Il distacco di Francesco dalla cultura dell’odio e dalle offese al Profeta. Il confronto con l’Islam
Il Concilio lateranense IV, nel 1215, si era concluso con un solenne appello alla crociata. Papa Innocenzo III si era dichiarato pronto a partecipare personalmente alla spedizione, ma morì a Perugia prima di poter realizzare il suo desiderio. In ogni caso, la macchina della crociata, messa in moto dal Concilio, continuò a funzionare, così che un notevole esercito partì nell’estate del 1217.
In quello stesso anno Francesco inviò in Oriente frate Elia con alcuni compagni, che si stabilirono a San Giovanni d’Acri, che era, dopo la caduta di Gerusalemme, la capitale del regno latino. Anche i crociati si erano stanziati in quella città, da cui tentarono diverse sortite contro Damasco, per poi decidere di spostare la guerra in Egitto per colpire il Sultano al-Malik al-Kamil, che controllava Gerusalemme. Decisero, quindi, di porre sotto assedio Damietta, importante porto al delta del Nilo, che controllava i traffici con il Mediterraneo.
Francesco aveva desiderato raggiungere le terre di Islam sin dal 1212. Un primo tentativo fallì per il naufragio della nave; successivamente, passando per la Spagna, ci fu un secondo fallimento a causa della malattia. Infine, decise di recarsi in Terra Santa nel 1219, nel momento di massimo scontro tra i due eserciti.
Frate Giordano da Giano nella sua Cronaca descrive l’evento con poche parole: «Nell’anno tredicesimo della conversione, [Francesco] affrontò i pericoli inevitabili del mare per giungere tra gli infedeli e si recò dal Sultano. Ma prima di giungere da lui, subì molte ingiurie e offese, e non conoscendo la loro lingua gridava tra le percosse: “Soldan, soldan!”. E così fu condotto da lui e fu onorevolmente ricevuto e curato molto umanamente nella sua malattia. Ma poiché presso di loro non poteva portare frutto, si dispose a partire; e, per ordine del Sultano, fu accompagnato con scorta armata fino all’esercito dei cristiani, che allora assediavano Damietta».
Si tratta del famoso incontro di Damietta con al-Malik al-Kamil del 1220. Per cogliere l’originalità di quell’incontro si può proporre un confronto con le altre, contemporanee, missioni minoritiche in terra d’Islam: i frati che andarono in Marocco e la missione di frate Egidio in Tunisia. I frati in Marocco furono martirizzati perché insultarono insistentemente il profeta, cercando e, per così dire, provocando il loro stesso martirio. Egidio a Tunisi ebbe un comportamento analogo e si salvò soltanto per l’intervento di mercanti genovesi che lo costrinsero a ripartire per impedire che le sue imprecazioni contro Mohammed rovinassero i loro buoni rapporti con i musulmani.
Nel caso di Francesco nessuna fonte accenna a eventuali parole di disprezzo di Francesco verso l’Islam e il suo profeta. Il motivo di questo comportamento è la sua sequela letterale del Vangelo che proibisce di rivolgersi all’altro nemmeno apostrofandolo stupido. Tuttavia, la scelta di Francesco di non usare un linguaggio bellico e non aggredire verbalmente l’Islam e il suo profeta ha implicazioni di carattere più generale.
L’incontro di Damietta e il dialogo interreligioso
La guerra, ogni guerra, produce una visione distorta del nemico, che è sempre privato dei tratti umani e descritto come pazzo, indemoniato, disumano. La prima biografia di Mohammed circolata in Occidente è quella che Gilberto di Nogent ha inserito nella sua cronaca della prima crociata. In essa il profeta è descritto come un epilettico (quindi un indemoniato), che muore divorato dai maiali. Questo tipo di propaganda negativa penetrava tra chi combatteva le crociate e vedeva nel musulmano un nemico.
Francesco rifiutandosi di offendere il profeta, in realtà fa qualcosa di raro: si distacca dalla cultura dell’odio e dalla propaganda bellica che accompagnava l’impresa crociata. È questo atteggiamento che gli guadagna la benevolenza del Sultano. Ci si può chiedere quali frutti abbia portato questo incontro. La risposta, registrata già nelle fonti medievali, è che non portò nessun risultato tangibile in quel momento: il Sultano non si convertì al cristianesimo e la crociata non cessò rapidamente. Non a caso le fonti arabe non registrarono affatto l’avvenimento. Ma l’importanza di quell`incontro fu l’incontro stesso.
Non era affatto scontato che un uomo disarmato, insieme a un compagno anche lui senza armi, passasse il fronte di guerra e si recasse a parlare con il capo dell’esercito nemico. Non era scontato che si instaurasse tra i due un vero dialogo. Un particolare del racconto di Giordano da Giano merita di essere sottolineato: Francesco «fu da lui [il Sultano] onorevolmente ricevuto e curato molto umanamente nella sua malattia». È possibile che Francesco fosse già malato nel 1219 ed è sicuro che la scienza medica era molto più sviluppata nella società islamica che in quella europea all’epoca. È possibile che al-Malik al-Kamil non solo abbia accolto con onore l’ospite inaspettato, ma anche lo abbia fatto curare da uno dei suoi medici.
Francesco ha compreso che il Vangelo non può essere comunicato con la forza e con le armi e infatti, nella Regola non bullata del 1221 (due anni dopo l’esperienza di Damietta) dedicherà un capitolo a “Coloro che vanno tra i Saraceni e gli altri infedeli”, nel quale prevede due modi di comportarsi in mezzo a loro. «Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito santo».
L’invito a non fare né liti né dispute è in chiara contrapposizione non solo con i crociati, ma anche con i suoi stessi frati che, in Marocco, avevano scelto un approccio provocatorio. Quanto all’idea di essere «soggetti a ogni creatura umana», essa andava contro le disposizioni dei canoni della Chiesa del tempo, che vietavano ai cristiani di fare da servi in casa di infedeli. Per Francesco è il servizio la via privilegiata della testimonianza evangelica.
Più o meno nello stesso tempo in cui scriveva la Regola, Francesco scrisse anche una lettera ai Reggitori dei popoli, in cui diceva: «Vogliate offrire al Signore tanto onore in mezzo al popolo a voi affidato, che ogni sera si annunci, mediante un banditore o qualche altro segno, che all’onnipotente Signore Iddio siano rese lodi e grazie da tutto il popolo». È stato ipotizzato che a Francesco l’idea sia venuta ascoltando il muezzin che chiamava alla preghiera ogni sera in terra d’Islam.
Al tempo di Francesco non vi era alcuna idea di dialogo interreligioso, ma l’incontro di Damietta è posto come fondamento di questo dialogo per la semplice ragione che si trattò di un vero dialogo. L’incontro di Damietta, nel cuore di uno scontro armato, dimostrò allora, e continua a dimostrare ancora oggi, che è sempre possibile dialogare e che il dialogo dà frutti insperati anche dopo molto tempo.

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