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Siamo accoglienti se ricordiamo la storia. Migranti, intolleranze e il nostro passato di viaggiatori

Avvenire, 8 maggio 2015

di Marco Impagliazzo

Il Papa ha chiesto alla Conferenza delle Chiese europee che i cristiani del nostro continente si distinguano per l’accoglienza. È un tema antico lungo le sponde del Mediterraneo. Negli Atti degli Apostoli, dopo il naufragio di Paolo a Malta, è scritto che gli abitanti avevano trattato i naufraghi «con rara umanità».

Oggi a fronte dell’impegno di tanti nell’accoglienza dei naufraghi del XXI secolo, esistono espressioni di inaccoglienza preoccupanti. Basta dare un’occhiata a qualche social network, o a qualche dibattito televisivo, dove i temi delle migrazioni sono trattati con volgarità, violenza e persino disumanità. Una prova è nella triste pagina scritta on line da chi pensa che un morto in mare valga un posto di lavoro in più per un italiano.

Questo giornale cerca ogni giorno di rimotivare quella cultura dell’umano che è alla base di ogni discorso “ragionevole” sul tema delle migrazioni. C’è, poi, da recuperare una cultura storica troppo spesso delegittimata. Da studioso di storia mi ha colpito la reazione veemente contro la frase postata su Facebook il 21 aprile da Gianni Morandi: «A proposito di migranti non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani sono partiti dalla loro Patria con la speranza di trovare lavoro, un futuro migliore per i propri figli, visto che nel loro Paese non riuscivano ad ottenerlo! Non è passato poi così tanto tempo». Ecco, una frase pacata, vera, condivisibile. E invece no! Commenti su come noi eravamo e siamo differenti, su come l’illegalità, l’irregolarità, la sporcizia, la trasandatezza e quant’altro non ci riguardino e non ci abbiano mai riguardato.

L’artista ha pazientemente risposto a decine di commenti, chissà se è riuscito a convincere qualcuno, o almeno a farlo ragionare. A fargli ricordare una pagina di storia. Della nostra storia, di nemmeno tanti anni fa. Quella storia che i nostri stessi nonni, se non i nostri padri, ci potrebbe richiamare alla memoria. Ovvero le migliaia di ristoranti italiani in Francia, Germania, Belgio, Stati Uniti e altrove. E ancora, lo stesso Vescovo di Roma, discendente di avi italiani come milioni dei suoi connazionali argentini.

Ciò che impressione in quella levata di scudi tesi a dire “Noi non eravamo così” è il vortice di vittimismo e di rimozione che sembra trascinare con sé non solo quella «rara umanità» che tutti dobbiamo cercare di preservare, non solo quella civiltà minimale che in genere ci fa essere silenti e pensosi di fronte a centinaia di morti, ma anche la nostra stessa identità di italiani. L’identità di un popolo che – è il caso e il momento di dirlo – è stato tante cose, belle e meno belle, ma anche un popolo di migranti.

E, invece, la rimozione del nostro passato e profonda e tenace. Perché, come scrisse Pasolini, da noi cultura élitaria e popolare hanno finito per convergere sull’«idea che il male peggiore del mondo sia la povertà». Mai, allora, ricordare quando eravamo poveri davvero. Tanto da lasciare l’Italia in mezzo milione l’anno intorno al 1910! Altro che le invasioni odierne! Mai sottolineare che una volta «gli albanesi eravamo noi», per citare un libro di successo di Gian Antonio Stella.
Questa è storia che si studia poco e male a scuola. Molti autori della nostra letteratura hanno ricordato, sull’esempio del grande Dante – «Duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale» –, la nostra esperienza di sradicati, di braccia in cerca di lavoro. I nomi di Sciascia, con il suo Il lungo viaggio, che parla di italiani trasportati e ingannati da scafisti altrettanto italiani, o di De Amicis con il suo Gli emigranti: «Traditi da un mercante menzognero, / vanno, oggetto di scherno allo straniero, / bestie da soma, dispregiati iloti».

Sì, è bene non rimuovere dalla memoria tutto questo. «Bestie da soma» e «iloti» lo siamo stati anche noi. È inutile e dannoso negarlo. Come è inutile ogni negazionismo – in questo tempo di anniversari di stermini. Come è dannoso per ogni popolo non fare i conti con il proprio passato, non riflettere su quanto è stato e su quanto sarà, ovvero limitarsi ad essere spettatori indifferenti, o incattiviti, del nostro presente.

Impagliazzo: Roma chieda scusa ai suoi poveri e ai rom

Radiovaticana, 19 dicembre 2014

di Francesca Sabatinelli

La “Michelin dei poveri” compie 25 anni. E’ stata presentata oggi l’edizione 2015 della guida della Comunità di Sant’Egidio “Dove mangiare, dormire, lavarsi” rivolta ai poveri di Roma, che raccoglie tutte le indicazioni necessarie a chi si trova in stato di difficoltà, italiani e stranieri.

Roma, i romani, ma soprattutto le istituzioni chiedano scusa per ciò che è accaduto a danno dei poveri. Marco Impagliazzo introduce la presentazione della guida aprendo sin dall’inizio il capitolo dell’inchiesta “Mafia Capitale”:

“Il primo modo per curare questa ferita è chiedere scusa per ciò che non è ancora stato fatto. Chiedere scusa a tanti poveri e a tanti Rom che hanno subito in questi anni uno sfruttamento della loro condizione da parte di alcune persone. Già nel 2010 io stesso, con la comunità di Sant’Egidio, denunciavamo alcuni sgomberi di campi Rom attrezzati nella città di Roma e trasferiti in campi più grandi, con uno spreco di risorse allucinante. Perché sgombrare campi attrezzati? E’ una domanda che noi stiamo facendo da quattro anni a tante stanze istituzionali, ma senza risposta. Dunque, io credo che noi dobbiamo chiedere “scusa” a queste persone, perché i fondi per aiutarle, per sostenerle c’erano, ma sono stati sperperati. Non siamo mai usciti, questo è il caso dei Rom, dal tema dell’emergenza, e quando il tema è l’emergenza non si fanno bandi adeguati, si dà l’incarico al primo che si presenta… Dietro l’emergenza si prendono troppe scorciatoie che hanno portato poi ai problemi che sono stati evidenziati dall’inchiesta della Procura di Roma”.

Impagliazzo invita il terzo settore ad una riflessione sulle vere motivazioni che spingono le persone a lavorare nel sociale, a capire quindi se esistano ancora o se piuttosto si parli ormai di un lavoro come un altro. E’ necessario inoltre  che la politica contrasti un pericoloso e dilagante pregiudizio:

“Purtroppo, si sta diffondendo un’idea: che la povertà porti con sé il degrado. Questa è una criminalizzazione dei poveri che non va fatta, che è ingiusta, perché al cuore dei nostri valori c’è il tema della solidarietà. Noi dobbiamo riprendere il discorso sulla difesa dei poveri. Oggi, invece una certa cultura politica ci parla di ‘difenderci’ dai poveri, che è esattamente l’opposto. Quello che va recuperata attraverso la gratuità, attraverso l’esempio di tante persone che fanno del bene, è l’idea che la povertà non è un degrado ma stimola, nella società, quei valori profondi – cito quello della solidarietà – che fanno il tessuto di una società e che è un tessuto che sta morendo, soprattutto nella nostra città di Roma e nelle sue periferie”.

La povertà assoluta nel Paese nel 2013 è aumentata di quasi due punti percentuali, coinvolge più di sei milioni di persone, in particolare famiglie numerose e composte da due persone anziane. A Roma sono in aumento i senza fissa dimora  e il flusso dei rifugiati provenienti dal Mediterraneo. Si moltiplicano quindi le richieste di aiuto e di sostegno.

“Non c’è un’inversione di tendenza: questo è il fatto nuovo. Sono dati molto allarmanti sui quali è importante riflettere e di fronte ai quali io vedo una sempre maggiore mobilitazione da parte di forze generose qui, a Roma, mobilitart certamente dalla predicazione di Papa Francesco sul tema delle periferie e dei poveri, ma ormai anche da un lavoro capillare che la comunità di Sant’Egidio e altre associazioni stanno svolgendo sul terreno, per mobilitare energie umane e risorse sul tema dei poveri e della povertà”.

La comunità di Sant’Egidio si fa quindi promotrice della richiesta di una costituente per Roma, che riunisca le forze politiche, economiche e sociali della città per aprire una riflessione sul futuro e sul ruolo della capitale.

RIFUGIATI: IMPAGLIAZZO (S.EGIDIO), RIPRISTINARE ESPERIENZA MARE NOSTRUM

Agenzia SIR, 10 dicembre 2014

Di fronte a quella che continua ad essere un’emergenza umanitaria, non gestibile con provvedimenti ispirati dalla sola preoccupazione di difendere la sicurezza, il presidente della Sant’Egidio rivolge un nuovo appello all’Italia e all’Europa perché con l’avvio di Triton e con le operazioni di Frontex “non venga smarrito il patrimonio acquisito dall’Italia con Mare Nostrum dopo la tragedia di Lampedusa”. Impagliazzo chiede “il ripristino di quell’esperienza che è servita a salvare tante vite umane”. “Il complesso fenomeno dell’immigrazione – aggiunge Impagliazzo – va affrontato guardando ai motivi che spingono le persone ad abbandonare il loro Paese – come sottolinea l’Alto Commissariato – e non con misure di mera deterrenza”.

Italia-Africa, seria occasione

Avvenire, 8 febbraio 2014

L’Italia e l’Africa. Negli scorsi decenni il rapporto tra queste due zone del pianeta è stato solo un esile ponte gettato tra mondi distanti. Un ponte di simpatia – il terzomondismo, la cooperazione, la mediazione, la grande opera dei missionari –, di interessi concreti – la ricerca e lo sfruttamento di materie prime –, di paure – il caos, l’immigrazione –. L’Africa è sempre stata lì, di fronte a noi. Ma ultimamente considerata troppo lontana e diversa. Ebbene, può essere questa, oggi, la nostra visione del continente? O non si tratta di accettare finalmente il fatto che il mondo è cambiato, che è più complesso e più interdipendente? Questo vale anche per l’Italia.

Un recente rapporto realizzato dall’Ispi (Istitito per gli studi di politica internazionale) per il Ministero degli Esteri, da qualche tempo disponibile in rete, dal titolo “La politica dell’Italia in Africa”, intende appunto agevolare l’apertura di una via nuova per il nostro Paese, di vicinanza e di collaborazione con questo Sud del mondo. Non solo e non tanto sul piano del supporto allo sviluppo, bensì in una logica win-win, cioè di vantaggi reciproci, di mutua crescita, di convergenza di interessi economici e culturali.

Il rapporto parte dai profondi mutamenti che l’Africa sta vivendo: «Sei delle dieci economie che hanno marciato più rapidamente nel decennio 2001-10 sono Paesi subsahariani, con tassi medi attorno all’8%». Ciò apre nuove opportunità per il Bel Paese e chiede di individuare e specificità dell’approccio italiano al continente per gli anni a venire.

L’Africa non è più quella di un tempo. Ha vissuto una mutazione antropologica: i nuovi africani sono più istruiti dei loro genitori, più mondializzati, più desiderosi di contare. I problemi restano, ma l’Africa è parte del villaggio globale, del mercato mondiale, non è solo un giacimento a cielo aperto. E in questa nuova Africa l’Italia può trovare un suo spazio, per esempio con le piccole e medie imprese, un tipo di know-how molto apprezzato a nord e a sud del Sahara: «Esistono ampi spazi per operazioni di collaborazione industriale strategica in cui l’Italia e le aziende italiane possono assumere un ruolo di guida e orientamento dei relativi processi decisionali, generando opportunità per esportazioni e investimenti». Eppure scontiamo la timidezza culturale nel considerare l’Africa parte di un orizzonte più largo, euroafricano. Sebbene la Chiesa abbia sempre sostenuto l’idea di una comunità di destino tra l’Europa e l’Africa.

In una stagione di crisi, in un contesto che sta rimodellando le tradizionali gerarchie geopolitiche del Pianeta, non ci si può rinchiudere in gusci più o meno consolatori, né far finta che vaste zone del mondo semplicemente non esistano. È il momento di rilanciare l’economia nazionale “agganciandola” all’espansione economica del Sud del mondo, proponendosi come partner di una nuova visione interdipendente in cui tutti potranno e dovranno fare leva sui punti di forza di ciascuno.

Occorre, insomma, aprire gli occhi sul tempo che stiamo vivendo, svecchiando approcci che non hanno più ragione d’essere, rispondendo al desiderio di futuro che tanto l’Italia quanto l’Africa esprimono, più apertamente loro, più confusamente noi: un desiderio di futuro che chiede un cambiamento coraggioso e lungimirante. È una sfida per un Paese come il nostro, impaurito, tante volte vittimista e provinciale. Ma è una sfida che può essere vinta, in linea con le nostre migliori tradizioni. Perché l’Italia è una nazione troppo grande, per storia, cultura, creatività, per essere condannata al provincialismo.

Dobbiamo riflettere di più sul ruolo dell’Italia nel mondo. Il salto da compiere è mentale e culturale, innanzitutto. Come sottolinea il rapporto Ispi, una priorità è «la costruzione di una “nuova narrativa” sull’Africa subsahariana, rovesciando la diffusa percezione di un insieme indistinto di Paesi instabili ed economicamente depressi, per “raccontare” invece di un’Africa che offre importanti opportunità economiche».

Ma forse un passaggio del genere è oggi più facile. In un tempo in cui papa Francesco invita a guardare dalle periferie per capire meglio la realtà, un approccio originale, può essere la via per sfuggire al “declinismo”, per scrivere un’altra, positiva pagina di storia per il nostro Paese.