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Dalla politica una nuova idea di mondo

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 28 novembre 2021

In recente volume, numero speciale della rivista “Attualità Pedagogiche”, a cura di Luciano Violante, Pietrangelo Buttafuoco ed Emiliana Mannese, “Pedagogia e Politica. Costruire comunità pensantii”, approccia il tema di un possibile “umanesimo planetario” – quasi un parallelo “laico” dell’enciclica Fratelli tutti -, cultura da costruire per il nostro futuro.
Viviamo sempre più un tempo di interdipendenza. E siamo “nella stessa barca” non soltanto a causa della pandemia. Sfida climatica, emergenza sanitaria, crisi migratoria disegnano uno scenario in cui o ci si muove con un orientamento comune o si rischia di aprire pericolose falle nella chiglia dell’umanità. In che modo creare maggiore consapevolezza di tutto questo? Quale spirito infondere a un tempo liquido e spaesato? Pedagogia (in senso lato) e politica (anche qui nell’accezione più larga possibile) possono spalleggiarsi per dare vita a una civiltà che si nutra di apertura e simpatia (nel senso etimologico del termine), di orizzonti larghi e solidarietà condivisa, all’insegna di un nuovo umanesimo.
Il volume (che viene presentato domani, ore 16, a Roma in un dibattito tra Enrico Letta e Giorgia Meloni al Boscolo Circo Massimo) raccoglie saggi, suggestioni, interviste, opera di studiosi, intellettuali, uomini delle istituzioni, della formazione e dei media, che analizzano sotto una pluralità di punti di vista il rapporto tra pedagogia e politica, appunto, e propongono una strada comune a discipline che sono spesso viste come soggetti a se stanti.
Percorrere sentieri condivisi è una necessità, perché, sottolinea Violante nel volume, si sono prodotti «effetti di scomposizione delle comunità e di moltiplicazione delle solitudini». L’emersione di tale tema, acuito dalla pandemia e posto all’attenzione del mondo politico e del dibattito contemporaneo dalla creazione di un “Ministero della solitudine” in Gran Bretagna, è cruciale.
Questo è il “secolo della solitudine”, come ha scritto l’economista e saggista inglese Noreena Hertz. Si è sempre più soli, la società è sempre più “contactless”, mediata dai “social”; si soffre la perdita di senso di comunità e aggregazione. Tutto questo ha un impatto tanto sulla costruzione di un’identità comune (compito, tra l’altro, della pedagogia), quanto sulla politica. È evidente, per esempio, il legame tra solitudine e populismi. E allora le solitudini interrogano la pedagogia e la politica, le spingono a trasformarsi, a offrire un’alternativa alla crisi dei legami. «La politica e la pedagogia devono comunicare un’dea del mondo», ricorda Violante.
E il mondo è un luogo complesso, e fragile, ammoniscono Ceruti e Bellusci: «L’umanità, per la prima volta nella sua storia, si trova in certo senso obbligata a uscire dal paradigma dei “giochi a somma nulla” per generare un paradigma dei “giochi a somma positiva”. […] Occorre che la politica si innalzi al livello di questa complessità». La politica è chiamata ad accettare la sfida della complessità, il fatto di essere “tutti sulla stessa barca”, trasformando una globalizzazione creata dal mercato e dalla tecnologia in una globalizzazione umana. 

Allarme migranti. Europa indifferente

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 24 novembre 2021

Un bambino siriano di un anno muore di freddo al confine tra Bielorussia e Polonia. Una tragedia. Che si somma a migliaia di tragedie dei migranti, ogni anno, sulla soglia dell’Europa.

L’unità europea doveva essere un esempio per tutti: paesi diversi che si uniscono e pongono fine all’ostilità che per tanti secoli li ha divisi. Tuttavia, ora tale unità diviene un pretesto per chiudersi davanti a un mondo percepito solo come una minaccia. Il benessere europeo attira ancora tanti ma le frontiere sono bloccate.

Viviamo nel paradosso: la popolazione europea invecchia, la crisi demografica è fortissima, manca manodopera ma la paura è più forte della convenienza. Così gli europei non ne vogliono sapere di integrare nella loro società cittadini stranieri (la stragrande maggioranza giovani e giovanissimi) in cerca di una vita migliore, che pure sarebbero tanto utili. Ci si commuove, com’è accaduto nello scorso agosto davanti al muro dell’aeroporto di Kabul, ma già oggi l’entrata di afghani in provenienza dal Pakistan o dall’Iran è percepita come un pericolo. In teoria vietato dalle norme internazionali, il respingimento alla frontiera è divenuto la regola, come si vede tra Bielorussia e Polonia. Di fronte a queste realtà si può dire che non ce la facciamo, che è troppo. Si possono lanciare accuse di manipolazione politica dei migranti. Ma alle porte d’Europa bussa una domanda di vita e di futuro rivolta a tutti gli europei che restano rassegnati ed impotenti, lacerati tra riflesso di umanità e preservazione di sé. Per citare papa Francesco sono vite scartate che chiedono di essere accolte affinché non sia rubata loro anche la speranza: «Con i rifugiati la Provvidenza ci offre un’occasione per costruire una società più solidale, più fraterna, e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo». È vero. C’è un’opportunità anche per noi. In gioco c’è la volontà di non derogare alla civiltà europea, all’imperativo della democrazia e dei diritti. Qualcuno reagisce cercando di organizzare la speranza: Comunità di Sant’Egidio, Caritas italiana, Chiese evangeliche ed altre associazioni, in accordo con i Ministeri dell’Interno e degli Esteri, aprono varchi con i corridoi umanitari. Si tratta attualmente dell’unica porta disponibile per entrare legalmente in Europa. Recentemente si è aggiunto il protocollo ad hoc per uno specifico corridoio umanitario a favore di 1200 afghani, che va ad aggiungersi a quelli dai campi del Libano per i profughi di Siria e Medio Oriente, dai campi dell’Etiopia per i rifugiati del Corno d’Africa, oggi in guerra, e da altre zone dell’Africa subsahariana e infine a quello dalla Libia per chi è intrappolato nei famigerati centri di detenzione.

I corridoi hanno lo scopo di contrastare lo sfruttamento di uomini, donne e bambini, da parte di trafficanti senza scrupoli. L’ambizione dei promotori è di giungere a dei corridoi europei. La società civile ha un ruolo decisivo nel risvegliare le istituzioni nazionali o europee perché scongelino provvedimenti legislativi bloccati in favore dei migranti. È nato un nuovo movimento. Come i giovani dei Friday for future lottano per la transizione ecologica, così tanti cittadini italiani e europei non si rassegnano a vedere donne, uomini e bambini morire nel Mediterraneo, nell’Egeo o nelle foreste bielorusse o bosniache. È un altro modo popolare di manifestare lo sdegno e la protesta sulla base dei valori con cui abbiamo costruito il continente.

La paura è una cattiva consigliera: la minaccia non viene da fuori ma da dentro i confini di un’Europa che, abbandonando i propri valori, distrugge la sua fibra umanistica e democratica. Il rifiuto della solidarietà avvelena tutti. Alcuni paesi dell’Unione stanno iniziando a limitare le libertà e il potere della giustizia, altri a sottomettersi a venti populisti o sovranisti. La guerra stessa è tornata in Europa dopo anni di pace, come si vede in Ucraina. Ma se uccidiamo l’anima umanistica del nostro continente, non sarà la minaccia esterna a sorprenderci perché la fine arriverà da dentro.

Le nuove povertà figlie del Covid

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna dell’08 novembre 2021

Il tempo della pandemia, dal quale purtroppo non siamo ancora usciti, ha segnato profondamente la nostra società cambiando tanti vecchi equilibri. L’Italia è tra i paesi europei dove maggiormente si sta vedendo la ripresa economica.

Una ripresa che ha una crescita del Pil tale da far sperare di tornare presto ai livelli precedenti la crisi sanitaria, ma ci sono strati della popolazione che sono rimasti indietro e che rischiano di restarci a lungo. Sono le cosiddette “nuove povertà”, che si aggiungono alle vecchie, e di cui si parla sin da quando il Covid-19 ha fatto irruzione nel nostro mondo, non solo causando migliaia di vittime ma anche sconvolgendone le dinamiche sociali. È vero, e lo abbiamo toccato con mano.
Le statistiche ufficiali, i rapporti delle associazioni, i dati della Caritas, parlano tutti di significativo aumento di chi ha bisogno di aiuto, a volte saltuario, spesso quotidiano. I numeri registrati dalla Comuità di Sant’Egidio chiari: nella città di Roma l’inizio della pandemia, nel marzo 2020, ha determinato in pochissimo tempo il passaggio da 3 a 28 centri dove si distribuisce il cibo e altri generi di prima necessità, per lo più in periferia. Ma lo stesso è avvenuto in altre città. In un solo anno sono stati ben 300 mila i pacchi alimentari distribuiti in Italia con una media di circa tre volte in più rispetto al periodo pre-pandemia.
Si tratta di “nuovi poveri”, non solo immigrati, ma anche italiani, in particolare i componenti di nuclei familiari monoreddito, donne sole con figli e lavoratori precari. Se è vero che, con la ripresa si sono prodotte, negli ultimi mesi, nuove offerte di lavoro, è altrettanto vero che molti cittadini non riescono a inserirsi in questo ciclo virtuoso, soprattutto chi non è più giovane. È infatti la fascia di età tra i 45 e i 55 anni la più colpita, quella di chi ha grandi difficoltà a rimettersi in gioco cambiando completamente le mansioni lavorative a cui era abituato, come spesso il mercato richiede.
Ma c’è anche un’altra fascia significativa della popolazione, profondamente segnata dalla pandemia, che rientra pienamente nella categoria delle nuove povertà: gli anziani, in particolare chi non è autosufficiente e chi vive da solo. La crisi sanitaria ha mostrato a tutti la loro grande fragilità per l’altissimo numero di vittime subite facendo emergere la necessità di rivedere alla base un sistema che, fino a oggi, puntava quasi esclusivamente sull’istituzionalizzazione nelle case di riposo e nelle Rsa, dove purtroppo si è registrato il maggior numero di vittime.
Una lezione che sta portando il governo Draghi – grazie al lavoro della Commissione nata proprio per l’emergenza creata nella popolazione anziana presieduta da mons. Paglia – a compiere passi avanti importanti per una riforma socio-sanitaria che punti sulla domiciliarità dell’assistenza e delle cure. Perché, in sostanza, la pandemia ci ha fatto capire che, accanto alla necessità di proteggersi dal Covid-19 e di arginarlo con la vaccinazione, occorreva combattere un virus ancora più insidioso.
È infatti l’isolamento che ha determinato la maggiore esposizione di tanti anziani alla malattia, ma anche, più in generale, di tante persone alla povertà. Una condizione dalla quale tante volte non si può uscire senza l’aiuto e la vicinanza di qualcuno.
Ne sanno qualcosa i volontari, spesso giovani, che sono stati in questi mesi accanto a coloro che facevano la fila per ricevere un pacco alimentare. Per aiutarli, certo, concretamente, ma spesso anche per ascoltarli, là dove nessuno per tanto tempo aveva raccolto la loro voce, cercato di capire i loro bisogni, dato consigli anche semplici per continuare a vivere e non solo a sopravvivere. Non è di poco valore il fatto che alcuni tra i “nuovi poveri”, dopo essere stati aiutati, e risolto – anche parzialmente – i loro problemi, abbiano sentito la necessità di aggiungersi agli stessi volontari. Per restituire ciò che avevano ricevuto, ma anche perché si è meno poveri quando si è meno soli.

Poletti, il cardinale vicario che diede voce alla città

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 4 novembre 2021

Con la nomina di monsignor Ugo Poletti a provicario per la diocesi di Roma nel 1972 e poi cardinale vicario nel 1973, Paolo VI afferma la volontà di procedere nella sua diocesi ad un processo di riforma. Poletti era già stato scelto, come secondo vicegerente, nel 1969 per dare al Vicariato un’amministrazione più rigorosa. La sua nomina rappresenta una rottura con la tradizione: è il primo vicario in epoca contemporanea a non essere già cardinale al momento della nomina, né un ecclesiastico di fama.
Attraverso l’azione del cardinale Poletti il Papa vuole ricomporre la diocesi, polarizzata da forti tensioni. Il vicario rappresentò, dal 1972, una presenza costante nel mondo della periferia romana e nella vita della città. Dietro il suo agire si leggono le direttive e le idee del Papa, anche se da parte sua il cardinale pose le premesse per un’autonomia diocesana di Roma dalla Curia Romana.
Il vicariato guidato da Poletti promosse un evento «della diocesi e della città», il Convegno del febbraio 1974, sulle attese di carità e giustizia della città, con il quale la Chiesa denunciava i «mali di Roma» e chiedeva un rinnovamento dell’impegno dei cristiani. Il convegno era nato dall’idea del Papa di riformare l’assistenza sociale della  Santa Sede a Roma e complessivamente l’impegno assistenziale della Chiesa nella città, che appariva per molti aspetti desueto e sottoposto a varie critiche. Il processo di preparazione del Convegno aveva rappresentato l’occasione per connettere tanti gruppi cattolici operanti nel sociale e non poche espressioni dell’inquieto cattolicesimo della Capitale.
Nel febbraio del ’74 il cardinale Poletti raccolse i cristiani romani (o chi intendeva partecipare) in grandi assemblee ecclesiali. Tutti potevano prendere la parola e discutere della città o della Chiesa. Si trattava di una novità importante, in sintonia anche con la cultura di base e di democrazia diretta diffusa in quel periodo negli ambienti giovanili e politici.
Il Convegno fu un momento di ricucitura delle relazioni interne alla Chiesa, soprattutto con quegli ambienti e gruppi che maggiormente erano impegnati nel sociale pur senza particolari relazioni con le istituzioni.
Di grande interesse si sono rivelate le carte relative al Convegno, custodite nell’Archivio generale del vicariato di Roma e, in parte, presso l’Elemosineria apostolica. A quasi cinquant’anni da quell’evento i documenti confermano che si trattò di un momento di svolta per la vita della Chiesa a Roma, non solo riguardo ai suoi equilibri interni, ma anche rispetto al suo rapporto con la società civile e politica. Un evento che restò resta nella memoria collettiva di Roma.
Il Convegno delineò un profilo rinnovato del cattolicesimo di Roma. Nonostante la secolarizzazione e l’abbassamento della pratica religiosa, la Chiesa romana scoprì di poter contare su un vivace mondo di laici, spesso giovani. Emergeva nelle parrocchie e nei gruppi cattolici un tessuto rinnovato, che sostituiva le associazioni classiche e le antiche confraternite. Le assemblee del ’74 ebbero una grande eco mediatica, mostrando all’opinione pubblica che la Chiesa aveva un suo specifico discorso pubblico, autonomo dalle istituzioni politiche e attento ai “mali” della città. Per la prima volta la diocesi diveniva un interlocutore pubblico differenziato dalla  Santa Sede o dal partito cattolico.

Impagliazzo: «I corridoi umanitari hanno salvato tante vite umane»

di Nicoletta Cottone su Il Sole 24ore del 28 ottobre 2021

Nel Mediterraneo si continua a morire. Nel 2021 sono giunti in Italia via mare 52.820 migranti, di cui 7.267 minori non accompagnati. Loro si sono salvati, ma nel Mediterraneo si muore ancora. Oggi come ieri. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni almeno 1.146 persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa nella prima metà del 2021. La strada da percorrere è quella dei corridoi umanitari, un modo per far arrivare legalmente i migranti in Italia. Una strada imboccata da un progetto-pilota di Comunità di Sant’Egidio, Cei-Caritas, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese, completamente autofinanziato. Un progetto che ha fatto scuola in Europa, replicato da Francia, Belgio, Andorra e Principato di Monaco. Ne parliamo con Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio.

Per approfondire
Corridoi umanitari, la strada degli ingressi legali per evitare le stragi del Mediterraneo

L’hub degli invisibili che salva le vite

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 25 ottobre 2021

A volte basta un pugno di uomini e donne di buona volontà, insieme ad una ferma convinzione: che nella tempesta della pandemia, presente ormai da quasi due anni, nessuno può essere lasciato indietro.

Perché di volontari ne sono bastati cinquanta, due volte a settimana, in appena quattro mesi, a dare un nome e un cognome a quasi 7mila “invisibili”, che per la sanità italiana non esistevano e quindi neanche per la campagna vaccinale: senza fissa dimora, rom, immigrati, anziani soli, persino religiosi presenti qui a Roma, che per tanti motivi, per lo più burocratici, rischiavano di restare fuori dalla protezione sanitaria promessa ad ogni cittadino. A loro danno, ma anche a quello di tutta la popolazione.
Sono le cifre dell’Hub vaccinale di Sant’Egidio che, nel cuore di Trastevere, dal 6 luglio a oggi, tra prime e seconde dosi, è riuscito a somministrare ben 10mila vaccini e che, per il successo dell’iniziativa, continuerà a essere aperto anche nelle prossime settimane.
Tutto nasce da una preoccupazione, quella per i più fragili, espressa dai responsabili della Comunità, nel maggio scorso, nel corso di un colloquio con il generale Francesco Figliuolo. Si è deciso che qualcosa non solo si poteva ma si doveva fare. E così, grazie all’interessamento dello stesso commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e alla collaborazione con la Regione Lazio e la locale Asl, si è messo su in tempi record un efficiente hub nel complesso romano del San Gallicano.

Ma il centro non avrebbe mai funzionato senza la mobilitazione dei volontari, in tutto 150, una cinquantina, appunto, per ogni seduta vaccinale. Il gruppo è così diviso: una ventina tra medici e infermieri, che si dedicano alla somministrazione del vaccino, ed una trentina di persone che invece sono adibite alle funzioni amministrative. Può stupire che queste ultime siano più numerose del personale sanitario, ma il motivo è presto detto: la forza dell’Hub di Sant’Egidio sta nel fatto che ad usufruirne sono coloro che non hanno le carte in regola per vaccinarsi presso i normali centri del circuito nazionale. È necessario quindi che, prima di tutto, una nutrita équipe di volontari si dedichi a ricostruire l’identità civile e sanitaria di chi non l’aveva mai avuta o l’aveva smarrita per percorsi personali complicati, condizioni di vita precarie o, semplicemente, per le difficoltà burocratiche che una parte consistente di immigrati, alcuni dei quali presenti da anni nel nostro paese, continua ad avere.

Ciò che è avvenuto in quattro mesi è stata una preziosa opera di emersione dall’invisibilità, che ha permesso di proteggersi durante l’emergenza in corso e ha anche creato i presupposti per una cittadinanza sanitaria universale, che abbracci cioè anche chi ne era finora escluso. C’è inoltre da sottolineare che molte persone, soprattutto quelle che vivono per strada, non si sarebbero mai avvicinate al vaccino se non ci fosse stata una conoscenza e un accompagnamento, tali da poter vincere resistenze, paure e disinformazione. È una rete, quella dei volontari, che salva e riesce a ricostruire un tessuto sociale spesso lacerato, nei centri delle nostre città, dove si incontrano tanti senza fissa dimora – in Italia oltre 50 mila – come nelle periferie. E che ce la fa a raggiungere anche chi è solo, come tanti anziani, le cui condizioni di vita sono peggiorate con la pandemia, non solo per gli effetti del Covid-19 ma anche per un altro virus altrettanto nocivo, quello dell’isolamento.

È così che i 7 mila “invisibili” sono stati cercati all’inizio, uno ad uno, per spiegare che era possibile vaccinarsi, che era un grande vantaggio per la propria salute come per quella altrui. Tanto che ad un certo punto la voce di questa possibilità ha cominciato a girare da sola e tanti altri si sono aggiunti con grande soddisfazione generale.
Basta visitare l’Hub di Sant’Egidio un martedì o un giovedì (i due giorni in cui è aperto) per rendersene conto: camici bianchi e sorrisi, le lingue che si mischiano in un’atmosfera serena e familiare, un futuro che si scorge meno duro anche per chi conosce la durezza della vita. Come dice papa Francesco: “da questa pandemia ci si salva solo insieme, nessuno si salva da solo”.

16 ottobre 1943. La memoria e il dolore che non possiamo perdere

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 16 ottobre 2021

Oggi è un giorno di dolore e di memoria a Roma. Il 16 ottobre del 1943 oltre mille ebrei furono strappati alle loro case e condotti nel campo di sterminio di Auschwitz dalle truppe naziste che occupavano Roma con la complicità dei fascisti. Solo 16 dei 1024 deportati tornarono da quel lager dopo la guerra. Può sembrare il ricordo doloroso di un fatto lontano, che poco ha a che fare con la città contemporanea. Ma oggi, con fenomeni sempre più allarmanti di antisemitismo e razzismo, appare ancora più chiaro perché è necessario ricordare. Il razzismo antisemita è un veleno che ancora scorre nelle vene delle nostre città, tant’è che il 90% degli ebrei europei avverte la crescita di questo fenomeno e il 38% ha pensato di emigrare non sentendosi sicuro nella Ue.

Un rapporto presentato al recente Forum di Malmö sulla memoria della Shoah rivela la diffusione tra giovani e adolescenti di pregiudizi antisemiti, legati a teorie complottiste sul Covid-19 che circolano sulle piattaforme social. È troppo facile spargere veleno, per questo serve una reazione. Ed è necessario applicare quelle leggi, che ci sono, perché l’apologia di fascismo e l’istigazione all’odio razziale non sono opinioni, ma reati. Durante il nazismo, una giovane ebrea olandese, Etty Hillesum, annotava nel suo diario la totale impreparazione interiore dei suoi concittadini davanti a ciò che stava accadendo. Il motivo, per Etty, stava nel fatto che «l’uomo occidentale non accetta il dolore come parte di questa vita» e di conseguenza fugge davanti a quello altrui. Per questo, in quegli anni, molti sono crollati miseramente e si sono resi complici della Shoah, per non essere toccati dal dolore. Non deve accadere lo stesso oggi. Nessuna comunità deve essere lasciata sola. Il tragico messaggio che si comunica a chi è nella solitudine (una persona o una comunità) è: “Tu sei di troppo”.

Ha raccontato una sopravvissuta al campo di concentramento di Ravensbruck, che le deportate all’ultimo stadio morivano di solitudine: «Furono uccise perché erano di troppo nel campo. In seguito mi sono chiesta se questa formula non riassumesse l’essenza del razzismo. E c’è di che aver paura, perché chi può affermare che non sarà mai, un giorno, di troppo?». Sì, c’è di che avere paura quando in tanti modi si dice a qualcuno “tu sei di troppo!”; lo si dice con le parole, o erigendo muri, distruggendo reti di dialogo, vicinanza e amicizia. In questo tempo dominato dal presentismo, in cui nulla rimane a lungo, fare memoria del passato è difendere l’umanità: fare memoria è riscoprire la storia e le storie di chi vive accanto a noi, e sentirle proprie, in una comunanza di sentimenti e di vita. Solo così questa narrazione sopravvivrà e resterà come monito e insegnamento alle generazioni future. È tempo di reagire decisamente e più uniti davanti alla crisi del legame comunitario, quella morte del prossimo che è un limite profondo e doloroso della nostra società.

E una consapevolezza che deve maturare mentre lentamente ma inesorabilmente i testimoni di quei giorni drammatici del 1943 e della Shoah si spengono. Con la loro scomparsa si perderà anche la memoria di quei fatti? Si dimenticheranno il 16 ottobre e le sue immani sofferenze? Per questo dobbiamo reinventare ogni giorno il modo per tramandare il ricordo di quegli eventi, anche quando saranno scomparsi tutti i testimoni. Una risposta c’è: essere noi i testimoni. Saremo noi a raccontare, a chi vive con noi e a chi verrà dopo di noi, questa storia, perché non si ripeta. La Shoah rimane un unicum nella storia dell’umanità, il punto più basso a cui giunse un’Europa ammalata di nazionalismo e di razzismo. La Shoah possiede dunque un valore di archetipo per ogni ingiustizia e violenza razzista.

Scriveva Settimia Spizzichino, unica donna romana sopravvissuta dopo la razzia del 16 ottobre: «Cosa accadrà quando noi non ci saremo più? Si perderà il ricordo di quell’infamia?” ». Se questa memoria andasse persa, saremmo tutti meno sicuri. Perché quando brucia la sinagoga, bruciano anche la chiesa, la moschea, la scuola, la politica demo-cratica, il sindacato, la cultura e tanto altro… brucia il nostro futuro. Per questo il ricordo di tanta infamia non deve andare perduto.

Il sogno della pace

di Marco Impagliazzo sull’Osservatore Romano del 15 ottobre 2021

Sono passati 35 anni da quella prima Preghiera per la pace voluta da san Giovanni Paolo ii nella città di san Francesco, ma la forza spirituale che ne è scaturita non solo è ancora viva, ma è cresciuta ormai in modo significativo, tanto da rappresentare un punto di riferimento per le religioni e per il mondo. Lo ha dimostrato nei giorni scorsi l’incontro internazionale «Popoli fratelli, Terra futura», promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, che ha ereditato lo “spirito di Assisi” riproponendolo ogni anno da allora e costruendo attorno ad esso una rete di dialogo e di rapporti che più volte in passato ha fatto argine alla violenza in nome della religione.

Quando Giovanni Paolo ii convocò per la prima volta, con un gesto profetico, i rappresentanti delle grandi religioni mondiali era il tempo della guerra fredda, con le minacce nucleari che incombevano sull’umanità. Papa Wojtyła volle che le religioni prendessero l’iniziativa, a partire dalle loro diverse tradizioni, per lanciare un messaggio forte al mondo intero. Da allora un cammino si è snodato per far rivivere quello “spirito di Assisi”, che — come diceva Giovanni Paolo ii — non è solo per specialisti o diplomatici, ma «un cantiere aperto a tutti». Quest’anno l’evento si è tenuto a Roma il 6 e il 7 ottobre e si è concluso con l’intervento di Papa Francesco al Colosseo.

L’incontro ha sviluppato una prospettiva positiva di rinascita e ricostruzione del mondo che — si spera — possa uscire presto dalla pandemia. Personalità religiose, politiche, della società civile, della cultura, da quaranta nazioni, si sono riunite in presenza a Roma, nel complesso La Nuvola all’Eur, per alcuni forum su grandi argomenti di attualità, mentre la cerimonia finale si è svolta al Colosseo. Larga la partecipazione popolare in presenza — seppure ancora limitata per le misure anti-covid — con l’afflusso di tanti giovani (uno dei forum era dedicato a loro) per discutere di pace, ambiente («la cura della casa comune») e la necessità di «ritrovare il noi». Tra i relatori, non solo leader e rappresentanti delle religioni (cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddisti e induisti) ma anche economisti come Jeffrey Sachs ed esponenti delle istituzioni, come il ministro dell’Interno italiano, Luciana Lamorgese, e il ministro degli Esteri della Tanzania, Liberata Mulamula.

Ci si è chiesti: come porre le basi per un mondo nuovo mentre sono ancora aperte le ferite provocate dalla pandemia? Sono ferite gravi, profonde, che non hanno risparmiato nessun popolo e nessuna nazione: l’altissimo numero dei morti (si è arrivati a cinque milioni nel mondo), il grande numero di persone senza lavoro, bambini e giovani senza la scuola, una crisi sociale diffusa. Siamo di fronte a emergenze umane e sociali che toccano il corpo dell’umanità intera. I rappresentanti dei mondi religiosi si sono interrogati in modo forte sulla responsabilità di dare una risposta che aiuti il mondo a curare queste ferite. Se è vero che nessuno si salva da solo, com’è possibile ricominciare insieme?

È stato proprio questo Ricominciare insieme, il tema dell’assemblea inaugurale. È emerso il bisogno di ricominciare su nuove basi per non sprecare l’occasione che ci offre questa crisi mondiale, a partire da una risposta forte e unitaria alla crisi ambientale. Ricominciare insieme è stato in qualche modo l’auspicio di tutto il convegno. Non sono stati infatti giorni di discussioni su temi dottrinali o questioni dogmatiche, ma più semplicemente si è guardato al futuro del mondo. Le religioni hanno sentito il dovere, a Roma, di mostrare che si può camminare insieme, al di là delle diversità — anzi, proprio a partire da esse — sui temi della fraternità e della cura dell’ambiente per un mondo che sia molto diverso da quello che ci ha consegnato la pandemia o nel quale siamo entrati per la pandemia.

Davanti al Colosseo, dopo la preghiera ecumenica alla presenza di Papa Francesco, del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo i , e del patriarca armeno Karekin ii , hanno preso la parola per primi Andrea Riccardi e Angela Merkel. «Di fronte a un mondo che deve rinnovarsi — ha notato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio — si manifestano visioni limitate e un diffuso senso d’impotenza. Che genera indifferenza. Invece le religioni richiamano al fatto che il comportamento di ciascuno non è irrilevante per la salvezza propria e altrui, e della terra». Infatti «siamo all’appuntamento di un mondo nuovo, decisi a costruirlo con tutti, a partire dai giovani e dai poveri». Per il cancelliere Angela Merkel «senza il rispetto dell’altro e di chi la pensa diversamente o che ha un’altra fede, non possiamo vivere in pace… dobbiamo mantenere lo sguardo verso la miseria delle persone che vivono in mezzo ai conflitti, al loro diritto ad una vita dignitosa perché la sofferenza umana non viene relativizzata dalla distanza geografica». Subito dopo sono intervenuti il grande imam dell’università di Al Azhar (Il Cairo), Al-Tayyeb, e il presidente della conferenza dei rabbini europei Pinchas Goldschmidt.

Papa Francesco, nel discorso conclusivo, prima della lettura dell’appello finale, ha insistito sulla necessità che i «popoli fratelli» riprendano a «sognare la pace» per un mondo in cui prevalga il disarmo reale e quello dei cuori: «Con la vita dei popoli e dei bambini non si può giocare. Non si può restare indifferenti. Occorre, al contrario, entrare in empatia e riconoscere la comune umanità a cui apparteniamo, con le sue fatiche, le sue lotte e le sue fragilità. Pensare: “Tutto questo mi tocca, sarebbe potuto accadere anche qui, anche a me”». E ancora: «Bisogna smilitarizzare il cuore […] Meno armi e più cibo, più vaccini e meno fucili». L’appello finale letto da una giovane afghana, Sabera Ahmadi, evacuata lo scorso agosto da Kabul, ha richiamato i grandi temi dell’incontro: «Popoli fratelli e terra futura sono legati indissolubilmente e la pandemia ha mostrato quanto gli esseri umani siano sulla stessa barca, legati da fili profondi». La speranza, si è manifestata nel finale, quando bambini festanti, in rappresentanza di tanti popoli, nel tramonto che avvolgeva il Colosseo, hanno salutato i rappresentanti religiosi nel segno della pace.

Aprire cuore e mente all’altro: la lezione dei Padri della Chiesa

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 2 ottobre 2021

Gian Franco Saba, arcivescovo di Sassari, ha di recente dato alle stampe un interessante volumetto dal titolo Paideia e politeia. Cultura dell’interiorità e buon governo: un insegnamento dai Padri della Chiesa (Tau, pagine 132, euro 20,00). Il testo «si propone di indagare il nesso tra la paideia cristiana e la comunità politica ed è inserito in un più ampio progetto che intende mettere in dialogo popoli, culture e religioni», si legge nella prefazione.
È il progetto della “Fondazione Accademia”, casa plurale che aiuta a superare l’indifferenza, ad aprire il proprio cuore, i propri occhi, la propria mente all’Altro. Nel conoscere e riconoscersi, nel favorire il dialogo, nel creare connessioni, nel comporre alterità, nell’accettare meticciati, ci si esercita all’arte di cui il nostro tempo ha più bisogno, all’arte del convivere con l’Altro, in un mix di realismo e di speranza. È il realismo di chi sa di abitare un mondo nuovo. È la speranza di una nuova civiltà, che non si imponga, ma si componga: la civiltà del convivere tra tanti universi culturali, politici e religiosi.
Bene, ma cosa c’entra tutto questo con la paideia, la politeia, i Padri? Lo spiega bene l’autore quando ci dice che è necessario, nel nostro mondo globalizzato, in questo tempo “liquido”, «ristabilire e rinforzare il rapporto tra individuo/persona e comunità». Facendo perno sull’educazione. E sapendo che «conservare e trasmettere la memoria di una comunità sono funzioni politiche E…] nel suo significato originario».
Il filo rosso della trattazione è qui, nella relazione biunivoca che si stabilisce tra l’educazione del singolo e la gestione della collettività; mentre il suo orizzonte diacronico sta nell’assorbimento e nella trasformazione dei concetti classici alla luce del nascente pensiero cristiano. E lungo questo percorso, al culmine di esso, che spicca la figura di Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli nel IV secolo, padre della Chiesa, uomo di profonda cultura teologica e spirituale. È noto come Crisostomo non disdegnasse – anche con esiti per lui negativi (l’esilio) l’intromissione nella sfera politica. Il suo pensiero è dunque il punto d’arrivo di un itinerario che credeva di trarre il meglio dal tesoro antico della pedagogia e della sociologia classiche per dargli una sanzione apparentemente, in quel dato momento storico, definitiva. Incontrando l’impero cristiano, all’inizio dell’era costantiniana della Chiesa, paideia e politeia sembrano allora sostenersi l’un l’altra, delineando un ideale che si fa modello. La paideia cristiana si rivela figlia e coronamento di quella antica. La politeia illuminata dalla Parola di Dio si libera delle scorie pagane per disegnare l’ideale di una comunità concorde e operosa come quella delle api nell’alveare, «comunità viva e pacifica». Tale politeia – conclude l’Autore – non riguarda solo il “politico”, dunque, bensì ogni individuo che forma la collettività. E dice qualcosa all’uomo e alla donna del nostro oggi.
Ciascuno è chiamato a sganciarsi dalla «liquidità» del tempo che viviamo per costruire in maniera responsabile e solidale quella «città di tutti» che è un determinato Paese, ma anche l’intero pianeta. Il mondo globalizzato e bisognoso di cura del post-pandemia non merita di essere abitato da mille monadi autoreferenziali, bensì da una fraternità – Fratelli tutti! – che coltivi una gestione umana e comune delle cose. L’Individuo va costruito come tale, certamente, ma perché la sua educazione, la sua instruzione, siano dono di responsabilità per l’insieme della famiglia umana.
Nel libro di Gian Franco Saba si può leggere una prospettiva insieme umana, civile, pastorale, che si muove nel solco del cammino che la Chiesa di papa Francesco sta compiendo, – Chiesa “in uscita”, Chiesa che costruisce ponti -, ma anche dell’itinerario che la navicella di Pietro percorre da secoli, proponendo all’ecumene una “globalizzazione dell’amore”, realizzando o tentando di realizzare nel vissuto concreto degli uomini e delle donne di ogni angolo che è sotto il cielo quel che uno storico inglese, John Bossy, ha chiamato «il miracolo sociale».