Un anno fa moriva Francesco, il Papa del popolo

Un anno fa moriva papa Francesco. La sua elezione fu una sorpresa: il primo papa non europeo da secoli e primo papa latino-americano

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La sorpresa fu anche nella scelta del nome: Francesco. E poi la richiesta di benedizione da parte del popolo il giorno della sua elezione. Dal primo giorno è scattata immediatamente una simpatia tra il nuovo papa e il popolo. Abraham Heschel, studioso ebraico del messaggio dei profeti, parla di una “religione della simpatia”. Papa Francesco, fin dall’inizio, ha mostrato infatti di essere un uomo capace di vivere la simpatia per le donne e gli uomini del nostro mondo.
Questa dimensione della simpatia non può essere interpretata solo come un fatto caratteriale del nuovo papa, ma si rifà a una chiara dimensione evangelica, espressa fin dal nome di Francesco (che richiama la povertà, ma anche la cortesia e soprattutto il Vangelo alla lettera), radicata soprattutto nel Concilio Vaticano II. Paolo VI, papa del Concilio, aveva affermato che nel Vaticano II c’è un atteggiamento di fondo verso la realtà del mondo contemporaneo: “Una simpatia immensa”. Papa Francesco ha rappresentato lo spirito del Concilio: la simpatia immensa di cui parlava Montini.
Un altro atteggiamento spirituale di fondo del Vaticano II si ritrova nel messaggio di papa Francesco: il distacco da quel pessimismo che sembra quasi rendere inutile la misericordia. Con papa Francesco si è cominciato a guardare il futuro della Chiesa con più speranza e il mondo con minor pessimismo. Indubbiamente non si tratta di un insieme di precetti da applicare, ma si tratta di un sentire, di modelli, di pastorale, di atteggiamento umano, che la Chiesa può recepire o meno.
C’è inoltre un orientamento che il papa ha tracciato e comunicato: la cultura dell’incontro. In una delle sue prime visite in Italia, a Cagliari, dialogando con il mondo della cultura ha ben espresso questa idea parlando di cultura della vicinanza: “L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. Isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì”. Sono parole significative, mentre ci si è ormai abituati a credere che uno dei frutti della globalizzazio ne sia quello dello scontro. Questa cultura della vicinanza, che si fa apertura e attenzione all’altro, ha un suo risvolto anche nel dialogo con le altre Chiese cristiane e, ancora più in là, con le religioni non cristiane.
Cosa è cambiato ancora con il pontificato di Bergoglio? L’attenzione si è concentrata su aspetti trascurati della vita della Chiesa, ridando centralità al Vangelo, piuttosto che alle strutture, all’etica, alle istituzioni. Questo ha avuto una grande capacità attrattiva, anche in paesi generalmente poco attenti o critici verso il papato. Tuttavia, la sua elezione è stata una liberazione da quella simbiosi critica tra crisi della Chiesa e declino dell’Europa, che spiega molto delle difficoltà degli ultimi anni. È stato un passaggio decisivo per innestare nella Chiesa universale il vissuto, la santità, le problematiche di Chiese non europee.
Il sogno di Francesco è stato una Chiesa senza confini, e nell’Evangelii gaudium, che è il suo manifesto, si delinea la vocazione della “Chiesa in uscita”. Ed è tanto significativo che Leone XIV abbia scelto questo testo per approfondirlo nel concistoro che riunisce i cardinali della Chiesa cattolica. Bergoglio è stato, per il nostro tempo, l’uomo della fraternità universale. Nella stagione dell’io e dei sovranismi la Chiesa di Francesco non ha accettato di rattrappirsi, di essere una comunità senza sogni. Continua a parlare, nel nuovo pontificato, perché il mondo abbia un futuro e perché ci sia la pace.

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