Un desiderio di futuro. L’editoriale di Marco Impagliazzo ricorda lo sbarco della Vlora dall’Albania l’8 agosto 1991

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La vicenda di Ceuta ha portato, puntualmente, il dibattito pubblico a usare espressioni che richiamano le invasioni di altre epoche storiche schiacciando il complesso tema delle migrazioni su un unico binario: quello del pericolo e della minaccia. Non una parola sulla sofferenza di un mondo di giovani africani senza leadership, una generazione che cerca futuro nei propri Paesi ma non lo trova, come spesso i loro coetanei occidentali non trovano futuro. Non una parola sui ricongiungimenti familiari, numericamente più consistenti, poca attenzione sui corridoi umanitari, che ne meriterebbero invece molta come best practice che ha fatto le sue prove assicurando accoglienza e al tempo stesso integrazione.

Del resto i termini “sbarco” e “invasione” appartengono al gergo militare e provocano allarme. È facile brandire gli sbarchi dei migranti come una clava con cui percuotere l’opinione pubblica, già provata dalle difficoltà del presente e inquieta di fronte alle incertezze del futuro.

In questi giorni in Italia qualcuno ricorda il più grande sbarco di migranti nella nostra storia nazionale che si verificò trentacinque anni fa. Era l’8 agosto del 1991 quando la sagoma del mercantile Vlora comparve all’orizzonte del porto di Bari, con 18.000 albanesi a bordo. Per loro non ci fu altra risposta che quella del respingimento. Pochi mesi prima, era marzo, ben 24.000 albanesi giunsero a Brindisi su varie imbarcazioni, accolti invece con permessi di soggiorno umanitari (i primi mai concessi) che consentirono di cercare lavoro e iniziare una nuova vita in Italia. Per il governo italiano, gli albanesi di agosto erano diversi da quelli di marzo.

Il dibattito sull`immigrazione, che si era acceso all’insegna della solidarietà e della condanna di ogni razzismo dopo l’omicidio di Jerry Essan Masslo nel 1989 e il successivo varo della legge Martelli, stava virando verso posizioni di chiusura. Così in quel convulso 1991, nel giro di pochi mesi, gli albanesi passarono da profughi da accogliere a pericolosi invasori da respingere. I 18.000 della Vlora furono tutti rimpatriati.

Si trattava di persone salite su quella nave semplicemente perché era stato, d’improvviso, possibile, visto che i poliziotti nei porti non sparavano più su chi assaltava le barche. Persone in fuga dal “paese delle aquile” che la lunga dittatura di Enver Hoxha aveva trasformato in una prigione a cielo aperto. L’Albania sprofondava in una crisi economica drammatica e gli albanesi fuggivano in gran numero. Quanti esattamente affogarono, in quel breve tratto dell’Adriatico, non si saprà mai. Così come non sapremo mai quanti giovani africani e nordafricani sono annegati nel mare di Ceuta.

Gli albanesi, che conoscevano davvero poco del mondo e non avevano potuto espatriare per decenni, sbirciavano il nostro paese attraverso i programmi della Rai. Vedevano un’Italia patinata, quella della pubblicità, ai loro occhi ricchissima, comunque distante dalla realtà. L’Italia era la loro America. I 18.000 della Vlora furono rimpatriati ma rimase la paura dell’invasione.
Il crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale, la dissoluzione violenta della Jugoslavia, il tracollo economico della stessa Albania, facevano temere esodi incontrollabili. Sui media italiani esplose l’allarme invasione. A qualcuno sembrò che quel grande sbarco di migranti preannunciasse un cataclisma, persino la fine della civiltà occidentale. Ci fu addirittura chi, durante un dibattito parlamentare, affermò che il disastro economico dell’est avrebbe avuto come conseguenza «un’emigrazione verso Occidente di dimensioni colossali, con conseguenze di ordine sociale e culturale che potrebbero mettere addirittura in forse la sopravvivenza della democrazia in Europa».

Trentacinque anni dopo la democrazia in Europa gode di discreta salute, nonostante qualche acciacco. Non c’è stata la paventata invasione, né è crollata la civiltà occidentale. I respinti della Vlora, descritti dai media come selvaggi e impossibili da integrare, sono tornati in gran parte negli anni seguenti. Oggi vivono in Italia migliaia di albanesi, completamente inseriti nel tessuto sociale e produttivo del Paese.

Non si possono certo fare paragoni facili tra la Vlora e Ceuta, ma si può scorgere dietro i volti dei giovani albanesi di ieri e dei giovani africani di oggi un uguale, innegabile, desiderio di futuro, cui prima o poi bisognerà dare una risposta che sia vincente per tutti: europei e africani, società con sempre più anziani e paesi ricchi di giovani.

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