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E’ ora di tessere reti di relazioni. I giovani hanno bisogno degli anziani e viceversa: in questa alleanza tutti ricevono e donano

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale di Aprile 2021

Viviamo tutti come in un tempo sospeso, tanto più da quando la pandemia ha congelato le nostre vite. Il limite è evidente se pensiamo a chi è al mattino della vita. Ma, in realtà, anche se guardiamo a chi è più avanti negli anni. Perché eluderne le domande, dimenticarne l`esistenza, significa dimenticare quell`anziano che sarò anch`io tra pochi o molti anni, eludere il mio futuro bisogno di relazioni, di coinvolgimento, di cure, di vita. Perché le ore scorrono e siamo incamminati verso quel “continente anziani” che è la meta di quasi tutti, in particolare in Occidente. Spesso l`invecchiamento è percepito come un declino, un autunno. Accade agli anziani ciò che Buzzati descrive in quell`amara metafora della vita che è Il deserto dei Tartari: all`inizio «la gente saluta benigna, e fa cenno indicando l`orizzonte con sorrisi di intesa»; «ma a un certo punto ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno». Quel cancello che si chiude è la simpatia umana che si dissipa, la vicinanza degli altri che si fa meno certa; è un`istituzionalizzazione che separa violentemente dal proprio vissuto. Quel cancello che si chiude è la società che scarta un suo figlio.

Eppure l’allungarsi della vita è un grande successo dell`umanità: il frutto dei progressi della medicina, di maggiori possibilità nutrizionali, di un più diffuso ed efficiente welfare state. Una benedizione non può essere considerata una maledizione! È richiesta allora una riflessione nuova, un salto di mentalità.

Un discorso del genere riguarda a volte anche la Chiesa. Il popolo cristiano di oggi è, in buona parte, un popolo di vecchi. Eppure, gli anziani possono comunicare la fede alle giovani generazioni, «purché inseriti in una dinamica di speranza e messi al centro della vita ecclesiale». Tante volte, invece, avviene che la pastorale guardi solo ai più giovani. Chiesa e società sono ammalate della stessa mentalità: «Gli anziani sono stati considerati un problema da gestire e non un segno». Si tratta di inoltrarci con coraggio e prospettiva in un mondo articolato. Gli anziani sono importanti per l`economia, la coesione sociale, la fede. Il loro peso è sempre più ri- levante nella tenuta del welfare familiare e nel volontariato. La stragrande maggioranza della terza età è costituita da autosufficienti desiderosi di continuare a contribuire alla vita associata. Tante volte c`è come uno spreco di vita. Si finisce per “scartare” gli anziani, quando sono ancora nel pieno delle loro potenzialità. Quando pure abbiamo di fronte gente ancora in forze, desiderosa di impegno e di pienezza.

Oppure abbiamo persone anziane, indebolite o malate, che se accolte e accudite, con la loro presenza possono umanizzare le persone e la società. Il tempo dedicato ai malati, ai deboli, ai fragili è il tempo dell`umanità: chiede a ciascuno di tirar fuori il meglio da sé. In questa pandemia, abbiamo visto troppa morte per non innalzare la bandiera della vita, per non lavorare insieme perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza. Ci vuole una cultura che parta dalla vita, che non la sprechi, che la valorizzi. Occorre costruire una società che gioisca dell`invecchiamento e lo inserisca in un contesto di relazionalità intergenerazionale. È ora di tessere intorno agli anziani una rete di rapporti, di vicinato, di volontariato, di impegno per il bene comune, che diventi garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi, per tutti. Perché la grande malattia dell`anziano è la solitudine. Si parla tanto della fragilità della vecchiaia. Ma, a parte che invecchiare oggi non è paragonabile all’ageing di decenni fa, la grande fragilità con cui si confronta la vita degli anziani è quella legata alla marginalità e alla “deriva” tra le generazioni.

È necessaria una “riconciliazione”: i giovani e gli adulti hanno bisogno degli anziani e viceversa. L`incontro fa scoprire ai più giovani che la longevità è uno dei frutti migliori del nostro tempo, e agli anziani che hanno ancora molto da dare in scelte, amicizia, saggezza.
Gli anziani continuano a sperare, se sostenuti dai gio- vani e dagli adulti. La speranza non abban- dona giovani e adulti se sanno che al termine del proprio percorso non c`è il baratro, ma l`accompagnamento. È qui la radice dell`insistenza di Francesco sull`in- contro tra le generazioni. Già all`inizio del pontificato Bergoglio aveva detto: «Fa tanto bene andare a trovare un anziano! Guardate i nostri ragazzi: a volte li vediamo svogliati e tristi; vanno a trovare un anziano, e diventano gioiosi!». Durante la visita a Sant`Egidio, nel 2014, il Papa ha ripetuto: «Quant`è buona quell`alleanza tra giovani e anziani in cui tutti ricevono e donano». E giusto un anno fa ha detto: «Gli anziani sono il presente e il domani della Chiesa. Sì, sono anche il futuro di una Chiesa che, insieme ai giovani, profetizza e sogna! Per questo vi chiedo di non risparmiarvi nell`annunciare il Vangelo ai nonni e agli anziani. Andate loro incontro con il sorriso sul volto e il Vangelo tra le mani. La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla». 

Gli anziani hanno bisogno degli altri. Ma anche gli altri hanno bisogno degli anziani. Le nuove generazioni trovano in chi si muove su orizzonti pur tanto diversi la bussola affettiva e formativa che può orientarli, restituendo loro uno spessore storico ed esistenziale che è vitale in un tempo di grandi fragilità psicologiche, in una società che conosce il vuoto di genitori e di maestri. Sì, le fragilità sono di ogni età. La malattia della solitudine è la malattia di tutti. Siamo tutti sulla stessa barca. È scritto nelle profondità dell`essere umano: da soli non si vive, ma si muore! La vita è interdipendenza e solidarietà. Lo spirito del tempo è che ci si salva da soli. E però proprio questa stagione di distanziamento e di dolore ci ha insegnato che la vita è farsi rete; che la rete delle relazioni e dei contatti può salvaguardare la vita.

La sfida è comune. La risposta non può che essere comune. Ed è da qui, in questo Occidente in cui la vita si allunga, ma si allargano gli spazi della solitudine, che si deve delineare una strada da percorrere. Pensiamo, ad esempio, all`istituzionalizzazione degli anziani. Non può essere questa la risposta alla lo- ro accresciuta presenza nella società. Avremmo bisogno di una tensione comunitaria che vinca l`istituzionalizzazione e faccia crescere la sensibilità sociale, il gusto per l`inclusione, il genio della famiglia. L’Occidente, cuore di un umanesimo di diritti e opportunità per tutti, può es- sere un laboratorio di pienezza tra generazioni, un modello di come si costruisce una società ospitale per tutte le generazioni.