Una serata molto feconda, quella di martedì 20 gennaio 2026 al cinema romano delle Provincie (parrocchia di Sant’Ippolito martire a piazza Bologna): invitato dal Gruppo Cultura Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha dibattuto con i tanti presenti su religioni, dialogo, pace.
E’ stata una serata da cui oggettivamente si è usciti con qualche riflessione in più su alcuni temi purtroppo di drammatica attualità: i rapporti tra religioni e pace, la tessitura faticosa di un dialogo di riconciliazione tra contendenti che si considerano ‘nemici’, il delirio bellicista che infuria cercando di convincere grazie alla perversione del linguaggio le opinioni pubbliche occidentali spesso fin qui ben distanti dalle ‘logiche’ di Governi e Parlamenti al guinzaglio dell’industria del riarmo.
Non è certo restato deluso chi (tanti, circa 180 persone) ha partecipato martedì sera 20 gennaio 2026 all’incontro mensile del ciclo promosso anche nell’anno pastorale 2025/2026 dal Gruppo Cultura della parrocchia romana di Sant’Ippolito martire a piazza Bologna, stavolta sul ruolo del dialogo nei conflitti aperti nel mondo. Invitato di grido Marco Impagliazzo, presidente di un movimento laicale, -quello della Comunità di Sant’Egidio – che da oltre mezzo secolo si preoccupa anche di mediare tra chi si combatte sul campo di battaglia. Concretizzando così una volontà di pace che a volte, come ad esempio in Mozambico, in Guinea Conakry e nella Repubblica Centroafricana, è riuscita a portare chi si comportava da nemico ad accettare invece, con la ragione e/o con il cuore, la logica della fraternità.
Siamo anche lieti di aver moderato una serata che tra l’altro è stata animata nella seconda parte da 45 minuti di domande diverse l’una dall’altra, ma tutte concernenti aspetti critici dell’attuale panorama internazionale.
Come sempre, anche questo incontro svoltosi presso il Cinema delle Provincie (di proprietà parrocchiale) è stato aperto e chiuso dalla preghiera (Padre Nostro e Ave Maria) guidata dal parroco don Manlio Asta: ed è stato bello constatare come la sala pregasse con fervore e convinzione.
A Marco Impagliazzo abbiamo dapprima chiesto di sintetizzare la molteplice attività di Sant’Egidio, fondata – come ha ribadito più volte- su tre pilastri fondamentali: preghiera, poveri, pace, ben radicati nel dna della Comunità. Poi siamo passati al tema ‘Religioni e dialogo’, citando alcune affermazioni papali contenute nella Dichiarazione di Abu Dhabi (papa Francesco) del 4 febbraio 2019…ad esempio: “Il pluralismo e le diversità di religione (…) sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”) o nel discorso per il sessantesimo della Dichiarazione Nostra Aetate (28 ottobre 2025, papa Leone XIV)… ad esempio: “La Chiesa Cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni, che ‘riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini’.”.
Nella risposta, molto articolata, Marco Impagliazzo ha ricordato dapprima proprio la Nostra Aetate del 1965: “La Chiesa Cattolica è stata promotrice del dialogo interreligioso”. Che è maturato (e matura) con lentezza, ma nel 1986 è sfociato nell’incontro di Assisi, voluto fermamente da papa Giovanni Paolo II: una preghiera di tanti capi religiosi per la pace,”gli uni accanto agli altri e non in modo sincretistico”. Impagliazzo ha evidenziato che, nonostante i forti attacchi di cui ebbe a soffrire il Papa polacco in tale occasione, lo ‘spirito di Assisi’ ha continuato il suo cammino grazie anche alla Comunità di Sant’Egidio, che dal 1987 (in Santa Maria in Trastevere, presenti il cardinale Carlo Maria Martini e mons. Pietro Rossano) in poi ha promosso annualmente un sempre più partecipato incontro internazionale interreligioso (l’ultimo al Colosseo, con papa Leone XIV). Lo ‘spirito di Assisi’ ha caratterizzato l’impegno di Sant’Egidio nella ricerca della pace attraverso il dialogo in sede internazionale: “Già la pace in Mozambico del 1993 è figlia di tale ‘spirito’” ha rilevato Impagliazzo. Di strada ne è stata fatta tanta, ma spesso se ne è sentito parlare poco, dato che nel sistema mediatico sono le ‘cattive notizie’ a prevalere. E’ così che nell’opinione pubblica restano impresse più facilmente le efferatezze commesse da seguaci dell’una o dell’altra religione. Certo è vero, ha proseguito il presidente della Comunità di Sant’Egidio, che “a volte le religioni possono essere utilizzate come benzina” per appiccare incendi devastanti; ciò vale ad esempio per l’Islam e tuttavia pochi sanno che a Giacarta (capitale dell’Indonesia, lo Stato con il maggior numero di musulmani) un ‘Tunnel dell’Amicizia’ collega direttamente la più grande moschea del Sud-est asiatico e la cattedrale cattolica di Nostra Signora dell’Assunzione.
La Comunità di Sant’Egidio cerca di agire per il dialogo interreligioso e la pace in una settantina di Paesi nel mondo (25 in Africa). Importante oggi il servizio che presta in quelle grandi città europee, “che sono diventate luogo di coabitazione”, grazie ad esempio alle ‘scuole della pace’, diffuse da Roma a Parigi, da Barcellona ad Anversa: queste ultime sono un importante luogo di integrazione per chi viene da Paesi lontani e professa religioni non cristiane. In tale contesto sono rilevanti anche gli oratori, di cui di nuovo – dopo un periodo di appannamento – si riconosce la funzione sociale (si pensi che in Lombardia, ha detto Impagliazzo, tra il 20 e il 30 per cento dei ragazzi dell’oratorio è musulmano o buddista). “Al fondo di ogni religione c’è un messaggio di pace”, ha ribadito il presidente della Comunità di Sant’Egidio, “anche nell’Islam” (e questa, come è noto, è affermazione non universalmente condivisa).
Domande e risposte: dal riarmo alle divisioni nella Chiesa a proposito di guerra
E’ poi intervenuto il pubblico con una serie di domande. Ne evidenziamo alcune. La prima ha riguardato “la propaganda di guerra, per il riarmo, che sembra aver vinto,” anche grazie all’ausilio di buona parte dei mezzi di comunicazione. Per Impagliazzo la ‘cultura del nemico’, insomma il “delirio bellicista”, “ferisce la storia stessa dell’Europa”. Che dimostra che “la pace è possibile”, in un continente che ha pur sempre scatenato nel corso del Novecento due guerre mondiali. Purtroppo “i popoli hanno un’architettura spirituale che ogni tanto si ammala”. Diventa allora fondamentale “conoscere ciò che è accaduto e che sta accadendo”, perché il delirio bellicista si nutre dell’ignoranza di storia e geografia (come ha evidenziato anche il moderatore). Occorre dimostrare solidarietà (vedi il servizio di Sant’Egidio in Ucraina) verso chi soffre e bisogna anche pregare, così da resistere “ai ragionamenti isterici e alla diffusione della dottrina dell’odio”. Una domanda è poi stata posta dal nipote di padre Paolo Dall’Oglio (scomparso in Siria nel senso letterale del termine nel 2013) sul dialogo con il mondo musulmano. Impagliazzo ha rievocato la bella esperienza dell’antico monastero di Mar Musa (riattivato da Dall’Oglio), che “ha vissuto tempi molto duri, ma che dimostra come anche con gli islamici si possa vivere da fratelli “, conservando ognuno la propria fede cattolica o ortodossa.
In un’altra domanda si è posto il problema della divisione nella Chiesa a proposito della guerra. “Nella Chiesa c’è di tutto – ha osservato Impagliazzo – ma noi dobbiamo stare con il Papa, simbolo di unità. E da più di un secolo tutti i Papi hanno definito la guerra come un’inutile strage. Fa male, rende tristi constatare oggi questa divisione nella Chiesa”. A proposito di Stati Uniti, è stata ricordata la recente dichiarazione molto critica verso la politica di Trump (che pure ha un vicepresidente fervente cattolico) di tre cardinali (tutti e tre appartenenti all’ala sinistra della Chiesa USA), amici di papa Leone XIV : qui Impagliazzo ha riferito anche di una presa di posizione ancora più recente dell’ordinario militare statunitense Broglio (certo un conservatore) che ha prefigurato la possibilità dell’obiezione di coscienza da parte dei militari cattolici nel caso in cui Trump decidesse di invadere la Groenlandia.
Si è poi posto il problema del ruolo dei giovani in tale contesto internazionale. Per Impagliazzo molti giovani hanno oggi una mentalità che impedisce loro di considerare coetanei di altri Paesi come nemici; diffidano dunque di quella perversione del nazionalismo che ha scatenato le guerre mondiali del Novecento. Del resto le recenti manifestazioni, tra cui quelle per la Palestina, animate da masse di giovani, hanno dimostrato una sensibilità nuova verso le sofferenze di un popolo, quello palestinese, “preso in ostaggio da Hamas e nel contempo fatto oggetto di una reazione violentissima da parte delle foze armate israeliane che ha causato innumerevoli vittime e sofferenze tra la popolazione civile”. Con altre domande si è chiesto dell’atteggiamento dell’Onu (“che comunque continua a lavorare tra grandi difficoltà, anche con i ‘caschi blu’) e ci si è interrogati sulla reale possibilità dei cristiani di riconoscere il ‘nemico’, intavolando con lui trattative di pace. Per Impagliazzo la guerra si fa “tra due contendenti che non si riconoscono”. Bisogna che si riconoscano, non più come nemici, ma come avversari, così che ognuno ascolti l’altro, il che non significa dargli ragione. Ha rilevato ancora Impagliazzo che tra ucraini e russi non si è mai trattato veramente (salvo forse che all’inizio a Istanbul e in poche altre occasioni minori): è ora finalmente di riuscire a guardarsi negli occhi. In Mozambico, i ‘nemici’ Frelimo e Renamo l’hanno fatto negli Anni Novanta e si sono ritrovati a riconoscersi come figli dello stesso popolo. In altre domande sono emersi i nomi dei vescovi Tonino Bello e Luigi Bettazzi (Pax Christi) e un’esperienza personale di un genitore adottivo di due bambini bielorussi. Infine si è parlato dei rapporti di Sant’Egidio con la diplomazia italiana, che guarda con grande attenzione al lavoro della Comunità.

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