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Covid-19. Pandemia. Aiutiamo più che mai l’Africa ad aiutarsi

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 30 luglio 2020

Una pandemia è tale perché investe tutti gli angoli del pianeta. È di questi giorni la crescente preoccupazione per il progredire del coronavirus in Africa. Qualcuno aveva immaginato che il continente sarebbe stato quasi risparmiato dall’infezione. Nella stessa Africa alcuni Paesi vedevano negativamente un allarme che avrebbe avuto un pesante impatto sulle economie nazionali e hanno smesso di comunicare le cifre relative ai contagi e ai morti. In altri era stata la popolazione a contestare i decreti di chiusura, ricorrendo addirittura alla magistratura. Altrove, infine, si era detto sarebbe stato sufficiente far ricorso a rimedi tradizionali o comunque alla portata di tutti.
In realtà, purtroppo, i numeri accelerano, e molti rumors circolano fra la gente. Si sa o si vocifera di ex presidenti, ministri e parlamentari malati o morti per il virus, si sospetta che i decessi improvvisi dei parenti, degli amici, dei vicini siano dovuti al Covid19. Il virus si rivela sempre più un ospite indesiderato che bussa alla porta di ogni nazione.
Del resto, sono gli stessi dati a dircelo. L’epidemia non dipende più, come all’inizio, dai viaggi internazionali, ma si diffonde autonomamente. E a gran velocità.

Il quinto Paese al mondo per casi non è latinoamericano ma è il Sudafrica, con quasi 460.000 infezioni e oltre 7.250 morti (cfr. www.worldometers.info/coronavirus). E in tutto il continente si contano oltre 874.000 contagiati e più di 18.500 decessi ufficiali. Già, ufficiali. Perché il grande tema è quanto siano affidabili i dati forniti in situazioni sanitarie sotto stress, nel quadro di una generale carenza di risorse e dovendo scontare una cronica difficoltà di comunicazioni.

Che valore dare ai 15mila positivi della Costa d’Avorio quando risultano da 90mila tamponi, cioè un positivo ogni 6, ovvero ai 7mila della Guinea che scaturiscono da appena 14mila tamponi (1 positivo ogni 2)?
È chiaro che le cifre a disposizione sono solo la punta di un iceberg, che non fotografano la realtà di un’epidemia la quale, come abbiamo imparato in Europa, colpisce in maniera subdola. Il virus si muove oggi rapidamente anche in Africa mentre i posti in terapia intensiva sono davvero poca cosa, così come il numero dei respiratori è scarso e i dispositivi di protezione individuale in grado di tutelare gli operatori sanitari sono carenti un po’ dappertutto.
E in più gli Stati africani devono fare i conti con le conseguenze economiche e sociali della pandemia nonché dell’azzeramento dei collegamenti con il Nord del mondo.
Detto questo, il quadro resta articolato. Nel continente ci sono Paesi – il Ruanda, ad esempio – che hanno raggiunto risultati estremamente positivi nel contrasto della pandemia, sviluppando un sistema integrato di test, tracciamento e cure paragonabile a quelli utilizzati a latitudini ben più ricche di risorse. E c’è poi da registrare la vivacità e l’impegno sul campo delle mille realtà della società civile africana che cercano di arginare la diffusione del virus dando indicazioni di base sulla prevenzione: dal lavaggio delle mani al distanziamento fisico, all’uso delle mascherine. Colpisce pure la capillarità con cui i messaggi di prevenzione sono veicolati dai social media fino a raggiungere ognuno. O realtà della cooperazione, come il programma Dream di Sant’Egidio, sostenuto dalla Cei, che si prodigano anche per i test sierologi. C’è almeno da sperare che il dramma dell’epidemia lasci in Africa, come eredità, una maggiore coscienza civile e più diffuse conoscenze d’igiene pubblica.
Per aiutare il continente in questa fase difficile è urgente che gli Stati occidentali non diminuiscano l’aiuto pubblico allo sviluppo come sono tentati di fare ora.

È nostro interesse che l’Africa sia resiliente alla pandemia: l’alternativa sarebbe drammatica.Contemporaneamente occorre operare per salvaguardare le rimesse (diminuite ma pur sempre la prima fonte di reddito esterno) rendendo meno cari i money transfer. È essenziale aumentare la connessione (in terapia e ricerca) tra sanità europee e africane utilizzando le comunicazioni online per condividere tutta la capacità scientifica necessaria. Infine, bisogna prepararci a distribuire il vaccino anche in Africa perché non sia lasciata indietro.

Il Papa in Mozambico

di Marco Impagliazzo su Città Nuova del 9 agosto 2019

Con il suo secondo viaggio in Africa, dopo quello del novembre 2015, con la scelta di aprire il Giubileo della Misericordia a Bangui, in Centrafrica, papa Francesco conferma il suo grande amore per questo continente.

Un sentimento espresso chiaramente al ritorno da quella prima visita: «Io amo l’Africa – disse in aereo – perché vittima dello sfruttamento» subìto nei secoli. E nel maggio scorso, dopo l’annuncio del suo nuovo viaggio in Mozambico, Madagascar e Mauritius, ha anche individuato nei conflittietnici gli ostacoli più grandi da affrontare invitando la Chiesa ad essere «fermento di unità tra i popoli» e «segno di speranza». Si tratta della prima emergenza africana insieme a quella dell’educazione, per un popolo composto per lo più da giovani in età scolare.
In Mozambico, antica colonia portoghese, il papa troverà un Paese profondamente cambiato dal periodo drammatico della guerra civile degli anni ’80 del secolo scorso: oggi è una nazione più ricca, che guarda al futuro proprio grazie alla pace ottenuta a Roma dopo 27 mesi di trattative a Sant’Egidio dal luglio del 1990 al 4 ottobre del 1992. Un accordo raggiunto con un metodo che abbiamo poi seguito per tutte le altre mediazioni svolte e che consideriamo ancora oggi attuale: ascoltare le ragioni e i torti subìti dalle parti in lotta accompagnandole pazientemente a trasformare il “nemico” da combattere militarmente in “oppositore” politico e offrendo la garanzia e la riservatezza di un soggetto cristiano, quale Sant’Egidio, che non ha altri interessi se non quello della pace.

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Le tragedie sulle vie della migrazioni. Ciò che deve succedere

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 26 luglio 2019

Era un mese fa su un fiume americano: due corpi a faccia in giù, un uomo e una bambina. Uniti da una maglietta, dall’affetto reciproco, da una speranza coltivata insieme. Ma anche dalla morte. Eccoli immersi nell’acqua torbida di fango. Óscar e Valeria, padre e figlia, migranti salvadoregni affogati nel tentativo di attraversare il confine fluviale tra Messico e Stati Uniti. Quell’immagine simbolo della tragedia dei migranti che dal Centro America cercano la via della felicità a nord del Rio Grande, negli Usa, si affianca idealmente a un’altra foto, quella del piccolo Alan Kurdi, annegato nel Mediterraneo.
È successo un mese fa, nel Nuovo Mondo. È successo troppe volte nel Mediterraneo. Succede ancora oggi: giunge la notizia di più di cento vite umane annegate nel Mare Nostro. Una tragedia annunciata. Di fronte alla quale stridono le accuse e i decreti contro chi salva in mare e le parole ipocrite del mondo politico europeo che gira intorno al problema senza affrontarlo veramente. Ecco perché ricordare è un dovere. Farsi commuovere e muovere da quei fotogrammi di Óscar e Valeria, dal ricordo di Alan e dalla notizia delle vittime di ieri, uomini, donne e bambini, esseri umani dei quali non vedremo mai il volto, è necessario, perché l’umanità non muoia ancora tra le onde di un fiume o del mare.
Di speranza si muore ancora, nel Mediterraneo come pure lungo le altre rotte dell’immigrazione verso l’Europa e gli Stati Uniti. Tra i muri che s’innalzano e le navi che si fermano, il risultato è un’ecatombe. Sant’Egidio ha calcolato in almeno 38.480 i caduti e i dispersi dal 1990 a oggi nel tentativo di raggiungere il continente europeo, «mentre nel primo semestre del 2019 sono già 904 i morti in mare», rivela Amnesty International, sottolineando la crescita della percentuale di chi non ce l’ha fatta sul totale complessivo dei partenti: «Se nel 2017, considerando solo il Mediterraneo centrale, il tasso di mortalità di chi intraprendeva un “viaggio della speranza” era di 1 su 38, nel 2018 è stato di 1 su 14».

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Il vero allarme. Morti in mare e deficit di umanità

Avvenire del 4 agosto 2017

Editoriale di Marco Impagliazzo

Da qualche tempo l’opinione pubblica è costantemente aggiornata sui numeri degli approdi di profughi sulle nostre coste. Quotidianamente si contano gli arrivi e le variazioni rispetto agli armi precedenti, evidenziando un quadro emergenziale, anche se luglio 2017 ha segnato numeri complessivi in calo. Il messaggio subliminale è che le persone approdate in Italia sono comunque troppe. Questo contribuisce ad alimentare l`allarme sociale e offusca visioni più equilibrate della questione. Più raramente o molto poco, si parla delle proporzioni della straziante carneficina che è l`attraversamento del Mediterraneo: dal Medio Oriente e dall`Africa verso l`Europa. Eppure i morti in mare – uomini, donne e bambini – rappresentano una ferita, che brucia e fa male. Non è un caso che il primo viaggio di papa Francesco, l`8 luglio 2013, fu a Lampedusa: «Chi ha pianto – disse – per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? La globalizzazione dell`indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Questo il problema: di fronte a tante notizie di dolore, sembra che la nostra società abbia perso la capacità di piangere. Eppure il vero allarme e il punto di partenza di ogni ragionamento è – e dovrebbe essere per tutti – il dolore per la perdita di queste vite umane. Molto è stato fatto dagli ultimi governi italiani, attraverso la Guardia costiera e la Marina militare per salvare vite nel Mediterraneo. Significativa è l`opera di Ong italiane e internazionali a sostegno di queste operazioni di salvataggio (e di altre) nel pieno rispetto delle leggi internazionali e del mare. Oggi alcune Ong non hanno accettato il “Codice di condotta”, proposto dalViminale, perché sostengono che alcune regole rischiano di snaturarne l`identità. In particolare quelle che prevedono la presenza a bordo di funzionari «armati» e il fatto che a bordo si debba contribuire alle attività investigative e di polizia. Si tratta di valutazioni legittime e di rimostranze comprensibili, sulle quali si può e si deve ragionare e al quale sembra abbastanza agevole trovare risposta. Del resto, siamo davanti a un “Codice di condotta” e non a una nuova legge dello Stato. Ciò che più preoccupa è che – da parte di alcuni esponenti del mondo politico, intellettuale e informativo – si continui a diffondere il sospetto sull`opera di salvataggio di queste organizzazioni che operano nel totale rispetto delle leggi internazionali e di quelle più antiche del mare. Naturalmente tutti sono chiamati ad agire nell`ambito della legalità, e dunque vedremo gli esiti delle indagini su una di esse, tedesca, che hanno portato al sequestro della barca che sta utilizzando nel Mediterraneo. È strano, però, che gli uomini e le donne di organizzazioni benemerite come “Me dici senza frontiere”, quando operano in Asia, in Africa o in America Latina sono considerati al pari di eroi, mentre se agiscono ai bordi dell`Europa vengono guardati e indicati addirittura con sospetto. Le polemiche di questi giorni non aiutano a dare risposte alla questione migratoria. Perché è di risposte che abbiamo bisogno e non di continue polemiche. Una di queste sono i corridoi umanitari che non solo rispondono alla grande crisi umanitaria dalla guerra in Siria o dalle terribili condizioni nel Corno d`Africa, ma sono anche liberazione dai mercanti di vite umane. Il giro d`affari della criminalità organizzata sugli sbarchi effettuati da12011 a oggi ammonterebbe a più di 4 miliardi di euro, con un aumento di oltre 300 punti percentuali nel triennio 2014-16 rispetto al precedente. L`iniziativa dei corridoi umanitari, partita nel gennaio de12016, nasce come risposta alle tante tragedie davanti alle nostre coste. Ma è la possibilità che la Chiesa e le comunità cristiane offrono, d`intesa con le autorità civili, ai profughi di non barattare il rischio della vita con l`esigibilità del diritto alla protezione, rendendolo illusorio.
I corridoi, canali di accesso sicuri e regolari dei migranti, sono anche I una proposta agli Stati europei di un modello per affrancarsi dalla contraddizione di disporre di un quadro giuridico molto avanzato, forse il più garantista al mondo, ma al tempo stesso di difficilissima applicazione. I corridoi aprono al tema della sponsorship da introdurre in Italia e a quello di ricongiungimenti familiari più ampi e semplici. Tanti immigrati sono irregolari, soltanto perché non è possibile il ricongiungimento familiare, prima forma d`integrazione in una società. Insomma dai corridoi s`intravede un modello ben regolato di governo delle richieste di asilo. Va inoltre affrontato il tema più complessivo delle vie legali d`ingresso di migranti, anche attraverso quote, vera alternativa all`illegalità e alle tragedie. Tutte queste possono essere le risposte di un`Europa per cui il diritto, la solidarietà e la democrazia non siano soltanto – come ha detto il Papa – la «sua ultima utopia».

Marco Impagliazzo: Quei santi «laici» apostoli del dialogo

Avvenire, 25 novembre 2015

di Marco Impagliazzo

Dai martiri ugandesi al congolese Isidore Bakanja, che si oppose al colonialismo, esempi di fraternità nel segno della giustizia e della resistenza al male.

Papa Francesco parte per l’Africa – è la prima volta – in un momento in cui il continente è un crocevia delle sfide mondiali e geopolitiche, ma è pure scosso dalla violenza terroristica. Si allargano le aree che non sono più, se non nominalmente, sotto il controllo dello Stato: è il caso del Centrafrica, dove milizie contrapposte si fronteggiano e minano una pace precaria, e ormai da tempo è il caso della Somalia. Si moltiplicano le azioni che mirano a colpire nel mucchio: è stato il caso del Kenya, dove sono finiti nel mirino prima il centro commerciale di Nairobi e poi gli studenti dell’università di Garissa.
Si è detto di come il viaggio di Francesco si configuri tanto coraggioso quanto pieno di fiducia e di speranza nell’Africa. In uno degli snodi fondamentali di quel gigantesco poliedro che è il mondo, in uno dei luoghi in cui si costruisce il futuro della Chiesa universale, il Papa intende riaffermare la propria convinzione nella forza della misericordia, nell’importanza dell’incontro e del dialogo.
Un rilievo particolare avrà la memoria e la riproposizione dell’esempio dei santi africani. Papa Bergoglio centrerà la sua tappa ugandese nel Santuario di Namugongo, a Kampala, luogo della testimonianza dei primi martiri dell’Africa nera, agli esordi dell’evangelizzazione a sud del Sahara, 150 anni fa. Ha scelto anche di dedicare l’incontro che avrà in Kenya con il clero ricordando la figura di una suora, Irene Stefani, missionaria italiana della Consolata, recentemente beatificata, testimone dell’eroicità della misericordia avendo scelto di continuare ad assistere fino alla fine gli appestati di Gekondi.
La Chiesa che propone Francesco è quella di testimoni autentici e fedeli, uomini e donne che prendano sul serio la buona notizia della pace, della misericordia, della solidarietà, e la incarnino proprio nei luoghi principe della contrapposizione, della disumanità, della fragilità. Per sanare, o almeno lenire, le ferite del continente.
È un compito che non spetta solo alle istituzioni, nazionali o internazionali, ma che è affidato a ciascun fedele: resistere e rovesciare la cultura del male e della morte. È quello che accadde a Namugongo dove alcune decine di giovani laici, alla corte di un re disumano, diedero il via a un mutamento profondo dei valori e delle priorità di una cultura, di una tradizione. Ma anche in decine di altri luoghi dell’Africa. Con Victoria Rasoamanarivo, detta «il padre e la madre» della Chiesa malgascia, Isidore Bakanja, oppostosi con mitezza in Congo allo sfruttamento coloniale, Benedict Daswa, che rifiutò la logica del capro espiatorio suggerita dagli “stregoni” del suo villaggio sudafricano. Ci sono poi tanti altri esempi di resistenza al male, alla violenza, alla corruzione, di cui è in corso la causa di beatificazione o che comunque sono un modello importante per i fedeli africani: tutti – da laici – hanno speso o offerto la loro vita per un sogno di giustizia e di misericordia che fosse riscatto del loro Paese e del loro continente.
La santità africana è spesso poco conosciuta. È noto come molti ostacoli, anche tecnici e finanziari, ne rallentino o ne impediscano il riconoscimento formale. Ma i santi africani ci sono, e sono spesso dei laici. La loro memoria è un monito e un esempio di Chiesa “in uscita”. Ha scritto recentemente papa Francesco: «I laici non sono membri di “second’ordine”, al servizio della gerarchia e semplici esecutori di ordini dall’alto, ma discepoli di Cristo chiamati ad animare ogni ambiente, ogni attività, ogni relazione umana secondo lo spirito del Vangelo, portando la luce, la speranza, la carità in luoghi che, altrimenti, resterebbero abbandonati alla miseria della condizione umana». Sono parole molto importanti per la Chiesa in Africa. Dice la Gaudium et spes: «È, in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi…». I santi africani sono stati gli uomini e le donne che hanno incarnato tale saggezza, che nel caso dei martiri ha significato radicalità evangelica e resistenza al male.

Il Papa nell’Africa delle risorse umane

Huffington Post del 25 novembre 2015

di Marco Impagliazzo

Papa Francesco è in Africa per la prima volta. Un viaggio in paesi come Kenya e Uganda che hanno intrapreso una via di sviluppo e di stabilità dopo anni di grandi sofferenze, con una problematica tappa in Centrafrica, dove milizie di vario genere terrorizzano la popolazione e minacciano la stessa visita. Ma Francesco va come pellegrino di pace e porta un messaggio di riconciliazione e di futuro a un popolo ferito e atterrito da anni di violenze. Come ogni spostamento del Papa, anche questo mobilita i media e l’attenzione internazionale, delle cancellerie ma anche dei popoli. L’Africa, in questa settimana, sarà al centro dell’interesse mondiale, tra afro-pessimismo e afro-ottimismo.

Molti europei, a differenza del passato, ritengono l’Africa piena di problemi, addirittura una minaccia: emigrazioni di massa, malattie, terrorismo. Si discute sul fallimento economico degli Stati, mentre le analisi sembrano limitarsi al mercato delle materie prime e alla competizione con i cinesi. Le opinioni pubbliche europee non si entusiasmano di ciò che accadde nel continente, l’unico riflesso è il pessimismo. Eppure l’Africa è piena di risorse. Non è soltanto un giacimento a cielo aperto, ma anche piena di risorse umane.

A un’Europa demograficamente invecchiata l’Africa risponde con la forza dei suoi giovani. Il problema sarebbe quello di accrescerne le opportunità. Sarebbe altresì utile ritornare al vecchio sogno eurafricano dei padri fondatori dell’Europa. Una Comunità di destino – l’Eurafrica- fatta di storia, geografia, lingue e cultura ci unisce. Perché non tornare a valorizzarla, invece che ad averne paura o ignorarla? Il viaggio di Francesco ci ricolloca verso un’Africa delle opportunità. La Chiesa vuole valorizzare il continente nero con la presenza e la parola del Papa. Essa stessa è sfidata da una popolazione dinamica di fedeli che spesso non trovano le vie per emergere, stretti in concezioni ancora troppo clericali. Nascerà una nuova alleanza tra giovani africani e Chiesa cattolica in favore della pace, dello sviluppo, di un futuro migliore, e capace di offrire risposte al dilagare delle sette e dei gruppi neopentecostali?

I martiri che il Papa onorerà in Uganda erano giovani e laici. La loro testimonianza, fatta di radicalità evangelica e lotta contro il male, fa riflettere. Non soltanto di fronte ad altre espressioni recenti – e negative – di martirio nichilista e sanguinario ma anche sulla forza di bene rappresentata da giovani che oggi andrebbero sostenuti nel loro desiderio di una vita migliore. Francesco è in Africa anche per questo.

Impagliazzo: «Il viaggio del Papa invita tutti a guardare il mondo dalle periferie»

Huffington Post del 24 novembre 2015

Impagliazzo (Sant’Egidio): «La visita di Francesco in Africa, preziosa e ricca di sfide, rappresenta una grande occasione per un continente che sta costruendo il suo futuro»

“Il viaggio di Papa Francesco è una grande occasione per un continente che sta costruendo il suo futuro e che, fra mille difficoltà, sta diventando a pieno titolo uno dei protagonisti della scena mondiale”.

Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, definisce la visita, che inizia domani in Africa, “preziosa e ricca di sfide” non solo per la Chiesa ma per tutti: “Ha scelto di recarsi in tre Paesi, come il Kenya, l’Uganda, che vivono prospettive di sviluppo e il Centrafrica che cerca di uscire da una situazione di conflitto e dalla minaccia del terrorismo, ma che guardano con speranza ad un futuro di crescita, sia sociale che economica. Le nostre Comunità, presenti da tanti anni in Africa – anche nei tre Paesi che saranno visitati – e amiche dei poveri, in particolare dei bambini, degli anziani e dei malati di Aids, si stringono attorno a Papa Francesco. In questi giorni saremo chiamati a guardare il mondo dalle periferie, e a trasformarle nel centro dei nostri interessi.

“Il viaggio – conclude Impagliazzo – è anche un appello a non lasciar cadere la forte domanda di pace che sale dalle terre africane e che chiede di moltiplicare il lavoro di tutti per il dialogo e la coabitazione tra etnie e religioni diverse”.

Italia-Africa, seria occasione

Avvenire, 8 febbraio 2014

L’Italia e l’Africa. Negli scorsi decenni il rapporto tra queste due zone del pianeta è stato solo un esile ponte gettato tra mondi distanti. Un ponte di simpatia – il terzomondismo, la cooperazione, la mediazione, la grande opera dei missionari –, di interessi concreti – la ricerca e lo sfruttamento di materie prime –, di paure – il caos, l’immigrazione –. L’Africa è sempre stata lì, di fronte a noi. Ma ultimamente considerata troppo lontana e diversa. Ebbene, può essere questa, oggi, la nostra visione del continente? O non si tratta di accettare finalmente il fatto che il mondo è cambiato, che è più complesso e più interdipendente? Questo vale anche per l’Italia.

Un recente rapporto realizzato dall’Ispi (Istitito per gli studi di politica internazionale) per il Ministero degli Esteri, da qualche tempo disponibile in rete, dal titolo “La politica dell’Italia in Africa”, intende appunto agevolare l’apertura di una via nuova per il nostro Paese, di vicinanza e di collaborazione con questo Sud del mondo. Non solo e non tanto sul piano del supporto allo sviluppo, bensì in una logica win-win, cioè di vantaggi reciproci, di mutua crescita, di convergenza di interessi economici e culturali.

Il rapporto parte dai profondi mutamenti che l’Africa sta vivendo: «Sei delle dieci economie che hanno marciato più rapidamente nel decennio 2001-10 sono Paesi subsahariani, con tassi medi attorno all’8%». Ciò apre nuove opportunità per il Bel Paese e chiede di individuare e specificità dell’approccio italiano al continente per gli anni a venire.

L’Africa non è più quella di un tempo. Ha vissuto una mutazione antropologica: i nuovi africani sono più istruiti dei loro genitori, più mondializzati, più desiderosi di contare. I problemi restano, ma l’Africa è parte del villaggio globale, del mercato mondiale, non è solo un giacimento a cielo aperto. E in questa nuova Africa l’Italia può trovare un suo spazio, per esempio con le piccole e medie imprese, un tipo di know-how molto apprezzato a nord e a sud del Sahara: «Esistono ampi spazi per operazioni di collaborazione industriale strategica in cui l’Italia e le aziende italiane possono assumere un ruolo di guida e orientamento dei relativi processi decisionali, generando opportunità per esportazioni e investimenti». Eppure scontiamo la timidezza culturale nel considerare l’Africa parte di un orizzonte più largo, euroafricano. Sebbene la Chiesa abbia sempre sostenuto l’idea di una comunità di destino tra l’Europa e l’Africa.

In una stagione di crisi, in un contesto che sta rimodellando le tradizionali gerarchie geopolitiche del Pianeta, non ci si può rinchiudere in gusci più o meno consolatori, né far finta che vaste zone del mondo semplicemente non esistano. È il momento di rilanciare l’economia nazionale “agganciandola” all’espansione economica del Sud del mondo, proponendosi come partner di una nuova visione interdipendente in cui tutti potranno e dovranno fare leva sui punti di forza di ciascuno.

Occorre, insomma, aprire gli occhi sul tempo che stiamo vivendo, svecchiando approcci che non hanno più ragione d’essere, rispondendo al desiderio di futuro che tanto l’Italia quanto l’Africa esprimono, più apertamente loro, più confusamente noi: un desiderio di futuro che chiede un cambiamento coraggioso e lungimirante. È una sfida per un Paese come il nostro, impaurito, tante volte vittimista e provinciale. Ma è una sfida che può essere vinta, in linea con le nostre migliori tradizioni. Perché l’Italia è una nazione troppo grande, per storia, cultura, creatività, per essere condannata al provincialismo.

Dobbiamo riflettere di più sul ruolo dell’Italia nel mondo. Il salto da compiere è mentale e culturale, innanzitutto. Come sottolinea il rapporto Ispi, una priorità è «la costruzione di una “nuova narrativa” sull’Africa subsahariana, rovesciando la diffusa percezione di un insieme indistinto di Paesi instabili ed economicamente depressi, per “raccontare” invece di un’Africa che offre importanti opportunità economiche».

Ma forse un passaggio del genere è oggi più facile. In un tempo in cui papa Francesco invita a guardare dalle periferie per capire meglio la realtà, un approccio originale, può essere la via per sfuggire al “declinismo”, per scrivere un’altra, positiva pagina di storia per il nostro Paese.