Archivio mensile:giugno 2014

Albania: Impagliazzo (Comunità di Sant’Egidio), presto accordi per consolidare risultati socio sanitari

Agenparl, 25 giugno 2014 (di Antonella Aldrighetti)

(AGENPARL) – Roma, 25 giu – Proprio ieri l’Albania ha guadagnato lo status di candidato alla Ue. Indiscrezioni danno per certo che i cancelli però verranno aperti solo nel 2024 . Per allora il Paese delle aquile c’avrà parecchia strada da fare. E uno dei settori nel quale la carenza è più manifesta è senz’altro quello socio-assistenziale, sanitario nonché della sicurezza alimentare. Tuttavia sono in molti a pensare che l’Albania abbia meritato questo riconoscimento: “In pochi anni, dopo la fine del comunismo, questo paese ha saputo risollevarsi da una situazione molto difficile” commenta Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio impegnata da oltre 20 anni in iniziative sul territorio. Non ultimo l’impegno della Comunità di Sant’Egidio che ha realizzato due case-famiglia per disabili psichiatrici e mentali dimessi dal reparto cronici dell’ospedale psichiatrico, oggi chiuso, contando che l’assistenza psichiatrica è una delle necessità impellenti del ministero guidato da Illir Bequaj.

Presidente Impagliazzo, dopo 23 anni di presenza della Comunità di Sant’Egidio quante e quali sono state le iniziative di solidarietà nonché di assistenza sanitaria da voi realizzate?

Sono molto contento che l’UE abbia preso questa decisione verso l’Albania. In pochi anni, dopo la fine del comunismo, questo paese ha saputo risollevarsi da una situazione molto difficile. La comunità di Sant’Egidio è amica degli albanesi da moltissimi anni, fin da quando il professore Andrea Riccardi, cercava di aprire strade di dialogo tra l’Italia e il regime comunista per favorire la libertà religiosa Il primo impegno di sant’Egidio in Albania fu proprio quello di aiutare i cristiani a riottenere un po’ di libertà. Successivamente, nel 1991 la Comunità ha dato inizio, con il supporto finanziario della Cooperazione Italiana a un progetto di lotta alla malnutrizione infantile. Sono stati aperti e dotati di personale e materiale sanitario, 14 ambulatori nelle zone rurali a Nord del paese. Alla fine del regime comunista, infatti, la sanità di villaggio è stata completamente smantellata in Albania perché valutata come assolutamente diseconomica dagli organismi internazionali. Le zone rurali, in un paese con una viabilità ancora molto precaria, si trovavano così a restare isolate, senza alcun presidio sanitario, per tutti i mesi invernali. Accanto agli ambulatori la Comunità ha realizzato un sistema di aiuto “leggero” ai bambini malnutriti con l’invio di integratori alimentari e strumenti di uso comune, come biberon, bilance, termometri, etc.Da quel periodo la Comunità ha anche iniziato la sua attività di sostegno al reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale di Tirana, con l’invio regolare di farmaci e di materiale sanitario.Nel 1992 la Comunità ha aperto, con la collaborazione del locale presidio sanitario, un ambulatori per bambini portatori di handicap a Lezha, formando i fisioterapisti in esso impiegati e dotando l’ambulatorio di attrezzature adeguate. Sul versante della formazione delle giovani generazioni la Comunità, con la collaborazione di insegnanti e direttori didattici albanesi, ha sviluppato un programma di educazione alla Pace che ha coinvolto numerose scuole primarie e secondarie del paese. A questo si è aggiunto, nelle zone rurali, il regolare invio di sussidi scolastici per i bambini che ne erano sprovvisti. Diverse scuole albanesi, inoltre, sono state ristrutturate grazie all’aiuto della Comunità.Educazione alla pace e supporto scolastico sono stati realizzati anche a favore dei bambini rom di Tirana e di Lezha.Per loro la Comunità si è impegnata anche per regolarizzare la loro situazione anagrafica: molti di questi bambini, cittadini albanesi, non erano infatti stati iscritti all’anagrafe e, conseguentemente non potevano frequentare la scuola. Venendo incontro a diverse emergenze venutesi a creare nel paese nel corso degli anni, la Comunità ha sostento l’Albania, per esempio, in progetti di contrasto alla diffusione della poliomielite e alla carenze iodiche; ha bonificato gli acquedotti della zona di Lezha e contrastato un’epidemia di colera; ha restaurato gli argini del fiume Lac, gravemente danneggiati.

E quali sono le prossime iniziative in cantiere che state promuovendo?

La nostra attenzione si è, negli ultimi tempi, concentrata in particolare sul problema del disagio psichiatrico. A questo livello, accanto alle due case famiglia inaugurate a Tirana, la Comunità si sta attivamente occupando della condizione dei ricoverati nel manicomio di Elbasan. Negli anni passati l’OMS è positivamente intervenuta all’interno del manicomio, realizzando, fra l’altro, due case famiglia per i ricoverati. L’intervento dell’OMS si è concluso circa un anno fa e la Comunità si sta occupando di sviluppare opportune alleanze con la realtà locale per favorire il moltiplicarsi delle esperienze di case famiglia e nel frattempo per attenuare la chiusura del manicomio al mondo esterno favorendo l’uscita dei ricoverati e l’ingresso all’interno della struttura di volontari albanesi. La Comunità sta, inoltre, proseguendo il lavoro di formazione del personale, al fine di introdurre in Albania la figura dell’operatore domiciliare, fino ad ora completamente assente.

Quale il vostro scadenzario per realizzare nuovi interventi socio-sanitari?

Considerando l’innegabile miglioramento del sistema socio-sanitario albanese la Comunità si sta impegnando e intende impegnarsi in stretto accordo con il Ministero della sanità per sviluppare nuove linee-guida che consentano al sistema stesso di consolidare e ulteriormente progredire nei risultati acquisiti.

A oggi l’Albania costituisce sempre più una meta privilegiata per investimenti italiani. Lei da italiano come interpreta questo percorso, ritiene che siamo dei partners importanti per la crescita di questo Paese o dovremmo fare di più in termini di know how e meno in termini di sfruttamento finanziario?

La storia dei rapporti tra Italia e Albania è complessa e di lunga durata. Non sono un esperto di questioni economiche, ma debbo dire che chi va in Albania trova una forte vitalità delle imprese italiane a vari livelli. Ciò che posso dire con convinzione è che si tratta di due popoli amici, che hanno saputo superare momenti difficili, specialmente gli anni della fine del comunismo in Albania. Allora si parlò di invasione degli albanesi in Italia. Oggi mi pare che c’è piena integrazione degli albanesi nel nostro Paese pur senza nascondere qualche problema. E soprattutto molti albanesi emigrati in Italia ora sono tornati nel loro Paese e lavorano per il suo pieno sviluppo, anche grazie alla piccola o media ricchezza frutto del loro lavoro in Italia.

Il 21 settembre Papa Francesco sarà in Albania, un segnale importante per un paese sì europeo ma a maggioranza musulmana…

Un segnale decisivo. Il papa visita un paese considerato la periferia dell’Europa. La sua visita porterà al centro dell’attenzione una periferia del nostro mondo. E’ questo ha un grande significato. Un paese a maggioranza musulmana, ma in cui cristiani (cattolici e ortodossi) e musulmani (sunniti e bektashi) convivono pacificamente. Ma soprattutto un Paese che è stato bagnato dal sangue dei martiri cristiani vittime della persecuzione comunista. Va ricordato che l’Albania è stato il primo Stato al mondo a dichiararsi ateo per legge nel 1967. Quindi il papa va a rendere omaggio a quei cristiani (cattolici e ortodossi) che hanno lottato per la loro fede fino al sacrificio della vita. Credo che il papa parlerà anche della riconciliazione che ancora manca in alcune fasce della popolazione albanese, particolarmente quelle vittime della legge della vendetta (il cosiddetto kanuni Dukagjinit,). E’ un problema antico ma che va assolutamente superato nel XXI secolo, mentre l’Albania ha chiesto e giustamente ottenuto di accedere allo statuto di candidato all’UE.

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Invasione di speranza. La memoria, la preghiera, lo ieri e l’oggi

Avvenire, 8 giugno 2014

L’evento che si celebra oggi in Vaticano, «l’invocazione per la pace» alla quale papa Francesco ha invitato i presidenti Shimon Peres e Mahmud Abbas (Abu Mazen), fa seguito all’anniversario di uno dei più significativi momenti di svolta della seconda guerra mondiale, lo “sbarco in Normandia”. E, al di là delle coincidenze, c’è di che riflettere. Sulla spiaggia di “Sword”, uno dei cinque punti dello sbarco alleato contro la Festung (fortezza) Europa hitleriana, capi di stato e di governo hanno ricordato una battaglia aspra e sanguinosa, che accelerò il crollo della Germania nazista e aprì la strada alla fine della guerra mondiale.

Sembra che l’incontro di Putin con i suoi omologhi occidentali, come pure con il neo presidente ucraino Poroshenko, possa preludere all’apertura di strade di pace in quell’Ucraina orientale in cui sono ancora in corso combattimenti. Questa luce di speranza sulla vicenda ucraina si è accesa nel giorno della memoria di una guerra che ha travolto l’Europa e il mondo più di settant’anni fa. La memoria storica tocca, coinvolge, cambia. Certamente può riaccendere qualcosa di sopito, avvelenare le relazioni tra gli uomini e i popoli. Ma può anche far rientrare in se stessi, ricordare il dolore della guerra, permettere incontri e collaborazioni prima impensabili. La memoria concorde di oggi suscita nuove speranze di pace, non può essere esaltazione bellicistica.

L’Europa, che nemmeno due anni fa ha giustamente ricevuto il Nobel per la pace, sa da dove viene la pace di cui tutti oggi godiamo. Dalla scelta forte (mai rimessa in discussione) di non dimenticare più l’orrore della guerra mondiale, lo scenario di contrapposizione in cui si sono dilaniati popoli ora fratelli, il razzismo istituzionalizzato che ha annientato, con la Shoah, il popolo ebraico, parte integrante del tessuto continentale. La nostra Europa pacifica nasce dalla memoria. Una memoria che si fa richiamo a vigilare sulle purtroppo ancora ricorrenti manifestazioni di disprezzo e di razzismo, e sostenere le energie d’inclusione e di solidarietà che esprimono il me – glio dei nostri Paesi.

La memoria è promessa cosciente, è impegno e speranza per il presente e per il futuro. Di qui il legame con l’iniziativa voluta dal Papa. Un incontro nel nome di Dio. Perché il nome di Dio è la pace: per tutte le religioni abramitiche. Un incontro di preghiera, laddove tante iniziative politiche hanno fallito. Tanto Peres quanto Abbas saranno chiamati a una memoria (non rabbiosa, non vendicativa) del dolore e dei lutti seminati da decenni di conflitto arabo-israeliano in quella terra, resa santa dal passaggio di profeti venerati dalle religioni monoteistiche. La preghiera di oggi si nutrirà di memoria, ma non sarà incatenata da essa. Il sangue versato, i tanti caduti per una strada senza uscita suggeriranno, infatti, l’unica exitstrategy p ossibile: l’accordo e finalmente la pace.

Il Medio Oriente ha bisogno di cambiamento, come ha ripetuto il Papa nel suo recente pellegrinaggio. Francesco ha invitato tutti gli attori della regione a guardare avanti. Uno sguardo sostenuto dalla fede. Dalla memoria del sacrificio di troppe generazioni sorge l’impegno a dire “Mai più!”. Dalla consapevolezza che «chi dimentica il passato è condannato a riviverlo», come ricordava Primo Levi, nasce la volontà di cambiare scelte e percorsi.

L’iniziativa papale si fa “levatrice” di un tempo nuovo, di responsabilità, di un’umanità che rinasce dalla memoria e dalla preghiera. «La preghiera può tutto », ha twittato il Papa. Che la giornata di oggi sia il tempo di un nuovo sbarco, non più armato, ma pacifico, nei territori dell’intesa e della riconciliazione. Ci auguriamo sia un nuovo D-Day, un giorno che chi verrà dopo di noi possa celebrare come l’inizio del crollo della fortezza della contrapposizione e dell’odio in quelle terre così care alle religioni abramitiche.

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