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2 Aprile 2026

Dialogo e ascolto: le vie possibili per costruire la pace

L'intervista di Interris.it al presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo sul valore e l'importanza di promuovere la pace

di Lorenzo Cipolla pubblicato il 01/04/2026 su In Terris

Rassegna Stampa | Non ci sono commenti

Tag: Dialogo, Guerra, Pace, Solidarietà

Nel mondo che ha perso la sua unità, man mano che si pensava sempre meno al “noi” e ci si concentrava più sull’“io”, si sono aperte crepe in cui si sono incuneati desiderio di potere e corsa al profitto, gettando le basi per i tasselli sparsi della “terza guerra mondiale a pezzi”. I conflitti che insanguinano il nostro presente, ha detto Papa Leone XIV durante il suo viaggio apostolico nel Principato di Monaco, sono infatti “frutto dell’idolatria del potere e del denaro”. Un clima e un contesto che rischiano di danneggiare i passi avanti conseguiti in mezzo secolo di dialogo interreligioso – mentre il linguaggio parareligioso utilizza la fede come strumento – e può farci vivere ancora una Pasqua al tempo della guerra. Ma la Resurrezione rappresenta un messaggio di speranza “per chiunque soffra l’abbandono, la violenza, le ingiustizie, la guerra”, dice a Interris.it il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo. E per fare la pace, spiega, dobbiamo innanzitutto cercare di conoscere l’altro da noi e imparare a guardarlo in un modo nuovo.

L’intervista

Secondo gli esperti, negli ultimi ottant’anni il numero di conflitti nel mondo non è mai stato così alto. Come lo spiega?

“E’ avvenuto un cambiamento culturale e spirituale. Si è passati dal ‘noi all’‘io’, perdendo così l’idea di pensarsi insieme. Le diverse crisi che abbiamo vissuto dall’11 settembre in poi hanno allentato i legami che ci avevano tenuto insieme dopo la Seconda guerra mondiale. Nel frattempo, la globalizzazione avanzava e le élite economico-finanziarie e del web hanno sovrastato la politica, facendo credere che l’unico collante nella nuova costruzione del mondo fosse l’economia, non i valori. Ciascuno è andato avanti per conto suo, la smania di potere e la ricerca del successo economico hanno portato all’affermarsi della guerra”.

Questa conflittualità quali danni infligge al dialogo e al dialogo interreligioso?

“In un clima di conflitto il discorso parareligioso prende il sopravvento, perché chi combatte utilizza la religione come strumento. Ma nel 1986 Papa Giovanni Paolo II, nell’incontro di Assisi con i rappresentanti delle altre grandi fedi, capì come sottrarre la religione da ogni ambiguità verso la guerra e la violenza. In quarant’anni si è molto lavorato per fare passi avanti”.

Vediamo però aggiungersi continuamente nuovi tasselli alla “terza guerra mondiale e pezzi”. A quattro decenni di distanza, lo “Spirito di Assisi” soffia ancora?

“La politica di dialogo ha comunque pagato. Tanti conflitti sono stati risolti quando si è capito che era necessario vedersi gli uni gli altri in modo nuovo. Un risultato è la convivenza che vediamo nelle società europee, a dimostrazione di come le religioni consentano di vivere insieme. Un altro esempio è il ‘Documento sulla fratellanza umana’, firmato da Papa Francesco e dal punto di riferimento dell’Islam sunnita, il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb – qualcosa che non sembrava possibile e invece lo è diventata”.

Il Mediterraneo è diventato “il più grande cimitero d’Europa”, ha detto il pontefice argentino, per via dei tanti migranti che hanno perso la vita durante la traversata. Come trasformarlo nel “grande lago di Tiberiade” che teorizzava Giorgio La Pira?

“Bisogna capire la sofferenza di chi fugge dalla povertà, dalla guerra e dal cambiamento climatico. Nel 2026 i corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio compiono dieci anni. Si tratta di canali che permettono alle persone di entrare in Europa in modo legale: sono la dimostrazione di una soluzione concreta, che si potrebbe allargare all’Unione europea. In secondo luogo, dobbiamo imparare a guardare l’altro non come un pericolo, ma come una persona in pericolo che cerca salvezza, e accoglierla”.

Tra le quattro azioni che Papa Francesco proponeva per affrontare la questione dei flussi migratori, oltre ad “accogliere”, c’erano anche “proteggere”, “promuovere” e “integrare”. Su quale altre dobbiamo più lavorare, secondo lei?

“L’accoglienza non deve essere disgiunta dall’integrazione, ma le politiche a riguardo sono state quasi abbandonate. Nei Centri di accoglienza straordinaria non si insegna più la lingua italiana e sono stati tagliati i fondi previsti per la salute mentale”.

Qual è il messaggio della Pasqua per chi vive in zone di guerra o in situazioni di crisi?

“Un messaggio di speranza per chiunque soffra l’abbandono, la violenza, le ingiustizie, la guerra. La Resurrezione ci dice che tutto è possibile, per chi crede, e affinché le cose cambino dobbiamo condividere la sofferenza di chi sta male”.

Come fare la pace?

“Bisogna innanzitutto conoscere la realtà e le storie degli altri. Finché non conosci l’altro, non lo ami”.

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