Poletti, il cardinale vicario che diede voce alla città

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 4 novembre 2021

Con la nomina di monsignor Ugo Poletti a provicario per la diocesi di Roma nel 1972 e poi cardinale vicario nel 1973, Paolo VI afferma la volontà di procedere nella sua diocesi ad un processo di riforma. Poletti era già stato scelto, come secondo vicegerente, nel 1969 per dare al Vicariato un’amministrazione più rigorosa. La sua nomina rappresenta una rottura con la tradizione: è il primo vicario in epoca contemporanea a non essere già cardinale al momento della nomina, né un ecclesiastico di fama.
Attraverso l’azione del cardinale Poletti il Papa vuole ricomporre la diocesi, polarizzata da forti tensioni. Il vicario rappresentò, dal 1972, una presenza costante nel mondo della periferia romana e nella vita della città. Dietro il suo agire si leggono le direttive e le idee del Papa, anche se da parte sua il cardinale pose le premesse per un’autonomia diocesana di Roma dalla Curia Romana.
Il vicariato guidato da Poletti promosse un evento «della diocesi e della città», il Convegno del febbraio 1974, sulle attese di carità e giustizia della città, con il quale la Chiesa denunciava i «mali di Roma» e chiedeva un rinnovamento dell’impegno dei cristiani. Il convegno era nato dall’idea del Papa di riformare l’assistenza sociale della  Santa Sede a Roma e complessivamente l’impegno assistenziale della Chiesa nella città, che appariva per molti aspetti desueto e sottoposto a varie critiche. Il processo di preparazione del Convegno aveva rappresentato l’occasione per connettere tanti gruppi cattolici operanti nel sociale e non poche espressioni dell’inquieto cattolicesimo della Capitale.
Nel febbraio del ’74 il cardinale Poletti raccolse i cristiani romani (o chi intendeva partecipare) in grandi assemblee ecclesiali. Tutti potevano prendere la parola e discutere della città o della Chiesa. Si trattava di una novità importante, in sintonia anche con la cultura di base e di democrazia diretta diffusa in quel periodo negli ambienti giovanili e politici.
Il Convegno fu un momento di ricucitura delle relazioni interne alla Chiesa, soprattutto con quegli ambienti e gruppi che maggiormente erano impegnati nel sociale pur senza particolari relazioni con le istituzioni.
Di grande interesse si sono rivelate le carte relative al Convegno, custodite nell’Archivio generale del vicariato di Roma e, in parte, presso l’Elemosineria apostolica. A quasi cinquant’anni da quell’evento i documenti confermano che si trattò di un momento di svolta per la vita della Chiesa a Roma, non solo riguardo ai suoi equilibri interni, ma anche rispetto al suo rapporto con la società civile e politica. Un evento che restò resta nella memoria collettiva di Roma.
Il Convegno delineò un profilo rinnovato del cattolicesimo di Roma. Nonostante la secolarizzazione e l’abbassamento della pratica religiosa, la Chiesa romana scoprì di poter contare su un vivace mondo di laici, spesso giovani. Emergeva nelle parrocchie e nei gruppi cattolici un tessuto rinnovato, che sostituiva le associazioni classiche e le antiche confraternite. Le assemblee del ’74 ebbero una grande eco mediatica, mostrando all’opinione pubblica che la Chiesa aveva un suo specifico discorso pubblico, autonomo dalle istituzioni politiche e attento ai “mali” della città. Per la prima volta la diocesi diveniva un interlocutore pubblico differenziato dalla  Santa Sede o dal partito cattolico.