Archivio mensile:febbraio 2016

Francesco, la Chiesa, il mondo

Settimanale della Diocesi di Como, 24 febbraio 2016

Intervista a Marco Impagliazzo, di Enrica Lattanzi

Nel discorso pronunciato nel dicembre 2014, quando fu riconfermato alla guida della Comunità di Sant’Egidio, le parole-chiave che scandirono il suo discorso furono “preghiera, poveri, pace”. Questo è Marco Impagliazzo, professore di Storia Contemporanea presso l’Università per Stranieri di Perugia, oltre a essere alla guida, per il secondo mandato, del movimento laicale fondato, nel 1968, da Andrea Riccardi attorno alla chiesa di Sant’Egidio in Trastevere e oggi diffuso in tutto il mondo in oltre una settantina di Paesi. Marco Impagliazzo, nell’ambito degli incontri di “Pensieri al Centro”, sarà a Como, il prossimo mercoledì 24 febbraio, alle ore 20.45, presso il Centro Pastorale Cardinal Ferrari (in viale Cesare Battisti, 8). Titolo del suo intervento: “Il rapporto Chiesa- mondo nel magistero di papa Francesco”. 
Quali sono i punti di novità del pontefice? 
«Direi che ogni Papa – ci ha risposto Impagliazzo –, a partire dal suo punto di vista, dal retroterra culturale, dal Paese di provenienza, ci porta elementi nuovi. Siamo stati travolti dal grande cambiamento che fu l’elezione di san Giovanni Paolo II, il primo papa non italiano dopo secoli. Egli ci aprì alle Chiese dell’Est, alla resistenza al comunismo, ai nuovi martiri. Imparammo tanto, da lui, su situazioni che ben poco conoscevamo. Poi il papa emerito Benedetto XVI, che ci ha portato nella grande cultura teologica tedesca. Con papa Francesco, che, come ama dire “viene dalla fine del mondo”, ci confrontiamo con la grande tradizione della Chiesa latino-americana, che conta milioni di fedeli e si caratterizza per il forte legame con il popolo. Questo papa ama molto l’Europa, però, ce lo ripete spesso, non ha ancora capito quale funzione vuole avere l’Europa nel XXI secolo: se vuole essere più una nonna o una madre feconda. È questo passaggio che Francesco vuol far vivere alla Chiesa europea: essere più missionaria, meno ripiegata su se stessa, meno minoranza creativa e più evangelizzatrice».
Papa Francesco ci stupisce in continuazione… Pensiamo a quanto è accaduto proprio in questi giorni con l’incontro, a Cuba, con il patriarca Kirill: un abbraccio fra Oriente e Occidente in sospeso dall’anno 1054… 
«Francesco è un papa che cammina senza il peso del passato. Con san Giovanni Paolo II, rispetto al patriarcato di Mosca, c’era l’ombra ingombrante del rapporto fra polacchi e russi. Qualche passo in più si è fatto con il papa di origine tedesca. Ma oggi questo pontefice porta con sé una visione che non spaventa la tradizione russa, ma anzi, è di stimolo per guardare insieme ai grandi scenari internazionali. Questo incontro, poi, è stato possibile anche perché, purtroppo, la situazione dei cristiani, nel mondo, si sta progressivamente aggravando. Di fronte ai nostri fratelli che sofrono e subiscono persecuzioni, le divisioni appaiono sempre più senza senso e si comprende che si deve camminare insieme. L’invito è a unirsi nel nome di chi è perseguitato perché cristiano. Poi c’è la grande questione della “terza guerra mondiale a pezzi”, concetto che il pontefice ha modificato rispondendo a una domanda nell’ultima intervista rilasciata al Corsera. C’è troppa violenza: la guerra, ormai, è efettiva. Infine c’è l’elemento ecologico, emerso con chiarezza nell’enciclica “Laudato si’!”: serve una nuova unità dei cristiani per la custodia e la salvezza del Creato».
Lei ha partecipato come delegato al Convegno ecclesiale di Firenze. Quali sollecitazioni sono arrivate alla Chiesa e al laicato italiano dal questo grande incontro e dalle parole di papa Francesco? 
«L’orizzonte indicato dal papa è quello dell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”. Anzi. Francesco ha chiesto a tutti i delegati di lavorare, nei prossimi anni, avendola come testo di riferimento. Il pontefice ci ha parlato di una Chiesa in uscita… e in Italia ci sono tante possibilità, grazie a comunità, parrocchie, movimenti, associazioni. La nostra è una realtà segnata dalla significativa presenza dei cattolici nella società. Abbiamo una forza spirituale che dobbiamo spendere nel tempo della globalizzazione, che è, purtroppo, un tempo di profondi individualismi. Oggi è più complicato essere cristiani, perché siamo nel tempo del virtuale. È più difficile parlarsi, incontrarsi. Siamo tutti in rete, ma ciascuno sta per conto suo. Cosa vuol dire essere “Chiesa comunione” in un contesto che da molta importanza al virtuale? Essere Chiesa in uscita, oggi, significa anche andare fra la gente, cercare occasioni di incontro, portare il grande messaggio della misericordia di cui si parla tanto in questo anno giubilare. A Firenze, poi, ho colto un bel clima di apertura, di sinodalità. È questo sentimento che sta emergendo: c’è il desiderio di mettersi l’uno in ascolto dell’altro. È un passo significativo. Chiesa sinodale non significa “Chiesa-che-crea-nuove-strutture”, che finiscono con lo schiacciare la capacità di profezia. Sinodalità è accorgersi che esiste l’altro e ci si mette in dialogo. Infine ci è chiesto di essere Chiesa dei poveri. Una Chiesa non che si occupa delle povertà, ma che va, fisicamente, verso i poveri e si lascia evangelizzare, convertire da loro. Lo dico a partire dalla mia personale esperienza in Sant’Egidio. I poveri sono evangelizzatori perché sono il volto di Gesù. Incarnano il “sacramento del fratello”, accanto al sacramento dell’altare».
Sempre a partire dalla sua esperienza come presidente della Comunità di Sant’Egidio, come pensa che si stiano affrontando i grandi problemi delle società contemporanee, come la forte pressione migratoria? 
«A livello politico, e parlo dei migranti, si sta affrontando con grandi ritardi e con poca visione quella che non è un tema ma è una grande questione del XXI secolo. Due sono le sfide di oggi. I migranti. E gli anziani, perché la popolazione, grazie a Dio, sta invecchiando, per merito dei progressi della medicina, per lo sviluppo. Ma non ci siamo resi conto di cosa voglia dire gestire un mondo fatto sempre più di anziani. Tornando ai migranti, credo che il papa, a partire dal suo primo viaggio apostolico a Lampedusa, ci ha posto una domanda decisiva: dov’è tuo fratello? Questi che arrivano sono nostri fratelli e sorelle che chiedono di essere accolti senza troppe distinzioni (migranti economici, per motivi di guerra, che chiedono protezione umanitaria…). Non è alzando nuovi muri (argomento affrontando anche nel messaggio per la Quaresima), ma creando ponti che si può tentare di affrontare la questione. In Italia dobbiamo renderci conto che il salto deve essere fatto da una politica dell’emergenza a una politica dell’integrazione. Un passo significativo è rappresentato dalla legge sulla cittadinanza, che darebbe identità a tanti minori che qui sono nati e stanno crescendo… La scuola, pur nei suoi affanni, è un grande laboratorio di integrazione. Tutti i dati oggettivi ci dimostrano che la presenza migratoria da ossigeno alla nostra profonda crisi demografica, ma anche all’economia (a partire dalle tasse versate dagli stranieri in Italia). Ma è soprattutto una crescita umana e culturale, che sgorga dall’incontrarsi e dal rispettarsi nelle diverse identità».

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Smontare i patiboli. Il sogno della fine della pena di morte è realizzabile e sempre più concreto

Avvenire, 23 febbraio 2016

di Marco Impagliazzo

Il Papa ha lanciato un nuovo e importante appello. Non è la prima volta che Francesco parla della necessità di giungere all’abolizione della pena di morte nel mondo, ma quello di ieri all’Angelus suona come un programma per tutti coloro che desiderano un mondo più vivibile e umano. A partire dai cristiani. Non a caso, proponendo la moratoria per le pene capitali, si è rivolto prima di tutto ai governanti cattolici e ha inserito il suo appello all’interno del Giubileo della Misericordia.

Il discorso del Papa, però, ha un carattere universale e riguarda l’intera umanità. Ha parlato di «segni di speranza» in un’opinione pubblica sempre più contraria, nel mondo, alla pratica della pena di morte e ha ricordato che «le società moderne hanno la possibilità di reprimere efficacemente il crimine senza togliere definitivamente a colui che l’ha commesso la possibilità di redimersi». Si tratta di parole che fanno pensare a come si possa giungere, in un giorno che speriamo vicino, all’abolizione della pena capitale nel mondo, a livello legale, così come si giunse nell’Ottocento a quella della schiavitù.

Oggi l’Europa vanta, de iure e de facto, il primato di avere archiviato la pena capitale, e molti segnali positivi giungono anche dall’Africa, che potrebbe a breve diventare il secondo continente a essere liberato da questa odiosa pratica. Ma anche, più in generale, si registra la diminuzione, anno dopo anno, del numero dei Paesi mantenitori e di quello dei condannati a morte al termine di una procedura ufficialmente legale. L’ultimo voto, nel 2014, alla III Commissione delle Nazioni Unite, sulla proposta di moratoria universale della pena di morte è stato un successo, con 117 Stati favorevoli alla mozione, tre in più rispetto al voto precedente.

Il convegno internazionale “Per un mondo senza pena di morte” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio – che il Papa ha salutato domenica durante l’Angelus, augurandosi che «possa dare un nuovo impulso all’impegno per l’abolizione della pena capitale» – si inserisce in questa campagna: ministri della Giustizia e rappresentanti di 30 Paesi in una conferenza che vede raccolti, in modo inedito, in una stessa riflessione, Paesi abolizionisti e Paesi mantenitori: la strada per difendere la vita si può cercare e trovare insieme se ci si apre al dialogo. Ministri ricevuti poi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha rilanciato l’appello per un mondo senza pena capitale.

Sono campagne preziose per tutti perché sentono, e diffondono, il dovere morale di non retrocedere mai di fronte alla paura che è sempre cattiva consigliera. Se la crescita di un sentimento di allarme è giustificato da tanti episodi violenti cui abbiamo assistito in Europa, in Medio Oriente e in Africa, siamo però convinti che non possa e non debba riaprire la strada a pericolose marce indietro: fare il male per ricavarne il bene può sembrare un pensiero proporzionato, ma non è né giusto né efficace. Fa solo il gioco di chi semina violenza. Perché è proprio la paura la principale arma del terrore.

Il sogno di giungere al superamento della pena di morte nel mondo è realizzabile e si fa sempre più concreto. Allo stesso tempo occorre non abbassare mai la guardia. In Asia e negli Stati Uniti, ma non solo, c’è da conquistare molte istituzioni alle ragioni della vita e dell’umanità. E occorre guarire i popoli dal fascino del rancore e della vendetta, se è vero che, anche quando diminuiscono le esecuzioni, troppo frequenti sono ancora, in alcune zone del mondo, le uccisioni extragiudiziali e i linciaggi, soprattutto in America Latina e in Africa.

Lottare contro la pena di morte è anche lottare per una società in cui il livello di violenza diffusa sia il più basso possibile. Uno dei risultati dell’abolizione della pena capitale è infatti quella di inviare a tutti un potente messaggio: aggiungere violenza a violenza – anche se istituzionalizzata – non solo non risolve, ma soprattutto avvelena il clima generale, genera sentimenti deleteri tra le persone, ingabbia in una forma di “retribuzione” feroce. La campagna mondiale fa compiere un salto di qualità nella cultura generale del mondo: la vita è la cosa più importante.

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