Archivio mensile:dicembre 2015

Oltre la paura. Fine d’anno resistendo alla guerra

Avvenire, 30 dicembre 2015

di Marco Impagliazzo

Antonio Gramsci scrisse che «odiava» il capodanno, convinto «che ogni mattino è capodanno»: «non bisogna – diceva – perdere il senso della continuità della vita e dello spirito». Se è vero che nella vita e nella storia esiste la continuità, fa riflettere questa posizione gramsciana di «odio» per il capodanno. Alcuni messaggi, in questa fine d’anno, vorrebbero spingerci a mettere tra parentesi un giorno, additato come pericoloso, per le minacce del terrorismo.

Tra gli aspetti che hanno caratterizzato il 2015, c’è infatti il moltiplicarsi di fatti di terrorismo jihadista. Papa Francesco, nel messaggio di Natale “Urbi et Orbi”, ha ricordato le vittime delle «efferate azioni terroristiche, particolarmente delle recenti stragi avvenute sui cieli d’Egitto, a Beirut, Parigi, Bamako e Tunisi». Il 2015 è segnato dalle ferite del terrorismo: morti, feriti e distruzioni in varie parti del mondo. Quale la risposta della politica, della società, delle istituzioni, di ciascuno di noi?

Nella storia – si sa – i paragoni non reggono. Se dovessimo però cercarne uno per la situazione che viviamo, potremmo trovarlo nel 2001: anno in cui il terrorismo – male antico e mai sopito – riemerse con tanta forza, anche mediatica. Allora, in Occidente, si era impreparati a rispondere. Le reazioni furono di vario tipo, talune scomposte. Alcuni gridarono allo «scontro di civiltà», altri incolparono una religione, anzi la religione in quanto tale. Vennero poi la risposta securitaria e quella delle armi: la guerra del bene contro il male, si disse. Afghanistan prima, Iraq poi. Oggi, dopo tanta storia vissuta nell’ultimo decennio, abbiamo imparato che la guerra non è la soluzione, ed è ingannatrice come l’idea dello «scontro di civiltà» o, peggio, «di religione».

Se nel mondo musulmano ci sono responsabilità chiare nel non aver contrastato seriamente il terrorismo sia a livello di Stati che di certa opinione pubblica, dobbiamo anche constatare come, da qualche anno, il terrorismo colpisca i musulmani in particolare (sciiti e sunniti), e che Daesh stia facendo una guerra per il potere, innanzitutto, nelle aree a maggioranza islamica. La guerra in Siria, da quasi cinque anni, sta distruggendo l’intero Paese: è il terreno in cui si sviluppa un terrore che travolge tutto e tutti, nessuno escluso. E addirittura diventa il luogo per l’esportazione del terrore, come con gli attentati di Parigi.

La minaccia esiste, non va sottovalutata, ma gli strumenti bellici, non bastano e hanno mostrato i loro limiti. C’è il “fronte interno” delle nostre società. Oggi siamo più spaventati di ieri. La paura è ormai una compagna costante della vita. Ma la paura – si sa – non è una buona consigliera e non aiuta a fare le scelte di lungo periodo che s’impongono in questo momento storico. Dal 2001 le società hanno cominciato a proteggersi meglio, il lavoro di intelligence è cresciuto, anche se, in certi casi, manca il coordinamento internazionale. Certamente tante contromisure sono state prese e hanno evitato guai peggiori.

Il problema è però come liberare le nostre società dalla paura (quella che la strategia terroristica impone). Lo si fa, creando legami, motivando e comunicando il gusto e la responsabilità di vivere insieme. C’è bisogno di una rigenerazione della società, specie nelle periferie anonime. Una società più motivata rende più agevole l’integrazione dei “nuovi europei”.

La casa si costruisce insieme, con il contributo di tutti, partendo da fondamenta comuni e condivise che sono la storia e i valori dell’Europa: il diritto, la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà.

Oltre ad amare i valori, bisogna però incontrare e amare le persone: questo è un punto di svolta che spesso manca, ma che ricrea una coesione sociale. L’Anno Santo della misericordia lo ricorda e lo insegna a chi crede e a chi non crede,. Perché la misericordia è maestra di vita, a differenza della paura. Su queste basi si potrà lavorare meglio sull’integrazione, vero nodo della pace sociale in Europa, a partire dalle periferie.

E poi c’è il grande compito sul “fronte esterno”: la pace. La pace che faremo sarà la vera sconfitta del terrorismo. Non a caso la Chiesa apre il primo giorno dell’anno (dal lontano 1968) nel nome della pace. E il capodanno, che altrimenti si può anche arrivare a odiare, così ha più senso.

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C’è anche tanto d’Europa nella partita francese

Avvenire, 8 dicembre 2015

di Marco Impagliazzo

L’avanzata populista e la crisi dei vecchi partiti Dopo gli attacchi terroristici, di cui è stata vittima neanche un mese fa, la Francia ha vissuto domenica scorsa una vera e propria rivoluzione politica. Si è parlato di choc elettorale perché, dai risultati del primo turno, il Front National di Marine e Marion Le Pen risulta il primo partito del Paese. Senza dubbio si tratta di un dato che colpisce l’Europa e che pone interrogativi sul futuro dell’Unione.

Prima di tutto interessa la Francia perché vede in crisi un progetto che risale alla Rivoluzione, sul modello di società e di democrazia che questo Paese è riuscito a trasmettere, nel bene e nel male, al continente e al mondo intero. Entra in crisi un progetto storico e, insieme, con grandi cambiamenti al loro interno e la perdita di consenso, i due grandi partiti che ne avevano a lungo costituito l’ossatura politica: il partito socialista e il centrodestra.

Il primo ai suoi minimi storici – anche se Hollande, la cui popolarità è risalita dopo gli attentati di Parigi, ha evitato il tracollo – il secondo in grande affanno nonostante l’unificazione sotto la sigla Les Républicains voluta da Nicolas Sarkozy. Un altro dato di cui tenere conto è che, a votare il Front, sono stati tanti giovani alla ricerca di un senso di identità forte. Proprio ciò che, ancora nel bene o nel male, non sembrano più riuscire a offrire i partiti storici o altri movimenti. Questo voto è anche un preoccupante segnale per l’Europa e la tenuta dell’Unione: una Francia populista, in qualche modo horbanizzata, cioè più vicina al modello ungherese che ha portato alla costruzione di nuovi muri, non giova certo all’integrazione del continente e al suo comune futuro politico.

La disaffezione dei cittadini francesi al voto, manifestato con un altissimo livello di astensionismo, è un fenomeno che si accompagna a queste riflessioni e che dovrebbe spingere i francesi e tutta l’Europa a interrogarsi su come riavvicinare i cittadini alle istituzioni, a partire dai giovani e dalle periferie. E a chiedersi se le forme tradizionali dei partiti reggono ancora in una società che cambia pelle con una velocità fino a poco tempo fa inimmaginabile. C’è però da considerare che si tratta del risultato del primo turno e che il sistema di voto francese è tale da offrire possibilità di riscatto al ballottaggio per le forze sconfitte domenica scorsa.

I repubblicani potrebbero conquistare un buon numero di regioni e forse anche i socialisti, almeno in tre cantoni, potrebbero vincere anche se – al pari del rassemblement dei repubblicani – appaiono divisi al loro interno, ad esempio sulle politiche della sicurezza. E il Front National offre parole d’ordine dirette, più semplici e identitarie. Se riuscirà ad andare al governo in qualche regione dovrà passare ai fatti, e una società complessa non si governa né si rasserena con gli slogan. La sfida è aperta, ed è una sfida in cui non si può lasciare sola la Francia. È in gioco anche il futuro della società europea.

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