Archivio mensile:agosto 2015

Valdesi, il comune cammino. Il gesto (ricambiato) del Papa

 

Avvenire, 26 agosto 2015

di Marco Impagliazzo

Con qualche fretta eccessiva, e senza una comprensione profonda di un cammino di riconciliazione complesso e delicato tra la Chiesa cattolica e quella valdese, alcuni organi di stampa hanno ieri titolato che i valdesi e i metodisti rifiutavano la richiesta di perdono fatta da papa Francesco lo scorso 22 giugno nella sua visita alla chiesa valdese di Torino. Il fraintendimento giornalistico è nato da un passaggio della lettera aperta indirizzata al Papa dal Sinodo valdese riunito in questi giorni a Torre Pellice: «Questa nuova situazione non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al loro posto». Da qui la semplificazione: i valdesi non accettano la mano tesa e la richiesta di perdono di Francesco.

Non è così. Tale interpretazione è stata decisamente respinta dal pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese: «Chi ha interpretato così non ha nessuna sensibilità religiosa, teologica, filosofica. Forse è un passaggio troppo teologicamente raffinato che invece il Papa comprenderà benissimo». Insomma, una tempesta in un bicchiere d’acqua, prontamente placata con vivo senso di responsabilità dal moderatore della Tavola. Non è però un temporale estivo, ma un fatto storico. Anche perché il perdono cristiano non consiste in scuse formali o rituali, una specie di sorry inglese.

È un episodio che fa riflettere sulla necessità di analizzare con cura certi fatti, soprattutto quando si tratta di vicende lunghe, dolorose, che hanno portato a divisioni, a separazioni anche violente. Molto significativo è il gesto del Sinodo valdese: un gesto diretto al Papa, una lettera in cui lo si chiama «caro fratello in Cristo Gesù». Il perdono si inserisce in una storia di cristiani che si riconoscono fratelli: «Le nostre Chiese (valdese e metodista, ndr) sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi». Questo sì che appare un fatto nuovo: è una notizia? In tanti crediamo di sì: le Chiese evangeliche italiane sono disposte a scrivere una storia nuova insieme alla Chiesa cattolica. Finora questa storia comune non era esistita, salva l’amicizia e la fraternità realizzate tra singoli valdesi e cattolici.

Per ottocento anni ha pesato un’estraneità densa di divisione, anche perché il papato si è coinvolto in alcuni fatti storici che hanno duramente ferito la comunità valdese. La decisione di una rinnovata storia comune – ha dichiarato Bernardini – è meditata e impegnativa, non estemporanea. Nasce da un evento storico: le parole di Francesco nel tempio valdese di Torino. Tra l’altro è la prima volta che un Sinodo valdese si rivolge direttamente a un Papa. È il segno di una comunicazione fraterna che, se non cancella come un colpo di spugna la storia, mostra il livello di fiducia tra cattolici e valdesi.

Sono fatti cristiani, che vanno analizzati con debita attenzione nella loro complessità e profondità. Non si possono capire attraverso semplificazioni. Sono stati possibili per la Chiesa cattolica grazie alla lunga strada intrapresa cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II e dal lavoro di tanti cristiani che hanno fatto dell’impegno ecumenico una vocazione, aprendo nuove strade di comprensione e di unità.

Nella Chiesa valdese si possono ricordare i pastori Valdo Vinay, che tanti legami anche personali ha intessuto con i cattolici e che per anni ha predicato regolarmente alla preghiera della Comunità di Sant’Egidio, e Renzo Bertalot, generoso pioniere dell’ecumenismo e tra i fondatori della Società Biblica in Italia. Al Sinodo valdese sono presenti pastori, come Paolo Ricca, che con grande gioia vivono questa nuova stagione di amicizia. Questa è una storia del cristianesimo italiano con lacerazioni più antiche di quelle della Riforma, ma anche oggi una vicenda grande nella storia religiosa del nostro Paese. Insomma, in Italia, sta succedendo qualcosa d’importante.

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Marco Impagliazzo su Roma: “La Chiesa lanci una riflessione sul futuro della città”

 

SIR Servizio Informazione Religiosa, 26 agosto 2015

di Maria Chiara Biagioni

È l’auspicio di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che non si nasconde i mali della città e delle persone che la vivono: tanto individualismo, solitudine e assenza di responsabilità. E rilancia con una domanda: “Che cosa vogliamo fare di Roma?”. A partire dalle sue periferie, ormai “luoghi dormitorio dove praticamente non ci sono punti di aggregazione”

Per la sua carica di presidente della Comunità di Sant’Egidio,Marco Impagliazzo è diventato nel tempo un cittadino del mondo alle prese con le sfide delle povertà, del dialogo tra i popoli, della risoluzione dei conflitti. Ma Marco Impagliazzo è nato, cresciuto ed ha studiato a Roma. Lo abbiamo intervistato in questa “veste” di cittadino romano, per sapere cosa pensa della sua città dopo i ripetuti scandali di malavita e malaffare che stanno ripetutamente scuotendo la città eterna.
Di che cosa è malata Roma?
“Roma è malata innanzitutto di individualismo, nel senso che mancano le comunità. Mancano le comunità di riferimento che c’erano nel passato. Mancano le reti sociali che hanno fatto la vita dei nostri quartieri e delle nostre periferie fino a 20 anni fa. In questo senso è una malattia di solitudine e di isolamento delle persone. Più che Roma è malata, sono malate le persone di solitudine che vivono in questa città. L’assenza di reti e di comunità – se non quelle della Chiesa e delle parrocchie che però ancora faticano a registrarsi con l’invito di Francesco a uscire – fa sì che molte persone si sentano sole e senza punti di riferimento. E soprattutto le periferie sono diventate ormai luoghi dormitorio dove praticamente non ci sono punti di aggregazione”.
Quando ci fu l’appello di Gassman ad armarsi di scopa per ripulire la città, in pochissimi hanno aderito. Anzi, alcuni lo hanno criticato. Non fu così a Milano dove i cittadini scesero per strada a pulire dopo le devastazioni dei black bloc il primo maggio. Come si configura la tipologia del romano medio di fronte alle sfide che presenta Roma?
“Più che della tipologia del romano medio, direi che effettivamente ci si è abituati ad una città di cui nessuno più ha la responsabilità. Di cui non ci si sente più responsabili, in parte perché è mancata una visione sulla città e la politica non ha saputo esprimere una prospettiva e dire che cosa vogliamo fare di Roma. Non si sono sentiti più discorsi o convegni a questo livello. Non si sono più ascoltate grandi idee su Roma. E quindi da una parte è diventato normale chiedersi: perché devo pulire io la città? E con quale prospettiva? E dall’altra assistiamo ad una deresponsabilizzazione. Naturalmente ognuno di noi ha una colpa nel vedere una città non curata nei suoi tanti aspetti”.
Questa è la situazione. Da dove può nascere un sussulto per ridare dignità ad una città che è la più bella del mondo: sede della cristianità e culla della civiltà romana?
“Non vedo che cosa possa nascere nell’amministrazione e nelle forze politiche che sono alle prese con problemi interni e problemi di gestione del Campidoglio, che poi non interessano i romani della periferia e non interessano i romani in genere. Credo invece che la Chiesa dovrebbe lanciare una grande iniziativa di riflessione sulla città. Cosa vogliamo fare di Roma? Siccome questa iniziativa per almeno 10 anni non è venuta dalla classe politica, forse oggi la Chiesa potrebbe farsi carico di questa iniziativa”.
Ma perché la Chiesa?
“Perché la Chiesa ha un presenza capillare, è presente in tanti parti della città, ne conosce le sofferenze, ma anche le sue prospettive e le sue realtà positive. È rimasta l’unico o uno dei pochissimi luoghi di aggregazione pur con tutti i suoi limiti, anche se fa ancora fatica a mettersi in uscita come ci chiede papa Francesco. Ma è sicuramente una Chiesa che ha toccato tante ferite della città, che ogni giorno si mette in ascolto dei dolori dei suoi abitanti e soprattutto può con uno sguardo di Misericordia – come ci chiede il prossimo anno santo – tirar fuori qualche grande idea dalla sua storia”.
Ma secondo lei la Chiesa di Roma è all’altezza di questo compito?
“A livello di tante parrocchie si fanno cose importanti. Tutto sta ad uscire, perché il territorio è più grande del confine di una parrocchia e uscire significa mettersi negli ambienti dove le persone vivono, lavorano, operano”.
Da romano, che augurio fa alla sua Roma?
“Da romano mi auguro che Roma sia sempre la città dell’accoglienza per tutti coloro che vengono. Roma ha più del 10% dei suoi cittadini che sono immigrati. Mi auguro allora che Roma sia una città dove si impari a vivere insieme, che possa diventare un esempio di come si può vivere pacificamente. E poi mi auguro una città che si prenda cura dei suoi tanti abitanti, soprattutto di quelli che vivono nelle periferie”.

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La solidarietà nell’agenda di tutti. Gli obiettivi Onu di sviluppo sostenibile

Avvenire, 4 agosto 2015

di Marco Impagliazzo

Il mondo ha una nuova agenda di sviluppo globale, si chiamerà “Obiettivi di sviluppo sostenibile” e sarà ratificata il prossimo settembre dall’assemblea dei capi di Stato e di governo all’Onu. Si tratta di un’Agenda, più ampia di quella degli otto Obiettivi del Millennio, valida per i prossimi quindici anni e costruita attorno a ben diciassette grandi obiettivi che puntano a mettere fine alla povertà, a promuovere il benessere dei cittadini e a proteggere l’ambiente. Nel testo si parla di una «visione assolutamente ambiziosa e trasformatrice». Sono parole importanti e impegnative in un tempo, come il nostro, caratterizzato da assenza di visione del futuro. Ban Ki-moon l’ha definita «l’agenda della gente».
La speranza è una politica che parta dai bisogni della gente e che sappia essere veramente efficace. Per questo l’Agenda è un’ottima notizia che dà l’obiettivo di un nuovo mondo possibile. Da essa emerge la consapevolezza che non solo lo sviluppo ma anche la pace e la sicurezza sono strettamente legate alla lotta contro la povertà, specie quella estrema. L’obiettivo 3 indica la necessità di assicurare salute e benessere a ogni età della vita. Molto significativo è l’obiettivo di promuovere un’efficace e pervasiva tutela dei diritti delle donne. Quante bambine sono ancora private del diritto di andare a scuola, subiscono violenza, mutilazioni genitali e discriminazione!
La parola che sottende a questa nuova agenda mondiale è “solidarietà”. È parola tanto cara a papa Francesco, divenuta- anche grazie al suo impegno – chiave del nostro tempo. Parola e idea potente nel secolo scorso. Ha mosso intelligenze, ha alimentato movimenti collettivi, ha architettato sistemi di redistribuzione del reddito secondo criteri di equità, ha prodotto benessere diffuso in tante parti del mondo. È stata anche il motore della creazione di uno Stato “provvidente”, che cioè non dimentica nessuno. È stata il combustibile per l’affermazione di tanti diritti civili. Ha contribuito a dare dignità al lavoro. In una parola, ha cambiato il corso della storia. L’Europa dalle ceneri della guerra è rinata anche grazie alla solidarietà. Ed è stata ancora la solidarietà – ricordiamo le vicende polacche – ad accendere la miccia della grande rivoluzione pacifica che ha spazzato via i regimi comunisti dell’Est, ricostituendo le basi dell’unità politica e spirituale del continente.
Poi è cambiato qualcosa. Tony Judt, storico molto attento ai mutamenti della sensibilità comune, l’ha indicato: non più l’interesse di tutti ma i bisogni e i diritti di ognuno, con il declino del senso di uno scopo condiviso. Non è ciò che è capitato in questi anni? Il senso di uno scopo condiviso è sembrato essersi eclissato. “Salva te stesso”, è stato il messaggio più diffuso e praticato. Raoul Follereau diceva che «nessuno ha il diritto di essere felice da solo». E Zygmunt Bauman afferma che «nessuno o quasi continua a credere che cambiare la vita degli altri abbia una qualche utilità per la propria vita». È la morte del “noi”.
Ecco perché ha ragione papa Francesco quando dice che la crisi economica che ha attraversato il mondo in questi ultimi anni (e che sembra non finire mai) è innanzitutto una crisi dell’uomo. C’è un passaggio illuminante nella Evangelii gaudium: «Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati”, ma rifiuti, “avanzi”».
Ecco, ora l’Agenda di sviluppo sostenibile ricentra la storia su quegli orizzonti umani, geografici o culturali, purtroppo diventati invisibili: fa della solidarietà la scelta più saggia per non condannarsi all’auto-distruzione. C’è una grande coincidenza tra i nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile e la visione globale di papa Francesco. Sono la cura della casa comune, la ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale (si rilegga la Laudato si, e la solidarietà come spazio umano entro il quale torna a essere possibile riconoscersi come fratelli. Dall’Onu, istanza che rappresenta i popoli della terra, si percepisce il senso di una svolta. Il “cambiare rotta” è affidato a tutti.

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