Archivi tag: Immigrazione

Nuovi italiani: i numeri reali e le regole che ancora mancano

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 6 novembre 2019

Parlare di «invasione» è insensato, osteggiare l’inclusione è autolesionista

Siamo alla vigilia del trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, data spartiacque nel XX secolo. Nella storia, che spesso scorre con continuità, esistono momenti di svolta che provocano quasi naturalmente cambiamenti radicali e spesso non prevedibili.
Da quel giorno è iniziata una transizione inesorabile nei Paesi dell’Est comunista che ha consegnato al secolo successivo la libertà di tanti popoli e la fine del mito attrattivo del comunismo. Una vera e propria svolta radicale avvenuta senza quegli spargimenti di sangue che solitamente caratterizzano i cambiamenti della storia. Una conclusione positiva per un Novecento tanto insanguinato dalle guerre e rivoluzioni. Una transizione quasi del tutto pacifica che ha alcuni protagonisti, tra cui il principale sembra essere Giovanni Paolo II.
L’elezione di Karol Wojtyla nel 1978, un Papa proveniente da un Paese appartenete al blocco comunista, fu una vera sorpresa a livello mondiale. Lo choc ci fu un po’ ovunque e soprattutto nell’Est comunista. Gorbacëv, in anni successivi, ha dichiarato: «Nulla di quanto è avvenuto nell’Europa dell’Est sarebbe potuto accadere senza questo Papa». Gli attori di questa transizione sono diversi: Unione Sovietica, Stati Uniti, Europa, ma certamente Giovanni Paolo II ha avuto un ruolo unico. È una storia breve, ma con un salto lunghissimo compiuto dalla Polonia e dall’Est europeo attraverso una transizione pacifica che va considerata un modello, forse il principale delle liberazioni novecentesche senza spargimento di sangue. Solo il Sudafrica di Mandela ha vissuto in modo così intenso una vicenda di superamento pacifico dell’assetto di schiavitù.

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Le tragedie sulle vie della migrazioni. Ciò che deve succedere

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 26 luglio 2019

Era un mese fa su un fiume americano: due corpi a faccia in giù, un uomo e una bambina. Uniti da una maglietta, dall’affetto reciproco, da una speranza coltivata insieme. Ma anche dalla morte. Eccoli immersi nell’acqua torbida di fango. Óscar e Valeria, padre e figlia, migranti salvadoregni affogati nel tentativo di attraversare il confine fluviale tra Messico e Stati Uniti. Quell’immagine simbolo della tragedia dei migranti che dal Centro America cercano la via della felicità a nord del Rio Grande, negli Usa, si affianca idealmente a un’altra foto, quella del piccolo Alan Kurdi, annegato nel Mediterraneo.
È successo un mese fa, nel Nuovo Mondo. È successo troppe volte nel Mediterraneo. Succede ancora oggi: giunge la notizia di più di cento vite umane annegate nel Mare Nostro. Una tragedia annunciata. Di fronte alla quale stridono le accuse e i decreti contro chi salva in mare e le parole ipocrite del mondo politico europeo che gira intorno al problema senza affrontarlo veramente. Ecco perché ricordare è un dovere. Farsi commuovere e muovere da quei fotogrammi di Óscar e Valeria, dal ricordo di Alan e dalla notizia delle vittime di ieri, uomini, donne e bambini, esseri umani dei quali non vedremo mai il volto, è necessario, perché l’umanità non muoia ancora tra le onde di un fiume o del mare.
Di speranza si muore ancora, nel Mediterraneo come pure lungo le altre rotte dell’immigrazione verso l’Europa e gli Stati Uniti. Tra i muri che s’innalzano e le navi che si fermano, il risultato è un’ecatombe. Sant’Egidio ha calcolato in almeno 38.480 i caduti e i dispersi dal 1990 a oggi nel tentativo di raggiungere il continente europeo, «mentre nel primo semestre del 2019 sono già 904 i morti in mare», rivela Amnesty International, sottolineando la crescita della percentuale di chi non ce l’ha fatta sul totale complessivo dei partenti: «Se nel 2017, considerando solo il Mediterraneo centrale, il tasso di mortalità di chi intraprendeva un “viaggio della speranza” era di 1 su 38, nel 2018 è stato di 1 su 14».

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Capovolgere l’onda. La crisi dell’adozione spia dell’attuale clima sociale

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 23 gennaio 2019

C’era una volta un Paese più paterno e più materno. Come ci ha ricordato Luciano Moia su ‘Avvenire’ dell’11 gennaio 2019, l’Italia è stata una casa accogliente per migliaia di bambini giunti tra noi attraverso l’adozione internazionale, in una misura tra le più significative al mondo, seconda solo agli Stati Uniti. I piccoli divenuti nostri concittadini con l’adozione erano più di 3mila nel 2011. Ma oggi non è più così. La disponibilità delle famiglie adottanti è diminuita, come pure le cifre relative ai procedimenti posti in essere.

E nel 2018 solo 1.364 minori (un calo di oltre il 50% rispetto a sette anni prima) sono giunti nelle nostre città dagli istituti e dagli orfanotrofi all’estero. Molte le motivazioni addotte a spiegare questa contrazione. In una trasmissione di Radio 3 Rai, ‘Tutta la città ne parla’, qualche giorno fa, alcuni degli intervistati e molti ascoltatori insistevano sui costi economici di un’adozione internazionale, sulle lunghezze procedurali. Certo è però che il fenomeno non riguarda solo l’Italia, ma tutto l’Occidente, con cali percentuali persino superiori a quelli della Penisola. Pesa la progressiva chiusura di molti Paesi extraeuropei alla pratica dell’adozione, come pure il crescente ricorso alla fecondazione assistita.

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Immigrazione, solidarietà e declino. “Ci vorrebbe una costituente cittadina”. Intervista a Marco Impagliazzo

da Il Foglio del 17 gennaio 2019

Roma. Due giorni fa è morto l’ennesimo clochard, Nicolae Cucu. E’ l’undicesimo da novembre e il settimo di queste notti di gennaio. Il Comune mette a disposizione 1.661 posti letto, poi ci sono quelli delle associazioni e delle parrocchie. Diversi clochard in queste strutture non vogliono andare, per questo motivo il Campidoglio sta pensando a un’ordinanza per obbligarli a recarsi in un rifugio. 
Ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, docente di Storia all’Università di Roma III. 
Presidente Impagliazzo, l’ordinanza può funzionare? 
“Non è il modo corretto di procedere. Non si può dare la colpa ai poveri se non vogliono farsi aiutare. Gli interventi per strada si fanno con gli assistenti sociali, che instaurano un rapporto continuativo con queste persone, creando un rapporto di fiducia che facilita l’aiuto. Ma di assistenti sociali ce ne sono sempre meno e stanno negli uffici”. 

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Non sono stranieri ma figli del Paese

da Vita Pastorale, Dicembre 2018

di Marco Impagliazzo

È tempo di uscire dall’allarme immigrazione, usato in chiave elettorale, e riconoscere la realtà

Il dibattito sull’immigrazione ha assunto, ormai da tempo, toni esasperati, che non giovano alla  comprensione del fenomeno né aiutano l’assunzione di scelte politiche che favoriscano l’integrazione. L’immigrazione in Italia ha ormai mezzo secolo di storia. E coloro che sono arrivati in quell’arco di tempo si sono inseriti nel tessuto sociale e produttivo italiano. Oggi oltre 5 milioni di cittadini stranieri vivono nel Paese e l’imprenditoria immigrata vale il 9% del Pil nazionale. Il fenomeno è stato troppo spesso descritto in termini allarmistici, con un’insistenza continua sugli aspetti problematici.

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Caro Salvini, andiamo avanti sui corridoi umanitari. Parla il presidente di Sant’Egidio

da Formiche del 7 luglio 2018

di Francesco Bechis 

Intervista a Marco Impagliazzo. Il presidente della Comunità di Sant’Egidio si dice soddisfatto delle rassicurazioni del ministro dell’Interno e spiega come e perché si può e deve estendere l’esperimento dei corridoi umanitari

Entrare in Europa in aereo, senza affidarsi a viaggi della speranza che si trasformano puntualmente in una colonna funebre. E poi iniziare un percorso di integrazione sul territorio, nel rispetto delle leggi e la cultura del Paese ospitante, grazie alla solidarietà di volontari, famiglie, parrocchie. È questo il fine ultimo dei corridoi umanitari, il progetto pilota portato avanti già da alcuni anni dalla Comunità di Sant’Egidio grazie a un protocollo di intesa con il governo italiano, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Dal 2016 sono 1600 i rifugiati siriani che hanno trovato una via di ingresso sicura in Europa grazie ai corridoi. Numeri irrisori, certo, se confrontati con le dimensioni della crisi migratoria che non è certo confinata a chi scappa dalla guerra. Se il supporto delle istituzioni passa dalle parole ai fatti però non è impossibile espandere su larga scala l’esperimento. Offrendo ai rifugiati una soluzione, fra le tante, per non finire il loro viaggio sui fondali del Mediterraneo. Angela Merkel ed Emmanuel Macron, fra gli altri, hanno già benedetto l’iniziativa incontrando il fondatore della Comunità Andrea Riccardi.

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Macron in Vaticano: incontro con Comunità di Sant’Egidio. Impagliazzo, “far crescere i corridoi umanitari” e favorire lo sviluppo in Africa

da AgenSir del 26/06/2018

Migrazioni, corridoi umanitari, il ruolo dell’Europa e lo sviluppo dell’Africa. Questi i temi affrontati dalla delegazione della Comunità di Sant’Egidio all’incontro che questa mattina ha avuto con il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron prima dell’udienza con Papa Francesco. “È stato un incontro molto positivo”, dice al Sir Marco Impagliazzo, presidente della Sant’Egidio: “Il presidente ha ringraziato la Comunità per i corridoi umanitari che si sono aperti anche in Francia oltre che in Italia, in Belgio e Andorra. E soprattutto abbiamo avuto una lunga discussione sui temi della pace e dello sviluppo in Africa”.

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Marco Impagliazzo: «L’accoglienza è un fondamento del Vangelo»

da Vanity Fair del 12 giugno 2018

di Valeria Vantaggi

L’Italia chiude i porti, il Vaticano si schiera contro la decisione di Salvini e viene criticato (ferocemente) sui social. Ne abbiamo discusso con il presidente del movimento da anni impegnato nel portare avanti i «corridoi umanitari» per gli immigrati

No, in Spagna non ci sono ancora: mancano 4 giorni di navigazione e chissà come arriveranno questi 629 migranti che non sono riusciti a sbarcare in Italia. Il ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini l’aveva preannunciato in campagna elettorale e ora l’ha fatto: domenica 10 giugno ha dato ordine di chiudere i porti italiani alla Aquarius, chiedendo ad altri Paesi dell’Unione Europea di permetterne lo sbarco altrove, perché qui in Italia lui i migranti non li vuole accogliere. Non così almeno: «Si tratta di una situazione di emergenza.

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«L’unica strada è il ricongiungimento familiare» Intervista a Marco Impagliazzo

Accordi bilaterali con gli Stati per limitare partenze e concedere visti

da Il Giornale di Sicilia

di Andrea D’Orazio

Interessi contrapposti, stesso risultato, tutto da rifare, e adesso, chiuso il vertice di Lussemburgo, un’intesa europea sulla ridistribuzione dei richiedenti asilo sembra ancor più lontana. Soluzioni? Per Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, «bisogna insistere sulla strada del dialogo tra Cancellerie, evitando il contrasto a oltranza. Beninteso, l’Italia ha fatto bene a bocciare la bozza di riforma delle regole di Dublino presentata da Sofia, perché quella proposta induriva ancor di più l’accordo siglato nel 2013, ma ora deve subito rilanciare, come si fa in ogni trattativa».
Puntando dove? 
«Verso un altro testo di riforma: quello approvato dalla Commissione delle Libertà civili del Parlamento Ue. Se venisse accettato dall’Esecutivo europeo, il primo Paese di arrivo dei migranti non sarebbe più automaticamente responsabile per i richiedenti asilo, che verrebbero ridistribuiti tra gli Stati membri in base al criterio del ricongiungimento familiare o dei legami linguistici e culturali. È una bozza vantaggiosa, sia per l’Italia sia per le persone che sbarcano sulle nostre coste, visto che la maggior parte di loro vuole raggiungere altri Paesi. Ue».
Ma il ricongiungimento familiare non esiste già? 
«Sì, ma è previsto solo per il coniuge o per il figlio minorenne. Bisognerebbe allargare le maglie, anche per una questione sociale: il ricongiungimento è la prima, grande porta verso l’integrazione, perché la famiglia che accoglie il migrante vive in Europa da tempo ed è dunque inserita nelle sue regole e nel suo tessuto culturale».
Anche il sistema del ricollocamento, sulla carta, è attivo da tempo. A che punto siamo su questo fronte? 
«Così come è impostato il meccanismo funziona malissimo, e adesso è stato anche stoppato. L’Italia riesce a ricollocare un ristretto numero di persone, ma in base al regolamento di Dublino ne tornano indietro molte di più. Inoltre, nel criterio di ridistribuzione c’è un errore di fondo: le quote vengono calcolate in base al Pil di uno Stato, senza valutare un altro importante parametro come l’incidenza del lavoro, a tutto svantaggio del nostro Paese, più ricco rispetto ad altri ma con un alto tasso di disoccupazione».
Intanto, Salvini promette più espulsioni e pensa a un asse politico con Orban, mentre il Belgio chiede di tornare ai respingimenti in mare. Allora, dove sta andando l’Europa? 

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Migrazioni, così è possibile coniugare umanità e legalità

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 21 agosto 2017

Il dibattito di quest’estate sulle Ong che salvano le vite dei profughi nel Mediterraneo è stato a tratti acceso e ricco d’incomprensioni. Non si vuole qui riaprire un nuovo capitolo della discussione, ma provare a indicare – anche alla luce dei quattro verbi (accogliere, proteggere, promuovere e integrare) richiamati da papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata dei migrante e del rifugiato 2018 – qualche soluzione a una crisi, quella migratoria, da cui il nostro Paese è toccato in maniera rilevante. Di fronte alla sofferenza e alle aspirazionia un futuro migliore di tanti migranti e alle domande dell’opinione pubblica italiana c’è bisogno di risposte e non di nuove polemiche. Uno dei rilievi che più preoccupano le organizzazioni, le associazioni e le persone che hanno fatto del salvataggio e dell’accoglienza ai migranti un punto fermo del loro operare è quello delle condizioni disumane, fuori da ogni rispetto dei diritti umani, in cui vivono migliaia di migranti nei ‘campi di raccolta’ in Libia. Le testimonianze a questo proposito, sia di chi è riuscito a partire giungendo in Europa, sia di giornalisti o operatori delle agenzie internazionali, sono inequivocabili. Nella situazione di Stato fallito, qual è quella della Libia oggi, tra l’altro mai firmataria della convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, non è sostenibile vivere in quelle condizioni, soprattutto per le categorie di persone più vulnerabili. In più c’è la drammatica questione dello sfruttamento dell’immigrazione da parte di organizzazioni criminali che ne hanno fatto uno dei business più redditizi, costringendo le persone a vivere situazioni degradanti, durante i viaggi e nei periodi di permanenza in Libia.

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