Benvenuto vaccino, inizio di una lunga via. Editoriale di Marco Impagliazzo

da Avvenire del 27 dicembre 2020

Parte oggi, in tutta Europa, la campagna di vaccinazione più imponente della storia: insieme nello stesso giorno.

E già questo è un bel segnale di unità. Travolta da un’epidemia come non se ne vedevano da un secolo, l’umanità ha saputo reagire, con la cura – medici, infermieri, personale sanitario, si sono prodigati per mesi, salvando migliaia di vite umane – e con la ricerca: mai così tanti vaccini erano stati ideati e messi in campo, e a tale velocità.

Il virus resta temibile e miete ancora troppe vittime, ma nel buio vediamo una luce: una giovane infermiera sarà oggi la prima, in Italia, a ricevere una dose del prodotto messo a punto dalla Pfizer. Certo, non è che un inizio. La strada è lunga. E i prossimi tornanti si preannunciano impegnativi.

Ma questo è un momento importante nella lotta contro la pandemia, l’avvio di un percorso destinato a muoverci verso una normalità che protegga la vita dei più deboli, permetta il ripristino di quella socialità di cui tutti abbiamo bisogno, contenga e poi annulli le ricadute economiche del dramma consumatosi nel 2020. Le restrizioni non sono finite, e purtroppo nemmeno i contagi. Si aspettava questo giorno.

Papa Francesco ha detto alla benedizione di Natale urbi et orbi: «In questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini», ammonendo di nuovo che siano «a disposizione di tutti». E occorre vigilare perché lo siano davvero. Tanti sono malati o in isolamento, tanta parte della scuola italiana è rimasta chiusa per mesi, gli istituti per anziani sono chiusi, la solitudine è più amara e più diffusa, in troppi sono preoccupati per il domani e continuano ad allungarsi le file di chi ha bisogno di un pacco alimentare. Ma ora possiamo sperare che il tempo della prova si attenui. Il nostro mondo vede la prospettiva della guarigione dal virus e i nostri cuori guardano al futuro in maniera differente.

«Sbaglia chi pensa che nasciamo una volta sola. Per chi vuole vivere, la vita è piena di nascite», ha scritto qualche giorno fa su queste colonne il poeta e cardinale Josè Tolentino. E questo 27 dicembre può essere in un certo senso paragonato a una nuova nascita.

Una ripartenza, coscienti di quel che è stato, sempre più chiaro con il passare del tempo – cioè che siamo «tutti sulla stessa barca» e che non possiamo fare a meno degli altri – pronti a costruire un tempo migliore. Questo è il compito della stagione che si apre. Verso la fine dei “Promessi Sposi”, mentre la peste si avvia a scomparire, nel lazzaretto padre Felice si rivolge a coloro che ce l’hanno fatta, e stanno per uscirne, e tornare in città, con una predica richiamata qualche mese fa dal Papa durante un’udienza generale: «La memoria de` nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi, […] che tutti son poi finalmente nostri fratelli […]. Cominciamo da questo viaggio, da` primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro!».

Parole che ci aiutano a riflettere sul domani che c’è da costruire e che chiede memoria, consapevolezza, dedizione e visione. Occorre ricordare chi ci è stato rapito dalla tormenta, e riflettere su cosa si è rivelato inadeguato – e qui pensiamo alle migliaia di morti nelle lungo degenze -. Ma anche guardare a quei «tutti» che «son poi finalmente nostri fratelli», sostenere i vecchi e accompagnare i giovani privati della normalità scolastica e della relazionalità cui avevano diritto, e cominciare una vita diversa: «una vita tutta di carità» avrebbe detto Manzoni, fatta di reti, di sostegno, di maggiore prossimità, possiamo dire noi. Come dopo una guerra, abbiamo visto troppa morte per non amare di più la vita in ogni sua fase e stagione.

È necessario il convergere di tutti perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza, per nessuno il futuro sia qualcosa da affrontare da soli o in modo soltanto virtuale. Tutti attendiamo un tempo nuovo, ma perché sia nuovo deve esserlo per tutti.