Quattro anni sono lunghi, poco meno di quanto durò il secondo conflitto mondiale per l’Italia. Eppure, la guerra in Ucraina continua dolorosamente a lasciare dietro di sé le sue innumerevoli vittime. Prima di tutto militari ma anche sempre più civili, insieme a distruzioni, macerie, sofferenze indicibili per i tantissimi profughi e gli sfollati interni.
Il 24 febbraio sarà il quarto anniversario dell’invasione russa, ma nel Donbass la guerra era già iniziata nel 2014. Una triste ricorrenza e, in qualche modo, una sconfitta per la comunità internazionale. Ci troviamo ormai di fronte a una guerra che permane ad alta intensità per gli ucraini, ma che è a basso interesse per il resto del mondo. Certo, qualche tentativo di fermare la guerra c’è stato ed è ancora in corso. Ma quanto dovrà attendere ancora la popolazione ucraina, stremata da bombardamenti continui alle infrastrutture energetiche in un inverno che si è rivelato durissimo?
La diplomazia cammina a passo d’uomo mentre le cifre delle vittime e dei profughi aumentano in modo esponenziale. Secondo stime dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, dall’inizio dell’invasione l’Ucraina ha registrato un numero elevatissimo di sfollati interni, con stime che variano tra i 3,7 e gli oltre 4 milioni.Quasi un quarto della popolazione ucraina è stata costretta a fuggire dalle proprie case. Più della metà degli sfollati interni sono donne e una parte significativa è rappresentata da bambini. Ma si parla poco degli anziani che rappresentano il 28 per cento tra i rifugiati all’interno del paese, cioè circa un milione. Oltretutto c’è da considerare anche il fatto che gli anziani sono molti in Ucraina, paese caratterizzato da un avanzato processo di invecchiamento della popolazione già prima dell’inizio del conflitto e ora ancora di più per la perdita di molti giovani al fronte e i quasi 6 milioni di profughi all’estero.
Dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022, quasi 6,9 milioni di ucraini sono stati registrati come rifugiati a livello globale; a settembre 2025 erano ancora in tale situazione 5,75 milioni. Si tratta di uno dei più grandi esodi in Europa dal secondo dopoguerra. Nell’Unione Europea, già alla fine del 2024, si contavano oltre 4,2 milioni di beneficiari di protezione temporanea, con Germania e Polonia come principali paesi ospitanti. Sono cifre che rischiano di scorrere sotto i nostri occhi come le strisce delle breaking news di un canale televisivo senza che ormai colpiscano più di tanto. Ma dietro i numeri ci sono persone, famiglie, lutti e sofferenze quotidiane.
Tra le poche voci coerenti per giungere a una soluzione diplomatica e giusta del conflitto c’è quella della Chiesa, prima con Papa Francesco e ora con Leone XIV, che sin dalla sua elezione, ha invocato costantemente la fine di quella che chiama “guerra insensata”. Nei suoi messaggi, come quello del Natale scorso e negli Angelus che si sono susseguiti a gennaio e febbraio, come in altre occasioni, ha più volte chiesto un dialogo sincero e costruttivo tra Mosca e Kiev. Non solo: la Santa Sede ha sempre offerto disponibilità ad aprire spiragli diplomatici fra le parti e lo ha fatto attivamente anche attraverso l’azione umanitaria intrapresa dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, per lo scambio dei prigionieri e il ritorno nel loro paese di un buon numero di bambini ucraini.
Azioni importanti perché, oltre al dovere di sostenere in ogni modo le vie che possono portare a delle trattative costruttive, occorre continuare ad essere vicini a chi soffre le conseguenze del conflitto con un aiuto concreto. Anzi, occorre considerare che la solidarietà e, più in generale, l’impegno umanitario sono la prima azione per costruire la pace aiutando a tenere viva l’attenzione nei confronti dell’Ucraina contro la tentazione di cedere alla rassegnazione e all’impotenza.
Ucraina, quattro anni e sette milioni di sfollati.
di Marco Impagliazzo pubblicato il 24/02/2026 su La Nuova Sardegna
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