Ferruccio de Bortoli ragionava a fine agosto sul Corriere della Sera intorno al dibattito aperto dal libro di Gad Saad, psicologo e studioso di marketing libanese-canadese, intitolato “L’empatia suicida, morire per essere gentili”, di prossima pubblicazione anche in Italia. Per l’autore l’Occidente sta morendo di empatia: saremmo troppo buoni, troppo disponibili nei confronti dei più deboli, in particolare dei migranti, in specie quelli provenienti da un contesto islamico. Di questo passo finiremo presto per essere invasi e sopraffatti. Il volume punta il dito contro le “élites globaliste” che si possono permettere di essere compassionevoli vivendo nei centri storici ZTL o in esclusivi compound, mentre nelle Sassonia-Anhalt – potremmo dire oggi – dell’Occidente si vive il lato oscuro della globalizzazione con cittadini che reagiscono di conseguenza. Davvero l’empatia è la malattia contemporanea dell’Occidente che può condurci al suicidio? Secondo tale tesi l’unico modo per evitare un tale suicidio sarebbe quello di abbandonare i nostri valori, validi solo in tempi meno difficili di quelli odierni.
L’Occidente, la falsa sicurezza dei muri e il coraggio dell’empatia
La modernità vive di paure per timore di perdere il proprio status. Lo spaesamento indotto dalla globalizzazione ha provocato processi di radicalizzazione e ha esaltato il contrasto con “l’altro” per evitare le risposte complesse di cui oggi c’è bisogno
di Marco Impagliazzo pubblicato il 15/09/2026 su Avvenire
Tuttavia, l’Occidente non è sempre stato così empatico, come viene ricordato in tante parti del mondo, senza contare i doppi standard di oggi. È troppo semplicistico dividere la storia in una narrazione – per lo più mediatica – in cui da un lato ci sono le forze del bene e dall’altro quelle del male. Ovviamente a parti invertite, dipende da dove si guarda. Malgrado la libertà, i diritti umani e lo stato sociale di cui godiamo, non sempre i nostri sistemi occidentali sono esenti da distorsioni e ingiustizie, come la questione delle migrazioni dimostra, con barbarie non degne della nostra storia. L’empatia e il senso di giustizia che resiste nelle società occidentali è frutto di una lunga storia di errori emendati, di conquiste faticosamente raggiunte in tempi difficili, anche più dei nostri. Per questo è falso dire che l’empatia oggi non va bene: diritti e valori divennero il rifermento comune nel Dopoguerra, davanti a immani sofferenze e distruzioni. Fu la maturazione di una coscienza sofferta che giunse a comprendere che solo il convivere garantisce giustizia e pace.
Chiedendo la fine del “buonismo” alcuni autori si fanno interpreti di umori diffusi in una società liquida ed emotiva. La modernità occidentale vive di paure per timore di perdere il proprio status, sebbene sia la parte più sicura e ricca del globo. Conta anche un certo declassamento del ceto medio che si sente in pericolo e da cui nasce una paura spesso irrazionale che si trasforma in umori, mentalità e alla fine scelte politiche semplificate. Lo spaesamento indotto dalla globalizzazione ha provocato processi di radicalizzazione, ha esaltato il contrasto con “l’altro” per evitare le risposte complesse di cui oggi c’è bisogno. Non si risolvono facilmente questioni come l’intelligenza artificiale, la crisi climatica, l’immigrazione: tutto ciò richiede riflessione e senso della complessità. Ma una politica emozionale non è paziente e invoca risposte rapide, all’apparenza definitive. Così ci si contrappone, urlando le proprie “ragioni” mediante stereotipi e la ricerca del capro espiatorio: una comunità, una religione, una nazione… L’idea del “muro di separazione”, emotivo o legale, nasce in questo modo. Nella paura di non riuscire a controllare più nulla del proprio futuro, si imboccano scorciatoie emotive. La storia ci insegna tuttavia che piccoli muri o Grandi Muraglie non hanno mai protetto nessuno. Se talvolta il “buonismo” può sembrare ingenuo, il “cattivismo” è la migliore ricetta per farsi tanti nemici. Conculcare i diritti di alcuni finisce per limitarli per tutti: ciascuno avrà qualcosa da perdere. Abbandonare ogni empatia porta al conflitto interno, al rischio di guerra civile. L’Occidente per alcuni secoli ha preteso di controllare il globo: quest’epoca è finita e non la si risuscita con nostalgica rivalsa. Altri, come le periferie umane e urbane – diceva papa Francesco – a cui potremmo aggiungere le antiche periferie globali, vogliono contare. Conviverci è il nostro destino comune.
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