vista della formazione del corpo insegnante, il nostro Paese è agli ultimi posti nell`Ocse. Ma soprattutto l`Italia già partiva, in era pre-Covid, da un dato di dispersione scolastica, in tutti i cicli, del 13,5 per cento, cioè la più alta nell`Unione europea. In attesa di nuovi dati statistici a livello nazionale, è verosimile che nell`ultimo anno la situazione sia peggiorata, come abbiamo registrato, seppure parzialmente, con l`inchiesta. E che sia destinata ad aggravarsi ulteriormente se non verranno presi provvedimenti capaci di invertire la rotta. A questo quadro occorre aggiungere i segnali di allarme sullo stato psicologico e ambientale della fascia più giovane della popolazione, come dimostrano i continui episodi di risse, di violenza ma anche di autolesionismo, registrato da strutture ospedaliere come il Bambin Gesù.

L`imperativo civico è, quindi, di intervenire con urgenza sui problemi irrisolti della scuola italiana e tracciare un percorso concreto. Illustrando l`inchiesta già citata, il 21 gennaio scorso la Comunità di Sant`Egidio ha presentato una serie di proposte, una sorta di “decalogo” per uscire dalla crisi. Tra quelle più importanti c`è il recupero delle ore perse a causa dell`emergenza dettata dal virus, sfruttando anche il periodo estivo, prolungando la scuola – se possibile – fino a metà luglio e riaprendola anticipatamente il primo settembre. Occorre verificare, inoltre, se ci sono stati ostacoli – così come ci è stato segnalato da più parti – all`iscrizione per il prossimo anno scolastico, che è scaduta il 25 gennaio scorso, in modo da recuperare eventuali ritardatari.

Francesco ci mostra quanto l’italiano può dire al mondo

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 14 marzo 2021

«La via che il cielo indica al nostro cammino è un’altra, è la via della pace. Essa chiede, soprattutto nella tempesta, di remare insieme ». Parole di papa Francesco, risuonate nella piana di Ur il 6 marzo scorso. Parole pronunciate in italiano. Proprio nei luoghi in cui la Bibbia colloca l’episodio della torre di Babele e del susseguente dividersi dell’umanità in linguaggi e dialetti diversi, potenzialmente nemici, è stato possibile ascoltare la nostra lingua, l’italiano, come lingua di pace e di unità tra i popoli e le religioni. Possiamo essere fieri di un evento come questo: lì dove è fiorita una delle prime civiltà umane, l’italiano ha assunto, grazie a un Papa che gli dà in pratica uno status di ‘lingua ufficiale’, una rilevanza notevole. Qualcosa che si è ripetuto in molte occasioni in Iraq. E che del resto si verificava anche nei precedenti viaggi apostolici.

Ha scritto Tullio De Mauro: «Se fino al Concilio Vaticano II il latino è restato lingua della liturgia e dell’ufficialità della Chiesa di Roma, la sua vera lingua di lavoro, quella che per istituzioni diverse diremmo la ‘langue de guerre’, cui sono stati tratti e attratti chierici di tutto il mondo, è stata e pare restare ancora l’italiano ». Un esempio evidente lo si ha nelle Università pontificie a Roma, che attraggono un cospicuo numero di studenti di varie nazionalità, vero punto di incontro di lingue e culture. Poi c’è la presenza di tanti missionari italiani nel mondo che, oltre al lavoro pastorale e sociale che svolgono, sono un veicolo di trasmissione della lingua. Abbiamo ascoltato tanti canti in italiano di accoglienza al Papa, o nelle liturgie, nel viaggio in Iraq, creati da quei preti o religiosi che si sono formati a Roma.

La Chiesa cattolica è di fatto l’unica istituzione internazionale in cui l’idioma di Dante ha un ruolo di tale portata. Anche grazie alla Chiesa, una realtà culturale italiana tendenzialmente minoritaria e, spesso, ‘provinciale’ si ritrova a vivere un’inedita, ma effettiva estroversione, a fungere da ponte con mondi e civiltà altri, a farsi ambasciatrice di speranze, di ideali, di futuro. Non dovremmo minimizzare il valore di questo ‘matrimonio’ tra la Chiesa e l’italiano che la storia ha officiato. L’interazione tra la nostra lingua e quella che parla il cattolicesimo universale – con la sua ovvia insistenza sui temi della fede, della solidarietà, della fraternità – è ormai un fatto: la nostra lingua è la lingua di Fratelli tutti.

L’italiano diviene allora un patrimonio da spendere sulle strade del mondo, un giacimento di relazionalità e di universalismo che possono aiutarci a uscire dalla perifericità verso cui tante volte il nostro Paese sembra indirizzarsi. L’italiano lingua della Chiesa è un invito ad allargare lo sguardo. C’è un pianeta più grande intorno a noi e abbiamo una mappa in più con cui esplorarlo. «La sapienza in queste terre è stata coltivata da tempi antichissimi», ha detto il Papa a Baghdad. Lo ha detto in una delle più antiche lingue tra quelle dell’Occidente cristiano, erede diretta di una civiltà millenaria quale quella latina. L’italiano è, può essere, la lingua della cultura.

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