Giovanni Paolo II e la transizione pacifica dell’Est

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 19 ottobre 2019

Siamo alla vigilia del trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, data spartiacque nel XX secolo. Nella storia, che spesso scorre con continuità, esistono momenti di svolta che provocano quasi naturalmente cambiamenti radicali e spesso non prevedibili.

Da quel giorno è iniziata una transizione inesorabile nei Paesi dell’Est comunista che ha consegnato al secolo successivo la libertà di tanti popoli e la fine del mito attrattivo del comunismo. Una vera e propria svolta radicale avvenuta senza quegli spargimenti di sangue che solitamente caratterizzano i cambiamenti della storia. Una conclusione positiva per un Novecento tanto insanguinato dalle guerre e rivoluzioni. Una transizione quasi del tutto pacifica che ha alcuni protagonisti, tra cui il principale sembra essere Giovanni Paolo II.

L’elezione di Karol Wojtyla nel 1978, un Papa proveniente da un Paese appartenete al blocco comunista, fu una vera sorpresa a livello mondiale. Lo choc ci fu un po’ ovunque e soprattutto nell’Est comunista. Gorbacëv, in anni successivi, ha dichiarato: «Nulla di quanto è avvenuto nell’Europa dell’Est sarebbe potuto accadere senza questo Papa». Gli attori di questa transizione sono diversi: Unione Sovietica, Stati Uniti, Europa, ma certamente Giovanni Paolo II ha avuto un ruolo unico. È una storia breve, ma con un salto lunghissimo compiuto dalla Polonia e dall’Est europeo attraverso una transizione pacifica che va considerata un modello, forse il principale delle liberazioni novecentesche senza spargimento di sangue. Solo il Sudafrica di Mandela ha vissuto in modo così intenso una vicenda di superamento pacifico dell’assetto di schiavitù.

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