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È stata la scuola a renderci italiani, non la famiglia

di Marco Impagliazzo su Domani del 28 maggio 2021

Ernesto Galli della Loggia rimarcava giorni fa sul Corriere della Sera il fatto che «immigrati di seconda generazione, dunque nati in Italia, che verosimilmente [avevano] seguito un ciclo scolastico o più d’uno nelle scuole italiane», si erano resi protagonisti di manifestazioni anti-israeliane e di slogan antiebraici.
Evidentemente, aggiungeva, l’istruzione e le lezioni di educazione civica impartite loro nelle nostre aule «non [erano] state capaci di metterli al riparo» da «uno schietto antisemitismo». Ne discende secondo l’editorialista che lo ius culturae è insufficiente a creare buoni cittadini, concludendo con un’oscura premonizione: «tra l’illuminismo e l’identità, rassegniamoci, quasi sempre vince l’identità».

L’essenza delle persone
Per Galli esistono dunque dei “marker antropologici” fatali, secondo i quali nulla della natura umana può cambiare: esiste un’essenza delle persone che diviene il loro destino.
Si tratta di un pensiero sempre più diffuso: una dottrina che essenzializza le persone fissandone le caratteristiche con presunti elementi oggettivi (natura, etnia, religione e così via), immutabili e irrecuperabili. In questo caso sarebbe come dire: se la tua età è giovane, la tua etnia è nera o araba e la tua religione islamica, diverrai di sicuro un problema per la società occidentale nella quale ti inserisci o nasci.
Sappiamo quale tragedia può venir fuori dal fissare giovani e adolescenti in una loro essenza (presunta) originaria e immutabile: ogni qualvolta si essenzializza una persona o un gruppo umano, si perde di vista la sua umanità, la sua contemporaneità e la sua individualità, entrando in un vortice pericoloso.
Si tratta di una forma di disumanizzazione condannata dal pensiero liberale. Niente può marcare a fuoco il destino di una persona, se non le sue scelte giorno dopo giorno e la cultura in cui vive e di cui si nutre. Tanto meno quando si parla di giovani contemporanei, pur se le loro reazioni non ci piacciono. Galli dovrebbe infatti rendersi conto che se alcuni giovani si sono resi protagonisti di manifestazioni antiebraiche – e ciò rimane certamente da condannare – forse la radice va ricercata proprio nella cultura oggi ancora esistente in Italia tra gli stessi italiani di origine. Com’è noto l’antisemitismo non è mai del tutto morto tra di noi, “italiens de souche”, e sarebbe bene guardare a come spesso ritorna in auge nei momenti di crisi, mediante una cultura della separazione e del capro espiatorio.
Infatti additare quei giovani di seconda generazione come generatori originari di antisemitismo significa trasformarli in capro espiatorio al posto della crescente mentalità razzista del nostro paese di questi ultimi anni, sorella della mentalità violenta che è stata fin troppo sdoganata, a cominciare da quella verbale dei talk show.

Troppa tolleranza

Purtroppo da tempo nelle estreme europee, sia di destra che di sinistra, risorge un antisemitismo che viene troppo tollerato. Lo abbiamo visto anche in paesi dalla tradizione civile più matura della nostra, come il Regno Unito o i paesi scandinavi. Non c’è stato bisogno dell’apporto delle seconde generazioni per vedere risorgere tale fenomeno dal sottosuolo sub-culturale europeo (quello sì davvero anti-illuminista!). Lo ius culturae non c’entra: c’entra invece quello che stiamo diventando tutti noi, trascinandoci appresso anche i nuovi europei e i nuovi italiani. La battaglia di civiltà e di umanesimo non va fatta tagliando la società a pezzi o dichiarando irredimibili alcune sue parti: va operata nell’anima stessa, nel cuore di ognuno di noi.
Ecco perché non si è mai condannati a restare “lì dove si è”. La cultura è una forza di cambiamento in positivo mentre la scuola – e non il “sangue” – è il principale agente di costruzione dell’identità. È la scuola che ci ha reso italiani: la scommessa di “fare gli italiani” dopo aver fatto l’Italia. Scommessa antica quanto la nostra storia unitaria. Eravamo tutti italiani 150 anni fa? Non davvero. La nostra nazione ha camminato verso l’unificazione con il passo lento delle generazioni, in un itinerario che non è ancora del tutto compiuto. Lo ha fatto – e lo fa – principalmente grazie all’educazione. È stata la scuola – assieme alla televisione – a forgiare quell’identità che Galli della Loggia ora rivendica come frutto del nostro «ambiente familiare e religioso». Siamo tutti figli della scuola pubblica per la quale godiamo di un vasto e diffuso ius culturae.
Don Milani amava dire che la scuola «siede tra il passato e il futuro». A scuola si è liberi: liberi dalle paure di un tempo spaesato, dalla pressione mediatica, dalle semplificazioni e dai luoghi comuni, e si scorge il futuro. La scuola trasmette il nostro passato, indaga il nostro presente, ma ci rivela il nostro futuro.
È impressionante vedere come a scuola – e dunque nel futuro – bambini, ragazzi, adolescenti, giovani figli di stranieri, vivano già da italiani, parlino già da italiani, sognino già da italiani.
Non sarà una manifestazione a negarlo.
La cittadinanza è un processo, non breve ma nemmeno troppo lungo, in cui la nostra lingua, la nostra tradizione culturale, il nostro umanesimo, forgiano un individuo rendendolo indistinguibile, se non per il cognome e forse per i tratti somatici, da tanti altri concittadini.
Ernest Renan diceva che «la nazione è il plebiscito di ogni giorno»: è necessario uno sguardo costruttivo su fenomeni storici di così vasta portata come l’immigrazione. La fortuna è che il nostro sistema formativo è già attrezzato al tempo che viene (e può esserlo ancora di più) per far convergere tanti “loro” in un “noi” più largo, più aperto, più gravido di vita e di futuro. Forse anche il nostro sistema dei media, e il nostro dibattito culturale, dovrebbero attrezzarsi di conseguenza.

Ricordiamoci di Jerry Masslo

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 25 agosto 2019

Trent’anni fa l’Italia si fermò per l’omicidio di un immigrato: Jerry – Essan Masslo, di 29 anni, fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, nato nello stesso bantustan di Nelson Mandela. Fu ucciso a Villa Literno, dove lavorava come bracciante stagionale nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989. A quel tempo l’immigrazione non faceva notizia, sebbene il saldo migratorio fosse positivo già dagli anni Settanta e l’Italia fosse diventata una terra d’immigrazione. Non c’era alcun clamore attorno ai fenomeni migratori. Sembra un’epoca distante anni luce, mentre oggi d’immigrazione si parla continuamente e con toni allarmistici. Jerry era arrivato a Roma nel 1988 ed era ospite della Comunità di Sant’Egidio a Trastevere. Prima di intraprendere il lungo viaggio verso l’Europa, aveva portato la moglie e i due figli in Zambia, perché temeva che nel Sudafrica razzista fossero in pericolo. Un altro suo figlio, infatti, era stato ucciso da una pallottola vagante durante una manifestazione per i diritti dei neri. Jerry sognava di andare con la sua famiglia in Canada. L’Italia era una tappa intermedia, in attesa del visto. A Roma aveva trovato accoglienza e amicizia. 
Voleva lavorare e così andò a Villa Literno per raccogliere pomodori durante l’estate. Quell’anno si era sparsa la voce che il raccolto fosse abbondante ed erano aumentati quelli che chiedevano di lavorare a giornata. Così i proprietari dei campi, approfittando della tanta manodopera, avevano abbassato i già miseri salari, pagando 800 lire una cassetta di 23 kg. Lo sfruttamento era pesante e i braccianti, pur di ridurre le spese, dormivano ammassati in capannoni e vere e proprie baracche, in pessime condizioni igieniche. Ancora oggi, purtroppo, i braccianti soprattutto stranieri sono spesso sottoposti a condizioni di sfruttamento simili. 
La notte del 24 agosto, quattro giovani del posto, armati, fecero irruzione nella baracca in cui dormiva anche il giovane sudafricano, per derubare i braccianti. Alcuni tentarono di opporre resistenza e i banditi spararono, ferendo due ragazzi e uccidendo Jerry. Non era il primo atto di violenza contro i braccianti africani nella pianura campana. Non era neanche il primo omicidio. Eppure, a differenza di quanto era accaduto in passato per vicende analoghe, cadute subito nell’oblio, l’omicidio di Jerry Masslo divenne un caso. Probabilmente, perché si trattava di un sudafricano fuggito dal razzismo e ucciso in Italia per una violenza cui il razzismo non era estraneo. Forse anche perché era conosciuto nel mondo dell’associazionismo e la sua storia fu divulgata. Non era un uomo senza nome e senza volto. 
L’Italia si commosse di fronte alla sua vicenda. Ci fu sdegno, tanto che fu organizzata a Roma una grande manifestazione antirazzista, la prima di quel genere. I funerali di Jerry furono trasmessi in diretta dalla Rai e vi parteciparono i rappresentanti delle istituzioni, tra i quali il vicepresidente del Consiglio dei ministri, Claudio Martelli. Il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, inviò a Sant’Egidio un telegramma ufficiale di condoglianze. Per la prima volta ci fu attenzione ai lavoratori immigrati e ai loro diritti: uscirono dall’ombra, i loro problemi furono discussi a livello nazionale. 
Proprio Martelli, sull’onda del caso Masslo, spinse per varare una legge sull’immigrazione, quella che porta il suo nome, approvata nel febbraio 1990. L’Italia, in ritardo rispetto agli altri Paesi europei, si dotava di una legge organica sul tema. In essa, accanto a provvedimenti tesi a regolare i flussi in ingresso, la disciplina legale del soggiorno e il contrasto dell’immigrazione irregolare, vi erano norme per tutelare i lavoratori stranieri e si stabiliva una sanatoria per gli irregolari. Mancava però, in quella legge, una spinta all’integrazione. Si faceva fatica – la si fa ancora oggi – a considerare l’immigrazione per quello che realmente è: un fenomeno strutturale del nostro tempo, che necessita di essere affrontato con politiche e regole lungimiranti. 
Ricordare la vicenda di Jerry Essan Masslo, dopo trent’anni, è onorare la memoria di un giovane immigrato, in cerca di un futuro migliore, ma anche ricordare che è possibile farsi interrogare da una storia, riflettere sull’immigrazione e pensare soluzioni di lungo periodo. Se ci si ferma a ragionare pacatamente sull’immigrazione, ci si accorge che tante cose che passano ormai per “normali”, non lo sono affatto. 
Non lo è l’aggressione verbale – e sempre più spesso anche fisica – contro i migranti. Non lo è impedire a un ragazzo di accedere a una spiaggia per il colore della sua pelle. Non è normale che i migranti salvati dalle Ong nel Mediterraneo siano considerati solo la posta in gioco in una partita politica, come se non fossero donne e uomini e bambini. Non è affatto normale, che non ci si commuova più neppure per i più piccoli, che andrebbero sempre protetti. 
Jerry, come tanti uomini e tante donne di oggi, era un immigrato, ma soprattutto un uomo perseguitato da un regime ingiusto, in cerca di un luogo dove poter vivere in pace con i suoi cari.

Oggi la 44ª Giornata internazionale. Dare a tutti l’alfabeto della convivenza

da Avvenire dell’8 settembre 2018

di Marco Impagliazzo

La Giornata internazionale dell’alfabetizzazione, istituita nel 1965 dall’Unesco, ha come tema quest’anno «Alfabetizzazione e pace». Si tratta di un’indicazione autorevole: vincere la sfida dell’istruzione, fin nei suoi primi passi, è vantaggioso non solo per chi è escluso da quella grande libertà che è poter leggere e scrivere, ma per chiunque, anche in società più sviluppate come la nostra. La strada per vincere le tensioni, sanare le contrapposizioni, prevenire la violenza, mettere fine ai conflitti, passa anche per lo sforzo di garantire a tutti l’istruzione. L’analfabetismo è una condizione non residuale.

Si calcola in 7-800 milioni, in special modo donne e bambine, il numero di chi non sa leggere e scrivere: un decimo della popolazione mondiale, cui è negato un diritto fondamentale, di cui è lesa profondamente la dignità. Una ferita aperta, che significa più arretratezza, emarginazione, povertà, caos; minore possibilità di avviare quel circolo virtuoso fatto di sviluppo, partecipazione, convivenza civile. Un caso particolare di questa fetta dell’umanità, quasi un continente, che vive il dramma dell’analfabetismo riguarda le decine di milioni di rifugiati che – al contrario di quanto una vulgata nostrana tende a dire – sono accolti da Paesi in via di sviluppo (che già fanno fatica a garantire l’istruzione ai propri cittadini).

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Il vero allarme. Morti in mare e deficit di umanità

Avvenire del 4 agosto 2017

Editoriale di Marco Impagliazzo

Da qualche tempo l’opinione pubblica è costantemente aggiornata sui numeri degli approdi di profughi sulle nostre coste. Quotidianamente si contano gli arrivi e le variazioni rispetto agli armi precedenti, evidenziando un quadro emergenziale, anche se luglio 2017 ha segnato numeri complessivi in calo. Il messaggio subliminale è che le persone approdate in Italia sono comunque troppe. Questo contribuisce ad alimentare l`allarme sociale e offusca visioni più equilibrate della questione. Più raramente o molto poco, si parla delle proporzioni della straziante carneficina che è l`attraversamento del Mediterraneo: dal Medio Oriente e dall`Africa verso l`Europa. Eppure i morti in mare – uomini, donne e bambini – rappresentano una ferita, che brucia e fa male. Non è un caso che il primo viaggio di papa Francesco, l`8 luglio 2013, fu a Lampedusa: «Chi ha pianto – disse – per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? La globalizzazione dell`indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Questo il problema: di fronte a tante notizie di dolore, sembra che la nostra società abbia perso la capacità di piangere. Eppure il vero allarme e il punto di partenza di ogni ragionamento è – e dovrebbe essere per tutti – il dolore per la perdita di queste vite umane. Molto è stato fatto dagli ultimi governi italiani, attraverso la Guardia costiera e la Marina militare per salvare vite nel Mediterraneo. Significativa è l`opera di Ong italiane e internazionali a sostegno di queste operazioni di salvataggio (e di altre) nel pieno rispetto delle leggi internazionali e del mare. Oggi alcune Ong non hanno accettato il “Codice di condotta”, proposto dalViminale, perché sostengono che alcune regole rischiano di snaturarne l`identità. In particolare quelle che prevedono la presenza a bordo di funzionari «armati» e il fatto che a bordo si debba contribuire alle attività investigative e di polizia. Si tratta di valutazioni legittime e di rimostranze comprensibili, sulle quali si può e si deve ragionare e al quale sembra abbastanza agevole trovare risposta. Del resto, siamo davanti a un “Codice di condotta” e non a una nuova legge dello Stato. Ciò che più preoccupa è che – da parte di alcuni esponenti del mondo politico, intellettuale e informativo – si continui a diffondere il sospetto sull`opera di salvataggio di queste organizzazioni che operano nel totale rispetto delle leggi internazionali e di quelle più antiche del mare. Naturalmente tutti sono chiamati ad agire nell`ambito della legalità, e dunque vedremo gli esiti delle indagini su una di esse, tedesca, che hanno portato al sequestro della barca che sta utilizzando nel Mediterraneo. È strano, però, che gli uomini e le donne di organizzazioni benemerite come “Me dici senza frontiere”, quando operano in Asia, in Africa o in America Latina sono considerati al pari di eroi, mentre se agiscono ai bordi dell`Europa vengono guardati e indicati addirittura con sospetto. Le polemiche di questi giorni non aiutano a dare risposte alla questione migratoria. Perché è di risposte che abbiamo bisogno e non di continue polemiche. Una di queste sono i corridoi umanitari che non solo rispondono alla grande crisi umanitaria dalla guerra in Siria o dalle terribili condizioni nel Corno d`Africa, ma sono anche liberazione dai mercanti di vite umane. Il giro d`affari della criminalità organizzata sugli sbarchi effettuati da12011 a oggi ammonterebbe a più di 4 miliardi di euro, con un aumento di oltre 300 punti percentuali nel triennio 2014-16 rispetto al precedente. L`iniziativa dei corridoi umanitari, partita nel gennaio de12016, nasce come risposta alle tante tragedie davanti alle nostre coste. Ma è la possibilità che la Chiesa e le comunità cristiane offrono, d`intesa con le autorità civili, ai profughi di non barattare il rischio della vita con l`esigibilità del diritto alla protezione, rendendolo illusorio.
I corridoi, canali di accesso sicuri e regolari dei migranti, sono anche I una proposta agli Stati europei di un modello per affrancarsi dalla contraddizione di disporre di un quadro giuridico molto avanzato, forse il più garantista al mondo, ma al tempo stesso di difficilissima applicazione. I corridoi aprono al tema della sponsorship da introdurre in Italia e a quello di ricongiungimenti familiari più ampi e semplici. Tanti immigrati sono irregolari, soltanto perché non è possibile il ricongiungimento familiare, prima forma d`integrazione in una società. Insomma dai corridoi s`intravede un modello ben regolato di governo delle richieste di asilo. Va inoltre affrontato il tema più complessivo delle vie legali d`ingresso di migranti, anche attraverso quote, vera alternativa all`illegalità e alle tragedie. Tutte queste possono essere le risposte di un`Europa per cui il diritto, la solidarietà e la democrazia non siano soltanto – come ha detto il Papa – la «sua ultima utopia».

Immigrazione: diminuiscono gli arrivi per lavoro (che non c’è), crescono integrazione e cittadinanza

Huffington Post del 21 ottobre 2016

di Marco Impagliazzo

Recentemente l’Istat ha diffuso un report sulla presenza, i nuovi ingressi e l’accesso alla cittadinanza dei non comunitari in Italia. Dai dati emerge che la presenza di cittadini comunitari e non comunitari nella penisola è sempre più stabile. I loro obiettivi sono i nostri. Questa gente tifa Italia. E lo fa perché vive qui da anni, parla italiano, qui ha comprato casa, qui ha aperto un’attività, è qui che ha generato figli, è qui che li ha iscritti a scuola. Se l’Italia ce la farà, ce la faranno anche loro. Se loro ce la faranno, ce la farà anche l’Italia.

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Non rifare la “cortina”

Avvenire, 8 marzo 2016

Editoriale di Marco Impagliazzo

70 anni dopo tentazioni e antidoti

Settant’anni fa, il 15 marzo 1946, a Fulton, nel Missouri, Winston Churchill pronunciava uno dei suoi discorsi più famosi, descrivendo con poche, efficaci parole, quanto stava accadendo nell`Europa dell`immediato dopoguerra: «Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull`Adriatico, una cortina di ferro è calata a dividere il continente».

Il leader britannico coglieva lo scenario che andava delineandosi, quello dell`ordine di Jalta, destinato a imprigionare il Vecchio Continente nei decenni a seguire. Qualcuno, ricordando in questi giorni l`anniversario del discorso di Fulton, non è potuto sfuggire al fascino del paragone con l`oggi. Una sorta di nuova “cortina di ferro”, fatta di controlli più rigorosi, barriere protettive, fili spinati, muri più o meno alti, che sta spuntando qua e là in Europa, frutto non di una polarizzazione ideologica o di un confronto geopolitico, bensì di spinte nazionalistiche e umorali, e che sfregia il continente non con un solo taglio verticale, bensì con tante diverse ferite. Proprio in quei Balcani che più avevano sofferto del muro di Jalta nuovi muri tentano di bloccare l`ingresso di gente in fuga da una terribile e lunga guerra come quella siriana. Idomeni, tra la Grecia e la Macedonia, dove la polizia dell`ex repubblica jugoslava usai lacrimogeni per fermare donne e bambini; Morahalom, uno dei mille posti di frontiera dove si è proceduto all`erezione del muro anti-rifugiati voluto dal governo ungherese; l`altissima barriera metallica di Ceuta, enclave spagnola in Marocco; questi e tanti altri centri sono le nuove Stettino, le nuove Trieste, i nuovi checkpoint Charlie, che meriterebbero almeno un po` di quell`indignazione che si poteva cogliere nel discorso di Churchill. Sì, perché la nuova “cortina di ferro”, così come l`antica, produce i suoi morti. Anzi, ne causa di più. Più di 3.500 persone sono annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nel 2015, quasi 500 nei primi due mesi di quest` anno. La nuova “cortina di ferro”, così come quella disfattasi 25 anni fa, genera dolore, disperazione. Dato che per chi è sopravvissuto alla traversata del mare la prospettiva è la fame, il dormire all`addiaccio o nelle “jungle” di Calais o Dunkerque. Come ha annotato qualche giorno fa Lucio Caracciolo, direttore di Limes: «Gli storici futuri non daranno un giudizio positivo sulla nostra gestione della questione migrazione». Un po` come facciamo oggi noi guardando ai guasti dell`ordine di Jalta.
Eppure sarebbe possibile immaginare e mettere in pratica un altro tipo di approccio. Per evitare un altro anno di morti in mare, l`angoscia dei profughi intrappolati in Grecia, la violenza alle frontiere. Degli esempi di come si possano costruire non dei muri, ma dei corridoi umanitari, dei passaggi sicuri, esistono. Proprio domenica scorsa papa Francesco ha voluto richiamarne uno: «Come segno concreto di impegno per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l`iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto-pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica». Non si tratta di abdicare al controllo delle frontiere. Si tratta di evitare che una nuova “cortina di ferro” cada sull`Europa, non tenendo conto dei principi ispiratori che hanno dato vita alla Comunità europea proprio nel dopoguerra: pace, solidarietà, certezza del diritto. La risposta dell`Europa a quanto sta accadendo alle sue porte potrebbe essere molto diversa. Una risposta di grande speranza di fronte al disordine mondiale, ma anche di riaffermazione della propria identità umana e solidale. Un sussulto di umanità che farebbe uscire dal malessere triste e disincantato che avvolge tanti Paesi europei attanagliati da crisi di varia natura, e darebbe una nuova speranza, nuova linfa, una stessa misura di legalità e giustizia e un alfabeto comune a vecchi e nuovi europei. Insieme.

Intervista a Marco Impagliazzo: “Tenere questi giovani ai margini significa fare il gioco dei terroristi”

La Stampa, 4 gennaio 2016

Sullo ius soli si annuncia battaglia in Senato. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, considera «miope» opporsi alla riforma .
«Credo che la soluzione trovata alla Camera sia non ottimale ma positiva in questo momento storico. E credo che discutere troppo a lungo avrebbe come unico effetto la perdita di un’occasione importante di fare di questi ragazzi dei cittadini italiani a pieno titolo».
È l’effetto Bataclan: la strage di Parigi ha creato molti timori e una parte del mondo politico ha deciso di farsene interprete. 
«In Italia abbiamo tutte le energie culturali e storiche per favorire l’integrazione. Non è un pericolo accogliere grazie allo ius soli, lo è tenerli ai margini: significa fare il gioco dei terroristi. È nelle fasce più marginalizzate degli stranieri che il terrorismo cresce e si alimenta, non nelle fasce integrate nella società».
L’Italia non ci guadagna nulla, offrire la cittadinanza a chi nasce e a chi studia porta solo nuovi pericoli, sostengono i contrari allo ius soli. 
«L’accoglienza fa parte dei valori di umanità e solidarietà su cui si basa la cultura italiana. Approvare la nuova legge è un banco di prova per la tenuta di questi valori e di un modo per favorire un’integrazione che è già in corso. Si tratta solo di completare il percorso di crescita di queste persone sulla base dei nostri valori».
E dal punto di vista economico? 
«È l’altro, enorme vantaggio per l’Italia. Abbiamo grande bisogno di giovani, di forze nuove. Lo dice la demografia che nel nostro Paese è in preoccupante calo. È miope non vedere la grande carica di energia positiva rappresentata dagli stranieri per la nostra economia».
La solidarietà e l’accoglienza fanno parte dei valori italiani ma anche del mondo cattolico. Eppure anche fra i cattolici non mancano le divisioni su questo tema.
«Chiunque si opponga a questo processo non fa i conti con la storia e ha perso il contatto con la realtà. Veniamo da un passato fatto di emigrazione e di integrazione: il nostro dovere è integrarle, non respingerle».