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Modelli di governo delle migrazioni

L’Italia, l’Europa e il dibattito sulla nuova politica migratoria

di Marco Impagliazzo su CESPI del 18 maggio 2021

Nella globalizzazione numerosi focolai di crisi politica, ambientale e economica spingono le persone a spostarsi in maniera imprevista. Anche se sappiamo che la mobilità umana è costante. Non si tratta soltanto di fenomeni economici: come ha scritto recentemente Giulio Tremonti “la globalizzazione ha messo in crisi la democrazia e la pandemia ha messo in crisi tutt’e due”. La nostra crisi è quindi anche antropologica, direi di visione. In alcuni casi c’è una dimensione tragica: in Siria tra sfollati e rifugiati è stata colpita metà della popolazione. Un enorme push factor, che ha aperto un flusso anche per altri. I rifugiati siriani hanno votato con i piedi contro la loro guerra ma anche contro la comunità internazionale che non ha saputo/voluto fermarla. Ci dobbiamo aspettare lo stesso dai libici se non si arriva alla pace? Tutti puntano all’Europa: malgrado i pregiudizi, ci dicono che in Europa si vive meglio, la vita e i diritti sono rispettati. Possiamo ammettere a noi stessi che il rispetto della vita e dei diritti sia un pull factor? Dobbiamo forse cambiare il nostro stile di vita? Le crisi nel Mediterraneo orientale ma anche del Medio Oriente, del Golfo, del Caucaso ecc. sono crisi di convivenza: la coabitazione si infrange con violenza. In un universo in cui le frontiere tornano ad essere una posta in gioco, i migranti soffrono ma anche trovano nuove strade. Nel disordine globale si aprono vie: anche tragiche. Quando ciò avviene nel disordine e senza vie legali, ecco apparire i trafficanti che causano grandi perdite umane. Poi c’è lo scandalo dell’isolamento: mi riferisco a Lesbos o alla Bosnia, persone senza diritti sulla soglia della terra dei diritti, l’Europa. La UE non riesce né ad armonizzare una politica comune né a venire incontro alle proprie esigenze in termini di forza lavoro e demografia. A questo caos si è aggiunta la pandemia che sta colpendo duramente alcuni Paesi asiatici, tra cui l’India e il Bangladesh e sta per colpire duramente anche in Africa, fino ad ora relativamente risparmiata, a causa della variante sudafricana. Aspettiamoci un’altra ondata migratoria. La chiusura dei canali legali europei è iniziata ben prima della crisi siriana o libica, dei flussi dall’Africa e della pandemia. La crisi migratoria europea degli anni 2013-2018 è stata in gran parte conseguenza della fine delle entrate legali, non sostituite da nessun altro meccanismo. Negli anni si è creato un circolo vizioso: meno arrivi legali e meno integrazione: conseguentemente maggiore allarme sociale e più fenomeni legati all’irregolarità.

L’Italia è stata uno dei primi paesi europei (come dimostrano gli accordi degli anni ’90 con Albania e Tunisia) a ritenere indispensabile una concertazione con i paesi di origine e di transito dei flussi. Quella via non deve essere chiusa a favore di una politica emergenziale. Per l’Italia, più esposta ai flussi provenienti dai Balcani e dal Mediterraneo, l’unica soluzione consiste nel rendere multilaterale e europeizzare la questione dei flussi. Bisogna evitare che rifugiati e migranti intraprendano la via del mare, tenendo presente che il fenomeno può ripetersi.

Una soluzione è coinvolgere la società civile organizzata usando la sponsorship da parte di associazioni, chiese e privati con chiamata diretta dal paese di provenienza. Operare in tal modo è garanzia di integrazione. L’altra tecnica è utilizzare sapientemente i ricongiungimenti familiari, garanzia di ordine sociale, aiuto nel creare stabilità socio-culturale, facilitatori di integrazione, le cui regole però sono a oggi troppo restrittive. Per diminuire l’illegalità occorre promuovere un nuovo tipo di decreto flussi, più ampio delle norme attuali (solo stagionali) e che tenga conto delle esigenze del mondo del lavoro, che in Italia coincidono spesso con le esigenze delle famiglie. Ciò può essere inquadrato all’interno degli accordi diretti con i paesi di provenienza, chiedendo allo stesso tempo di limitare le uscite dei loro cittadini. Negoziare tali accordi non è facile ma necessario: occorre quindi concedere qualcosa in cambio in termini di doppia imposizione e di esportazione dei diritti pensionistici.

Infine, l’idea più innovativa, messa in opera in Italia dal 2016: i corridoi umanitari (M. Impagliazzo, Buone pratiche e governo delle migrazioni in Italia e in Europa, in L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi a cura di V. De Cesaris-M. Impagliazzo, Guerini e Associati, 2020, pp.17-31). Si tratta di un’iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione Evangelica italiana, la Tavola Valdese, la CEI e Caritas. La base giuridica è l’articolo 25 del Regolamento dei visti dell’Unione Europea, che prevede per ciascun Stato membro la possibilità di emettere visti con validità territoriale limitata (VTL) per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali. Tale dispositivo ha permesso di avviare un’esperienza innovativa a norme vigenti, con la firma del protocollo d’intesa con i ministeri degli Esteri e dell’Interno del governo italiano, consentendo l’arrivo nel nostro paese in due anni di oltre 2500 siriani e iracheni giunti dal Libano e 741 dall’Etiopia. L’accordo prevede l’ingresso legale sul territorio italiano (e la possibilità di presentare successivamente la domanda di asilo) di persone in condizioni di “vulnerabilità”, cioè famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità, ma anche vittime di persecuzioni, torture e violenze. Queste vengono selezionate attraverso missioni operative in loco i cui nominativi sono trasmessi alle autorità consolari italiane per permettere al Ministero dell’Interno di effettuare tutti i controlli. Alla partenza e all’arrivo avviene la foto-segnalazione e la presa delle impronte digitali, con l’ultima verifica in tempo reale da parte del sistema europeo degli accertamenti, in seguito seguono l’iter dei richiedenti la protezione internazionale e vengono ascoltati dalle Commissioni per l’Asilo. La sicurezza, di chi è accolto e di chi accoglie, mostra l’impatto win-win del modello (Marazziti, Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura, Piemme 2019). Una volta giunti in Italia i profughi sono accolti dai promotori e, in collaborazione con altri partner, vengono ospitati e integrati. C’è, a questo proposito, una grande mobilitazione di chi si occupa di cercare le sistemazioni, l’integrazione scolastica e lavorativa. Viene così offerta un’inclusione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua, la scolarizzazione ed altre iniziative. Il modello è quello dell’accoglienza diffusa, personalizzata, secondo un percorso “adozionale”, che coinvolge le collettività locali. Sinora nell’ambito del programma l’offerta di accoglienza supera la domanda: un segnale chiaro e in controtendenza rispetto agli umori negativi che spesso si creano. Altri paesi come Belgio e Francia hanno imitato tale best practise, accogliendo e integrando circa 800 siriani e iracheni, in due anni, attraverso i corridoi. Essi possono divenire un modello per tutta l’Unione Europea: se moltiplicato alla giusta dimensione esso può anticipare le crisi da flusso registrate in questi ultimi anni.

Per quel che riguarda l’Italia si tratterebbe inoltre di arrivare alla modifica della legge sulla cittadinanza introducendo lo ius culturae, che riguarderebbe l’acquisizione della stessa per i minori figli di cittadini stranieri titolari di un permesso di soggiorno per residenti di lungo periodo. Tra l’altro i termini del procedimento per l’acquisto della cittadinanza sono oggi di tre anni, dall’inizio della procedura. E’ da notare che la Francia ha come termine procedimentale per l’acquisto della cittadinanza da parte dello straniero residente sul territorio dodici mesi.  Possibile che l’Italia abbia bisogno di un tempo 3 volte superiore? Occorre innanzitutto portare avanti un primo passo legislativo con una vera modifica della legge sulla cittadinanza, introducendo almeno lo ius culturae. L’obiettivo di una maggiore sicurezza per tutti – che vuol dire anche meno stranieri costretti all’irregolarità –si raggiunge anche facilitando questo percorso di integrazione, che è la cittadinanza.

E le suore danno la loro casa ai migranti

di Marco Impagliazzo su Osservatore Romano del 15 ottobre 2020

«La Chiesa è una casa con le porte aperte, perché è madre». L’appello ad accogliere, sintetizzato in questa espressione dell’enciclica Fratelli tutti  e nei numerosi richiami di Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato, non può restare senza risposta. Ed è importante che siano i figli e le figlie di quella «madre» che è la Chiesa a rispondere per primi.

Il gesto di pochi giorni fa, compiuto dalle suore Serve della Divina Provvidenza di Catania, va in questa direzione: un intero immobile, in via della Pisana a Roma, donato per l’ospitalità a migranti e rifugiati.

“Villa Serena” — così si chiama la palazzina — è stata offerta lunedì scorso al Papa, attraverso l’Elemosineria apostolica, alla presenza del cardinale Konrad Krajewski, e affidata, per la sua gestione, alla Comunità di Sant’Egidio.

Diventerà una casa d’accoglienza per rifugiati, in particolare per donne sole o con minori, famiglie in stato di vulnerabilità, che giungono in Italia con i corridoi umanitari. Arrivando a ospitare fino a sessanta persone, avrà lo scopo di dare un tetto ai rifugiati nei primi mesi dopo il loro arrivo, per poi accompagnarli in percorsi di autonomia lavorativa e alloggiativa. Un’esperienza vera e concreta di integrazione, oltre che di accoglienza.

Sant’Egidio ha dato il via dal dicembre 2015 all’iniziativa dei corridoi umanitari, grazie ai quali — anche in alleanza con le Chiese protestanti italiane e con la Conferenza episcopale italiana — è riuscita a portare rifugiati dal Libano, dall’Etiopia e recentemente anche dalla Grecia, in particolare dall’isola di Lesbo.

Finora sono state accolte in Italia e accompagnate nel processo di integrazione oltre 2.600 persone, tra cui un grande numero di minori. Altre sono state portate in Francia, Belgio e Andorra per un totale di circa 3.200 richiedenti asilo.

La necessità di ospitare da parte di tutti, ma in particolare da parte della Chiesa, venne sottolineata dal Papa nel settembre 2015 quando, di fronte al dramma della guerra in Siria, l’Europa si è trovata di fronte a una grande pressione di profughi che bussavano alle sue porte.

In quell’occasione Francesco chiese in modo esplicito che ogni parrocchia accogliesse una famiglia di rifugiati, ma anche che i monasteri e i conventi aprissero le loro porte all’ospitalità. E il Papa stesso scelse di portare nel suo aereo, di ritorno dal viaggio a Lesbo, tre famiglie siriane, affidandole a Sant’Egidio con uno “speciale” corridoio umanitario che si è realizzato nei mesi successivi per un totale di 67 persone.

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Le tragedie sulle vie della migrazioni. Ciò che deve succedere

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 26 luglio 2019

Era un mese fa su un fiume americano: due corpi a faccia in giù, un uomo e una bambina. Uniti da una maglietta, dall’affetto reciproco, da una speranza coltivata insieme. Ma anche dalla morte. Eccoli immersi nell’acqua torbida di fango. Óscar e Valeria, padre e figlia, migranti salvadoregni affogati nel tentativo di attraversare il confine fluviale tra Messico e Stati Uniti. Quell’immagine simbolo della tragedia dei migranti che dal Centro America cercano la via della felicità a nord del Rio Grande, negli Usa, si affianca idealmente a un’altra foto, quella del piccolo Alan Kurdi, annegato nel Mediterraneo.
È successo un mese fa, nel Nuovo Mondo. È successo troppe volte nel Mediterraneo. Succede ancora oggi: giunge la notizia di più di cento vite umane annegate nel Mare Nostro. Una tragedia annunciata. Di fronte alla quale stridono le accuse e i decreti contro chi salva in mare e le parole ipocrite del mondo politico europeo che gira intorno al problema senza affrontarlo veramente. Ecco perché ricordare è un dovere. Farsi commuovere e muovere da quei fotogrammi di Óscar e Valeria, dal ricordo di Alan e dalla notizia delle vittime di ieri, uomini, donne e bambini, esseri umani dei quali non vedremo mai il volto, è necessario, perché l’umanità non muoia ancora tra le onde di un fiume o del mare.
Di speranza si muore ancora, nel Mediterraneo come pure lungo le altre rotte dell’immigrazione verso l’Europa e gli Stati Uniti. Tra i muri che s’innalzano e le navi che si fermano, il risultato è un’ecatombe. Sant’Egidio ha calcolato in almeno 38.480 i caduti e i dispersi dal 1990 a oggi nel tentativo di raggiungere il continente europeo, «mentre nel primo semestre del 2019 sono già 904 i morti in mare», rivela Amnesty International, sottolineando la crescita della percentuale di chi non ce l’ha fatta sul totale complessivo dei partenti: «Se nel 2017, considerando solo il Mediterraneo centrale, il tasso di mortalità di chi intraprendeva un “viaggio della speranza” era di 1 su 38, nel 2018 è stato di 1 su 14».

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Corridoi umanitari: Impagliazzo (Sant’Egidio), “è possibile coniugare legalità e umanità”. Le proposte

da SIR, Agenzia d’Informazione, 1 luglio 2019

Una nuova regolarizzazione per i migranti “overstayer” cioè coloro che già lavorano in Italia ma non sono in regola con i permessi. Sarebbe una sorta di “ravvedimento operoso” in accordo con i datori di lavoro, “che porterebbe sicurezza per gli italiani e nuove risorse nelle casse dell’Inps”; “permessi per ricerca di lavoro della durata di almeno un anno”; allargamento dei criteri per i ricongiungimenti familiari. Sono le proposte fatte oggi a Montecitorio da Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, durante il convegno intitolato “Corridoi umanitari per un’Europa solidale” organizzato dalla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati in collaborazione con Caritas italiana, Sant’Egidio e Fcei (Federazione Chiese evangeliche italiane). 

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Caro Salvini, andiamo avanti sui corridoi umanitari. Parla il presidente di Sant’Egidio

da Formiche del 7 luglio 2018

di Francesco Bechis 

Intervista a Marco Impagliazzo. Il presidente della Comunità di Sant’Egidio si dice soddisfatto delle rassicurazioni del ministro dell’Interno e spiega come e perché si può e deve estendere l’esperimento dei corridoi umanitari

Entrare in Europa in aereo, senza affidarsi a viaggi della speranza che si trasformano puntualmente in una colonna funebre. E poi iniziare un percorso di integrazione sul territorio, nel rispetto delle leggi e la cultura del Paese ospitante, grazie alla solidarietà di volontari, famiglie, parrocchie. È questo il fine ultimo dei corridoi umanitari, il progetto pilota portato avanti già da alcuni anni dalla Comunità di Sant’Egidio grazie a un protocollo di intesa con il governo italiano, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Dal 2016 sono 1600 i rifugiati siriani che hanno trovato una via di ingresso sicura in Europa grazie ai corridoi. Numeri irrisori, certo, se confrontati con le dimensioni della crisi migratoria che non è certo confinata a chi scappa dalla guerra. Se il supporto delle istituzioni passa dalle parole ai fatti però non è impossibile espandere su larga scala l’esperimento. Offrendo ai rifugiati una soluzione, fra le tante, per non finire il loro viaggio sui fondali del Mediterraneo. Angela Merkel ed Emmanuel Macron, fra gli altri, hanno già benedetto l’iniziativa incontrando il fondatore della Comunità Andrea Riccardi.

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Migranti: Impagliazzo, stop a parole polemiche, l’Italia è capace di proteggere chi ha bisogno

da AgenSir del 27/06/2018

Oggi è il giorno in cui in Italia si fermano le polemiche e parlano i fatti: c’è un’Italia delle istituzioni, delle associazioni, delle Chiese, dei movimenti che vuole proteggere chi ha bisogno di protezione internazionale”. Con queste parole Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha commentato l’arrivo a Fiumicino di 139 profughi, tra cui 62 bambini, grazie ai corridoi umanitari resi possibili dal Protocollo d’Intesa siglato con lo Stato dalla Cei e da Sant’Egidio. “Il nostro è un Paese capace di accogliere e di integrare: questo è il messaggio che arriva da qui”, ha aggiunto Impagliazzo sottolineando che “i corridoi non sono una buona pratica, ma una realtà vera del nostro Paese”.

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Macron in Vaticano: incontro con Comunità di Sant’Egidio. Impagliazzo, “far crescere i corridoi umanitari” e favorire lo sviluppo in Africa

da AgenSir del 26/06/2018

Migrazioni, corridoi umanitari, il ruolo dell’Europa e lo sviluppo dell’Africa. Questi i temi affrontati dalla delegazione della Comunità di Sant’Egidio all’incontro che questa mattina ha avuto con il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron prima dell’udienza con Papa Francesco. “È stato un incontro molto positivo”, dice al Sir Marco Impagliazzo, presidente della Sant’Egidio: “Il presidente ha ringraziato la Comunità per i corridoi umanitari che si sono aperti anche in Francia oltre che in Italia, in Belgio e Andorra. E soprattutto abbiamo avuto una lunga discussione sui temi della pace e dello sviluppo in Africa”.

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Sono bambini nati nella guerra non sanno che cosa sia la pace. Intervista a Marco Impagliazzo

da L’ECO DI BERGAMO del 22 aprile 2018

di Franco Cattaneo

Marco Impagliazzo. Lo storico è presidente della Comunità di Sant’Egidio: «Abbiamo accolto piccoli che non hanno mai frequentato una scuola». «È necessario istituire corridoi umanitari in maniera più strutturale e massiccia»

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ci parla dei corridoi umanitari che finora hanno portato in salvo 2.500 persone: «Ci sono bambini siriani che non hanno mai conosciuto un giorno di pace: sono nati nella guerra, iniziata sette anni fa. Abbiamo accolto piccoli che non hanno mai frequentato una scuola».

Da dove si è partiti per organizzare i viaggi della speranza?

«Ci siamo posti il problema, come Comunità di Sant’Egidio, nell’ottobre 2015 dopo il naufragio al largo di Lampedusa, dove morirono oltre 350 migranti. Lavorando sul piano giuridico, abbiamo trovato lo strumento adatto nell’articolo 25 del decreto visti dell’Unione europea. La norma prevede che ogni Stato dell’Ue possa concedere visti per la protezione umanitaria, al di fuori dei visti del Trattato di Schengen, e quindi a territorialità limitata. Insieme con le Chiese evangeliche italiane, ci siamo rivolti ai ministeri dell’Interno e degli Esteri che hanno accettato la nostra ipotesi: mille visti, all’inizio, che hanno riguardato profughi siriani sistemati nei campi in Libano».

Con quali criteri scegliete i destinatari?

«Il criterio base è la vulnerabilità, quindi donne con bambini, persone anziane e malate. Ci appoggiamo ad alcune Ong che da anni operano su questo versante, fra le quali la Comunità Papa Giovanni XXIII. Loro ci segnalano i soggetti appunto più vulnerabili: persone che vengono verificate e controllate prima della partenza e quando arrivano a destinazione. Viaggiano in modo legale e ciascuno di loro è sponsorizzato da parrocchie, associazioni, famiglie che si sono offerte di dare ospitalità e di integrarli. Accoglienza e integrazione vanno considerati insieme, come ha detto Papa Francesco. Tutto è a spese dei donatori e lo Stato non paga nulla. Abbiamo1.800 rifugiati in Italia e 700 in Francia. A questi vanno aggiunti i migranti del Corno d’Africa attraverso il corridoio umanitario che abbiamo organizzato con la Cei, i 22 profughi accolti dal Papa e affidati a noi, e due famiglie ospitate a San Marino. Ai primi di maggio firmeremo un accordo anche con Andorra».

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“Noi di Sant’Egidio non abbiamo cambiato idea. Con le armi non ci sarà mai pace”. Intervista a Marco Impagliazzo

Da La Repubblica del 17 aprile 2018

di Paolo Rodari

“L’uso delle armi è sempre irargionevole. Quando 50 anni fa nacque Sant’Egidio lo slogan era “mettere fiori nei cannoni”. Poi c’è chi ha iniziato a sostenere la liceità in alcuni casi dell’uso delle armi, fino a oggi in cui vi è chi dice addirittura che per arrivare alla pace servono tante armi. Per noi erano e restano discorsi senza senso, il nostro è un “no” alle armi senza se e senza ma”. Marco Impagliazzo, storico, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha guidato sabato una delegazione in pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine. Un ritiro compiuto mentre soffiano nuovi venti di guerra in Siria.

Chi ha attaccato Assad dice che il dittatore ha utilizzato armi chimiche. Cosa ne pensa?

“E’ irragionevole sia l’idea dei raid USA, sia ciò che sta compiendo Assad. Siamo davanti a una situazione opaca nella quale è difficile discernere chi ha ragione e chi ha torto. Ma l’uso delle armi mette tutti dalla parte del torto. Sabato siamo andati in ritiro in un luogo dove i frutti amari della guerra sono evidenti e visibili”.

Francesco all’Angelus si è appellato a tutti i responsabili politici perché facciano prevalere giustizia e pace.

“Insieme a lui siamo contro la cultura della morte. Francesco segnala l’irragionevolezza della corsa agli armamenti, una follia per il mondo. E insieme condanna l’escalation dell’uso delle armi indicando nel negoziato l’unica via d’uscita”.

Un anno dopo lo scoppio della guerra in Siria aveva lanciato la campagna “Save Aleppo”. Cosa ne è stato?

“Volevamo provare a salvare il Paese iniziando dal salvare la città simbolo del dialogo e della cultura. Il nostro appello andò disatteso. Così ci impegnammo a salvare i profughi senza status di rifugiato nei campi in Libano. Attraverso i corridoi umanitari ne abbiamo strappati molti ai trafficanti di esseri umani”.