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Sfidiamo il vento della irrazionalità

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 12 dicembre 2021

I luoghi comuni più banali si sono sempre più cementati quando la globalizzazione ci ha reso meno centrali

Il 55° Rapporto Censis ritrae un’Italia provata dalla pandemia mentre era già sofferente per i suoi antichi mali. Il Paese sta provando a rialzarsi, e non mancano nel documento elementi che fanno sperare in un domani migliore, dai tanti esempi di resilienza sociale alla rinascita di sentimenti di solidarietà. Ma il Rapporto è anche la fotografia senza sconti del momento di disorientamento complessivo, per l’intelligente – e amara – lettura della deriva emozionale che la penisola vive.
L’analisi è per molti aspetti originale. È il tentativo di guardare nell’anima di un popolo, al di là della, come sempre acuta, indagine sociologica ed economica. Il Censis ci guida in un mondo che si ha bisogno di comprendere meglio, perché ci è vicino, ci sfiora, ci si insinua dentro.
«L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale. Per il 5,9% degli italiani il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra sia piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna». È esperienza di tanti. Di quanti hanno cercato di convincere qualcuno e si sono accorti che mancavano le basi razionali per costruire un discorso comune.
Il miracolo del vaccino, mai disponibile in tempi così brevi, derubricato a impostura o a inganno. L’individuo abdica alla razionalità, pur di tenere il punto, pur di imporre la propria visione, nutritasi di quanto filtra dai social, di quanto circola nelle bolle mediatiche ed amicali, nella supponenza di conoscere e capire più degli altri, più di ogni altro. I luoghi comuni più banali, le parole d’ordine razziste, il fastidio fatto crescere nella solitudine, si sono via via cementate in questi anni, man mano che la globalizzazione ci rendeva meno centrali e più inermi, e hanno prodotto una visione distorta delle cose e degli orizzonti.
E tutto ciò non riguarda – si badi – solo una minoranza. Sì, certo, l’irrazionalità si è fatta strada in particolare in taluni ambienti provinciali, in alcuni strati sociali, in fasce generazionali determinate. Ma la ragione ha scarsa presa più in generale, se «per il 56,5% degli italiani esiste una casta mondiale di superpotenti che controlla tutto», se per «il 39,9% c’è il pericolo reale di una sostituzione etnica».
Il peso delle difficoltà economiche in un processo di deriva come quello descritto è chiaramente individuabile: «L’irrazionale che oggi si manifesta nella nostra società non è semplicemente una distorsione legata alla pandemia, ma ha radici socio-economiche profonde» e «dipende dal fatto che siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali». Negli ultimi trent’anni di globalizzazione l’Italia è uno dei paesi che più ha visto diminuire le retribuzioni medie lorde annue, la massa di risparmio, le aspettative dei giovani.
Quando, con la pandemia, la realtà si è imposta con tutta la sua forza di fronte a un immaginario che si nutriva di “contro” – l’immigrazione, l’euro, l’Europa, e così via -, ecco che è crollato un castello di carte, ma non si è avuto il buon senso e l’onestà mentale di fare autocritica. E allora al sovranismo identitario o monetario è subentrato un sovranismo difensivo. Lo abbiamo visto – ad esempio – nelle scorse elezioni amministrative: è caduto il consenso alle proposte più sovraniste, ma tale consenso non si è spostato su un’offerta più razionale; piuttosto si è gonfiato il bacino dell’astensione. Allo scontento occorrerà rispondere con una buona politica, con una ripresa economica non dimentica di nessuno, ma anche e soprattutto con una grande operazione educativa, che parli forte e proponga una pedagogia della ragione in un mondo che ne ha bisogno come non mai. È la voce della ragione che bisogna alzare, quella della cultura, quella dell’arte e del bene. Tutti noi dobbiamo sfidare il vento dell’irrazionalità. Perché come ha scritto un amico giornalista a proposito di una bella mostra di artisti con disabilità, «non si esce dalle grandi crisi senza artisti e senza profeti».

Allarme migranti. Europa indifferente

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 24 novembre 2021

Un bambino siriano di un anno muore di freddo al confine tra Bielorussia e Polonia. Una tragedia. Che si somma a migliaia di tragedie dei migranti, ogni anno, sulla soglia dell’Europa.

L’unità europea doveva essere un esempio per tutti: paesi diversi che si uniscono e pongono fine all’ostilità che per tanti secoli li ha divisi. Tuttavia, ora tale unità diviene un pretesto per chiudersi davanti a un mondo percepito solo come una minaccia. Il benessere europeo attira ancora tanti ma le frontiere sono bloccate.

Viviamo nel paradosso: la popolazione europea invecchia, la crisi demografica è fortissima, manca manodopera ma la paura è più forte della convenienza. Così gli europei non ne vogliono sapere di integrare nella loro società cittadini stranieri (la stragrande maggioranza giovani e giovanissimi) in cerca di una vita migliore, che pure sarebbero tanto utili. Ci si commuove, com’è accaduto nello scorso agosto davanti al muro dell’aeroporto di Kabul, ma già oggi l’entrata di afghani in provenienza dal Pakistan o dall’Iran è percepita come un pericolo. In teoria vietato dalle norme internazionali, il respingimento alla frontiera è divenuto la regola, come si vede tra Bielorussia e Polonia. Di fronte a queste realtà si può dire che non ce la facciamo, che è troppo. Si possono lanciare accuse di manipolazione politica dei migranti. Ma alle porte d’Europa bussa una domanda di vita e di futuro rivolta a tutti gli europei che restano rassegnati ed impotenti, lacerati tra riflesso di umanità e preservazione di sé. Per citare papa Francesco sono vite scartate che chiedono di essere accolte affinché non sia rubata loro anche la speranza: «Con i rifugiati la Provvidenza ci offre un’occasione per costruire una società più solidale, più fraterna, e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo». È vero. C’è un’opportunità anche per noi. In gioco c’è la volontà di non derogare alla civiltà europea, all’imperativo della democrazia e dei diritti. Qualcuno reagisce cercando di organizzare la speranza: Comunità di Sant’Egidio, Caritas italiana, Chiese evangeliche ed altre associazioni, in accordo con i Ministeri dell’Interno e degli Esteri, aprono varchi con i corridoi umanitari. Si tratta attualmente dell’unica porta disponibile per entrare legalmente in Europa. Recentemente si è aggiunto il protocollo ad hoc per uno specifico corridoio umanitario a favore di 1200 afghani, che va ad aggiungersi a quelli dai campi del Libano per i profughi di Siria e Medio Oriente, dai campi dell’Etiopia per i rifugiati del Corno d’Africa, oggi in guerra, e da altre zone dell’Africa subsahariana e infine a quello dalla Libia per chi è intrappolato nei famigerati centri di detenzione.

I corridoi hanno lo scopo di contrastare lo sfruttamento di uomini, donne e bambini, da parte di trafficanti senza scrupoli. L’ambizione dei promotori è di giungere a dei corridoi europei. La società civile ha un ruolo decisivo nel risvegliare le istituzioni nazionali o europee perché scongelino provvedimenti legislativi bloccati in favore dei migranti. È nato un nuovo movimento. Come i giovani dei Friday for future lottano per la transizione ecologica, così tanti cittadini italiani e europei non si rassegnano a vedere donne, uomini e bambini morire nel Mediterraneo, nell’Egeo o nelle foreste bielorusse o bosniache. È un altro modo popolare di manifestare lo sdegno e la protesta sulla base dei valori con cui abbiamo costruito il continente.

La paura è una cattiva consigliera: la minaccia non viene da fuori ma da dentro i confini di un’Europa che, abbandonando i propri valori, distrugge la sua fibra umanistica e democratica. Il rifiuto della solidarietà avvelena tutti. Alcuni paesi dell’Unione stanno iniziando a limitare le libertà e il potere della giustizia, altri a sottomettersi a venti populisti o sovranisti. La guerra stessa è tornata in Europa dopo anni di pace, come si vede in Ucraina. Ma se uccidiamo l’anima umanistica del nostro continente, non sarà la minaccia esterna a sorprenderci perché la fine arriverà da dentro.

Impagliazzo: «I corridoi umanitari hanno salvato tante vite umane»

di Nicoletta Cottone su Il Sole 24ore del 28 ottobre 2021

Nel Mediterraneo si continua a morire. Nel 2021 sono giunti in Italia via mare 52.820 migranti, di cui 7.267 minori non accompagnati. Loro si sono salvati, ma nel Mediterraneo si muore ancora. Oggi come ieri. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni almeno 1.146 persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa nella prima metà del 2021. La strada da percorrere è quella dei corridoi umanitari, un modo per far arrivare legalmente i migranti in Italia. Una strada imboccata da un progetto-pilota di Comunità di Sant’Egidio, Cei-Caritas, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese, completamente autofinanziato. Un progetto che ha fatto scuola in Europa, replicato da Francia, Belgio, Andorra e Principato di Monaco. Ne parliamo con Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio.

Per approfondire
Corridoi umanitari, la strada degli ingressi legali per evitare le stragi del Mediterraneo

L’hub degli invisibili che salva le vite

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 25 ottobre 2021

A volte basta un pugno di uomini e donne di buona volontà, insieme ad una ferma convinzione: che nella tempesta della pandemia, presente ormai da quasi due anni, nessuno può essere lasciato indietro.

Perché di volontari ne sono bastati cinquanta, due volte a settimana, in appena quattro mesi, a dare un nome e un cognome a quasi 7mila “invisibili”, che per la sanità italiana non esistevano e quindi neanche per la campagna vaccinale: senza fissa dimora, rom, immigrati, anziani soli, persino religiosi presenti qui a Roma, che per tanti motivi, per lo più burocratici, rischiavano di restare fuori dalla protezione sanitaria promessa ad ogni cittadino. A loro danno, ma anche a quello di tutta la popolazione.
Sono le cifre dell’Hub vaccinale di Sant’Egidio che, nel cuore di Trastevere, dal 6 luglio a oggi, tra prime e seconde dosi, è riuscito a somministrare ben 10mila vaccini e che, per il successo dell’iniziativa, continuerà a essere aperto anche nelle prossime settimane.
Tutto nasce da una preoccupazione, quella per i più fragili, espressa dai responsabili della Comunità, nel maggio scorso, nel corso di un colloquio con il generale Francesco Figliuolo. Si è deciso che qualcosa non solo si poteva ma si doveva fare. E così, grazie all’interessamento dello stesso commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e alla collaborazione con la Regione Lazio e la locale Asl, si è messo su in tempi record un efficiente hub nel complesso romano del San Gallicano.

Ma il centro non avrebbe mai funzionato senza la mobilitazione dei volontari, in tutto 150, una cinquantina, appunto, per ogni seduta vaccinale. Il gruppo è così diviso: una ventina tra medici e infermieri, che si dedicano alla somministrazione del vaccino, ed una trentina di persone che invece sono adibite alle funzioni amministrative. Può stupire che queste ultime siano più numerose del personale sanitario, ma il motivo è presto detto: la forza dell’Hub di Sant’Egidio sta nel fatto che ad usufruirne sono coloro che non hanno le carte in regola per vaccinarsi presso i normali centri del circuito nazionale. È necessario quindi che, prima di tutto, una nutrita équipe di volontari si dedichi a ricostruire l’identità civile e sanitaria di chi non l’aveva mai avuta o l’aveva smarrita per percorsi personali complicati, condizioni di vita precarie o, semplicemente, per le difficoltà burocratiche che una parte consistente di immigrati, alcuni dei quali presenti da anni nel nostro paese, continua ad avere.

Ciò che è avvenuto in quattro mesi è stata una preziosa opera di emersione dall’invisibilità, che ha permesso di proteggersi durante l’emergenza in corso e ha anche creato i presupposti per una cittadinanza sanitaria universale, che abbracci cioè anche chi ne era finora escluso. C’è inoltre da sottolineare che molte persone, soprattutto quelle che vivono per strada, non si sarebbero mai avvicinate al vaccino se non ci fosse stata una conoscenza e un accompagnamento, tali da poter vincere resistenze, paure e disinformazione. È una rete, quella dei volontari, che salva e riesce a ricostruire un tessuto sociale spesso lacerato, nei centri delle nostre città, dove si incontrano tanti senza fissa dimora – in Italia oltre 50 mila – come nelle periferie. E che ce la fa a raggiungere anche chi è solo, come tanti anziani, le cui condizioni di vita sono peggiorate con la pandemia, non solo per gli effetti del Covid-19 ma anche per un altro virus altrettanto nocivo, quello dell’isolamento.

È così che i 7 mila “invisibili” sono stati cercati all’inizio, uno ad uno, per spiegare che era possibile vaccinarsi, che era un grande vantaggio per la propria salute come per quella altrui. Tanto che ad un certo punto la voce di questa possibilità ha cominciato a girare da sola e tanti altri si sono aggiunti con grande soddisfazione generale.
Basta visitare l’Hub di Sant’Egidio un martedì o un giovedì (i due giorni in cui è aperto) per rendersene conto: camici bianchi e sorrisi, le lingue che si mischiano in un’atmosfera serena e familiare, un futuro che si scorge meno duro anche per chi conosce la durezza della vita. Come dice papa Francesco: “da questa pandemia ci si salva solo insieme, nessuno si salva da solo”.

Aprire cuore e mente all’altro: la lezione dei Padri della Chiesa

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 2 ottobre 2021

Gian Franco Saba, arcivescovo di Sassari, ha di recente dato alle stampe un interessante volumetto dal titolo Paideia e politeia. Cultura dell’interiorità e buon governo: un insegnamento dai Padri della Chiesa (Tau, pagine 132, euro 20,00). Il testo «si propone di indagare il nesso tra la paideia cristiana e la comunità politica ed è inserito in un più ampio progetto che intende mettere in dialogo popoli, culture e religioni», si legge nella prefazione.
È il progetto della “Fondazione Accademia”, casa plurale che aiuta a superare l’indifferenza, ad aprire il proprio cuore, i propri occhi, la propria mente all’Altro. Nel conoscere e riconoscersi, nel favorire il dialogo, nel creare connessioni, nel comporre alterità, nell’accettare meticciati, ci si esercita all’arte di cui il nostro tempo ha più bisogno, all’arte del convivere con l’Altro, in un mix di realismo e di speranza. È il realismo di chi sa di abitare un mondo nuovo. È la speranza di una nuova civiltà, che non si imponga, ma si componga: la civiltà del convivere tra tanti universi culturali, politici e religiosi.
Bene, ma cosa c’entra tutto questo con la paideia, la politeia, i Padri? Lo spiega bene l’autore quando ci dice che è necessario, nel nostro mondo globalizzato, in questo tempo “liquido”, «ristabilire e rinforzare il rapporto tra individuo/persona e comunità». Facendo perno sull’educazione. E sapendo che «conservare e trasmettere la memoria di una comunità sono funzioni politiche E…] nel suo significato originario».
Il filo rosso della trattazione è qui, nella relazione biunivoca che si stabilisce tra l’educazione del singolo e la gestione della collettività; mentre il suo orizzonte diacronico sta nell’assorbimento e nella trasformazione dei concetti classici alla luce del nascente pensiero cristiano. E lungo questo percorso, al culmine di esso, che spicca la figura di Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli nel IV secolo, padre della Chiesa, uomo di profonda cultura teologica e spirituale. È noto come Crisostomo non disdegnasse – anche con esiti per lui negativi (l’esilio) l’intromissione nella sfera politica. Il suo pensiero è dunque il punto d’arrivo di un itinerario che credeva di trarre il meglio dal tesoro antico della pedagogia e della sociologia classiche per dargli una sanzione apparentemente, in quel dato momento storico, definitiva. Incontrando l’impero cristiano, all’inizio dell’era costantiniana della Chiesa, paideia e politeia sembrano allora sostenersi l’un l’altra, delineando un ideale che si fa modello. La paideia cristiana si rivela figlia e coronamento di quella antica. La politeia illuminata dalla Parola di Dio si libera delle scorie pagane per disegnare l’ideale di una comunità concorde e operosa come quella delle api nell’alveare, «comunità viva e pacifica». Tale politeia – conclude l’Autore – non riguarda solo il “politico”, dunque, bensì ogni individuo che forma la collettività. E dice qualcosa all’uomo e alla donna del nostro oggi.
Ciascuno è chiamato a sganciarsi dalla «liquidità» del tempo che viviamo per costruire in maniera responsabile e solidale quella «città di tutti» che è un determinato Paese, ma anche l’intero pianeta. Il mondo globalizzato e bisognoso di cura del post-pandemia non merita di essere abitato da mille monadi autoreferenziali, bensì da una fraternità – Fratelli tutti! – che coltivi una gestione umana e comune delle cose. L’Individuo va costruito come tale, certamente, ma perché la sua educazione, la sua instruzione, siano dono di responsabilità per l’insieme della famiglia umana.
Nel libro di Gian Franco Saba si può leggere una prospettiva insieme umana, civile, pastorale, che si muove nel solco del cammino che la Chiesa di papa Francesco sta compiendo, – Chiesa “in uscita”, Chiesa che costruisce ponti -, ma anche dell’itinerario che la navicella di Pietro percorre da secoli, proponendo all’ecumene una “globalizzazione dell’amore”, realizzando o tentando di realizzare nel vissuto concreto degli uomini e delle donne di ogni angolo che è sotto il cielo quel che uno storico inglese, John Bossy, ha chiamato «il miracolo sociale».

Afghanistan. Tre idee per gli afghani richiedenti asilo in Europa

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 18 agosto 2021

La gravissima situazione umanitaria di queste ultime settimane nell’Afghanistan non ha ripercussioni soltanto all’interno del Paese, ma anche sulle migliaia di afghani che in questi ultimi anni hanno cercato rifugio all’estero. Il lungo e vasto flusso migratorio riguarda quelle parti di popolazione che appartengono alle diverse etnìe e confessioni religiose, perseguitate dai taleban. Tra loro troviamo molti richiedenti asilo nei vari Paesi della Ue. Non è un caso se dal 2015 la seconda nazionalità di asilanti, dopo quella siriana, è quella afghana, cui segue quella venezuelana. Dai Paesi citati si può ben capire la profondità delle sofferenze in cui vivono queste persone. Non va dimenticato, peraltro, che il numero di richiedenti asilo, dopo il grande afflusso del 2015 e 2016, dovuto in larga parte ai profughi siriani, è andato costantemente diminuendo fino alla punta minima del 2020 che ha visto nei 27 Paesi dell’Unione Europea un totale di 417mila richieste di asilo. Il trend in discesa si è confermato anche per il primo trimestre del 2021 con una diminuzione del 37% di domande. Nell’Unione non esiste un’«invasione» di rifugiati, anzi, si assiste a una contrazione costante della loro presenza, in parte dovuta alla pandemia da Covid.

Tra il 2020 e i primi mesi del 2021 sono approdati in Europa, principalmente dalla Turchia attraverso la Grecia o la rotta balcanica (Bulgaria, Serbia, Bosnia, Slovenia etc.), oltre 54mila afghani. La gran parte sono famiglie con minori, e tra loro molti minori non accompagnati. Gli afghani rappresentano percentualmente la prima nazionalità di minori non accompagnati giunti in Europa nel 2020: il 41%. Ciò significa che siamo di fronte a un popolo di giovani e giovanissimi. Gli afghani che chiedono asilo si dirigono principalmente in Germania, dove ci sono da tempo stabili comunità, poi in Francia, Belgio, Austria e Paesi scandinavi. Ma la loro presenza in queste nazioni non è senza problemi.

Anzi. In Germania circa la metà dei richiedenti asilo afghani sono rifiutati come rifugiati. Degli altri una buona parte ottiene il permesso per motivi umanitari, mentre solo una piccola minoranza è riconosciuta rifugiata. Danimarca, Svezia, Germania, Austria e Norvegia hanno da tempo iniziato i rimpatri forzati in Afghanistan dei richiedenti rifiutati all’asilo. Recentemente a causa della situazione critica nel Paese, il governo afghano aveva chiesto all’Unione Europea di interrompere per almeno tre mesi i rimpatri forzati dei richiedenti asilo in Europa. Il 5 agosto i ministri dell’Interno di sei Paesi europei – Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi – avevano però scritto una lettera alla Commissione Europea in cui dicevano che le espulsioni sarebbero continuate nonostante gli appelli: l’interruzione delle espulsioni «invierebbe un segnale sbagliato ed è probabile che motiverebbe ancora più cittadini afghani a lasciare il proprio Paese per venire in Europa».

Adalbert Jahnz, portavoce della Commissione per gli Affari interni, aveva replicato alla lettera dicendo che «spetta a ciascun Stato membro valutare individualmente se l’espulsione è possibile». Fortunatamente l’11 agosto Germania e Paesi Bassi hanno sospeso le espulsioni verso l’Afghanistan. Il ministro dell’Interno tedesco ha dichiarato che, per il momento, le espulsioni non sarebbero state effettuate sebbene ci siano 30mila afgani in questa posizione.

L’Italia ha una politica diversa rispetto ai Paesi europei citati, e accoglie con maggiore attenzione le domande di asilo e di protezione sussidiaria da parte di profughi afghani. In generale, vista la gravissima situazione dell’Afghanistan, in attesa di aprire corridoi umanitari e velocizzare i ricongiungimenti familiari per chi vive in situazioni di maggiore vulnerabilità all’interno del Paese, bisogna chiedersi se non sia necessario adottare, in tutti i Paesi europei, misure che allevino la situazione degli afghani che sono già nel nostro continente. Ecco alcune proposte.

La prima: sospendere tutte le espulsioni già decretate dai Paesi europei. La seconda: superare il criterio di inammissibilità derivante dal principio del Paese terzo sicuro (la Turchia) applicato in Grecia per i cittadini afghani. Nei campi, nelle isole e nelle città greche ci sono oggi migliaia di afghani le cui domande, sulla base di questo principio, non potranno nemmeno essere presentate. La terza: riesaminare le domande rigettate, in considerazione della grave situazione afghana. Di fronte a un dramma come quello in corso, tante visioni e impostazioni ristrette devono cadere. Non basta guardare con angoscia le terribili immagini che giungono da lontano: è possibile iniziare a dare subito risposte. In vent’anni afghani e occidentali hanno tentato di costruire un Afghanistan libero e democratico. Il progetto è fallito. Evitiamo, per quanto possibile, che il prezzo del fallimento sia pagato da chi ci ha creduto.

Benvenuto vaccino, inizio di una lunga via. Editoriale di Marco Impagliazzo

da Avvenire del 27 dicembre 2020

Parte oggi, in tutta Europa, la campagna di vaccinazione più imponente della storia: insieme nello stesso giorno.

E già questo è un bel segnale di unità. Travolta da un’epidemia come non se ne vedevano da un secolo, l’umanità ha saputo reagire, con la cura – medici, infermieri, personale sanitario, si sono prodigati per mesi, salvando migliaia di vite umane – e con la ricerca: mai così tanti vaccini erano stati ideati e messi in campo, e a tale velocità.

Il virus resta temibile e miete ancora troppe vittime, ma nel buio vediamo una luce: una giovane infermiera sarà oggi la prima, in Italia, a ricevere una dose del prodotto messo a punto dalla Pfizer. Certo, non è che un inizio. La strada è lunga. E i prossimi tornanti si preannunciano impegnativi.

Ma questo è un momento importante nella lotta contro la pandemia, l’avvio di un percorso destinato a muoverci verso una normalità che protegga la vita dei più deboli, permetta il ripristino di quella socialità di cui tutti abbiamo bisogno, contenga e poi annulli le ricadute economiche del dramma consumatosi nel 2020. Le restrizioni non sono finite, e purtroppo nemmeno i contagi. Si aspettava questo giorno.

Papa Francesco ha detto alla benedizione di Natale urbi et orbi: «In questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini», ammonendo di nuovo che siano «a disposizione di tutti». E occorre vigilare perché lo siano davvero. Tanti sono malati o in isolamento, tanta parte della scuola italiana è rimasta chiusa per mesi, gli istituti per anziani sono chiusi, la solitudine è più amara e più diffusa, in troppi sono preoccupati per il domani e continuano ad allungarsi le file di chi ha bisogno di un pacco alimentare. Ma ora possiamo sperare che il tempo della prova si attenui. Il nostro mondo vede la prospettiva della guarigione dal virus e i nostri cuori guardano al futuro in maniera differente.

«Sbaglia chi pensa che nasciamo una volta sola. Per chi vuole vivere, la vita è piena di nascite», ha scritto qualche giorno fa su queste colonne il poeta e cardinale Josè Tolentino. E questo 27 dicembre può essere in un certo senso paragonato a una nuova nascita.

Una ripartenza, coscienti di quel che è stato, sempre più chiaro con il passare del tempo – cioè che siamo «tutti sulla stessa barca» e che non possiamo fare a meno degli altri – pronti a costruire un tempo migliore. Questo è il compito della stagione che si apre. Verso la fine dei “Promessi Sposi”, mentre la peste si avvia a scomparire, nel lazzaretto padre Felice si rivolge a coloro che ce l’hanno fatta, e stanno per uscirne, e tornare in città, con una predica richiamata qualche mese fa dal Papa durante un’udienza generale: «La memoria de` nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi, […] che tutti son poi finalmente nostri fratelli […]. Cominciamo da questo viaggio, da` primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro!».

Parole che ci aiutano a riflettere sul domani che c’è da costruire e che chiede memoria, consapevolezza, dedizione e visione. Occorre ricordare chi ci è stato rapito dalla tormenta, e riflettere su cosa si è rivelato inadeguato – e qui pensiamo alle migliaia di morti nelle lungo degenze -. Ma anche guardare a quei «tutti» che «son poi finalmente nostri fratelli», sostenere i vecchi e accompagnare i giovani privati della normalità scolastica e della relazionalità cui avevano diritto, e cominciare una vita diversa: «una vita tutta di carità» avrebbe detto Manzoni, fatta di reti, di sostegno, di maggiore prossimità, possiamo dire noi. Come dopo una guerra, abbiamo visto troppa morte per non amare di più la vita in ogni sua fase e stagione.

È necessario il convergere di tutti perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza, per nessuno il futuro sia qualcosa da affrontare da soli o in modo soltanto virtuale. Tutti attendiamo un tempo nuovo, ma perché sia nuovo deve esserlo per tutti.

Francesco, Chaplin e un sogno vero. Per uscirne tutti insieme

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 29 novembre 2020

Nel 1940, ottant’anni fa, in un autunno di guerra in Europa, quando si intuiva già il dramma in cui il mondo stava precipitando, anche se non era ancora chiara la profondità dell’abisso (60 milioni di morti, la Shoah, l’atomica su Hiroshima e Nagasaki), usciva nelle sale statunitensi il film di Charlie Chaplin, “Il grande dittatore”.
In quel film – è noto – Chaplin interpreta due parti, quella di Adenoid Hynkel, versione caricaturale di Hitler, e quella del somigliantissimo barbiere ebreo, al quale, scambiato per il dittatore, nella sequenza finale viene chiesto di arringare la folla. Ne viene fuori un bellissimo “discorso all’umanità”.

Il cambiamento di registro – dal comico all’ispirato – lasciò perplessi i critici, ma oggi quelle parole testimoniano la visione di Chaplin sull’uomo e sul domani, il suo personale «I have a dream» e, al tempo stesso, interpretano i sentimenti di miliardi di uomini e di donne.
«Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, neri e bianchi. Tutti noi esseri umani vogliamo aiutarci l’un l`altro, siamo fatti così. Vogliamo vivere fianco a fianco con la felicità del prossimo, non con la sua miseria», dice il barbiere. “A coloro che mi ascoltano io dico: non disperate! Non siete macchine! Non bestie! Siete uomini! Avete l’amore per l’umanità nei vostri cuori! Voi, il popolo, avete la forza di costruire la felicità! Di far sì che la vita sia libera e bella, sia una magnifica avventura! Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a ognuno un lavoro, ai giovani un futuro, agli anziani la sicurezza».

Anche noi, in questo autunno di tristezza e scontento che si sta già facendo inverno, mentre viviamo un tempo tanto difficile, siamo chiamati a guardare oltre, a non disperare, a credere ancora più fortemente che «un mondo nuovo» sia possibile, a costruire orizzonti di unità e di solidarietà. È il tema della Fratelli tutti, l’enciclica per la stagione che viene, per un mondo che è a un bivio. In pieno disordine globale, nel mezzo di una «terza guerra mondiale a pezzi», esposti a una pandemia come non se ne vedevano da un secolo, alle prese con le sue ricadute economiche, le persone sono disorientate, preoccupate, impaurite. Che fare? Papa Francesco ha chiaro che si tratta di scegliere un futuro di «fraternità universale», in cui l’altro non sia il mio nemico, ma mio fratello.
Insieme all’epidemia la solitudine è un ulteriore contagio che si diffonde, si disgregano le reti che tengono insieme la polis, si accentuano le divisioni tra le nazioni, le culture, i continenti. Una comunicazione senza mediazioni, soggetta all’istinto e aliena dalla riflessione, induce a chiudersi, illude di poter fare da soli. Il magistero pontificio vive della convinzione opposta. E Francesco, in questa nostra epoca, è l’uomo della «fraternità universale».
La Chiesa non accetta di rattrappirsi, di essere una comunità senza sogni. Continua a parlare perché il mondo sia diverso, perché esso abbia un futuro. È quel che il Papa ha detto ai giovani domenica scorsa: «Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia».
La notizia è che il presente può cambiare. Che il futuro possiamo costruirlo migliore, anche se oggi siamo in guerra contro il virus e contro le sue lunghe conseguenze economiche e sociali. La notizia è che un tempo nuovo può essere cercato e costruito, come ci ricorda anche l’Avvento che sta per iniziare, nell’opera di uomini e donne che rammentano di essere umani, e di essere tutti fratelli, come ci ripete la nascita di Gesù.
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Anziani: Assistenza e cure domiciliari possono evitare l’isolamento. Approfittare dell’emergenza per investire nella creazione di reti umane e sociali

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 31 ottobre 2020

Mentre viviamo la seconda ondata della pandemia ciò che di drammatico è avvenuto negli istituti per gli anziani e più in generale per le persone fragili, ci fa capire che non si tratta solo di mettere qualche toppa al sistema di assistenza e cura esistente o, meno che mai, di attendere che passi la bufera per tornare alla “normalità”. Il Covid-19 al contrario è l’occasione per una riflessione più generale su come considerare la presenza degli anziani nella nostra società e su come rispondere al meglio alle loro necessità. Nelle cosiddette Long Term Care Facilities – siano esse le anglosassoni nursing home, le nostre Rsa, le case di riposo più o meno registrate e controllate – si è registrato oltre il 50% delle morti, a livello planetario. Mi sembra un punto di partenza adeguato da cui iniziare una riflessione per un profondo cambiamento. Molti istituti sono luoghi dove in diversi casi la fragilità dell’anziano viene privata delle protezioni offerte dalla casa, dai ricordi e dalla rete umana che si è sedimentata negli anni attorno a essa. L’isolamento ulteriore rappresentato dalle misure anti-Covid non ha certamente giovato. Ha anzi aggravato, trasformandola in vera e propria sindrome da abbandono la condizione di molti over70. Dovremo purtroppo constatare anche numerosi decessi legati all’abbandono. Di questo abbondano già diverse evidenze.
È davvero impossibile evitare che gli anziani istituzionalizzati restino isolati, senza alcuna possibilità non solo di visite ma spesso anche di comunicazione con video-immagini, così come è accaduto?
Occorre al più presto intervenire – lo si doveva fare già nei mesi passati! – per favorire, una comunicazione che rompa l’isolamento, anche perché la condizione di chiusura de facto, che perdura da mesi nelle strutture per anziani, continuerà anche nei prossimi. Tenerne conto è necessario per introdurre una serie di interventi urgenti, forse complessi ma certamente possibili, così come altre realtà (la scuola tra tutte), hanno dimostrato. Il recente intervento del presidente dell’Emilia Romagna a favore di visite di parenti, se con tampone effettuato nelle ore precedenti, è un ulteriore stimolo a trovare soluzioni che coniughino sicurezza e umanità. Associando a questa possibilità i volontari di tutte quelle comunità e associazioni, che già conoscono e hanno rapporti con gli anziani residenti, in particolare con quelli che sono rimasti senza famiglia. Il tutto in un rigoroso rispetto delle misure di prevenzione.

Si tratta però anche di non insistere solo sull’istituzionalizzazione, come fosse l’unica risposta praticabile, in alcuni casi giudicata “inevitabile”. La sanità pubblica e la geriatria internazionali spingono da anni per un esteso continuum assistenziale, di cui le residenze rappresentano solo un tassello di un più ampio mosaico, che non può e non deve essere in alcun modo perno del sistema. L’assistenza domiciliare integrata rappresenta in Italia una quota irrisoria della assistenza: si stima mediamente 16 ore all’anno per anziano bisognoso. Questo impressionante squilibrio è sotto gli occhi di tutti. Fingiamo insomma di avere una assistenza territoriale, presso le dimore degli anziani, dimenticando che senza il milione (e più) di badanti che si occupano oggi degli over70 nel nostro Paese, tutto il sistema entrerebbe in una grave crisi di sostenibilità. A questo si deve aggiungere la mancanza di centri diurni, di estese soluzioni di telemedicina, di servizi di lotta alla solitudine e all’isolamento sociale, insomma di quella articolazione di servizi che ci permette di uscire dalla logica dell’istituzionalizzazione per mera mancanza di alternative. È a questa condanna che ci si vuole opporre, serenamente ma fermamente.
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E le suore danno la loro casa ai migranti

di Marco Impagliazzo su Osservatore Romano del 15 ottobre 2020

«La Chiesa è una casa con le porte aperte, perché è madre». L’appello ad accogliere, sintetizzato in questa espressione dell’enciclica Fratelli tutti  e nei numerosi richiami di Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato, non può restare senza risposta. Ed è importante che siano i figli e le figlie di quella «madre» che è la Chiesa a rispondere per primi.

Il gesto di pochi giorni fa, compiuto dalle suore Serve della Divina Provvidenza di Catania, va in questa direzione: un intero immobile, in via della Pisana a Roma, donato per l’ospitalità a migranti e rifugiati.

“Villa Serena” — così si chiama la palazzina — è stata offerta lunedì scorso al Papa, attraverso l’Elemosineria apostolica, alla presenza del cardinale Konrad Krajewski, e affidata, per la sua gestione, alla Comunità di Sant’Egidio.

Diventerà una casa d’accoglienza per rifugiati, in particolare per donne sole o con minori, famiglie in stato di vulnerabilità, che giungono in Italia con i corridoi umanitari. Arrivando a ospitare fino a sessanta persone, avrà lo scopo di dare un tetto ai rifugiati nei primi mesi dopo il loro arrivo, per poi accompagnarli in percorsi di autonomia lavorativa e alloggiativa. Un’esperienza vera e concreta di integrazione, oltre che di accoglienza.

Sant’Egidio ha dato il via dal dicembre 2015 all’iniziativa dei corridoi umanitari, grazie ai quali — anche in alleanza con le Chiese protestanti italiane e con la Conferenza episcopale italiana — è riuscita a portare rifugiati dal Libano, dall’Etiopia e recentemente anche dalla Grecia, in particolare dall’isola di Lesbo.

Finora sono state accolte in Italia e accompagnate nel processo di integrazione oltre 2.600 persone, tra cui un grande numero di minori. Altre sono state portate in Francia, Belgio e Andorra per un totale di circa 3.200 richiedenti asilo.

La necessità di ospitare da parte di tutti, ma in particolare da parte della Chiesa, venne sottolineata dal Papa nel settembre 2015 quando, di fronte al dramma della guerra in Siria, l’Europa si è trovata di fronte a una grande pressione di profughi che bussavano alle sue porte.

In quell’occasione Francesco chiese in modo esplicito che ogni parrocchia accogliesse una famiglia di rifugiati, ma anche che i monasteri e i conventi aprissero le loro porte all’ospitalità. E il Papa stesso scelse di portare nel suo aereo, di ritorno dal viaggio a Lesbo, tre famiglie siriane, affidandole a Sant’Egidio con uno “speciale” corridoio umanitario che si è realizzato nei mesi successivi per un totale di 67 persone.

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