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Sono bambini nati nella guerra non sanno che cosa sia la pace. Intervista a Marco Impagliazzo

da L’ECO DI BERGAMO del 22 aprile 2018

di Franco Cattaneo

Marco Impagliazzo. Lo storico è presidente della Comunità di Sant’Egidio: «Abbiamo accolto piccoli che non hanno mai frequentato una scuola». «È necessario istituire corridoi umanitari in maniera più strutturale e massiccia»

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ci parla dei corridoi umanitari che finora hanno portato in salvo 2.500 persone: «Ci sono bambini siriani che non hanno mai conosciuto un giorno di pace: sono nati nella guerra, iniziata sette anni fa. Abbiamo accolto piccoli che non hanno mai frequentato una scuola».

Da dove si è partiti per organizzare i viaggi della speranza?

«Ci siamo posti il problema, come Comunità di Sant’Egidio, nell’ottobre 2015 dopo il naufragio al largo di Lampedusa, dove morirono oltre 350 migranti. Lavorando sul piano giuridico, abbiamo trovato lo strumento adatto nell’articolo 25 del decreto visti dell’Unione europea. La norma prevede che ogni Stato dell’Ue possa concedere visti per la protezione umanitaria, al di fuori dei visti del Trattato di Schengen, e quindi a territorialità limitata. Insieme con le Chiese evangeliche italiane, ci siamo rivolti ai ministeri dell’Interno e degli Esteri che hanno accettato la nostra ipotesi: mille visti, all’inizio, che hanno riguardato profughi siriani sistemati nei campi in Libano».

Con quali criteri scegliete i destinatari?

«Il criterio base è la vulnerabilità, quindi donne con bambini, persone anziane e malate. Ci appoggiamo ad alcune Ong che da anni operano su questo versante, fra le quali la Comunità Papa Giovanni XXIII. Loro ci segnalano i soggetti appunto più vulnerabili: persone che vengono verificate e controllate prima della partenza e quando arrivano a destinazione. Viaggiano in modo legale e ciascuno di loro è sponsorizzato da parrocchie, associazioni, famiglie che si sono offerte di dare ospitalità e di integrarli. Accoglienza e integrazione vanno considerati insieme, come ha detto Papa Francesco. Tutto è a spese dei donatori e lo Stato non paga nulla. Abbiamo1.800 rifugiati in Italia e 700 in Francia. A questi vanno aggiunti i migranti del Corno d’Africa attraverso il corridoio umanitario che abbiamo organizzato con la Cei, i 22 profughi accolti dal Papa e affidati a noi, e due famiglie ospitate a San Marino. Ai primi di maggio firmeremo un accordo anche con Andorra».

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50 anni di Sant’Egidio. Impagliazzo: “L’augurio? Essere sempre una comunità in uscita”

da Servizio Informazione Religiosa (SIR) del 10 febbraio 2018

di M. Chiara Biagioni

Partono i festeggiamenti per i 50 anni della Comunità di Sant’Egidio, fondata nel Sessantotto da Andrea Riccardi e oggi presente in oltre 70 Paesi del mondo. Il primo appuntamento è a Roma, nella basilica di San Giovanni in Laterano, per una celebrazione presieduta dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. Ma è solo la prima di tante altre feste nei Paesi in cui è presente: dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’America Latina. Intervista al presidente Marco Impagliazzo

È il popolo delle tre P: preghiera, pace e povertà. È diffuso oggi in oltre 70 Paesi del mondo. 60mila persone di tutte le età e condizioni sociali. È una grande foto di famiglia quella che ritrae la Comunità di Sant’Egidio: quest’anno compie 50 anni. Nacque infatti a Roma nel 1968, a Trastevere, nel cuore di Roma. A fondarlo Andrea Riccardi e un gruppo di giovani che, in piena rivoluzione studentesca, scoprirono nelle pagine del Vangelo un’energia di cambiamento che partiva dai cuori. Venne come conseguenza naturale prima l’impegno per i poveri, poi per la pace – perché “la guerra è la madre di tutte le povertà” – e poi la scoperta della forza della preghiera perché laddove falliscono gli uomini, può operare lo Spirito della pace. È lo “Spirito di Assisi” che, dal 1986, Sant’Egidio porta ogni anno in tutte le città d’Europa, radunando nell’unica invocazione a Dio uomini di tutte le fedi religiose, ai quali nel tempo si sono uniti anche rappresentanti del mondo politico e della cultura. Sant’Egidio è conosciuta oggi nel mondo per il suo lavoro di dialogo, per i processi di pace avviati in più punti del pianeta, per il suo impegno nelle periferie più povere delle città e ultimamente anche per il progetto dei corridoi umanitari che insieme alle Chiese evangeliche sta portando avanti in Italia, Francia e in Belgio. La “Festa” del suo 50° è a San Giovanni in Laterano dove a presiedere la Messa c’è il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Presenti anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Il Sir ha intervistato Marco Impagliazzo, presidente oggi della Comunità.

Sant’Egidio nasce nel pieno della contestazione sessantottina. Quale fu in quel contesto la scintilla che portò alla sua fondazione?

Sant’Egidio emerge in un contesto storico di grande contestazione da parte dei giovani occidentali, europei e americani, alle strutture fondamentali della società, alla famiglia, alla Chiesa, alla scuola, alle forze armate, alle istituzioni in genere. Una contestazione nella quale Sant’Egidio nasce senza porsi né a favore né contro ma dentro questi rivolgimenti maturando una convinzione molto chiara:

la vera rivoluzione, quella che porta frutto, è la rivoluzione del cuore e non primariamente delle strutture della società.

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Centocelle “tragedia dell’indifferenza”. Parla Impagliazzo (S.Egidio)

da L’Unità del 10 maggio 2017

di Francesco Peloso

Quella di Centocelle è una tragedia figlia “dell’indifferenza, della paura. Possibile che nessuno, né cittadini né istituzioni, avesse visto che nove bambini vivevano in un camper, e non abbia il bisogno di lanciare l’allarme di fronte a questa situazione? ”.

E’ quanto osserva Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio, organizzazione da diversi decenni impegnata a Roma sul fronte della solidarietà verso i più deboli.

Sant’Egidio vanta anche un’esperienza specifica nel rapporto con i rom. “I soldi per superare i campi rom ci sono – rileva Impagliazzo – vengono dall’Europa. Si tratta ora di mettere in atto una strategia adeguata. Inoltre vanno accelerati i processi di integrazione ad ogni livello, a cominciare dalla legge sulla cittadinanza per i minori che vanno a scuola in Italia”.

Impagliazzo, la tragedie delle tre sorelle morte in un rogo doloso a Centocelle, è il sintomo di un problema più grande che riguarda i rom. Qual è il quadro della situazione?

Succede che l’età delle ragazze morte ci dice che questo è un popolo di bambini e di adolescenti. Il 70% di loro sono minorenni, e dobbiamo fermarci su questo fatto innanzitutto. Quando si parla di rom parliamo di un popolo di bambini e di minori.

In secondo luogo dobbiamo tenere conto del fatto che esiste una strategia nazionale per i rom di inclusione sociale, proposta a suo tempo dal ministro Andrea Riccardi durante il governo Monti (ministro della cooperazione internazionale e dell’integrazione, ndr), che doveva essere applicata nel nostro Paese e che tarda ad essere applicata.

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Immigrazione: Impagliazzo (Sant’Egidio) su nuovo decreto, Parlamento “si ispiri a princìpi di umanità e integrazione evitando ogni strumentalizzazione”

SERVIZIO INFORMAZIONE RELIGIOSA

“Avviare una riforma complessiva evitando, per questa delicata materia, ogni strumentalizzazione politica. Non si può ragionare solo in termini di sicurezza, ma ispirarsi a princìpi di umanità e puntare sull’integrazione. È urgente in questo senso l’approvazione la nuova legge sulla cittadinanza, bloccata da troppo tempo al Senato, dato che riguarda migliaia di minori che già si sentono a pieno titolo italiani perché nati nel nostro Paese o perché hanno frequentato le nostre scuole”. È l’appello al Parlamento lanciato da Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, in attesa di conoscere i dettagli del decreto varato ieri dal governo in tema di immigrazione. Impagliazzo sottolinea alcuni punti critici del decreto e avanza alcune proposte: “È necessario prima di tutto che vengano garantiti i diritti dei migranti che presentano domanda di asilo perché fuggono da Paesi in cui dominano guerre, violenze e rischio per la vita delle persone. Occorre al tempo stesso puntare su vie di ingresso legale, come il sistema della sponsorship, in vigore in Canada – la chiamata e presa in carico di profughi e migranti da parte di enti e associazioni in accordo con lo Stato -, o come i corridoi umanitari: si tratta di modelli che offrono sicurezza per chi arriva – perché evitano le morti, terribili e inaccettabili, dei migranti in mare, sottraendoli ai trafficanti di uomini – ma anche per chi accoglie, attraverso controlli che vengono effettuati già nei Paesi di partenza”. “Di fondamentale importanza – conclude il presidente di Sant’Egidio – sarebbe anche la riapertura di canali per permettano ingressi regolari per lavoro, scelta che ricondurrebbe l’immigrazione nell’ottica delle risorse e dello sviluppo, dato anche il costante calo demografico del Paese, sottraendola alla demagogia”.

«Scommettiamo sulle opportunità della lingua italiana». Gli Stati Generali di Firenze possono essere uno stimolo

Il Messaggero – Umbria

Si riuniscono a Firenze – il 21 e il 22 prossimi – gli Stati Generali  della Lingua Italiana, “L`italiano nel mondo che cambia”, fortemente voluti dal Ministero degli Affari Esteri e dal sottosegretario Giro. Questi ha recentemente ripreso le parole del Presidente del Consiglio sul bisogno di Italia che c`è nel mondo» per sottolineare come, declinando tale bisogno, esso si riveli non solo economico e geopolitico, bensì pure culturale, «legato all`umanesimo, alle nostre grandi bellezze, a un patrimonio culturale impareggiabile».

C`è un soft power italiano che va riscoperto e valorizzato, recuperato e promosso. E` il soft power della lingua e della cultura del Bel Paese, di una penisola che ha dato un contributo d`eccezione alla storia e al pensiero mondiali, quel contributo che siamo spesso proprio noi italiani a dimenticare o a deconsiderare. Non così al di là delle Alpi. Pochi sanno che la nostra lingua è la quarta più studiata al mondo, con circa 700mila studenti, che la proiezione internazionale degli Istituti italiani di cultura e delle Società Dante Alighieri disegna una fitta mappa di presìdi e relazioni, di cui andare orgogliosi; che in molti sistemi scolastici l`italiano si affianca all`inglese, al francese, etc., come seconda o terza lingua nei curricula d`istruzione superiore. Se a volte l`Italia  non c`è nel mondo, se a volte latita il nostro sistema-paese, l`italiano marca invece una presenza e un`influenza considerevoli, e fa da apripista a un insieme di valori e di prospettive che sono i nostri valori e le nostre prospettive.
Del resto, a guardar meglio anche nel cortile di casa, che dire  della grande opportunità che nasce dall`incontro con un mondo che sbarca in Italia? Lo vediamo bene all`Università per Stranieri di Perugia dove la domanda di lingua e cultura italiana, nonostante la crisi economica che tocca molte parti del mondo, continua a essere elevata. Ma bisognerebbe certamente fare di più, come gli Stati generali di Firenze chiedono. Il mancato successo della candidatura di Perugia a capitale della cultura, non ci scoraggi ma ci porti a valorizzare con più forza e in forme nuove le risorse culturali internazionali, come la Stranieri. La conoscenza della lingua del “sì” si allarga più di quanto immaginiamo, e così potrà accaderci di chiedere informazioni a Cracovia e sentirci rispondere in italiano, di entrare in una chiesa in Congo e rievocare col celebrante i suoi anni di studio a Roma. Quanto vale tutto questo? Poco, tanto? Immensamente.
Nel mondo globalizzato in cui tutti siamo immersi, in cui ogni cosa è in movimento e quanto di positivo venga condiviso o investito torna poi moltiplicato, il propagarsi a più livelli della lingua
è una chance di incalcolabile portata. Per un contesto, come il nostro in Umbria, spesso tentato
dal provincialismo è certamente decisivo. Se noi italiani abbiamo tanti difetti, è pur vero che la
stratificazione impressionante ed ineguagliabile della nostra cultura ci ha trasmesso un matrimonio i valori e di conoscenza che non è presunzione ritenere possa essere prezioso ben oltre le nostre frontiere, in un tempo che rischia di essere solo mercatismo e velocità. Anzi, questi Stati Generali della Lingua Italiana sono un richiamo rivolto in primis a noi. Monito e invito a non disprezzare o dilapidare una ricchezza incalcolabile, ad assumere coscienza della dignità della nostra lingua e della nostra cultura. Andare verso degli Stati Generali fa mettere in conto qualche cahier de doléances. Ebbene, non possiamo che fermarci pensosi sul dramma di una dispersione scolastica che aumenta o su una capacità d`uso effettiva della lingua che si impoverisce. Eppure, leggendo i commenti di chi studia italiano, su internet e altrove, si resta colpiti da quanti insistano sulla “bellezza” dell`italiano. Non sta a me – ché non sarei imparziale – dire se questo sia vero. Quel che mi sento di affermare è che se, come scriveva Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”, c`è una riscoperta del bello che c`è nella nostra lingua e nella nostra cultura che vale la pena di affrontare. In questa prospettiva gli Stati Generali di Firenze possono esserci di aiuto e di stimolo.