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Non etichettiamo i ragazzi ma prendiamoli sul serio. I danni del Covid e una sfida educativa che impone verità e coraggio

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 27 maggio 2021

Lo sappiamo: i nostri figli hanno vissuto un dramma nel dramma in questi lunghi mesi di pandemia: le chiusure con ben poca scuola insieme a una pressione psicologica senza precedenti. Su queste pagine se ne è scritto molto, e in profondità, da parte di neuroscienziati, educatori, madri e padri, sacerdoti. Nei giorni scorsi, sulle pagine di un altro quotidiano, anche don Antonio Mazzi è tornato a riflettere sugli adolescenti e sulle conseguenze dirette e indirette del Covid-19 su di loro. Molti studi continuano, intanto, a denunciare il loro crescente disagio, registrando anche i fenomeni più estremi come l’aumento dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo. Ben più diffuso è risultato lo smarrimento per l’isolamento forzato e la maggiore difficoltà di frequentare i coetanei.

Molti genitori e insegnanti hanno visto figli e studenti chiudersi in se stessi, ritrovarsi più “spenti” o “arrugginiti”, più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, hanno gettato la spugna e stanno scivolando via nelle maglie larghe della didattica a distanza. Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito unintera generazione. Che fare? Come ripartire “con” e “da” questi ragazzi? La strada non può essere quella di insistere sul tema della “generazione Covid”, come ha fatto notare giustamente don Mazzi: «Da noi arrivano ragazzi affetti da disturbi internalizzanti o esternalizzanti. Convinco i genitori che dobbiamo affrontare la sofferenza di un ragazzo che [solo] in minima parte è malattia. Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Mi rifiuto (salvo casi gravissimi) di catalogare i ragazzi che chiedono aiuto, come ci siamo sempre rifiutati di etichettare chiunque». Non si può creare una nuova categoria in cui incasellare un adolescente in difficoltà, preludio a una medicalizzazione (e dunque a una deresponsabilizzazione) del problema.

La soluzione sta nel farsi carico di una domanda di futuro e rispondere con più vicinanza, partecipazione, responsabilità: i nostri figli ci chiedono più vita e più senso della vita. È utile (e a chi?) attribuire ai ragazzi etichette che definiscano precocemente le diversità così come avviene nel sistema scolastico e nella nostra società? Si tratta in realtà di scorciatoie che illudono di superare i problemi anche perché certe etichette o definizioni rischiano di accompagnarli per tutto il percorso scolastico con conseguenze anche oltre la maturità. Umberto Galimberti sostiene che ci troviamo immersi in una cultura che persuade ciascun individuo di essere fragile e debole e che rende indispensabile il continuo ricorso a pratiche terapeutiche o allassistenza di un tutor. Con il disagio adolescenziale legato al Covid-19 si rischia di andare nella medesima dire- zione, ma la nostra società non può fare a meno del contributo attivo di questi ragazzi e giovani che rischiano di essere “scartati”. «I giovani maturano se attratti da chi ha il coraggio di inseguire sogni grandi, di sacrificarsi per gli altri, di fare del bene al mondo in cui viviamo», ha detto papa Francesco agli Stati Generali della Natalità. È ciò che dobbiamo offrire ai nostri figli per farli uscire dal grigiore triste di un mondo segnato dalle limitazioni e dallautolimitazione. Una stagione nuova in cui prenderci cura, come comunità, dei più giovani con responsabilità e fiducia. Il punto è credere che i cuori di bambini, adolescenti e giovani guariranno se le mete che si porranno davanti a loro saranno allaltezza delle sofferenze che tutto il pianeta ha attraversato. In altre parole se non li etichetteremo come malati, ma li considereremo parte della cura di cui il mondo ha bisogno. Se non li medicalizzeremo, ma li vorremo come medici di un tempo nuovo, fatto di cura dellambiente, di rispetto per i più fragili, di gente che si sente sulla stessa barca.

Mario Draghi, parlando a sua volta allincontro romano sulla natalità, ha annotato: «Perso l`ottimismo, spesso sconsiderato, dei primi dieci anni di questo secolo, è iniziato un periodo di riesame di ciò che siamo divenuti. E ci troviamo peggiori di ciò che pensavamo, ma più sinceri nel vedere le nostre fragilità, e più pronti ad ascoltare voci che prima erano marginali». Quello che si apre è il tempo di una nuova sincerità. Con noi stessi, adulti che ritrovano una strada di verità e responsabilità. E con i giovani, non più marginali, ma centrali nella costruzione di un futuro diverso e migliore. Non certo marchiati come i nuovi malati, bensì protagonisti a pieno titolo di una società fondata sulla partecipazione e appassionata del domani.

E’ ora di tessere reti di relazioni. I giovani hanno bisogno degli anziani e viceversa: in questa alleanza tutti ricevono e donano

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale di Aprile 2021

Viviamo tutti come in un tempo sospeso, tanto più da quando la pandemia ha congelato le nostre vite. Il limite è evidente se pensiamo a chi è al mattino della vita. Ma, in realtà, anche se guardiamo a chi è più avanti negli anni. Perché eluderne le domande, dimenticarne l`esistenza, significa dimenticare quell`anziano che sarò anch`io tra pochi o molti anni, eludere il mio futuro bisogno di relazioni, di coinvolgimento, di cure, di vita. Perché le ore scorrono e siamo incamminati verso quel “continente anziani” che è la meta di quasi tutti, in particolare in Occidente. Spesso l`invecchiamento è percepito come un declino, un autunno. Accade agli anziani ciò che Buzzati descrive in quell`amara metafora della vita che è Il deserto dei Tartari: all`inizio «la gente saluta benigna, e fa cenno indicando l`orizzonte con sorrisi di intesa»; «ma a un certo punto ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno». Quel cancello che si chiude è la simpatia umana che si dissipa, la vicinanza degli altri che si fa meno certa; è un`istituzionalizzazione che separa violentemente dal proprio vissuto. Quel cancello che si chiude è la società che scarta un suo figlio.

Eppure l’allungarsi della vita è un grande successo dell`umanità: il frutto dei progressi della medicina, di maggiori possibilità nutrizionali, di un più diffuso ed efficiente welfare state. Una benedizione non può essere considerata una maledizione! È richiesta allora una riflessione nuova, un salto di mentalità.

Un discorso del genere riguarda a volte anche la Chiesa. Il popolo cristiano di oggi è, in buona parte, un popolo di vecchi. Eppure, gli anziani possono comunicare la fede alle giovani generazioni, «purché inseriti in una dinamica di speranza e messi al centro della vita ecclesiale». Tante volte, invece, avviene che la pastorale guardi solo ai più giovani. Chiesa e società sono ammalate della stessa mentalità: «Gli anziani sono stati considerati un problema da gestire e non un segno». Si tratta di inoltrarci con coraggio e prospettiva in un mondo articolato. Gli anziani sono importanti per l`economia, la coesione sociale, la fede. Il loro peso è sempre più ri- levante nella tenuta del welfare familiare e nel volontariato. La stragrande maggioranza della terza età è costituita da autosufficienti desiderosi di continuare a contribuire alla vita associata. Tante volte c`è come uno spreco di vita. Si finisce per “scartare” gli anziani, quando sono ancora nel pieno delle loro potenzialità. Quando pure abbiamo di fronte gente ancora in forze, desiderosa di impegno e di pienezza.

Oppure abbiamo persone anziane, indebolite o malate, che se accolte e accudite, con la loro presenza possono umanizzare le persone e la società. Il tempo dedicato ai malati, ai deboli, ai fragili è il tempo dell`umanità: chiede a ciascuno di tirar fuori il meglio da sé. In questa pandemia, abbiamo visto troppa morte per non innalzare la bandiera della vita, per non lavorare insieme perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza. Ci vuole una cultura che parta dalla vita, che non la sprechi, che la valorizzi. Occorre costruire una società che gioisca dell`invecchiamento e lo inserisca in un contesto di relazionalità intergenerazionale. È ora di tessere intorno agli anziani una rete di rapporti, di vicinato, di volontariato, di impegno per il bene comune, che diventi garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi, per tutti. Perché la grande malattia dell`anziano è la solitudine. Si parla tanto della fragilità della vecchiaia. Ma, a parte che invecchiare oggi non è paragonabile all’ageing di decenni fa, la grande fragilità con cui si confronta la vita degli anziani è quella legata alla marginalità e alla “deriva” tra le generazioni.

È necessaria una “riconciliazione”: i giovani e gli adulti hanno bisogno degli anziani e viceversa. L`incontro fa scoprire ai più giovani che la longevità è uno dei frutti migliori del nostro tempo, e agli anziani che hanno ancora molto da dare in scelte, amicizia, saggezza.
Gli anziani continuano a sperare, se sostenuti dai gio- vani e dagli adulti. La speranza non abban- dona giovani e adulti se sanno che al termine del proprio percorso non c`è il baratro, ma l`accompagnamento. È qui la radice dell`insistenza di Francesco sull`in- contro tra le generazioni. Già all`inizio del pontificato Bergoglio aveva detto: «Fa tanto bene andare a trovare un anziano! Guardate i nostri ragazzi: a volte li vediamo svogliati e tristi; vanno a trovare un anziano, e diventano gioiosi!». Durante la visita a Sant`Egidio, nel 2014, il Papa ha ripetuto: «Quant`è buona quell`alleanza tra giovani e anziani in cui tutti ricevono e donano». E giusto un anno fa ha detto: «Gli anziani sono il presente e il domani della Chiesa. Sì, sono anche il futuro di una Chiesa che, insieme ai giovani, profetizza e sogna! Per questo vi chiedo di non risparmiarvi nell`annunciare il Vangelo ai nonni e agli anziani. Andate loro incontro con il sorriso sul volto e il Vangelo tra le mani. La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla». 

Gli anziani hanno bisogno degli altri. Ma anche gli altri hanno bisogno degli anziani. Le nuove generazioni trovano in chi si muove su orizzonti pur tanto diversi la bussola affettiva e formativa che può orientarli, restituendo loro uno spessore storico ed esistenziale che è vitale in un tempo di grandi fragilità psicologiche, in una società che conosce il vuoto di genitori e di maestri. Sì, le fragilità sono di ogni età. La malattia della solitudine è la malattia di tutti. Siamo tutti sulla stessa barca. È scritto nelle profondità dell`essere umano: da soli non si vive, ma si muore! La vita è interdipendenza e solidarietà. Lo spirito del tempo è che ci si salva da soli. E però proprio questa stagione di distanziamento e di dolore ci ha insegnato che la vita è farsi rete; che la rete delle relazioni e dei contatti può salvaguardare la vita.

La sfida è comune. La risposta non può che essere comune. Ed è da qui, in questo Occidente in cui la vita si allunga, ma si allargano gli spazi della solitudine, che si deve delineare una strada da percorrere. Pensiamo, ad esempio, all`istituzionalizzazione degli anziani. Non può essere questa la risposta alla lo- ro accresciuta presenza nella società. Avremmo bisogno di una tensione comunitaria che vinca l`istituzionalizzazione e faccia crescere la sensibilità sociale, il gusto per l`inclusione, il genio della famiglia. L’Occidente, cuore di un umanesimo di diritti e opportunità per tutti, può es- sere un laboratorio di pienezza tra generazioni, un modello di come si costruisce una società ospitale per tutte le generazioni.

Decalogo contro la crisi. C’è bisogno di scuola e di scuola in presenza

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale di Aprile 2021

In questi ultimi mesi l`attenzione dei media e dell`opinione pubblica in generale si è concentrata più volte – con giuste motivazioni – sulle difficoltà degli studenti delle superiori, costretti dalla pandemia alla didattica a distanza. Poco, però, si è detto sul percorso a ostacoli vissuto, sempre per gli effetti delle norme anti-Covid, dagli alunni delle scuole elementari e medie inferiori, e delle sofferenze – anche rilevanti – che ha prodotto soprattutto nelle famiglie più fragili e nelle zone più marginali del Paese. Una scarsa attenzione che fa riflettere e pensare a ciò che diceva Maria Montessori quando parlava del bambino come “cittadino dimenticato”.

Per fare luce sugli effetti che sta provocando la pandemia su questa fascia di età, in cui la scuola, al pari della famiglia, conta molto, la Comunità di Sant`Egidio ha realizzato un`inchiesta che ha fatto emergere gravi difficoltà. L`indagine – che si è svolta in 23 città di 12 regioni su un campione di 2.800 bambini delle Scuole della Pace della Comunità (centri pomeridiani in cui si offre un sostegno scolastico e, al tempo stesso, un`educazione alla pace) – ha rilevato infatti che 1 minore su 4 è a rischio di dispersione, se non di abbandono, per il numero eccessivo di assenze ingiustificate o perché non frequenta la scuola dall`inizio dell`anno. In caso di interruzione della didattica per le quarantene o le disposizioni regionali, 1 bambino su 2 avrebbe difficoltà a seguire le lezioni a distanza (la ormai nota Dad). Altro dato allarmante: il rischio di dispersione è 3 volte più alto nelle regioni del Centro-Sud.

Il quadro disegnato è preoccupante se si pensa che il campione dei minori preso in esame, pur provenendo per lo più dalle zone periferiche delle nostre città, ha comunque usufruito di un supporto dalla Comunità di Sant`Egidio per risolvere almeno una parte dei loro problemi. Occorre aggiungere che l`Italia è il Paese nell`ambito Ocse che, nell`ultimo anno, ha chiuso le scuole più a lungo: 18 settimane contro una media di 14. Nei principali Paesi europei, nel 2020, le scuole sono state riaperte tra la fine di aprile e di maggio mentre in Italia sono rimaste chiuse fino a settembre. Una diminuzione delle ore effettive di scuola che, se si somma alle chiusure parziali e a i periodi di isolamento, sta già avendo conseguenze pesanti sulla formazione dei bambini.

Alla luce di questi dati e dell`esperienza, non solo di Sant`Egidio ma di tante realtà del mondo dell`istruzione, a partire da molti insegnanti, emergono forti preoccupazioni per la crescita di una povertà educativa che può avere, alla breve come alla lunga durata, effetti estremamente negativi. Occorre, infatti, ricordare che in Italia la spesa per l`educazione è tra le più basse dei Paesi industrializzati e, dal punto di vista della formazione del corpo insegnante, il nostro Paese è agli ultimi posti nell`Ocse. Ma soprattutto l`Italia già partiva, in era pre-Covid, da un dato di dispersione scolastica, in tutti i cicli, del 13,5 per cento, cioè la più alta nell`Unione europea. In attesa di nuovi dati statistici a livello nazionale, è verosimile che nell`ultimo anno la situazione sia peggiorata, come abbiamo registrato, seppure parzialmente, con l`inchiesta. E che sia destinata ad aggravarsi ulteriormente se non verranno presi provvedimenti capaci di invertire la rotta. A questo quadro occorre aggiungere i segnali di allarme sullo stato psicologico e ambientale della fascia più giovane della popolazione, come dimostrano i continui episodi di risse, di violenza ma anche di autolesionismo, registrato da strutture ospedaliere come il Bambin Gesù.

L`imperativo civico è, quindi, di intervenire con urgenza sui problemi irrisolti della scuola italiana e tracciare un percorso concreto. Illustrando l`inchiesta già citata, il 21 gennaio scorso la Comunità di Sant`Egidio ha presentato una serie di proposte, una sorta di “decalogo” per uscire dalla crisi. Tra quelle più importanti c`è il recupero delle ore perse a causa dell`emergenza dettata dal virus, sfruttando anche il periodo estivo, prolungando la scuola – se possibile – fino a metà luglio e riaprendola anticipatamente il primo settembre. Occorre verificare, inoltre, se ci sono stati ostacoli – così come ci è stato segnalato da più parti – all`iscrizione per il prossimo anno scolastico, che è scaduta il 25 gennaio scorso, in modo da recuperare eventuali ritardatari.

I dati in Italia. Emergenza solitudini, la «malattia» meno capita e più grave

da Avvenire del 22 settembre 2018

di Marco Impagliazzo

Gli italiani sono più soli. Il Rapporto Istat di quest’anno, come quello di Eurostat lo scorso anno, sulle reti e relazioni sociali nel Paese, mettono a fuoco anche questa realtà: la solitudine crescente degli italiani. Il 13% dei nostri concittadini non ha una persona cui chiedere aiuto: è il dato più alto a livello europeo. Per l’Istat tre milioni di abitanti della Penisola dichiarano di non poter contare su alcuna rete di sostegno (parenti, amici, vicini, realtà associative; mentre aumentano le famiglie composte da una sola persona (il 21,5% nel 1998, ben il 31,6% nel 2016).

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«Vince la solitudine nel mondo d’oggi»

Toscana Oggi, 21 gennaio 2016

Fondazione Donati. Al via il decimo corso di cultura politica e dottrina sociale cristiana

Il professor Marco Impagliazzo, docente presso l’Università per Stranieri di Perugia e Presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha aperto il decimo corso di cultura politica e dottrina sociale cristiana, organizzato dalla Fondazione Donati per l’anno 2016. Il tema affrontato è stato: «Globalizzazione e gratuità».
Impagliazzo ha incentrato il suo intervento sulla gratuità e su un tipo di economia più vicina al perseguimento del bene comune. Nella nostra società, insieme alla mancanza di beni di prima necessità si accompagna la solitudine, «nelle periferie delle città europee, cresce l’erba amara della solitudine», ha detto il relatore e per questo la società si sgretola, in quanto il mondo non può essere governato solo dall’economia, dalla finanza e dal mercato, ma nel contesto del nostro mondo deve trovare spazio anche la gratuità, dove i valori della solidarietà sono all’apice. La società non deve solo agire tecnicamente, ma ci vuole un’etica che verte all’azione verso il bene comune e l’attenzione al più debole. Nella società odierna la logica del dono sembra essere sparita, invece lo sviluppo della società non può prescindere dalla gratuità e dal dono, e qui la politica è chiamata in causa in quanto, mentre l’economia ha il compito di produrre ricchezza, la politica ha quello di distribuire questa ricchezza. Il non prevedere più la cultura del dono, è la conseguenza di aver cancellato la cultura umanistica, quella cultura che mette al centro l’uomo, come è stato affermato nel recente convegno ecclesiale nazionale di Firenze del novembre scorso che aveva per titolo: «Con Gesù Cristo verso un nuovo umanesimo». L’uomo di oggi è assalito dalla paura di perdere il lavoro e il futuro, che sembra essere sempre più privo di garanzie; questa paura rende l’uomo di oggi debole, nonostante si viva in mondo super tecnologico e scientifico.
Il Presidente della Comunità di Sant’Egidio ha toccato anche spinosi temi come la corruzione dilagante che c’è in Africa, dove, proprio per questo non c’è possibilità di sviluppo; oppure la dittatura del materialismo che c’è in Asia, dove si lavora tutti i giorni, non è prevista la domenica e lo sfruttamento dell’uomo è al massimo grado. Anche la crisi della famiglia fa le sue vittime. E qui Impagliazzo ha citato le numerose situazioni di disagio che si vengono a creare con le divisioni familiari, situazioni ín cui spesso le vittime sono più gli uomini che le donne.
Gratuità, nella nostra società globalizzata, vuol dire recuperare quella dimensione umanistica di cui oggi c’è molto bisogno per ritrovare quella felicità che non è possibile avere senza generosità.
Il professor Stefano Maggi del Dipartimento di Scienze Politiche ed Internazionali ha fatto gli onori di casa; il prossimo incontro del corso si terrà giovedì 21 gennaio ed avrà per tema: «La globalizzazione e i suoi effetti: aspetti economici e implicazioni sociali», relatore sarà il professor Simone Borghesi dell’Università di Siena.

Intervista a Marco Impagliazzo: “Tenere questi giovani ai margini significa fare il gioco dei terroristi”

La Stampa, 4 gennaio 2016

Sullo ius soli si annuncia battaglia in Senato. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, considera «miope» opporsi alla riforma .
«Credo che la soluzione trovata alla Camera sia non ottimale ma positiva in questo momento storico. E credo che discutere troppo a lungo avrebbe come unico effetto la perdita di un’occasione importante di fare di questi ragazzi dei cittadini italiani a pieno titolo».
È l’effetto Bataclan: la strage di Parigi ha creato molti timori e una parte del mondo politico ha deciso di farsene interprete. 
«In Italia abbiamo tutte le energie culturali e storiche per favorire l’integrazione. Non è un pericolo accogliere grazie allo ius soli, lo è tenerli ai margini: significa fare il gioco dei terroristi. È nelle fasce più marginalizzate degli stranieri che il terrorismo cresce e si alimenta, non nelle fasce integrate nella società».
L’Italia non ci guadagna nulla, offrire la cittadinanza a chi nasce e a chi studia porta solo nuovi pericoli, sostengono i contrari allo ius soli. 
«L’accoglienza fa parte dei valori di umanità e solidarietà su cui si basa la cultura italiana. Approvare la nuova legge è un banco di prova per la tenuta di questi valori e di un modo per favorire un’integrazione che è già in corso. Si tratta solo di completare il percorso di crescita di queste persone sulla base dei nostri valori».
E dal punto di vista economico? 
«È l’altro, enorme vantaggio per l’Italia. Abbiamo grande bisogno di giovani, di forze nuove. Lo dice la demografia che nel nostro Paese è in preoccupante calo. È miope non vedere la grande carica di energia positiva rappresentata dagli stranieri per la nostra economia».
La solidarietà e l’accoglienza fanno parte dei valori italiani ma anche del mondo cattolico. Eppure anche fra i cattolici non mancano le divisioni su questo tema.
«Chiunque si opponga a questo processo non fa i conti con la storia e ha perso il contatto con la realtà. Veniamo da un passato fatto di emigrazione e di integrazione: il nostro dovere è integrarle, non respingerle».

I giovani si strappano alle «maras» dando risposte e offrendo modelli

Avvenire, 26 ottobre 2013

Le cronache riportano, di tanto in tanto, la notizia dell’esistenza a Milano e in altri luoghi di bande di giovani, di origine latinoamericana, che partecipano alle cosidette maras, tristemente famose in Salvador e in altri Paesi del Centroamerica. Le maras sono bande nate tra gli immigrati latinos negli Stati Uniti. Giovani impauriti ed emarginati, figli della guerra civile nel caso del Salvador, che vivono la fascinazione della società ‘affluente’ nordamericana e che, non potendo replicarne gli stili di vita, finiscono per imitarne gli aspetti più estremi, tra cui la violenza e il mito del denaro.

Dagli Stati Uniti il fenomeno si è diffuso nei contesti centro e sudamericani. Le gang hanno iniziato ad affiliare gli adolescenti, a dedicarsi ad attività criminali, a proporre una cultura della vida loca, come titola uno dei più conosciuti film dedicati alle maras . Chi lavora per rispondere alle tante emergenze educative del nostro mondo, chi ha a cuore il futuro delle giovani generazioni, ha ben presente il pericolo di un modello culturale così tragico e violento. È triste vedere come tanti giovani s’indirizzino non verso un associazionismo sano, solidale, desideroso di cambiare in meglio la società, bensì verso una rete di sopraffazione, di degrado, di morte. Ho personalmente conosciuto William Quijano, della Comunità di Sant’Egidio di Apopa in Salvador, ucciso il 28 settembre 2009 in circostanze misteriose, probabilmente per mano di una delle maras che imperversano in quel Paese centroamericano. Quelle stesse maras cui lui cercava, con il suo lavoro civile – era promodor sportivo per il comune di Apopa – e con il suo impegno cristiano – tramite la Scuola della Pace di Sant’Egidio – di strappare i più giovani. È sempre più evidente ormai la fragilità dei giovani urbanizzati, che è carenza di modelli di riferimento buoni, povertà culturale, vuoto di valori, alla fine facilità a essere fagocitati da modelli violenti.

L’espansione delle maras tra i giovani immigrati latinoamericani in Italia è allora un segnale da non sottovalutare, che ci avverte dello spaesamento di tanti giovani e dello sfilacciamento del nostro tessuto di convivenza. Non è solo un problema che riguarda gli immigrati. È la questione dei nostri giovani, delle nostre periferie. C’è tutta una fascia d’età che cerca confusamente modelli e non li trova, se non quelli violenti o volgari del capobanda. C’è tutto un mondo minorile che ha a casa più televisioni che libri. Questo incide, e pesantemente, sulla strada che quei giovani, prenderanno nel futuro. La responsabilità di tutti noi – istituzioni, società, scuola, famiglie – è grande. Sta a noi prendere sul serio le giovani generazioni, fornire esempi, prestare ascolto, suggerire parole e percorsi.

C’è bisogno di un grande investimento culturale, che aiuti a recuperare la centralità di idee e di valori in un mondo che è senza centro, che è tutto ‘periferico’, e dove si può essere tentati di recuperare una propria centralità, una propria visibilità, con la violenza, con la contrapposizione, con la fuga. Dobbiamo impedire che le nostre periferie vadano alla deriva. Spesso oggi sono deserti d’individui. L’integrazione va promossa con più forza e più intelligenza: riguarda gli stranieri e gli italiani. Insieme. Da soli siamo tutti più deboli. E ciò è vero soprattutto per i più giovani. Per coloro i quali sentono più acuta la domanda di senso, e più forte, di conseguenza, il vuoto di risposte. I giovani hanno voglia di legami a tutto campo, di riferimenti, che siano forti e saldi. C’è da far crescere il senso di un legame reciproco, di un legame con la gente, con le altre generazioni – in particolare con gli anziani – con le tante articolazioni della società. C’è da ritessere un tessuto umano che è stato poco coltivato. Perché è sicuro: da soli non ci si salva, e non si vince quasi mai; insieme ci si salva, e si vince sempre.