Archivi tag: Anziani

Un nuovo modello di vita per gli anziani

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 27 settembre 2021

«L’istituto era monotono. La sera mangiavamo alle 18.30. La colazione invece era servita alle 9 passate, perché dovevamo aspettare il turno dei pazienti più gravi. Il personale ci trattava come numeri. Anzi spesso non ci chiamavano neppure per nome, ma con il numero del letto». Così Salvatore, 81 anni, racconta come ha vissuto per più di un anno in una casa di riposo a Roma: morta la moglie e senza figli si era convinto che, per l’avanzare dell’età, il ricovero in una struttura fosse l’unica possibilità per continuare a vivere.

Del resto è ciò che viene alla mente a tanti della sua età, quasi sia un destino ineluttabile. Perché si vede che attorno a sé altri anziani lo hanno già fatto, spesso convinti che era “per il loro bene” dalle stesse famiglie e, soprattutto, perché non sembra esistere un’alternativa. Ma stavolta ci si è messo di mezzo il lockdown, che – tra marzo e maggio del 2020 – ha reso drammatiche le condizioni di vita dentro tutti gli istituti ed ha fatto capire a Salvatore la gravità della situazione: «Con il coronavirus prima ha chiuso il giardino, punto di sfogo di tanti pazienti. Poi siamo stati chiusi a chiave nelle camere. La vita si svolgeva in uno spazio molto limitato, con un’assistenza ridotta al minimo. Alcuni restavano a letto anche di giorno perché non veniva nessuno ad alzarli. Sentivamo le inservienti passare nel corridoio, ma facevano finta di non sentire quando le chiamavamo forte per aiutarci. Venivano solo a portarci da mangiare e ci cambiavano il pannolone solo una volta al giorno. Renato, il mio vicino di letto, si era ammalato ed era debolissimo. Non capiva perché non venisse più a trovarlo la figlia; non riusciva più a portare il cucchiaio alla bocca e la minestra rimaneva lì nel piatto. Prima lo aiutavo io a mangiare, ma dopo me lo hanno impedito mettendomi le sbarre al letto».


Salvatore, che per fortuna di energie ne aveva ancora da spendere, ha capito che bisognava reagire. Prima del lockdown aveva conosciuto un volontario della Comunità di Sant’Egidio, che veniva a visitare gli anziani in quell’istituto, e ci aveva fatto amicizia. È a lui che ad un certo punto ha espresso il desiderio di un’alternativa: «Deve esistere un posto, dove le persone della stessa età, magari con un po’ di aiuto, possano vivere insieme, condividendo i costi, ma anche i benefici, della libertà“. Il posto esiste per fortuna, gli è stato risposto: dall’istituto si può uscire. Occorre però organizzare bene le cose. Perché il cohousing, modello che Sant’Egidio ha ormai sperimentato da anni, sviluppando decine e decine di convivenze in diverse città italiane, va costruito con cura.

È vero, si può vivere insieme, tra anziani, anche se non si è parenti, con un po’ di fantasia e un accompagnamento. Per Salvatore è stato l’inizio di una nuova vita nell’appartamento che condivide con un altro anziano. Ognuno ha il suo spazio: una stanza con il bagno e una bella sala da pranzo dove stare insieme e ricevere le visite dei parenti o degli amici. A turno si preparano i pasti con l’aiuto di una badante e dei volontari, mettendo insieme le proprie risorse economiche. Insomma, dal sogno alla realtà.

Quella di Salvatore è una delle tante storie di anziani – è il caso di dire – “salvati” da una condizione di solitudine e abbandono che la pandemia ha fatto emergere in tutta la sua drammaticità e che ci deve spingere a superare il modello dell’istituzionalizzazione puntando sulla casa come “principale luogo di cura”. Lo ha detto, del resto, anche Mario Draghi delineando una prospettiva di riforma della sanità che potenzi l’assistenza domiciliare. Cioè, offrire un futuro diverso alla popolazione e, al tempo stesso, porre le basi per un modello di società a misura di tutte le età e non solo di alcune.

Negli ultimi anni la Comunità ha lavorato per costruire in Italia una rete innovativa di cohousing, che è divenuto un modello e che già accoglie centinaia di persone a Roma, Genova, Napoli, Novara, Padova, Torino, con modalità che variano a seconda delle esigenze personali e che si sostiene con il contributo economico delle persone che abitano nelle case stesse: convivenze di anziani, ma anche di ex senza fissa dimora, che sono accompagnati nel loro percorso di abbandono della strada, o persone con disabilità che si sono trovate in difficoltà, spesso dopo la perdita dei loro genitori. «Ho ritrovato la vita che avevo perso», può dire oggi con convinzione Salvatore, che promette – appena le condizioni lo permetteranno – di tornare in istituto come volontario, per parlare della vita che ha ora la fortuna di vivere, di quel cohousing, diventato ormai una possibilità non solo per i giovani (quando dicono “mamma vado via da casa perché voglio farmi una vita”) ma può essere il futuro anche per tanti anziani. 

E’ ora di tessere reti di relazioni. I giovani hanno bisogno degli anziani e viceversa: in questa alleanza tutti ricevono e donano

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale di Aprile 2021

Viviamo tutti come in un tempo sospeso, tanto più da quando la pandemia ha congelato le nostre vite. Il limite è evidente se pensiamo a chi è al mattino della vita. Ma, in realtà, anche se guardiamo a chi è più avanti negli anni. Perché eluderne le domande, dimenticarne l`esistenza, significa dimenticare quell`anziano che sarò anch`io tra pochi o molti anni, eludere il mio futuro bisogno di relazioni, di coinvolgimento, di cure, di vita. Perché le ore scorrono e siamo incamminati verso quel “continente anziani” che è la meta di quasi tutti, in particolare in Occidente. Spesso l`invecchiamento è percepito come un declino, un autunno. Accade agli anziani ciò che Buzzati descrive in quell`amara metafora della vita che è Il deserto dei Tartari: all`inizio «la gente saluta benigna, e fa cenno indicando l`orizzonte con sorrisi di intesa»; «ma a un certo punto ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno». Quel cancello che si chiude è la simpatia umana che si dissipa, la vicinanza degli altri che si fa meno certa; è un`istituzionalizzazione che separa violentemente dal proprio vissuto. Quel cancello che si chiude è la società che scarta un suo figlio.

Eppure l’allungarsi della vita è un grande successo dell`umanità: il frutto dei progressi della medicina, di maggiori possibilità nutrizionali, di un più diffuso ed efficiente welfare state. Una benedizione non può essere considerata una maledizione! È richiesta allora una riflessione nuova, un salto di mentalità.

Un discorso del genere riguarda a volte anche la Chiesa. Il popolo cristiano di oggi è, in buona parte, un popolo di vecchi. Eppure, gli anziani possono comunicare la fede alle giovani generazioni, «purché inseriti in una dinamica di speranza e messi al centro della vita ecclesiale». Tante volte, invece, avviene che la pastorale guardi solo ai più giovani. Chiesa e società sono ammalate della stessa mentalità: «Gli anziani sono stati considerati un problema da gestire e non un segno». Si tratta di inoltrarci con coraggio e prospettiva in un mondo articolato. Gli anziani sono importanti per l`economia, la coesione sociale, la fede. Il loro peso è sempre più ri- levante nella tenuta del welfare familiare e nel volontariato. La stragrande maggioranza della terza età è costituita da autosufficienti desiderosi di continuare a contribuire alla vita associata. Tante volte c`è come uno spreco di vita. Si finisce per “scartare” gli anziani, quando sono ancora nel pieno delle loro potenzialità. Quando pure abbiamo di fronte gente ancora in forze, desiderosa di impegno e di pienezza.

Oppure abbiamo persone anziane, indebolite o malate, che se accolte e accudite, con la loro presenza possono umanizzare le persone e la società. Il tempo dedicato ai malati, ai deboli, ai fragili è il tempo dell`umanità: chiede a ciascuno di tirar fuori il meglio da sé. In questa pandemia, abbiamo visto troppa morte per non innalzare la bandiera della vita, per non lavorare insieme perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza. Ci vuole una cultura che parta dalla vita, che non la sprechi, che la valorizzi. Occorre costruire una società che gioisca dell`invecchiamento e lo inserisca in un contesto di relazionalità intergenerazionale. È ora di tessere intorno agli anziani una rete di rapporti, di vicinato, di volontariato, di impegno per il bene comune, che diventi garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi, per tutti. Perché la grande malattia dell`anziano è la solitudine. Si parla tanto della fragilità della vecchiaia. Ma, a parte che invecchiare oggi non è paragonabile all’ageing di decenni fa, la grande fragilità con cui si confronta la vita degli anziani è quella legata alla marginalità e alla “deriva” tra le generazioni.

È necessaria una “riconciliazione”: i giovani e gli adulti hanno bisogno degli anziani e viceversa. L`incontro fa scoprire ai più giovani che la longevità è uno dei frutti migliori del nostro tempo, e agli anziani che hanno ancora molto da dare in scelte, amicizia, saggezza.
Gli anziani continuano a sperare, se sostenuti dai gio- vani e dagli adulti. La speranza non abban- dona giovani e adulti se sanno che al termine del proprio percorso non c`è il baratro, ma l`accompagnamento. È qui la radice dell`insistenza di Francesco sull`in- contro tra le generazioni. Già all`inizio del pontificato Bergoglio aveva detto: «Fa tanto bene andare a trovare un anziano! Guardate i nostri ragazzi: a volte li vediamo svogliati e tristi; vanno a trovare un anziano, e diventano gioiosi!». Durante la visita a Sant`Egidio, nel 2014, il Papa ha ripetuto: «Quant`è buona quell`alleanza tra giovani e anziani in cui tutti ricevono e donano». E giusto un anno fa ha detto: «Gli anziani sono il presente e il domani della Chiesa. Sì, sono anche il futuro di una Chiesa che, insieme ai giovani, profetizza e sogna! Per questo vi chiedo di non risparmiarvi nell`annunciare il Vangelo ai nonni e agli anziani. Andate loro incontro con il sorriso sul volto e il Vangelo tra le mani. La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla». 

Gli anziani hanno bisogno degli altri. Ma anche gli altri hanno bisogno degli anziani. Le nuove generazioni trovano in chi si muove su orizzonti pur tanto diversi la bussola affettiva e formativa che può orientarli, restituendo loro uno spessore storico ed esistenziale che è vitale in un tempo di grandi fragilità psicologiche, in una società che conosce il vuoto di genitori e di maestri. Sì, le fragilità sono di ogni età. La malattia della solitudine è la malattia di tutti. Siamo tutti sulla stessa barca. È scritto nelle profondità dell`essere umano: da soli non si vive, ma si muore! La vita è interdipendenza e solidarietà. Lo spirito del tempo è che ci si salva da soli. E però proprio questa stagione di distanziamento e di dolore ci ha insegnato che la vita è farsi rete; che la rete delle relazioni e dei contatti può salvaguardare la vita.

La sfida è comune. La risposta non può che essere comune. Ed è da qui, in questo Occidente in cui la vita si allunga, ma si allargano gli spazi della solitudine, che si deve delineare una strada da percorrere. Pensiamo, ad esempio, all`istituzionalizzazione degli anziani. Non può essere questa la risposta alla lo- ro accresciuta presenza nella società. Avremmo bisogno di una tensione comunitaria che vinca l`istituzionalizzazione e faccia crescere la sensibilità sociale, il gusto per l`inclusione, il genio della famiglia. L’Occidente, cuore di un umanesimo di diritti e opportunità per tutti, può es- sere un laboratorio di pienezza tra generazioni, un modello di come si costruisce una società ospitale per tutte le generazioni.

Anziani: Assistenza e cure domiciliari possono evitare l’isolamento. Approfittare dell’emergenza per investire nella creazione di reti umane e sociali

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 31 ottobre 2020

Mentre viviamo la seconda ondata della pandemia ciò che di drammatico è avvenuto negli istituti per gli anziani e più in generale per le persone fragili, ci fa capire che non si tratta solo di mettere qualche toppa al sistema di assistenza e cura esistente o, meno che mai, di attendere che passi la bufera per tornare alla “normalità”. Il Covid-19 al contrario è l’occasione per una riflessione più generale su come considerare la presenza degli anziani nella nostra società e su come rispondere al meglio alle loro necessità. Nelle cosiddette Long Term Care Facilities – siano esse le anglosassoni nursing home, le nostre Rsa, le case di riposo più o meno registrate e controllate – si è registrato oltre il 50% delle morti, a livello planetario. Mi sembra un punto di partenza adeguato da cui iniziare una riflessione per un profondo cambiamento. Molti istituti sono luoghi dove in diversi casi la fragilità dell’anziano viene privata delle protezioni offerte dalla casa, dai ricordi e dalla rete umana che si è sedimentata negli anni attorno a essa. L’isolamento ulteriore rappresentato dalle misure anti-Covid non ha certamente giovato. Ha anzi aggravato, trasformandola in vera e propria sindrome da abbandono la condizione di molti over70. Dovremo purtroppo constatare anche numerosi decessi legati all’abbandono. Di questo abbondano già diverse evidenze.
È davvero impossibile evitare che gli anziani istituzionalizzati restino isolati, senza alcuna possibilità non solo di visite ma spesso anche di comunicazione con video-immagini, così come è accaduto?
Occorre al più presto intervenire – lo si doveva fare già nei mesi passati! – per favorire, una comunicazione che rompa l’isolamento, anche perché la condizione di chiusura de facto, che perdura da mesi nelle strutture per anziani, continuerà anche nei prossimi. Tenerne conto è necessario per introdurre una serie di interventi urgenti, forse complessi ma certamente possibili, così come altre realtà (la scuola tra tutte), hanno dimostrato. Il recente intervento del presidente dell’Emilia Romagna a favore di visite di parenti, se con tampone effettuato nelle ore precedenti, è un ulteriore stimolo a trovare soluzioni che coniughino sicurezza e umanità. Associando a questa possibilità i volontari di tutte quelle comunità e associazioni, che già conoscono e hanno rapporti con gli anziani residenti, in particolare con quelli che sono rimasti senza famiglia. Il tutto in un rigoroso rispetto delle misure di prevenzione.

Si tratta però anche di non insistere solo sull’istituzionalizzazione, come fosse l’unica risposta praticabile, in alcuni casi giudicata “inevitabile”. La sanità pubblica e la geriatria internazionali spingono da anni per un esteso continuum assistenziale, di cui le residenze rappresentano solo un tassello di un più ampio mosaico, che non può e non deve essere in alcun modo perno del sistema. L’assistenza domiciliare integrata rappresenta in Italia una quota irrisoria della assistenza: si stima mediamente 16 ore all’anno per anziano bisognoso. Questo impressionante squilibrio è sotto gli occhi di tutti. Fingiamo insomma di avere una assistenza territoriale, presso le dimore degli anziani, dimenticando che senza il milione (e più) di badanti che si occupano oggi degli over70 nel nostro Paese, tutto il sistema entrerebbe in una grave crisi di sostenibilità. A questo si deve aggiungere la mancanza di centri diurni, di estese soluzioni di telemedicina, di servizi di lotta alla solitudine e all’isolamento sociale, insomma di quella articolazione di servizi che ci permette di uscire dalla logica dell’istituzionalizzazione per mera mancanza di alternative. È a questa condanna che ci si vuole opporre, serenamente ma fermamente.
CONTINUA A LEGGERE >

Questo articolo è stato pubblicato in Articoli, Rassegna Stampa e taggato come , , il da

Il muro che tiene separati gli anziani

di Marco Impagliazzo su Corriere della Sera del 22 settembre 2020

Un’ampia categoria di cittadini è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una «normalità protetta»

Caro direttore, nelle ultime settimane, nonostante la permanenza della pandemia da Covid 19, si è giustamente scelto il progressivo ritorno — con le precauzioni del caso — non solo alle attività lavorative e scolastiche, ma anche alle relazioni sociali, a partire dall’estate, nei luoghi turistici e in ogni città, talvolta con preoccupazione per gli assembramenti provocati. C’è però un’ampia categoria di cittadini che è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una «normalità protetta»: gli anziani «istituzionalizzati».

La Comunità di Sant’Egidio, presente da anni con operatori e volontari in centinaia di residenze sociosanitarie e socio-assistenziali, ritiene fortemente riduttive le «nuove linee guida» dell’Istituto Superiore di Sanità per le visite negli istituti di familiari ed amici. L’iniziativa poteva essere un passo positivo verso il reinserimento degli anziani nella socialità. In realtà così non è stato. Nonostante le pesantissime restrizioni alle relazioni sociali patite dagli over 65 durante il lockdown fino ad oggi, con gravi conseguenze psicologiche e sanitarie, le linee guida esprimono una politica di protezione degli ospiti estremamente restrittiva riguardo alle relazioni interpersonali, tale da configurare una violazione dei diritti individuali. Mentre si comprendono facilmente le restrizioni applicate a chi è infetto e dunque sottoposto a regime di quarantena, appare assai più discutibile attuarle per chi dovrebbe essere protetto e non è portatore di alcuna infezione. Si giunge, in taluni casi, ad imporre misure restrittive non lontane da quelle utilizzate in un regime carcerario.

Basta pensare che non viene affermato il diritto a ricevere visite, ma tutto rimane a discrezione del responsabile della struttura e riservato a casi eccezionali oltre alla limitazione a un solo familiare per visitatore e il massimo di 30 minuti per la visita. Piuttosto che una politica restrittiva, riteniamo sia necessario il contrario, cioè favorire maggiormente i rapporti degli ospiti con l’esterno, pur con le necessarie cautele, includendo, oltre ai familiari, anche amici e volontari, considerato il grande numero di persone sole tra gli ospiti.

Tali restrizioni non garantiscono una protezione efficace per i più fragili, mentre è accertato che sono le relazioni personali a costituire un indispensabile fattore di protezione per la salute fisica, mentale e psichica di ogni individuo. Certo, occorre assolutamente evitare nuovi focolai di Covid-19 negli istituti, come è purtroppo avvenuto in modo drammatico nei primi mesi della pandemia. Va però ricordato che la grande maggioranza dei contagi in queste strutture non è avvenuta a causa delle relazioni con i familiari o altri visitatori — che invece sono stati i primi a denunciare ciò che stava accadendo — ma per la mancata osservanza delle norme di prevenzione da parte degli istituti che ospitano gli anziani. E’ necessario, piuttosto, produrre controlli più stringenti sul personale sanitario che – nonostante l’eroismo personale di molti operatori – risulta troppo spesso coinvolto, suo malgrado, nella catena dei contagi e sulle politiche attuate dalle direzioni di tali strutture.

La difficoltà o l’impossibilità di fatto di avere notizie degli ospiti, lamentata da più parti — spesso dai parenti — non è stata inoltre oggetto di attenzione nell’ambito delle linee guida fissate dall’Istituto superiore di sanità. È invece necessario, quando non sia possibile un incontro in presenza, indicare almeno figure di riferimento che garantiscano informazioni e relazioni, anche con videochiamate e mezzi informatici, strumenti che mancano quasi del tutto nelle strutture ospitanti.

Anche per quanto riguarda la tutela della salute degli ospiti degli istituti rileviamo pesanti criticità. Il documento sconsiglia, ad esempio, di uscire per visite specialistiche senza proporre alternative: è una disposizione che limita di fatto il diritto alla cura, tenendo presente che si tratta di persone con patologie anche gravi o croniche che necessitano di essere seguite adeguatamente. E anche il suggerimento ai medici di famiglia di ricorrere alla telemedicina, notoriamente ancora poco diffusa negli istituti per anziani, invece della visita in presenza — che non sarebbe impossibile garantire — produrrà probabilmente una riduzione della tutela sanitaria. Gli anziani, anche quelli «istituzionalizzati», non possono diventare cittadini di serie B, ma al contrario, nel rispetto rigoroso delle procedure di prevenzione, essere i primi a godere delle attenzioni delle istituzioni e della società italiana. Non separiamo i destini di chi è più giovane da chi è anziano! La società ha bisogno di ponti e non di muri.

Marco Impagliazzo
Presidente della Comunità di Sant’Egidio

Il manifesto della Comunità di Sant’Egidio: Anziani più protetti e spese sanitarie ridotte

di Marco Impagliazzo, Corriere della Sera, 18 luglio 2020

La crisi scatenata dalla pandemia non ha avuto uguali conseguenze per tutti. Una categoria di persone ha sofferto più di altre in termini di vittime e di isolamento: gli anziani.
Un «pianeta» che ha in comune l’età ma attraversa, in modo democratico, tutti gli strati sociali. È stato, per tanti aspetti, il dramma nel dramma del coronavirus nel Nord del mondo e in Italia, dove – rileva l’Istat – ben l’85 per cento dei decessi per effetto del Covid-19 si sono manifestati nella popolazione ultrasettantenne. Un dato che colpisce, insieme a un altro, fornito dall’Istituto superiore della Sanità, che segnala il numero elevatissimo di morti tra gli anziani istituzionalizzati nelle Rsa e nelle case di riposo, il doppio rispetto a quelli che vivevano nelle loro abitazioni.

Ciò che è successo non può lasciarci indifferenti né attendisti. E proprio ora, quando il nostro Paese ha preso le misure della pandemia e risulta più equipaggiato ad affrontare eventuali nuove emergenze sanitarie, che occorre intervenire. Ora, che le ferite di questa moderna strage degli innocenti sono ancora aperte e hanno lasciato un segno in tante famiglie, è il momento per ripensare la nostra società con una rinnovata solidarietà intergenerazionale e nuovi modelli di assistenza e cura per i più vulnerabili. È anche questo il motivo che ha spinto, il 20 maggio scorso, la Comunità di Sant’Egidio a promuovere un appello internazionale – partito proprio dalle pagine di questo giornale – che ha già raccolto decine di migliaia di firme, tra cui quelle di alcuni autorevoli rappresentanti delle istituzioni e del mondo della cultura.

«Senza anziani non c’è futuro. Per riumanizzare le nostre società, no a una società selettiva» è un manifesto per ripartire, dopo la crisi, con una visione diversa dell’Europa, in cui gli anziani non siano più considerati, come ha detto papa Francesco il 29 giugno scorso, «materiale di scarto». Anche perché molti sono già – e tutti sperano di diventare in futuro – anziani, quindi bisognosi, come in ogni altra fase della vita, di relazioni umane e di vicinanza. A uccidere o a rendere comunque più difficile la cura degli anziani durante la pandemia è stato infatti anche un altro virus, quello della solitudine, per il quale però abbiamo già un vaccino efficace: l’attenzione che noi tutti e le istituzioni dovrebbero avere per i cittadini più fragili.

L’appello ha proprio l’obiettivo di tenere alta questa attenzione. In primo luogo, evitando che si riproponga in futuro l’inaccettabile dilemma del «dover» scegliere chi curare perché è contrario a ogni principio umano e costituzionale, nonché alla Dichiarazione universale dei diritti dell`uomo: «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona». In secondo luogo, il manifesto promuove un ripensamento radicale dei nostri sistemi sanitari, che si basi su una prevalenza della domiciliarità delle cure insieme alla costruzione di reti di prossimità attorno agli anziani, a partire dai soggetti che rappresentano la vita quotidiana, fino al monitoraggio attivo di chi abita da solo.

Le istituzioni dovrebbero farsene carico favorendo nuove soluzioni già sperimentate con successo da Sant’Egidio – come il cohousing e i condomìni protetti che consentono di evitare l’istituzionalizzazione continuando a vivere in una casa, con tutti i vantaggi che comporta, in età avanzata e anche in presenza di serie patologie. La crisi vissuta può aiutare a realizzare una svolta innovativa che offrirebbe maggiore protezione per gli anziani e, al tempo stesso, spese sanitarie più contenute. Ma occorre intervenire subito, prima che un tema così centrale per la società torni nuovamente – e colpevolmente – in secondo piano.

Diceva il cardinal Martini nel 1990: «Sulla dignità della vita offerta agli anziani si misura il profilo etico di ogni società e dell`Europa: è un test che mostra l’eticità della convivenza umana». Si tratta di parole che non risultano solo attuali, a distanza di trent’anni, ma in qualche modo profetiche perché ci indicano la strada da percorrere se vogliamo che le nostre società conservino quell’impasto di civiltà e di umanesimo senza il quale non esisterebbe il nostro continente così come lo conosciamo, cioè solidale con tutti i suoi cittadini, senza esclusioni.

E ora contagio di prossimità. Accanto agli anziani, per un’altra società

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 12 luglio 2020

La pandemia da coronavirus continua a imperversare oltreoceano, nel subcontinente indiano, in Russia.
Sale sempre più pressante la domanda di come preparare il mondo di domani, perché come ha detto papa Francesco a Pentecoste «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla».

Cosa, dunque, la crisi ci deve insegnare? Cosa è opportuno che essa spazzi via? Tra le tante storture del nostro mondo malato, e fino a ieri inconsapevole di esserlo, apparentemente asintomatico, emerge con assoluta evidenza la fragilità sociale della popolazione anziana, sulla quale con particolare violenza si è abbattuto lo tsunami del Covid-19, dal momento che ha recentissimamente segnalato l’Istat «in Italia quasi l’85% dei decessi per coronavirus ha riguardato persone over 70, oltre il 56% quelle sopra gli 80».

Una generazione è stata presa di mira. Ha pagato il prezzo più alto. Ha sofferto le conseguenze di un combinato disposto di debolezza, solitudine, scarto. Quel che le dobbiamo è l’impegno a costruire una società differente, impastata di solidarietà intergenerazionale, premurosa della salute e della vita di ogni suo componente.

Nell’Angelus per la festa degli apostoli Pietro e Paolo, il Papa denunciava la sofferenza di «tanti anziani, che sono lasciati soli dalla famiglia, come se fossero materiale di scarto. Questo è un dramma dei nostri tempi: la solitudine degli anziani».

E’ questo che il dopo-pandemia deve spazzare via, se vogliamo che ciò che abbiamo attraversato non sia passato invano, se non vogliamo che il nostro mondo ricada nell’illusione di una salute apparente che allontana chi è più bisognoso di compagnia, sostegno, amicizia.

Su queste stesse colonne, il 3 luglio scorso, Mauro Leonardi sottolineava la necessità di «un’operazione di care taking diffusa. Ogni condominio, parrocchia, comprensorio residenziale dovrebbe adottare un anziano. Si tratta di fare qualche telefonata, portare la spesa, fare un po’ di compagnia, ascoltare, raccontare». Mi associo a tali parole e mi permetto di lanciare un analogo appello. Perché la solitudine è sempre più il male del nostro tempo, perché essa è destinata a gravare sulla vita dei meno autosufficienti ben oltre la fine della pandemia, perché infine per essa conosciamo già un vaccino e una cura. Il vaccino siamo noi, se sapremo adoperarci per ricucire la trama lacerata tra le generazioni; la cura sono le nostre parole, le nostre mani, se sceglieremo di donare a chi è più avanti negli anni tempo e attenzione.

Di fronte a un virus che ha colpito la socialità dei popoli e dei singoli, che ha obbligato prima al confinamento e poi al distanziamento fisico, occorre rispondere con un contagio uguale e contrario fatto di comunanza di destino e di sensibilità, di interdipendenza di percorsi e di traguardi. Reduci dall’incubo di terapie intensive sovraccariche in cui si rischiava di scegliere tra chi avrebbe potuto vivere e chi avrebbe dovuto morire, è necessario farci ognuno “ospedali da campo”, uomini e donne capaci di somministrare la terapia che salva, quella della memoria, della sollecitudine, della vicinanza, dell’incontro. Perché la storia di questi mesi, ha scritto il cardinale Matteo Zuppi «ci costringe, oltre le nostre lentezze, abitudini e pigrizie, ad andare nelle periferie», anche in quelle della vita, su quella frontiera estrema dell’esistenza che tutti speriamo di raggiungere e che tutti ci auguriamo piena, ricca, vivibile, come ogni stagione della vicenda umana. Se la pandemia ci scuoterà a tal punto da renderci consapevoli che davvero siamo «sulla stessa barca» e che farsi vicini a chi è anziano permette di salvarci «tutti insieme» e tutta insieme la nostra umanità, questo dramma non sarà passato invano, e saremo migliori e più forti lungo questo «tornante della storia» che stiamo percorrendo.

Tutto il dovuto per gli anziani

Più reti familiari e solidali, meno istituti

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 5 aprile 2020

È un tempo difficile, questo. Sentiamo il peso della riscoperta della fragilità, la sentono i nostri anziani, in particolare quelli ospiti negli istituti, nelle Rsa. Di loro ha parlato il Papa durante l’Angelus di domenica 29 marzo: «In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo…».

Siamo tutti rimasti scossi, infatti, da quanto accaduto in tante residenze per anziani, nel Nord, ma anche in altre zone d’Italia: il contagio che arriva e colpisce tanti, in successione; l’ambiente che dovrebbe proteggerti diviene la prigione in cui un nemico invisibile può imperversare con facilità. In tanti, troppi, luoghi di assistenza e di cura siamo di fronte a uno tsunami che spazza via una generazione che si è spesa per il Paese e per le generazioni successive. Ma forse c’è poco di ‘naturale’ in quanto sta avvenendo, frutto di scelte divenute negli anni sempre più frequenti, con il risultato di concentrare tanti deboli e tanti fragili in uno stesso luogo.
Lì dove – oggi ce ne accorgiamo – il virus ha potuto mietere vittime con estrema facilità. Come aveva fatto l’ondata di calore nell’estate del 2003, quando morirono migliaia di anziani disidratati negli istituti di tutta Europa.

Si tratta di fare qualcosa subito, per impedire che quanto avvenuto, in Lombardia e altrove, si ripeta con poche variabili in altri istituti, in altre parti d’Italia e d’Europa, particolarmente in Spagna, dal momento che – a quanto pare – con il Covid-19 dovremo conviverci per lungo tempo. Ma si tratta anche di immaginare il futuro, implementando quelle soluzioni alternative al ricovero in grandi istituti o in piccole villette, ridisegnando i servizi sociali, promuovendo il monitoraggio da remoto e l’assistenza domiciliare, dando forza al modello delle caregiver a casa, favorendo la coabitazione (il cohousing), costruendo una rete di prossimità e di solidarietà. È fondamentale pensare già oggi a un domani diverso, dopo aver scoperto la nostra fragilità.

Il virus, purtroppo, porta a termine un’operazione di ‘scarto’ (Bauman) di chi è anziano iniziata molto prima. Mentre ci sarebbe stato bisogno di potenziare attorno a chi è più avanti negli anni una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che diventasse garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi e per tutti, è cresciuto il numero degli istituti e il numero di coloro che ne oltrepassavano la soglia.

Conosciamo forse la folgorante battuta di don Oreste Benzi: «Dio ha creato la famiglia, gli uomini hanno inventato gli istituti». Un modello basato sull’allontanamento dalla rete sociale e dal concentramento di coloro che sono in maggiore difficoltà, di fronte all’avanzare del coronavirus ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Le case di riposo sono istituzioni che rispondono a un bisogno. In molte di esse c’è attenzione e cura per gli ospiti, la consapevolezza di quanto l’umanità sia il primo requisito da preservare e condividere. Eppure, quanto sarebbe stato meglio investire su un sostegno alla famiglia per permettere di far restare a casa l’uomo e la donna fragili, come saremo tutti noi, prima o poi!

Per il futuro se ne dovrà tenere conto. Sarà necessario riscoprire e sostenere la famiglia, luogo di inclusione e di relazioni. Occorrerà far risorgere un umanesimo radicato nell’esperienza dei singoli, nella forza del legame, nell’osmosi di storie e rapporti. «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme », ha detto papa Francesco in quello straordinario momento di preghiera di fronte alla pandemia che si è svolto il 27 marzo. Siamo tutti sulla stessa barca. È vero oggi, sarà vero domani. I racconti della Passione della Settimana Santa che si apre ci indicano una strada: quella dei giovani che si prendono cura degli anziani e viceversa: «Donna, ecco tuo figlio!», dice Gesù dalla croce a Maria. E al discepolo dice: «Ecco tua madre!». E l’evangelista Giovanni annota: «e da quell’ora il discepolo l’accolse con sé». Che dalla croce di questo tempo sorga un mondo in cui le generazioni sappiano accogliersi a vicenda e gli anziani non siano scartati.

Le mense di Sant’Egidio restano aperte. Aumentati i posti letto per chi non ha una casa dove restare. Impagliazzo: l’Italia della solidarietà resiste

da Il Faro di Roma del 23/03/2020

“Si sono allungate le file, ma nessuno viene respinto, se non di riesce a fare entrare tutti, in vari turni, ad alcuni si consegna il pranzo confezionato da consumare altrove”. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha risposto così a Uno Mattina. “Posso dire che nonostante l’emergenza sanitaria continua ininterrotta la catena della solidarietà”, ha assicurato descrivendo l’impegno dei volontari che incontrano per strada i senza tetto, “grazie a permessi concessi loro dai comuni”. Questo articolo è stato pubblicato in Articoli, Rassegna Stampa e taggato come , , , il da

#Iorestoacasa. Ma chi una casa non ce l’ha? Parla Impagliazzo (Sant’Egidio)

C’è un’emergenza nell’emergenza. Quella di chi non può restare a casa, perché una casa non ce l’ha: i senza fissa dimora. “È il problema di un’Italia nascosta a cui bisogna arrivare. All’isolamento che già uccide, non dobbiamo aggiungerne altro”. Conversazione di Formiche.net con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo

di Francesco Gnagni su Formiche.net del 15 marzo 2020

Nell’emergenza coronavirus l’hashtag che è stato lanciato è #iorestoacasa. Una domanda tuttavia si è posta fin da subito, e giorno dopo giorno la si comincia a porre in maniera sempre più seria. Ma chi una casa non ce l’ha? In questa conversazione di Formiche.net ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo.

Professore, c’è un’emergenza nell’emergenza?

Sì, e nei decreti governativi non si parla. Si è detto di affidarla ai Comuni, ma a Roma ancora non c’è nessuna decisione. Sant’Egidio sta sollecitando gli enti locali a prendere qualche misura necessaria. Molte persone sono in strada tutto il giorno ma gli enti privati sono chiusi o hanno limitato i posti. Comincia a esserci anche un problema di fame: persone che normalmente ricevono elemosina o aiuti da ristoranti, bar o privati, ora non ricevono più niente. Poi c’è un problema di servizi pubblici e igienici. Si dice di lavarsi le mani ma non ci sono i presidi necessari. Non lo dico polemicamente, ma penso che bisognerà cominciare a porsi il problema in maniera seria, visto che sono 50mila i senza fissa dimora sul territorio nazionale. Senza contare la questione dei campi Rom, dove molti non lavorano e vivono di elemosina, ma non possono più girare per le città in cerca di aiuto.
CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO >

Coronavirus. Il gran valore dei «solidali». Le reti umane da valorizzare

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 6 marzo 2020

Queste settimane di dura prova per il nostro Paese, a causa della diffusione del nuovo coronavirus, hanno mostrato la tenuta delle istituzioni democratiche, l’abnegazione del mondo sanitario, della protezione civile e delle forze dell’ordine insieme al senso di responsabilità di tanti cittadini. Eppure, l’epidemia ci ha colti in un tempo liquido, in cui si sono dissolte reti sociali e relazionali sperimentate. Ognuno è più solo nel mare della vita. Di qui l’incertezza, la confusione, e a volte la paura di questi giorni. Di qui le città che si svuotano di vita.

Ognuno è un po’ più solo nella crisi e reagisce in modi a volte contraddittori. Le risposte positive però non mancano. L’emergenza ha fatto emergere la centralità delle reti di prossimità e di solidarietà oggi ancora più essenziali per contrastare la solitudine e l’isolamento di tanti. La vasta realtà di persone che appartengono a queste reti, espressione in gran parte del mondo cattolico, sono, generosamente, all’opera perché nessuna delle persone più vulnerabili e fragili rimanga sola in questa emergenza. Insieme a tanti preti al servizio e in ascolto delle persone.Nel tempo della solitudine è chiesto dalle autorità competenti – per un motivo quanto mai necessario e per ragioni assolutamente condivisibili – di creare una certa distanza, alla quale però si può rispondere facendo crescere la vicinanza relazionale. Non solo l’interesse e la partecipazione all’esistenza altrui, bensì qualcosa che si faccia premura, calore, accompagnamento. Non sconfiggeremo il covid-19 se saremo più soli, ma se saremo più vicini, pur in una distanza a prova di contagio. Non usciremo da questa prova astraendoci dal mondo esterno (e isolando gli altri), ma creando ponti capaci di non far andare alla deriva nessuno, a cominciare dai più deboli.
CONTINUA A LEGGERE SU AVVENIRE >