Il viaggio apostolico in Africa è una tappa significativa del pontificato di Leone
XIV. Scegliendo questo continente “giovane”, a neanche un anno dalla sua
elezione, Prevost lo ha voluto porre all’attenzione della Chiesa e del mondo,
perché riassume in sé le ferite e le attese di tutti i popoli. Basta pensare alle
numerose guerre che lo attraversano e quindi al tema della pace, delle
disuguaglianze sociali, troppe e scandalose, della corruzione dilagante, ma al
tempo stesso della popolazione più giovane del mondo, vera sua ricchezza, che
ha fame di «futuro, speranza e pace», come ha sottolineato il Papa a conclusione
del viaggio, e che chiede di essere ascoltata. Anche perché è qui, per molti versi,
che si giocherà l’avvenire del mondo.
Con il suo lungo viaggio Leone ha espresso l’abbraccio materno della Chiesa
all’Africa nelle sue diverse dimensioni. Ne è prova, simbolicamente, anche il fatto
che il Papa, con i quattro Paesi visitati, abbia incrociato le principali lingue parlate
nel continente: l’arabo in Algeria, il francese e l’inglese in Camerun (che è
bilingue), il portoghese in Angola e lo spagnolo in Guinea Equatoriale. La prima
tappa ad Algeri e Annaba non è stata solo un doveroso omaggio a
Sant’Agostino, ma anche alla Chiesa rimasta fedele a quella terra, piccolissima
minoranza nel grande mare dell’Islam con i suoi diciannove religiosi martiri
contemporanei. Tra questi il vescovo Pierre Claverie e i monaci di Notre Dame
de l’Atlas, uccisi nel 1996 per non avere rinunciato al dialogo con un mondo che
sembrava lontano e ostile ma che avevano ravvicinato con la loro presenza amica
e solidale.
Il Papa ha ricordato in particolare la scelta coraggiosa di fratel Luc, l’anziano
medico di quella comunità monastica, che di fronte al pericolo imminente
rispose: « Io voglio restare qui», nel segno della fraternità universale. In
Camerun ha fatto irruzione il tema della guerra, quella che insanguina ormai da
anni l’Ovest anglofono del Paese con lo scontro tra indipendentisti e governativi
e tante vittime innocenti tra la popolazione. È stato commovente ed esemplare
l’incontro con il Movimento per la Pace a Bamenda che i locali leader religiosi,
cristiani e musulmani, hanno creato per fare argine all’odio: « Beati gli operatori
di pace! – ha alzato la voce il Papa –. Guai invece a chi piega le religioni e il nome
stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è
santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».
Un giudizio netto su chi utilizza il nome di Dio per i “propri” interessi non solo in
Africa che, com’è noto, ha fatto agitare i potenti della terra, chiamati “ masters
of the war”, come nella nota canzone anni Sessanta di Bob Dylan: « I signori
della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso
non basta una vita a ricostruire». Al di là delle polemiche che si sono susseguite
(e l’attacco del presidente Usa) è significativo che parole così forti a favore della
pace siano state pronunciate dall’Africa, troppo spesso dimenticata periferia.
Perché, come osservava papa Francesco, è dalle periferie che la Chiesa si rivolge
al centro, in questo caso il Nord del pianeta nella trappola della Terza guerra
mondiale a pezzi. A Douala, Leone ha parlato della piaga della corruzione che in
molti Paesi africani è diffusa a tutti i livelli della società indicando ai giovani,
come modello da seguire, il giovane martire congolese della Comunità di
Sant’Egidio, ucciso proprio per essersi opposto alla corruzione: « Diventate la
buona notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il Beato Floribert
Bwana Chui, per il popolo congolese». I « poveri luce del mondo», così come li
ha definiti in Camerun, sono stati al centro dei discorsi di Prevost anche in
Angola dove ha scelto di conoscere gli ultimi fra gli ultimi, come i 60 anziani
dell’istituto di Saurimo salvati dall’abbandono e dalle terribili accuse di
stregoneria. Perché in Africa chi è avanti con l’età è a forte rischio di solitudine e
gravi pregiudizi: « Le persone anziane non hanno bisogno solo di assistenza ma
di essere ascoltate». La cura delle persone fragili, ha sottolineato, è «segno di
qualità di vita sociale di un Paese». Discorso molto importante anche per la
Guinea Equatoriale dove papa Leone ha invocato più equità in una nazione che
registra uno dei più alti redditi pro capite del continente, per via del petrolio, ma
al tempo stesso estreme povertà, come quelle incontrate dal Papa nella visita
nel carcere di Bata, dove ha ribadito: « nessuno è escluso dall’amore di Dio».
Un pontificato che prende il largo con questo lungo viaggio in terra africana,
all’insegna dell’Evangelii Gaudium del suo predecessore – citato più volte anche
in questa occasione – e quindi di una Chiesa in uscita, elemento prezioso
soprattutto in Africa dove la crescita del numero dei cattolici non deve ingannare:
le sfide sono tante a partire da quella delle sette neopentecostali, sempre più
numerose e accattivanti con il loro “vangelo della prosperità” che promette
denaro e benessere in nome di Dio e che ruba sempre più spazio alle Chiese
storiche sia cattoliche che protestanti. I discorsi straordinari, pronunciati da
Leone in questa terra, sono la premessa di una nuova missione per le Chiese in
Africa, non solitaria ma accompagnata dall’abbraccio della Chiesa universale che,
con la presenza fisica del Papa, si è fatta compagna di strada e partecipe di tanti
problemi e speranze del continente.

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