Archivio della categoria: Articoli

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Morire ai margini nell’Italia di oggi. Traccia bruciante

da Avvenire del 11 maggio 2017

di Marco Impagliazzo

La tragica morte delle tre ragazzine rom, Francesca, Angelica ed Elisabeth, non è stata causata soltanto da quella scia di liquido infiammabile che gli inquirenti hanno trovato sulla strada vicino al camper dove vivevano. Seguendo a ritroso quella traccia, infatti, si arriva molto più lontano. Bisogna attraversare le fiamme della baracca in cui persero la vita quattro bambini rom in Via Appia Nuova a Roma nel 2011 e quelle che hanno bruciato Marius, tre anni, alla Magliana, nel 2010. Si deve passare per i roghi nei quali hanno perso la vita quattro bambini rom nelle baracche di Livorno nel 2007 e pochi mesi prima due giovani sposi a via Gordiani, a Roma. Una strage degli innocenti che ha colpito i piccoli di questa etnia: più di cento morti in una ventina di anni. Bisogna camminare all’indietro nel tempo, nello spazio e nel dolore per capire perché undici persone, di cui solo tre adulti, cittadini romani come noi, dormono ammucchiati in una scatola di lamiera ferma in un parcheggio di periferia, senza corrente elettrica, né acqua, in una città ricca e confortevole.

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Centocelle “tragedia dell’indifferenza”. Parla Impagliazzo (S.Egidio)

da L’Unità del 10 maggio 2017

di Francesco Peloso

Quella di Centocelle è una tragedia figlia “dell’indifferenza, della paura. Possibile che nessuno, né cittadini né istituzioni, avesse visto che nove bambini vivevano in un camper, e non abbia il bisogno di lanciare l’allarme di fronte a questa situazione? ”.

E’ quanto osserva Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio, organizzazione da diversi decenni impegnata a Roma sul fronte della solidarietà verso i più deboli.

Sant’Egidio vanta anche un’esperienza specifica nel rapporto con i rom. “I soldi per superare i campi rom ci sono – rileva Impagliazzo – vengono dall’Europa. Si tratta ora di mettere in atto una strategia adeguata. Inoltre vanno accelerati i processi di integrazione ad ogni livello, a cominciare dalla legge sulla cittadinanza per i minori che vanno a scuola in Italia”.

Impagliazzo, la tragedie delle tre sorelle morte in un rogo doloso a Centocelle, è il sintomo di un problema più grande che riguarda i rom. Qual è il quadro della situazione?

Succede che l’età delle ragazze morte ci dice che questo è un popolo di bambini e di adolescenti. Il 70% di loro sono minorenni, e dobbiamo fermarci su questo fatto innanzitutto. Quando si parla di rom parliamo di un popolo di bambini e di minori.

In secondo luogo dobbiamo tenere conto del fatto che esiste una strategia nazionale per i rom di inclusione sociale, proposta a suo tempo dal ministro Andrea Riccardi durante il governo Monti (ministro della cooperazione internazionale e dell’integrazione, ndr), che doveva essere applicata nel nostro Paese e che tarda ad essere applicata.

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Corridoi umanitari: Impagliazzo (Sant’Egidio), “un programma fuori da ogni polemica. È l’Italia generosa che vi accoglie”

AGENSIR del 27 aprile 2017

“In Italia recentemente ci sono state alcune polemiche sul soccorso in mare alle persone che fuggono dalla guerra. Questo programma dei corridoi umanitari è fuori da ogni polemica, non accetta alcun tipo di polemica, è un programma di pace, di bene, di convivenza e di integrazione. Benvenuti in Italia e siate sicuri che tutto il popolo italiano è felice di accogliervi e di darvi un futuro”. Con queste parole Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha accolto questa mattina all’aeroporto di Fiumicino altri 68 profughi siriani giunti in Italia dal Libano grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Tavola valdese. Domani sono previsti altri 57 arrivi per un totale di 125 persone, per lo più nuclei familiari, tra cui 48 minori. Il più piccolo si chiama Hikmat: ha tre mesi ed è il quinto figlio di una famiglia di Homs.

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Armi nucleari. Il realismo efficace del disarmo

da Avvenire del 1 aprile 2017

di Marco Impagliazzo

Indirizzando un messaggio alla Conferenza delle Nazioni Unite «finalizzata a negoziare uno strumento legalmente vincolante per proibire le armi nucleari», papa Francesco ha varcato ancora la frontiera dell’utopia?
«Un mondo senza armi nucleari», pur essendo un «obiettivo di lungo periodo, estremamente complesso», «non è al di fuori della nostra portata», ha dichiarato. Lo aveva fatto del resto già in occasione della visita all’Onu del settembre 2015, quando esortava a «impegnarsi per un mondo senza armi nucleari, applicando pienamente il Trattato di Non Proliferazione (Tnp) e lodava «il recente accordo sulla questione nucleare» (l’intesa firmata con l’Iran) come «una prova delle possibilità della buona volontà politica e del diritto».

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Immigrazione: Impagliazzo (Sant’Egidio) su nuovo decreto, Parlamento “si ispiri a princìpi di umanità e integrazione evitando ogni strumentalizzazione”

SERVIZIO INFORMAZIONE RELIGIOSA

“Avviare una riforma complessiva evitando, per questa delicata materia, ogni strumentalizzazione politica. Non si può ragionare solo in termini di sicurezza, ma ispirarsi a princìpi di umanità e puntare sull’integrazione. È urgente in questo senso l’approvazione la nuova legge sulla cittadinanza, bloccata da troppo tempo al Senato, dato che riguarda migliaia di minori che già si sentono a pieno titolo italiani perché nati nel nostro Paese o perché hanno frequentato le nostre scuole”. È l’appello al Parlamento lanciato da Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, in attesa di conoscere i dettagli del decreto varato ieri dal governo in tema di immigrazione. Impagliazzo sottolinea alcuni punti critici del decreto e avanza alcune proposte: “È necessario prima di tutto che vengano garantiti i diritti dei migranti che presentano domanda di asilo perché fuggono da Paesi in cui dominano guerre, violenze e rischio per la vita delle persone. Occorre al tempo stesso puntare su vie di ingresso legale, come il sistema della sponsorship, in vigore in Canada – la chiamata e presa in carico di profughi e migranti da parte di enti e associazioni in accordo con lo Stato -, o come i corridoi umanitari: si tratta di modelli che offrono sicurezza per chi arriva – perché evitano le morti, terribili e inaccettabili, dei migranti in mare, sottraendoli ai trafficanti di uomini – ma anche per chi accoglie, attraverso controlli che vengono effettuati già nei Paesi di partenza”. “Di fondamentale importanza – conclude il presidente di Sant’Egidio – sarebbe anche la riapertura di canali per permettano ingressi regolari per lavoro, scelta che ricondurrebbe l’immigrazione nell’ottica delle risorse e dello sviluppo, dato anche il costante calo demografico del Paese, sottraendola alla demagogia”.

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Il ponte di Francesco, il muro di Donald

Huffington Post del 3 febbraio 2017

di Marco Impagliazzo

L’immigrazione. Fra tutti i temi che poteva scegliere per dare un segnale forte all’inizio del suo mandato Donald Trump ha affrontato l’argomento più sensibile, al momento, sullo scenario internazionale.

Perché ne riassume tanti altri: le guerre in corso (che producono enormi masse di profughi), la minaccia del terrore, le crisi ambientali, il ruolo delle religioni (con l’Islam nel mirino) e la libera circolazione dei cittadini.

Bandire per qualche mese dal proprio territorio nazionale sette Paesi che si reputano esportatori di terrorismo e allargare il muro con il Messico, le prime mosse concrete. Da molte parti del mondo si è sollevata indignazione e negli Stati Uniti si sono registrate forti proteste, ma è poco chiaro chi, non tanto militarmente quanto politicamente, possa rappresentare un’alternativa a questo modo di procedere.

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La realtà urbana e ciò che oggi ci chiede. Nella zuffa in città si può vedere il bene

Da Avvenire del 25 gennaio 2017

di Marco Impagliazzo

Zygmunt Bauman ci ha aiutato a leggere la realtà contemporanea, il mondo in cui viviamo, come un grande scenario ‘liquido’, in cui l’orizzonte è a breve termine, l’obiettivo è viaggiare leggeri, il riferimento è l’individuo, l’incertezza e la paura la fanno da padroni. L’orizzonte dell’uomo contemporaneo è oggi la città. La Conferenza degli episcopati latinoamericani all’assemblea di Aparecida del 2007 affermava: «La fede ci insegna che Dio vive nella città, in mezzo alle sue gioie, ai suoi desideri e alle sue speranze, come anche in mezzo ai suoi dolori e alle sue sofferenze».

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L’alternativa è tra monologo e dialogo. Non consegniamoci alle post-verità

Avvenire, domenica 20 novembre 2016

di Marco Impagliazzo

«Che cos’è la verità?», chiese Pilato a Gesù. Potremmo chiedercelo anche noi, cittadini di un tempo liquido e globale di fronte all’accavallarsi d’informazioni e di messaggi, innanzi all’emergere della ‘post-verità’ ( post-truth), recentemente assurta agli onori delle cronache per la decisione dell’Oxford Dictionary di dichiararla «parola dell’anno» 2016. Cos’è la verità per gli uomini e le donne di una stagione scettica o diffidente verso dati reali o scientifici? In un tempo credulo o entusiasta verso le mille post-verità, condivise attraverso il passaparola quotidiano, i social, i fremiti che popolano il web? C’è gente che non crede ai vaccini. C’è chi crede all’oroscopo e ai maghi, ma anche che un muro possa fermare le migrazioni. Post-truth è termine venuto in auge per descrivere e stigmatizzare la crescente propensione a ritenere vere notizie false o alterate, quando queste hanno una particolare forza emotiva ovvero coincidono con le nostre rappresentazioni della realtà. Non c’è da stupirsi se questa attitudine ricorre spesso tra politici populisti o movimenti che si autodefiniscono dalla parte della «gente».

L’Economist ha parlato di ‘post-verità’ a proposito del successo di Trump e della sua campagna elettorale, o della vittoria della Brexit nel Regno Unito. Ci sono state le affermazioni (false) di Farage e altri sul fatto che il Regno Unito versasse settimanalmente 350 milioni di sterline alla Ue, denaro che avrebbe invece potuto essere speso per la sanità nazionale. Falsità che non hanno resistito a una seria verifica dei fatti. Eppure nell’era post-fattuale le emozioni e gli slogan pesano più della realtà delle cose e dei numeri. Questo il dramma del nostro tempo. Il dramma di sensazioni e di umori che scalzano l’evento fattuale come riferimento imprescindibile, che annullano la differenza tra percezione e realtà. Si potrebbe dire: verità emozionali versus verità fattuali. Il politologo Dominique Moïsi si è spinto a parlare di geopolitica delle emozioni.

Cioè la storia e la politica sarebbero ormai orientate dalle emozioni dei popoli e non dalle visioni. C’è bisogno di fermarsi a riflettere e tornare a orientarsi sui fatti concreti, non sui venti di sentimenti impalpabili, passioni tristi, psicologie volubili. Bugie e manipolazioni, non sono certo una novità nella storia. Faccio solo l’esempio della diffusione di un falso, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, che, creduto vero, ha contribuito fortemente a preparare gli animi ai pogrom verso gli ebrei e poi alla Shoah.L’uomo e la donna della globalizzazione, spaesati di fronte ai vasti orizzonti, facilmente influenzabili dall’ondeggiare di un flusso incontrollato di notizie, sono prigionieri di una ‘bolla’ mediatica e informativa. Alla fine si dipende sempre più, quasi preselezionati, da quel che già si sa, da quel che già si pensa, da quello di cui si è convinti. Si cercano conferme e non si vuole la realtà. Sulla rete il meccanismo dei ‘ followers’, dei ‘ Like’, dei ‘gruppi’, rinforza quel che già si crede di aver capito. Il confronto delle opinioni, così decisivo nel gioco democratico, nella crescita della società civile, nel maturare di una personalità, è inaridito alla radice: leggo non per comprendere, ma per trovare conferma della mia ‘verità’. Alla fin fine la post-verità è un monologo. Mentre la verità è dialogo tra l’io e la realtà. L’uomo della post-verità rimugina tra sé i propri sentimenti e risentimenti. Chi cerca la verità la trova nel rapporto con il mondo, con gli altri, con la storia. Ce l’ha ricordato il Giubileo della misericordia: la verità è nell’incontro con l’altro, spesso in situazioni di sofferenza reale.

L’uomo della post-verità non aspetta la risposta alla propria domanda. Gli basta l’emozione che lo confermi e lo soddisfi. Il mondo che lo circonda non è, però, quello che lui pensa. Un tempo si diceva che la storia è maestra di vita. Certo ci possono essere diverse interpretazioni della storia, ma partendo da documenti e fatti. Allora, solo allora, si può discutere tra diverse opinioni. Nel tempo delle emozioni la storia sembra, invece, ridotta al più a enumerare gli errori del passato. Ma la storia è conoscenza. Quello che manca alla post-verità è proprio la conoscenza del reale. C’è bisogno allora di imparare a leggere i segni dei tempi o – come cantava De André – «il libro del mondo» per costruire il domani con intelligenza e umanità.

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Oltre Bataclan. Un anno dopo: vie di fede e di pace.

Avvenire del 15 novembre 2016

di Marco Impagliazzo

Un anno fa un commando jihadista fece strage al teatro Bataclan, a Parigi. L’attacco ha inaugurato una stagione in cui l’Europa occidentale è ridivenuta scenario di atti terroristici e ha fatto emergere il problema della radicalizzazione dei giovani musulmani. Dopo il Bataclan, Bruxelles, Nizza, Rouen, la Germania.

Nell’ultimo anno la convivenza tra uomini e donne di fedi diverse è sembrata più difficile. Ma se tanti hanno parlato di muri da erigere, tanti altri hanno lavorato per costruire ponti di rispetto e di dialogo. La Chiesa di Francia ha brillato per dignità e ricerca di vie di incontro. Per questo triste anniversario i vescovi francesi hanno scritto tra l’altro: «Preghiamo perché i nostri concittadini musulmani possano essere pienamente attori della nostra unità nazionale e perché tutti i cittadini crescano nella stima reciproca e nella ricerca del bene comune».

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