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Il Papa in Mozambico

di Marco Impagliazzo su Città Nuova del 9 agosto 2019

Con il suo secondo viaggio in Africa, dopo quello del novembre 2015, con la scelta di aprire il Giubileo della Misericordia a Bangui, in Centrafrica, papa Francesco conferma il suo grande amore per questo continente.

Un sentimento espresso chiaramente al ritorno da quella prima visita: «Io amo l’Africa – disse in aereo – perché vittima dello sfruttamento» subìto nei secoli. E nel maggio scorso, dopo l’annuncio del suo nuovo viaggio in Mozambico, Madagascar e Mauritius, ha anche individuato nei conflittietnici gli ostacoli più grandi da affrontare invitando la Chiesa ad essere «fermento di unità tra i popoli» e «segno di speranza». Si tratta della prima emergenza africana insieme a quella dell’educazione, per un popolo composto per lo più da giovani in età scolare.
In Mozambico, antica colonia portoghese, il papa troverà un Paese profondamente cambiato dal periodo drammatico della guerra civile degli anni ’80 del secolo scorso: oggi è una nazione più ricca, che guarda al futuro proprio grazie alla pace ottenuta a Roma dopo 27 mesi di trattative a Sant’Egidio dal luglio del 1990 al 4 ottobre del 1992. Un accordo raggiunto con un metodo che abbiamo poi seguito per tutte le altre mediazioni svolte e che consideriamo ancora oggi attuale: ascoltare le ragioni e i torti subìti dalle parti in lotta accompagnandole pazientemente a trasformare il “nemico” da combattere militarmente in “oppositore” politico e offrendo la garanzia e la riservatezza di un soggetto cristiano, quale Sant’Egidio, che non ha altri interessi se non quello della pace.

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Oltre questa stagione arida e respingente

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 28/06/2019

Qualche giorno fa papa Francesco twittava: «Sono vicino a tanti anziani che vivono come nascosti, dimenticati, trascurati. E ringrazio chi si impegna per una società più inclusiva..

Qualche giorno fa papa Francesco twittava: «Sono vicino a tanti anziani che vivono come nascosti, dimenticati, trascurati. E ringrazio chi si impegna per una società più inclusiva, che non ha bisogno di scartare chi è debole nel corpo e nella mente».
Non è la prima volta che l’attenzione del Papa si appunta sul “continente anziani” nel quale non è infrequente imbattersi in difficoltà e problemi, determinati spesso dalla cultura dello scarto. Francesco interveniva in occasione della Giornata Oms “contro gli abusi sugli anziani”, che riguarderebbero, secondo gli studi dell’agenzia internazionale, una persona su sei. Un dato triste. Ma c’è un abuso, che è il più comune e il più penoso di tutti: l’isolamento, l’esclusione. E c’è un tempo in cui la solitudine fa più male che in ogni altro tempo: l’estate.
Nella nostra Europa dai capelli grigi, in cui non si sono ancora fatti i conti con la lunghezza degli anni, gli anziani vengono percepiti come quelle «vite di scarto» di cui parlava Bauman. Soffrono del fatto che la vicinanza degli altri si fa meno presente, mentre l’istituzionalizzazione – che riguarda un numero crescente di persone – separa violentemente da un vissuto che fino ad allora era stato vario e autonomo. Nella “cultura dello scarto” si manifesta il pensiero che qualcuno deve essere isolato perché debole e quindi necessariamente dipendente dagli altri.
Eppure, è scritto nella natura dell’essere umano: da soli non si vive, ma si muore! La vita è interdipendenza e solidarietà. L’esistenza – è esperienza comune – è divenuta più individuale, le trame connettive si sono sfilacciate. Lo spirito del tempo è che ci si salva da soli. Peccato che proprio chi non vorrebbe vivere quella solitudine e al contrario dovrebbe godere di reti solidali e comunitarie, è condannato all’esclusione e all’isolamento. Tanto più in questi giorni.
Di fronte al caldo che sentiamo e a quello che si preannuncia, facciamo nostro l’appello del Papa. Impegniamoci davvero per una società più inclusiva, che non scarti nessuno, che non lasci sola la nostra vicina anziana del piano di sotto o di sopra, la signora che percorre faticosamente la nostra stessa via. Una visita può salvare la vita, una semplice telefonata può proteggere più di quanto pensiamo. La vita può farsi rete e la rete può salvaguardare la vita. Occorre una cultura che non scarti nessuno, ma che includa e valorizzi tutti.
È ora di ricostruire intorno agli anziani una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che sia garanzia di vita per chi è avanti con gli anni. Ma alla fine per noi stessi, per tutti.
Il Papa ha spesso insistito sulla “riconciliazione” tra generazioni diverse: i giovani e gli adulti hanno bisogno degli anziani e viceversa. Tale incontro fa scoprire ai più giovani che la longevità è uno dei frutti migliori del nostro tempo, e agli anziani che hanno ancora molto da dare in scelte, amicizia, saggezza. Gli anziani continuano a sperare, se sostenuti dai giovani e dagli adulti. La speranza non abbandona giovani e adulti se sanno che al termine del proprio percorso non c’è il baratro, ma l’accompagnamento.
All’inizio del suo pontificato, incontrando gli anziani, papa Francesco aveva detto: «Fa tanto bene andare a trovare un anziano! Guardate i nostri ragazzi: a volte li vediamo svogliati e tristi; vanno a trovare un anziano, e diventano gioiosi!». E concludeva con le parole che avrebbe ripreso in un tweet, cinque anni dopo: «Noi cristiani, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, siamo chiamati a costruire con pazienza una società diversa, più accogliente, più umana, più inclusiva, che non ha bisogno di scartare chi è debole nel corpo e nella mente». È questo il lavoro paziente ma tenace da portare avanti nelle prossime torride giornate d’estate, un impegno di condivisione, di vicinanza, che cambi dal di dentro una stagione troppo arida e respingente.

“Le immagini di Abu Dhabi fanno bene al cuore delle persone”. Intervista a Marco Impagliazzo

Intervista con Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, intervenuto alla conferenza “Human Fraternity” negli Emirati Arabi Uniti durante la visita del Papa

di Domenico Agasso Jr su La Stampa

Le scene di pace tra papa Francesco e il grande imam negli Emirati Arabi Uniti «migliorano l’ecologia spirituale del mondo». Sono immagini che vanno viste e riviste perché fanno «bene al cuore delle persone». Non ha dubbi Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio, che abbiamo incontrato ad Abu Dhabi. La Comunità era negli Emirati Arabi Uniti insieme al Pontefice per partecipare alla conferenza Human Fraternity promossa dal Muslim Council of Elders (Consiglio musulmano degli Anziani/saggi) in occasione della visita di Bergoglio del 3-5 febbraio. Per Impagliazzo – che è intervenuto alla conferenza – il Papa argentino è sempre più il «leader mondiale per la pace», e il grande imam di Al-Azhar, Ahamad Al-Tayyb, è l’«interprete» decisivo dell’«apertura del mondo islamico».

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Giornata mondiale dei poveri. Il calore di un pasto riscalda

da Vita Pastorale, 2 Dicembre 2018

di Marco Impagliazzo

Una tavola apparecchiata a festa è segno di unità e di incontro

L’ anno scorso Francesco aveva invitato«le comunità cristiane a creare momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto». E – aggiungeva – «se nel nostro quartiere vivono dei poveri che cercano protezione e aiuto, avviciniamoci a loro. Accogliamoli come ospiti privilegiati alla nostra mensa; potranno essere dei maestri che ci aiutano a vivere la fede in maniera più coerente». 

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I poveri ci evangelizzano facendoci uscire da noi stessi, mentre noi non li ascoltiamo. Giornata Mondiale dei Poveri, le parole di Impagliazzo

da Faro di Roma del 19 novembre 2018

“Io personalmente nella mia vita ho imparato tantissimo dai poveri soltanto ascoltandoli, perché uno dei grandi problemi è che noi non ascoltiamo i poveri, con la loro sapienza e le loro sofferenze, perché le loro storie hanno tanto da insegnarci. In secondo luogo perché ci evangelizzano facendoci uscire da noi stessi, dai nostri problemi e dall’egocentrismo, e ci mostrano che donare è la vera felicità”.

Lo afferma il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo in una intervista a Formiche.net, commentando la Giornata Mondiale dei Poveri indetta da Papa Francesco e festeggiata ieri in tutta la Chiesa, a partire dalle numerose associazioni che hanno risposto positivamente alla chiamata e dalla messa celebrata dal Pontefice nella Basilica di San Pietro, per seimila bisognosi, prima di pranzare con millecinquecento di loro nell’aula Paolo VI, serviti da una settantina di volontari.

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“Io personalmente nella mia vita ho imparato tantissimo dai poveri soltanto ascoltandoli, perché uno dei grandi problemi è che noi non ascoltiamo i poveri, con la loro sapienza e le loro sofferenze, perché le loro storie hanno tanto da insegnarci. In secondo luogo perché ci evangelizzano facendoci uscire da noi stessi, dai nostri problemi e dall’egocentrismo, e ci mostrano che donare è la vera felicità”.

Lo afferma il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo in una intervista a Formiche.net, commentando la Giornata Mondiale dei Poveri indetta da Papa Francesco e festeggiata ieri in tutta la Chiesa, a partire dalle numerose associazioni che hanno risposto positivamente alla chiamata e dalla messa celebrata dal Pontefice nella Basilica di San Pietro, per seimila bisognosi, prima di pranzare con millecinquecento di loro nell’aula Paolo VI, serviti da una settantina di volontari.

Con la Giornata dei poveri la Chiesa non piange ma reagisce. Parla Impagliazzo

da Formiche.net del 18 novembre 2018

In occasione della Giornata Mondiale dei Poveri, da lui indetta, Papa Francesco ha celebrato la messa nella Basilica di San Pietro con seimila bisognosi, per poi pranzare con millecinquecento di loro nell’aula Paolo VI. In queste conversazione con Formiche.net il presidente della Comunità di Sant’Egidio spiega il senso di questa giornata e il valore dalla vicinanza ai poveri

“Davanti alla dignità umana calpestata spesso si rimane a braccia conserte oppure si aprono le braccia, impotenti di fronte all’oscura forza del male. Ma il cristiano non può stare a braccia conserte, indifferente, o a braccia aperte, fatalista, no. Il credente tende la mano, come fa Gesù con lui. Presso Dio il grido dei poveri trova ascolto. Domando: e in noi? Abbiamo occhi per vedere, orecchie per sentire, mani tese per aiutare, oppure ripetiamo quel ‘torna domani’? Cristo stesso, nella persona dei poveri reclama come a voce alta la carità dei suoi discepoli. Ci chiede di riconoscerlo in chi ha fame e sete, è forestiero e spogliato di dignità, malato e carcerato”. Oggi è la Giornata Mondiale dei Poveri indetta da Papa Francesco, e nell’occasione il pontefice ha celebrato prima una messa nella Basilica di San Pietro alla presenza di seimila bisognosi, accompagnati da volontari di associazioni o gruppi parrocchiali, per andare poi a pranzo con millecinquecento di loro, serviti da una settantina di volontari, direttamente nell’aula Paolo VI.

Le sue parole, nette e che ribadiscono concetti centrali nel magistero di Bergoglio, ripetuti in più e più circostanze, risuonano così dal trono di Pietro, e di fatto sono molto numerose le associazioni che hanno risposto in maniera entusiasta alla “provocazione etica” del pontefice, un segno che il messaggio del Pontefice si sta facendo sempre più realtà nella Chiesa. Tra queste, il tema dei poveri caratterizza fortemente l’esperienza della Comunità di Sant’Egidio fin dagli inizi. In questa conversazione con Formiche.net il presidente Marco Impagliazzo spiega il senso di questa giornata, e il valore della vicinanza ai poveri per l’esperienza della Chiesa, e di conseguenza per il bene di tutta la società e dell’umanità intera.

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Ogni vita umana è sacra. Un impegno più forte

da Avvenire del 3 agosto 2018

di Marco Impagliazzo

Papa Francesco ha modificato un articolo del Catechismo della Chiesa cattolica (n.2267), affermando, alla luce del Vangelo, «l’inammissibilità della pena di morte perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». È una definizione chiara e decisa che impegna la Chiesa e i cattolici ovunque nel mondo perché si difenda sempre e comunque la intangibilità della vita anche attraverso l’eliminazione di questa pena disumana. Il Papa ha comunicato questa modifica del Catechismo a tutti i vescovi del mondo. È un impegno grande e vasto per tutta la Chiesa a educare e lavorare, anche in questo campo, per salvaguardare la sacralità della vita umana e la sua dignità.

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“Noi di Sant’Egidio non abbiamo cambiato idea. Con le armi non ci sarà mai pace”. Intervista a Marco Impagliazzo

Da La Repubblica del 17 aprile 2018

di Paolo Rodari

“L’uso delle armi è sempre irargionevole. Quando 50 anni fa nacque Sant’Egidio lo slogan era “mettere fiori nei cannoni”. Poi c’è chi ha iniziato a sostenere la liceità in alcuni casi dell’uso delle armi, fino a oggi in cui vi è chi dice addirittura che per arrivare alla pace servono tante armi. Per noi erano e restano discorsi senza senso, il nostro è un “no” alle armi senza se e senza ma”. Marco Impagliazzo, storico, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha guidato sabato una delegazione in pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine. Un ritiro compiuto mentre soffiano nuovi venti di guerra in Siria.

Chi ha attaccato Assad dice che il dittatore ha utilizzato armi chimiche. Cosa ne pensa?

“E’ irragionevole sia l’idea dei raid USA, sia ciò che sta compiendo Assad. Siamo davanti a una situazione opaca nella quale è difficile discernere chi ha ragione e chi ha torto. Ma l’uso delle armi mette tutti dalla parte del torto. Sabato siamo andati in ritiro in un luogo dove i frutti amari della guerra sono evidenti e visibili”.

Francesco all’Angelus si è appellato a tutti i responsabili politici perché facciano prevalere giustizia e pace.

“Insieme a lui siamo contro la cultura della morte. Francesco segnala l’irragionevolezza della corsa agli armamenti, una follia per il mondo. E insieme condanna l’escalation dell’uso delle armi indicando nel negoziato l’unica via d’uscita”.

Un anno dopo lo scoppio della guerra in Siria aveva lanciato la campagna “Save Aleppo”. Cosa ne è stato?

“Volevamo provare a salvare il Paese iniziando dal salvare la città simbolo del dialogo e della cultura. Il nostro appello andò disatteso. Così ci impegnammo a salvare i profughi senza status di rifugiato nei campi in Libano. Attraverso i corridoi umanitari ne abbiamo strappati molti ai trafficanti di esseri umani”.