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Non etichettiamo i ragazzi ma prendiamoli sul serio. I danni del Covid e una sfida educativa che impone verità e coraggio

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 27 maggio 2021

Lo sappiamo: i nostri figli hanno vissuto un dramma nel dramma in questi lunghi mesi di pandemia: le chiusure con ben poca scuola insieme a una pressione psicologica senza precedenti. Su queste pagine se ne è scritto molto, e in profondità, da parte di neuroscienziati, educatori, madri e padri, sacerdoti. Nei giorni scorsi, sulle pagine di un altro quotidiano, anche don Antonio Mazzi è tornato a riflettere sugli adolescenti e sulle conseguenze dirette e indirette del Covid-19 su di loro. Molti studi continuano, intanto, a denunciare il loro crescente disagio, registrando anche i fenomeni più estremi come l’aumento dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo. Ben più diffuso è risultato lo smarrimento per l’isolamento forzato e la maggiore difficoltà di frequentare i coetanei.

Molti genitori e insegnanti hanno visto figli e studenti chiudersi in se stessi, ritrovarsi più “spenti” o “arrugginiti”, più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, hanno gettato la spugna e stanno scivolando via nelle maglie larghe della didattica a distanza. Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito unintera generazione. Che fare? Come ripartire “con” e “da” questi ragazzi? La strada non può essere quella di insistere sul tema della “generazione Covid”, come ha fatto notare giustamente don Mazzi: «Da noi arrivano ragazzi affetti da disturbi internalizzanti o esternalizzanti. Convinco i genitori che dobbiamo affrontare la sofferenza di un ragazzo che [solo] in minima parte è malattia. Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Mi rifiuto (salvo casi gravissimi) di catalogare i ragazzi che chiedono aiuto, come ci siamo sempre rifiutati di etichettare chiunque». Non si può creare una nuova categoria in cui incasellare un adolescente in difficoltà, preludio a una medicalizzazione (e dunque a una deresponsabilizzazione) del problema.

La soluzione sta nel farsi carico di una domanda di futuro e rispondere con più vicinanza, partecipazione, responsabilità: i nostri figli ci chiedono più vita e più senso della vita. È utile (e a chi?) attribuire ai ragazzi etichette che definiscano precocemente le diversità così come avviene nel sistema scolastico e nella nostra società? Si tratta in realtà di scorciatoie che illudono di superare i problemi anche perché certe etichette o definizioni rischiano di accompagnarli per tutto il percorso scolastico con conseguenze anche oltre la maturità. Umberto Galimberti sostiene che ci troviamo immersi in una cultura che persuade ciascun individuo di essere fragile e debole e che rende indispensabile il continuo ricorso a pratiche terapeutiche o allassistenza di un tutor. Con il disagio adolescenziale legato al Covid-19 si rischia di andare nella medesima dire- zione, ma la nostra società non può fare a meno del contributo attivo di questi ragazzi e giovani che rischiano di essere “scartati”. «I giovani maturano se attratti da chi ha il coraggio di inseguire sogni grandi, di sacrificarsi per gli altri, di fare del bene al mondo in cui viviamo», ha detto papa Francesco agli Stati Generali della Natalità. È ciò che dobbiamo offrire ai nostri figli per farli uscire dal grigiore triste di un mondo segnato dalle limitazioni e dallautolimitazione. Una stagione nuova in cui prenderci cura, come comunità, dei più giovani con responsabilità e fiducia. Il punto è credere che i cuori di bambini, adolescenti e giovani guariranno se le mete che si porranno davanti a loro saranno allaltezza delle sofferenze che tutto il pianeta ha attraversato. In altre parole se non li etichetteremo come malati, ma li considereremo parte della cura di cui il mondo ha bisogno. Se non li medicalizzeremo, ma li vorremo come medici di un tempo nuovo, fatto di cura dellambiente, di rispetto per i più fragili, di gente che si sente sulla stessa barca.

Mario Draghi, parlando a sua volta allincontro romano sulla natalità, ha annotato: «Perso l`ottimismo, spesso sconsiderato, dei primi dieci anni di questo secolo, è iniziato un periodo di riesame di ciò che siamo divenuti. E ci troviamo peggiori di ciò che pensavamo, ma più sinceri nel vedere le nostre fragilità, e più pronti ad ascoltare voci che prima erano marginali». Quello che si apre è il tempo di una nuova sincerità. Con noi stessi, adulti che ritrovano una strada di verità e responsabilità. E con i giovani, non più marginali, ma centrali nella costruzione di un futuro diverso e migliore. Non certo marchiati come i nuovi malati, bensì protagonisti a pieno titolo di una società fondata sulla partecipazione e appassionata del domani.

Decalogo contro la crisi. C’è bisogno di scuola e di scuola in presenza

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale di Aprile 2021

In questi ultimi mesi l`attenzione dei media e dell`opinione pubblica in generale si è concentrata più volte – con giuste motivazioni – sulle difficoltà degli studenti delle superiori, costretti dalla pandemia alla didattica a distanza. Poco, però, si è detto sul percorso a ostacoli vissuto, sempre per gli effetti delle norme anti-Covid, dagli alunni delle scuole elementari e medie inferiori, e delle sofferenze – anche rilevanti – che ha prodotto soprattutto nelle famiglie più fragili e nelle zone più marginali del Paese. Una scarsa attenzione che fa riflettere e pensare a ciò che diceva Maria Montessori quando parlava del bambino come “cittadino dimenticato”.

Per fare luce sugli effetti che sta provocando la pandemia su questa fascia di età, in cui la scuola, al pari della famiglia, conta molto, la Comunità di Sant`Egidio ha realizzato un`inchiesta che ha fatto emergere gravi difficoltà. L`indagine – che si è svolta in 23 città di 12 regioni su un campione di 2.800 bambini delle Scuole della Pace della Comunità (centri pomeridiani in cui si offre un sostegno scolastico e, al tempo stesso, un`educazione alla pace) – ha rilevato infatti che 1 minore su 4 è a rischio di dispersione, se non di abbandono, per il numero eccessivo di assenze ingiustificate o perché non frequenta la scuola dall`inizio dell`anno. In caso di interruzione della didattica per le quarantene o le disposizioni regionali, 1 bambino su 2 avrebbe difficoltà a seguire le lezioni a distanza (la ormai nota Dad). Altro dato allarmante: il rischio di dispersione è 3 volte più alto nelle regioni del Centro-Sud.

Il quadro disegnato è preoccupante se si pensa che il campione dei minori preso in esame, pur provenendo per lo più dalle zone periferiche delle nostre città, ha comunque usufruito di un supporto dalla Comunità di Sant`Egidio per risolvere almeno una parte dei loro problemi. Occorre aggiungere che l`Italia è il Paese nell`ambito Ocse che, nell`ultimo anno, ha chiuso le scuole più a lungo: 18 settimane contro una media di 14. Nei principali Paesi europei, nel 2020, le scuole sono state riaperte tra la fine di aprile e di maggio mentre in Italia sono rimaste chiuse fino a settembre. Una diminuzione delle ore effettive di scuola che, se si somma alle chiusure parziali e a i periodi di isolamento, sta già avendo conseguenze pesanti sulla formazione dei bambini.

Alla luce di questi dati e dell`esperienza, non solo di Sant`Egidio ma di tante realtà del mondo dell`istruzione, a partire da molti insegnanti, emergono forti preoccupazioni per la crescita di una povertà educativa che può avere, alla breve come alla lunga durata, effetti estremamente negativi. Occorre, infatti, ricordare che in Italia la spesa per l`educazione è tra le più basse dei Paesi industrializzati e, dal punto di vista della formazione del corpo insegnante, il nostro Paese è agli ultimi posti nell`Ocse. Ma soprattutto l`Italia già partiva, in era pre-Covid, da un dato di dispersione scolastica, in tutti i cicli, del 13,5 per cento, cioè la più alta nell`Unione europea. In attesa di nuovi dati statistici a livello nazionale, è verosimile che nell`ultimo anno la situazione sia peggiorata, come abbiamo registrato, seppure parzialmente, con l`inchiesta. E che sia destinata ad aggravarsi ulteriormente se non verranno presi provvedimenti capaci di invertire la rotta. A questo quadro occorre aggiungere i segnali di allarme sullo stato psicologico e ambientale della fascia più giovane della popolazione, come dimostrano i continui episodi di risse, di violenza ma anche di autolesionismo, registrato da strutture ospedaliere come il Bambin Gesù.

L`imperativo civico è, quindi, di intervenire con urgenza sui problemi irrisolti della scuola italiana e tracciare un percorso concreto. Illustrando l`inchiesta già citata, il 21 gennaio scorso la Comunità di Sant`Egidio ha presentato una serie di proposte, una sorta di “decalogo” per uscire dalla crisi. Tra quelle più importanti c`è il recupero delle ore perse a causa dell`emergenza dettata dal virus, sfruttando anche il periodo estivo, prolungando la scuola – se possibile – fino a metà luglio e riaprendola anticipatamente il primo settembre. Occorre verificare, inoltre, se ci sono stati ostacoli – così come ci è stato segnalato da più parti – all`iscrizione per il prossimo anno scolastico, che è scaduta il 25 gennaio scorso, in modo da recuperare eventuali ritardatari.

Benvenuto vaccino, inizio di una lunga via. Editoriale di Marco Impagliazzo

da Avvenire del 27 dicembre 2020

Parte oggi, in tutta Europa, la campagna di vaccinazione più imponente della storia: insieme nello stesso giorno.

E già questo è un bel segnale di unità. Travolta da un’epidemia come non se ne vedevano da un secolo, l’umanità ha saputo reagire, con la cura – medici, infermieri, personale sanitario, si sono prodigati per mesi, salvando migliaia di vite umane – e con la ricerca: mai così tanti vaccini erano stati ideati e messi in campo, e a tale velocità.

Il virus resta temibile e miete ancora troppe vittime, ma nel buio vediamo una luce: una giovane infermiera sarà oggi la prima, in Italia, a ricevere una dose del prodotto messo a punto dalla Pfizer. Certo, non è che un inizio. La strada è lunga. E i prossimi tornanti si preannunciano impegnativi.

Ma questo è un momento importante nella lotta contro la pandemia, l’avvio di un percorso destinato a muoverci verso una normalità che protegga la vita dei più deboli, permetta il ripristino di quella socialità di cui tutti abbiamo bisogno, contenga e poi annulli le ricadute economiche del dramma consumatosi nel 2020. Le restrizioni non sono finite, e purtroppo nemmeno i contagi. Si aspettava questo giorno.

Papa Francesco ha detto alla benedizione di Natale urbi et orbi: «In questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini», ammonendo di nuovo che siano «a disposizione di tutti». E occorre vigilare perché lo siano davvero. Tanti sono malati o in isolamento, tanta parte della scuola italiana è rimasta chiusa per mesi, gli istituti per anziani sono chiusi, la solitudine è più amara e più diffusa, in troppi sono preoccupati per il domani e continuano ad allungarsi le file di chi ha bisogno di un pacco alimentare. Ma ora possiamo sperare che il tempo della prova si attenui. Il nostro mondo vede la prospettiva della guarigione dal virus e i nostri cuori guardano al futuro in maniera differente.

«Sbaglia chi pensa che nasciamo una volta sola. Per chi vuole vivere, la vita è piena di nascite», ha scritto qualche giorno fa su queste colonne il poeta e cardinale Josè Tolentino. E questo 27 dicembre può essere in un certo senso paragonato a una nuova nascita.

Una ripartenza, coscienti di quel che è stato, sempre più chiaro con il passare del tempo – cioè che siamo «tutti sulla stessa barca» e che non possiamo fare a meno degli altri – pronti a costruire un tempo migliore. Questo è il compito della stagione che si apre. Verso la fine dei “Promessi Sposi”, mentre la peste si avvia a scomparire, nel lazzaretto padre Felice si rivolge a coloro che ce l’hanno fatta, e stanno per uscirne, e tornare in città, con una predica richiamata qualche mese fa dal Papa durante un’udienza generale: «La memoria de` nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi, […] che tutti son poi finalmente nostri fratelli […]. Cominciamo da questo viaggio, da` primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro!».

Parole che ci aiutano a riflettere sul domani che c’è da costruire e che chiede memoria, consapevolezza, dedizione e visione. Occorre ricordare chi ci è stato rapito dalla tormenta, e riflettere su cosa si è rivelato inadeguato – e qui pensiamo alle migliaia di morti nelle lungo degenze -. Ma anche guardare a quei «tutti» che «son poi finalmente nostri fratelli», sostenere i vecchi e accompagnare i giovani privati della normalità scolastica e della relazionalità cui avevano diritto, e cominciare una vita diversa: «una vita tutta di carità» avrebbe detto Manzoni, fatta di reti, di sostegno, di maggiore prossimità, possiamo dire noi. Come dopo una guerra, abbiamo visto troppa morte per non amare di più la vita in ogni sua fase e stagione.

È necessario il convergere di tutti perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza, per nessuno il futuro sia qualcosa da affrontare da soli o in modo soltanto virtuale. Tutti attendiamo un tempo nuovo, ma perché sia nuovo deve esserlo per tutti.

Francesco, Chaplin e un sogno vero. Per uscirne tutti insieme

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 29 novembre 2020

Nel 1940, ottant’anni fa, in un autunno di guerra in Europa, quando si intuiva già il dramma in cui il mondo stava precipitando, anche se non era ancora chiara la profondità dell’abisso (60 milioni di morti, la Shoah, l’atomica su Hiroshima e Nagasaki), usciva nelle sale statunitensi il film di Charlie Chaplin, “Il grande dittatore”.
In quel film – è noto – Chaplin interpreta due parti, quella di Adenoid Hynkel, versione caricaturale di Hitler, e quella del somigliantissimo barbiere ebreo, al quale, scambiato per il dittatore, nella sequenza finale viene chiesto di arringare la folla. Ne viene fuori un bellissimo “discorso all’umanità”.

Il cambiamento di registro – dal comico all’ispirato – lasciò perplessi i critici, ma oggi quelle parole testimoniano la visione di Chaplin sull’uomo e sul domani, il suo personale «I have a dream» e, al tempo stesso, interpretano i sentimenti di miliardi di uomini e di donne.
«Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, neri e bianchi. Tutti noi esseri umani vogliamo aiutarci l’un l`altro, siamo fatti così. Vogliamo vivere fianco a fianco con la felicità del prossimo, non con la sua miseria», dice il barbiere. “A coloro che mi ascoltano io dico: non disperate! Non siete macchine! Non bestie! Siete uomini! Avete l’amore per l’umanità nei vostri cuori! Voi, il popolo, avete la forza di costruire la felicità! Di far sì che la vita sia libera e bella, sia una magnifica avventura! Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a ognuno un lavoro, ai giovani un futuro, agli anziani la sicurezza».

Anche noi, in questo autunno di tristezza e scontento che si sta già facendo inverno, mentre viviamo un tempo tanto difficile, siamo chiamati a guardare oltre, a non disperare, a credere ancora più fortemente che «un mondo nuovo» sia possibile, a costruire orizzonti di unità e di solidarietà. È il tema della Fratelli tutti, l’enciclica per la stagione che viene, per un mondo che è a un bivio. In pieno disordine globale, nel mezzo di una «terza guerra mondiale a pezzi», esposti a una pandemia come non se ne vedevano da un secolo, alle prese con le sue ricadute economiche, le persone sono disorientate, preoccupate, impaurite. Che fare? Papa Francesco ha chiaro che si tratta di scegliere un futuro di «fraternità universale», in cui l’altro non sia il mio nemico, ma mio fratello.
Insieme all’epidemia la solitudine è un ulteriore contagio che si diffonde, si disgregano le reti che tengono insieme la polis, si accentuano le divisioni tra le nazioni, le culture, i continenti. Una comunicazione senza mediazioni, soggetta all’istinto e aliena dalla riflessione, induce a chiudersi, illude di poter fare da soli. Il magistero pontificio vive della convinzione opposta. E Francesco, in questa nostra epoca, è l’uomo della «fraternità universale».
La Chiesa non accetta di rattrappirsi, di essere una comunità senza sogni. Continua a parlare perché il mondo sia diverso, perché esso abbia un futuro. È quel che il Papa ha detto ai giovani domenica scorsa: «Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia».
La notizia è che il presente può cambiare. Che il futuro possiamo costruirlo migliore, anche se oggi siamo in guerra contro il virus e contro le sue lunghe conseguenze economiche e sociali. La notizia è che un tempo nuovo può essere cercato e costruito, come ci ricorda anche l’Avvento che sta per iniziare, nell’opera di uomini e donne che rammentano di essere umani, e di essere tutti fratelli, come ci ripete la nascita di Gesù.
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Il muro che tiene separati gli anziani

di Marco Impagliazzo su Corriere della Sera del 22 settembre 2020

Un’ampia categoria di cittadini è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una «normalità protetta»

Caro direttore, nelle ultime settimane, nonostante la permanenza della pandemia da Covid 19, si è giustamente scelto il progressivo ritorno — con le precauzioni del caso — non solo alle attività lavorative e scolastiche, ma anche alle relazioni sociali, a partire dall’estate, nei luoghi turistici e in ogni città, talvolta con preoccupazione per gli assembramenti provocati. C’è però un’ampia categoria di cittadini che è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una «normalità protetta»: gli anziani «istituzionalizzati».

La Comunità di Sant’Egidio, presente da anni con operatori e volontari in centinaia di residenze sociosanitarie e socio-assistenziali, ritiene fortemente riduttive le «nuove linee guida» dell’Istituto Superiore di Sanità per le visite negli istituti di familiari ed amici. L’iniziativa poteva essere un passo positivo verso il reinserimento degli anziani nella socialità. In realtà così non è stato. Nonostante le pesantissime restrizioni alle relazioni sociali patite dagli over 65 durante il lockdown fino ad oggi, con gravi conseguenze psicologiche e sanitarie, le linee guida esprimono una politica di protezione degli ospiti estremamente restrittiva riguardo alle relazioni interpersonali, tale da configurare una violazione dei diritti individuali. Mentre si comprendono facilmente le restrizioni applicate a chi è infetto e dunque sottoposto a regime di quarantena, appare assai più discutibile attuarle per chi dovrebbe essere protetto e non è portatore di alcuna infezione. Si giunge, in taluni casi, ad imporre misure restrittive non lontane da quelle utilizzate in un regime carcerario.

Basta pensare che non viene affermato il diritto a ricevere visite, ma tutto rimane a discrezione del responsabile della struttura e riservato a casi eccezionali oltre alla limitazione a un solo familiare per visitatore e il massimo di 30 minuti per la visita. Piuttosto che una politica restrittiva, riteniamo sia necessario il contrario, cioè favorire maggiormente i rapporti degli ospiti con l’esterno, pur con le necessarie cautele, includendo, oltre ai familiari, anche amici e volontari, considerato il grande numero di persone sole tra gli ospiti.

Tali restrizioni non garantiscono una protezione efficace per i più fragili, mentre è accertato che sono le relazioni personali a costituire un indispensabile fattore di protezione per la salute fisica, mentale e psichica di ogni individuo. Certo, occorre assolutamente evitare nuovi focolai di Covid-19 negli istituti, come è purtroppo avvenuto in modo drammatico nei primi mesi della pandemia. Va però ricordato che la grande maggioranza dei contagi in queste strutture non è avvenuta a causa delle relazioni con i familiari o altri visitatori — che invece sono stati i primi a denunciare ciò che stava accadendo — ma per la mancata osservanza delle norme di prevenzione da parte degli istituti che ospitano gli anziani. E’ necessario, piuttosto, produrre controlli più stringenti sul personale sanitario che – nonostante l’eroismo personale di molti operatori – risulta troppo spesso coinvolto, suo malgrado, nella catena dei contagi e sulle politiche attuate dalle direzioni di tali strutture.

La difficoltà o l’impossibilità di fatto di avere notizie degli ospiti, lamentata da più parti — spesso dai parenti — non è stata inoltre oggetto di attenzione nell’ambito delle linee guida fissate dall’Istituto superiore di sanità. È invece necessario, quando non sia possibile un incontro in presenza, indicare almeno figure di riferimento che garantiscano informazioni e relazioni, anche con videochiamate e mezzi informatici, strumenti che mancano quasi del tutto nelle strutture ospitanti.

Anche per quanto riguarda la tutela della salute degli ospiti degli istituti rileviamo pesanti criticità. Il documento sconsiglia, ad esempio, di uscire per visite specialistiche senza proporre alternative: è una disposizione che limita di fatto il diritto alla cura, tenendo presente che si tratta di persone con patologie anche gravi o croniche che necessitano di essere seguite adeguatamente. E anche il suggerimento ai medici di famiglia di ricorrere alla telemedicina, notoriamente ancora poco diffusa negli istituti per anziani, invece della visita in presenza — che non sarebbe impossibile garantire — produrrà probabilmente una riduzione della tutela sanitaria. Gli anziani, anche quelli «istituzionalizzati», non possono diventare cittadini di serie B, ma al contrario, nel rispetto rigoroso delle procedure di prevenzione, essere i primi a godere delle attenzioni delle istituzioni e della società italiana. Non separiamo i destini di chi è più giovane da chi è anziano! La società ha bisogno di ponti e non di muri.

Marco Impagliazzo
Presidente della Comunità di Sant’Egidio

Covid-19. Pandemia. Aiutiamo più che mai l’Africa ad aiutarsi

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 30 luglio 2020

Una pandemia è tale perché investe tutti gli angoli del pianeta. È di questi giorni la crescente preoccupazione per il progredire del coronavirus in Africa. Qualcuno aveva immaginato che il continente sarebbe stato quasi risparmiato dall’infezione. Nella stessa Africa alcuni Paesi vedevano negativamente un allarme che avrebbe avuto un pesante impatto sulle economie nazionali e hanno smesso di comunicare le cifre relative ai contagi e ai morti. In altri era stata la popolazione a contestare i decreti di chiusura, ricorrendo addirittura alla magistratura. Altrove, infine, si era detto sarebbe stato sufficiente far ricorso a rimedi tradizionali o comunque alla portata di tutti.
In realtà, purtroppo, i numeri accelerano, e molti rumors circolano fra la gente. Si sa o si vocifera di ex presidenti, ministri e parlamentari malati o morti per il virus, si sospetta che i decessi improvvisi dei parenti, degli amici, dei vicini siano dovuti al Covid19. Il virus si rivela sempre più un ospite indesiderato che bussa alla porta di ogni nazione.
Del resto, sono gli stessi dati a dircelo. L’epidemia non dipende più, come all’inizio, dai viaggi internazionali, ma si diffonde autonomamente. E a gran velocità.

Il quinto Paese al mondo per casi non è latinoamericano ma è il Sudafrica, con quasi 460.000 infezioni e oltre 7.250 morti (cfr. www.worldometers.info/coronavirus). E in tutto il continente si contano oltre 874.000 contagiati e più di 18.500 decessi ufficiali. Già, ufficiali. Perché il grande tema è quanto siano affidabili i dati forniti in situazioni sanitarie sotto stress, nel quadro di una generale carenza di risorse e dovendo scontare una cronica difficoltà di comunicazioni.

Che valore dare ai 15mila positivi della Costa d’Avorio quando risultano da 90mila tamponi, cioè un positivo ogni 6, ovvero ai 7mila della Guinea che scaturiscono da appena 14mila tamponi (1 positivo ogni 2)?
È chiaro che le cifre a disposizione sono solo la punta di un iceberg, che non fotografano la realtà di un’epidemia la quale, come abbiamo imparato in Europa, colpisce in maniera subdola. Il virus si muove oggi rapidamente anche in Africa mentre i posti in terapia intensiva sono davvero poca cosa, così come il numero dei respiratori è scarso e i dispositivi di protezione individuale in grado di tutelare gli operatori sanitari sono carenti un po’ dappertutto.
E in più gli Stati africani devono fare i conti con le conseguenze economiche e sociali della pandemia nonché dell’azzeramento dei collegamenti con il Nord del mondo.
Detto questo, il quadro resta articolato. Nel continente ci sono Paesi – il Ruanda, ad esempio – che hanno raggiunto risultati estremamente positivi nel contrasto della pandemia, sviluppando un sistema integrato di test, tracciamento e cure paragonabile a quelli utilizzati a latitudini ben più ricche di risorse. E c’è poi da registrare la vivacità e l’impegno sul campo delle mille realtà della società civile africana che cercano di arginare la diffusione del virus dando indicazioni di base sulla prevenzione: dal lavaggio delle mani al distanziamento fisico, all’uso delle mascherine. Colpisce pure la capillarità con cui i messaggi di prevenzione sono veicolati dai social media fino a raggiungere ognuno. O realtà della cooperazione, come il programma Dream di Sant’Egidio, sostenuto dalla Cei, che si prodigano anche per i test sierologi. C’è almeno da sperare che il dramma dell’epidemia lasci in Africa, come eredità, una maggiore coscienza civile e più diffuse conoscenze d’igiene pubblica.
Per aiutare il continente in questa fase difficile è urgente che gli Stati occidentali non diminuiscano l’aiuto pubblico allo sviluppo come sono tentati di fare ora.

È nostro interesse che l’Africa sia resiliente alla pandemia: l’alternativa sarebbe drammatica.Contemporaneamente occorre operare per salvaguardare le rimesse (diminuite ma pur sempre la prima fonte di reddito esterno) rendendo meno cari i money transfer. È essenziale aumentare la connessione (in terapia e ricerca) tra sanità europee e africane utilizzando le comunicazioni online per condividere tutta la capacità scientifica necessaria. Infine, bisogna prepararci a distribuire il vaccino anche in Africa perché non sia lasciata indietro.