Contro l’oblio osare la pace

Conflitti rimossi e scelte mancate

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L’agosto che abbiamo vissuto è forse una cifra del nostro mondo; tra notizie di guerra, speranze di pace, disillusioni e rimozioni. Eppure, non è possibile non guardare ai numerosi conflitti: da Gaza all’Ucraina, dal Myanmar al Sudan, le ostilità continuano a insanguinare il pianeta e dominano la scena. A Gaza è strage di civili con pochi precedenti nella storia. In Ucraina è braccio di ferro non solo tra chi si combatte, ma anche tra chi ha scelto di appoggiare l’uno o l’altro dei contendenti piuttosto che la trattativa. Tuttavia, in piena estate, più forte del solito è la tentazione – molto comune in Occidente – della rimozione, della distrazione, della concentrazione su di sé. Scrive il giornalista Nico Piro che l’Occidente risolve i problemi irrisolvibili con l’oblio. E fa l’esempio dell’Afghanistan, «archetipo di tutti i conflitti contemporanei», dimenticato più volte nel corso di decenni di battaglie, nonostante gli slogan ad effetto e le promesse fatte. A quattro anni – era proprio l’agosto del 2021 – dal ritorno al potere dei taleban, abbiamo rimosso gli impegni che ci eravamo dati e smesso di preoccuparci per la sofferenza della metà femminile della popolazione afghana, così come delle etnie perseguitate. Abbiamo dimenticato di avere un debito con gli afghani. Oggi è un Paese abbandonato a sé stesso: dove non si muore più per la guerra ma per la fame, come mostrano alcuni reportage tra cui quelli di Avvenire. L’Emirato guidato da Haibatullah Akhundzada rafforza la propria autorità iniziando a ricevere quelli che gli esperti chiamano «riconoscimenti striscianti», una sorta di normalizzazione dei rapporti con attori regionali e non solo (Russia, India…). Intanto nel Paese gli spazi di libertà si restringono, le discriminazioni di genere diventano sistema. Fuori dai confini nazionali, come in Iran o in Pakistan, i profughi afghani restano una delle più grandi popolazioni di rifugiati al mondo, in condizioni di grande povertà.

Fortunatamente sono ancora aperti i “corridoi umanitari” voluti da Sant’Egidio, Caritas italiana, Chiese evangeliche e Arci, che non li hanno abbandonati. Con l’Afghanistan si potrebbero fare altri esempi di rimozioni… come l’Africa, un continente spesso dimenticato dal turbinio mediatico. I suoi drammi devono essere epocali per “bucare” la cortina di indifferenza che li separa dai titoli dei notiziari. L’oblio non protegge gli afghani o gli africani, eppure protegge noi stessi “spaesati” (direbbe Todorov) in un mondo molto più fuori controllo rispetto a pochi anni fa. Tutto oggi appare troppo complicato, spingendoci a rifugiarci nell’irrilevanza. Ma è proprio tale spirito rinunciatario di rimozione e disinteresse a ritardare la ricomposizione dell’ordine mondiale.

Nell’era dell’informazione che dimentica rapidamente, in cui l’ultima notizia schiaccia la penultima, politici distratti e opinionisti superficiali si adattano al basso profilo senza immaginare soluzioni di lungo periodo ai drammi dell’oggi. In controtendenza, la giornata di preghiera e digiuno indetta da papa Leone lo scorso venerdì, che ha ricordato al mondo la drammaticità dei giorni che viviamo. L’oblio sembra far comodo di fronte a problematiche complesse, che richiedono studio, continuità, visione. Si tratta di un banale meccanismo di difesa di fronte alla presunta insolubilità delle crisi. Tuttavia, le questioni rimangono insolubili se non le conosciamo, non le affrontiamo, le dimentichiamo. Talvolta i problemi internazionali sono davvero incomprensibili ma ciò non significa che non si possa “abbracciarli”, come diceva Martin Buber, immaginando soluzioni creative che partono dall’interesse per l’altro. È il tempo di un rinnovato senso di responsabilità, di interesse, di tensione unitiva e costruttiva affinché il caos trovi una ricomposizione. Dietrich Bonhoeffer, dopo l’avvento del nazismo, pronunciava queste parole: «La pace va osata: è l’unico grande rischio e mai può essere assicurata. Pace è il contrario di sicurezza». Non avremo mai pace se cerchiamo la sicurezza dell’oblio. Potremo averla se “oseremo” ricordare e capire, se riusciremo a immaginarla oltre ogni rassegnazione. È un rischio appunto, ma la pace merita tali rischi. Sì, è il tempo di rischiare la pace.

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