Archivio mensile:aprile 2014

Gesù chiama tutti (anche per Pasolini)

Avvenire, 17 aprile 2014

Nell’aprile di cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini iniziava le riprese del Vangelo secondo Matteo, un capolavoro del cinema italiano e mondiale, una testimonianza di come la figura di Cristo, il messaggio evangelico, tocchino i cuori al di là di ogni previsione. È noto come Pasolini si sentisse interrogato dalla fede, colpito dalla radicalità e dalla semplicità delle pagine evangeliche che si era trovato a leggere, tutte d’un fiato, in una piccola stanza della “Pro Civitate Christiana” ad Assisi, mentre papa Giovanni si apprestava a visitare la città di San Francesco e ad aprire il Concilio. Quella radicalità e semplicità il regista si sarebbe sforzato di far rivivere sul grande schermo, in un miracolo di fedeltà al testo e di reinterpretazione artistica, dedicato alla «cara, lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII». Questa dedica alla vigilia della canonizzazione suona ancora più forte.

Il Vangelo secondo Matteo è senz’altro figlio del suo tempo. Il Cristo impersonato da Enrique Irazoqui è un contestatore, un rivoluzionario, che parlava nel profondo a un tempo percorso dal fermento conciliare, pronto a vivere il Sessantotto. E del resto, come avrebbe affermato lo stesso Pasolini, «dire alla gente “porgi al nemico l’altra guancia” era una cosa di un anticonformismo da far rabbrividire, uno scandalo insostenibile: e infatti l’hanno crocifisso. Non vedo come in questo senso Cristo non debba essere concepito come rivoluzionario».

A cinquant’anni di distanza il film parla ancora. Il suo bianco e nero fuori tempo ha un messaggio anche per la nostra generazione, proprio mentre si avvera quella “profezia” che era il cuore della riflessione del poeta-regista, ovvero l’idea del consumismo e del materialismo come destino del mondo, l’idea di un «mondo, dove al centro è il potere, il denaro», ma queste ultime sono parole di papa Bergoglio. Il Vangelo secondo Matteo parla oggi di una nuova sete di verità e di radicalità. È una sete che coinvolge credenti e non credenti, protagonisti di una ricerca che non ha paura di essere anche spirituale. Quella sete a cui il Papa ha risposto chiedendo di leggere almeno una pagina del Vangelo ogni giorno. Al di là dello spessore di Pasolini, della particolarità della sua figura, il suo porsi da lontano – «da non cattolico», diceva – in maniera rispettosa e ammirata di fronte al protagonista dei Vangeli, non è più tanto raro. È il porsi di un intero mondo, anche europeo, è l’atteggiamento di tutto un tempo, non più ideologico. Dice papa Francesco: «Credenti, non credenti, di questa confessione religiosa o dell’altra tutti siamo fratelli. Quando l’uomo va su una strada di onestà, cercando la verità, per una strada di bontà e di bellezza, è su una buona strada, e troverà Dio di sicuro! Prima o poi lo troverà!».

Il film ci ricorda anche come un’oscura, arretrata periferia dell’impero possa farsi centro. Quelle immagini, i volti di uomini e donne marginali, segnati dalla vita, la povertà dei paesaggi urbani e rurali presenti nell’opera, ai “Sassi” di Matera non ancora restaurati e recuperati sono ben comprensibili durante la Settimana Santa. Pasolini ricostruisce “per analogia”, il mondo periferico e senza splendore in cui Gesù ha vissuto, il mondo povero e marginale in cui vive la maggioranza dell’umanità. Quel mondo, nella sua miseria, si è fatto centro scalzando il potere imperiale del tempo. Quegli stessi scenari, ridisegnati da una Parola che trasforma i cuori, possono farsi centro ancora una volta, contestando al potere e al denaro, al materialismo dei nostri giorni, la loro presa sulla vita degli uomini. «L’uomo è al centro della storia», ha ripetuto spesso il Papa. «Ecce homo», ecco il centro di una nuova storia. Non il potere, non il denaro, bensì l’uomo.

L’uomo può ridiventare protagonista della storia, di quella nuova storia che è anticipata dall’ultima scena del “Vangelo”, il sepolcro che si apre e Cristo non è più avvolto nel sudario: è risorto! E il “Gloria” che si ascolta è quello di una messa cantata congolese, testo latino e musica del continente più giovane di tutti, allora estrema periferia del mondo.

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Rom, falso problema. Al centro la scuola

Avvenire, 8 aprile 2014

Si celebra oggi la Giornata internazionale dei popoli rom e sinti. È una celebrazione nata nel 1971 a Londra dove, per la prima volta, si svolse un raduno della piu numerosa minoranza del nostro continente.
Oggi, a più di quarant’anni di distanza da quell’evento, i rom e sinti nei 28 Paesi della UE sono stimati tra i 10 e i 12 milioni. In Italia sono circa 150mila, di cui la metà cittadini italiani e buona parte di Paesi comunitari come la Romania e la Bulgaria.
Va ricordato il dato più evidente: si tratta di una popolazione molto giovane. Il 35,7% dei rom e sinti che vive in Italia ha meno di 15 anni, mentre i loro coetanei in Europa raggiungono soltanto il 15%. C`è poi un altro dato che sfida tante categorie vecchie con cui li si guarda considerandoli nomadi: l`80% di loro sono ormai stabili. È dunque un errore affrontare la questione con le categorie del “nomadismo”. Rom e sinti chiedono stabilità.
È quello che l`Europa ha capito e cerca di trasmettere ai Paesi membri. La Commissione europea nel 2011 ha delineato i quattro assi portanti della politica del continente riguardo questi popoli: inserimento nel mondo del lavoro, politica di alloggi, accesso alle cure e all`istruzione. Sono assi di una politica di integrazione che tiene conto della realtà e non di stereotipi o antichi pregiudizi. L`integrazione appare l`unica strada per evitare fenomeni di antigitanismo nei popoli europei e di illegalità nei popoli rom e sinti. La prima integrazione deve partire dalla scuola poiché più di un terzo di questa minoranza è in età scolare. Eppure fa impressione il dato sulla frequenza scolastica. In Europa solo il 42% dei bambini rom e sinti completa la scuola primaria. I loro coetanei “gagé” raggiungono il 97,5%. Se poi si passa alla secondaria il dato è ancora più preoccupante: solo il 10% la completano. È dunque sulla scuola che bisogna lavorare.
In Italia sono iscritti a scuola solamente 11.400 rom e sinti: non certo un`invasione. È prioritario allargare questo numero. La scuola è il vero motore dell`integrazione soprattutto se riesce a favorire la frequenza scolasticaregolare. Ciò aiuta a prevenire il coinvolgimento dei bambini in attività di accattonaggio e in altre attività lavorative, educa alla convivenza fra diversi e favorisce quella continuità di contatti fra genitori e scuola che è indice di responsabilità. Il diritto alla scuola – come titola un programma di successo di inserimento scolastico della Comunità di Sant`Egidio – è il diritto al futuro.
Pochi giorni fa il Commissario europeo Viviane Reding ha affermato: «Sono avvenuti piccoli miracoli nel percorso di integrazione dei rom in alcuni Paesi europei». Sono parole incoraggianti, che si riferiscono a fatti concreti di cui sono protagonisti i rom e sinti, le istituzioni e il mondo associativo, da cui ripartire per non perdere la speranza di giungere alla piena integrazione.
Rom e i sinti continuano a rappresentare una “questione” nelle società occidentali, ma è un problema che eccede largamente la realtà oggettiva di una comunità piccola e marginale. Suscitano reazioni sproporzionate alla loro consistenza: poche migliaia in città di milioni di abitanti.
Se dovessimo stare alle cronache di molti giornali, la loro rilevanza (e pericolosità) sociale è per lo più limitata a espressioni di piccola delinquenza. Ma è un fatto che più frequentemente essi sono protagonisti, anche nelle cronache, di drammi umani, come la morte per incidenti o per freddo dei loro bambini ancora troppo estranei alla maggioranza del corpo sociale. Bisogna far crescere la partecipazione di questi popoli al loro riscatto sociale. Il fatto è che sappiamo molto poco chi sono i rom e i sinti, anche se essi vivono nelle nostre città e nei nostri Paesi da secoli. Quali e quante differenze tra loro che non vengono nemmeno prese in considerazione! La costruzione culturale e sociale europea soltanto a fatica riesce a fare i conti con questa minoranza. Di essa continuiamo a sapere molto poco e, di conseguenza, ad assumercene poco la responsabilità. Dalla giornata internazionale che si celebra oggi venga alla nostra cultura, che ha sempre avuto l`ambizione di indagare a fondo con visioni e prospettive ogni aspetto della storia, la spinta ad approfondire una riflessione pacata e intelligente su questi popoli che hanno bisogno di integrazione. È più possibile, di quanto pensiamo e facciamo, dare loro un futuro umano e dignitoso.

Marco Impagliazzo

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