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«Corridoi umanitari, ultimo salvagente per i disperati». Intervista a Marco Impagliazzo

Il Mattino, 19 aprile 2016

Presidente Impagliazzo, non le sembra che ogni gesto di solidarietà, a partire dall’ultimo di Papa Francesco a Lesbo, venga perfino sopraffatto dalla realtà tragica? 

«Ogni gesto di solidarietà ha un valore in sé che aiuta delle persone, come le dodici persone che sono arrivate con il Papa al rientro da Lesbo. Si sono salvate da una situazione difficile. Purtroppo la grande sofferenza che arriva con i nuovi morti scuote le coscienze ed incita cosa fare di più non come fare di meno».
Marco Impagliazzo è il presidente della Comunità di Sant’Egidio che ha accolto i dodici siriani giunti in Italia con il Papa sabato scorso. Ora è in partenza per l’Africa dove l’azione della «diplomazia» parallela della solidarietà praticata dalla Comunità consente di intercettare quasi in tempo reale problemi ed emergenze dei flussi migratori proprio dove nascono.
Ad un anno esatto da un’ altra tragedia del mare sembra riproporsi sempre lo stesso interrogativo: cosa si può fare di più? 
«L’Europa deve tornare a ragionare come un continente che riscopre i principi della difesa dei diritti umani e della solidarietà. Alcuni Paesi europei, tranne l’Italia e la Grecia che fanno uno sforzo oltre i loro limiti, non si mostrano solidali sul tema della ricollocazione».
Basta mettere in moto la ricollocazione dei profughi? 
«Bisogna innanzitutto cambiare le politiche migratorie e cambiare alcuni principi come quelli di Dublino che costringono i migranti ad essere riconosciuti solo nel paese di arrivo. Chi non affronta in maniera solidale i problemi che abbiamo di fronte diventa colpevole e complice».
Da qualche mese la Comunità di Sant’Egidio ha sperimentato i corridoi umanitari. E una strada percorribile rispetto all’emergenza?
«È l’ultimo salvagente per i disperati. I corridoi umanitari garantirebbero sicurezza a chi accoglie e a chi viaggia. È una strada molto percorribile. Devo lodare l’Italia che ha avuto il coraggio politico di aver accolto la proposta della Comunità di Sant’Egidio e delle Chiese Evangeliche che ha consentito di individuare le persone con maggiori vulnerabilità».
Avete varato un progetto sperimentale per i corridoi umanitari. In cosa consiste?
«È un progetto sperimentale, in parte anche già attuato nei mesi scorsi, che intende evitare altre morti in mare e consentire a persone in condizioni di vulnerabilità di accedere al sistema di protezione internazionale attraverso l’ingresso legale sul territorio nazionale».
Quindi anche un’identificazione dai luoghi di partenza? 
«Sì, è una idea sicura perché chi viene è verificato fin dalla partenza. Non dobbiamo aspettare che arrivino in Europa perché vengano identificati. Potrebbe essere una buona pratica dei Paesi europei».
Il vostro osservatorio privilegiato sull’Africa e, soprattutto su quei Paesi dove si fugge per fame, guerre, carestie, fa prevedere l’incremento dei flussi migratori? 
«Sì, lo dico senza allarmismi. Aumenteranno i flussi, e non solo per la buona stagione che arriva. Ci sono scontri che nascono perfino per problemi climatici. Pochi giorni fa in Etiopia, lo scontro tra due etnie per motivi legati alla siccità ha provocato 140 morti»
Quindi, la proposta del Governo italiano di un piano di interventi in Africa è giusta? 
«È da seguire con grande interesse. È un piano che il presidente Renzi presenterà all’Europa che è imperniato su un piano di aiuti ai paesi africani. Coltiviamo la speranza che gli altri paesi europei raccolgano la proposta. Noi dobbiamo continuare a chiederci non cosa possiamo fare di meno ma cosa possiamo fare di più».

L’ospitalità ai rifugiati di Lesbo è a totale carico del Papa. Intervista a Marco Impagliazzo

Il Giornale di Sicilia, 17 aprile 2016

L`INTERVISTA. Il presidente della Comunità di Sant`Egidio, Marco Impagliazzo: «Portano sulla loro pelle e nella psiche le conseguenze di guerre e violenze»

«Sono persone con nomi e storie, che vivono sul corpo e nella psiche le conseguenze di guerre e violenze. Arrivano in Italia nel rispetto delle regole e dei trattati internazionali, perché erano giunte a Lesbo prima dell`entrata in vigore dell`accordo con la Turchia».

Il presidente della Comunità di Sant`Egidio, Marco Impagliazzo, sottolinea l`importanza di un gesto che riesce a comunicare più di mille parole. Le tre famiglie di profughi siriani giunte a Roma con il Papa sono l`esempio concreto di cosa si potrebbe fare se si istituissero corridoi umanitari a partire dai Paesi di provenienza di chi fugge da guerre e disperazione.

«L`ospitalità di queste persone è a carico del Papa e del Vaticano. Tutto è stato fatto in accordo con i governi italiano e greco. La Comunità di Sant`Egidio ha fatto solo da facilitatore per individuare le famiglie», spiega Impagliazzo.

Come sono state scelte queste famiglie? «Si tratta di persone già richiedenti asilo per motivi umanitari, perché fuggono dalla guerra in Siria e vivono in situazione di vulnerabilità. E questo il criterio di selezione, la vulnerabilità. Una famiglia, infatti, ha i genitori più avanti con gli anni, che avrebbero difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro. Un`altra invece ha un bambino traumatizzato dalle conseguenze del conflitto che ha vissuto. Sono persone con nomi e storie, come dice papa Francesco, ed è un fatto importantissimo».

Dal punto di vista politico che significato assume questo gesto? «Il Papa dice chiaramente che ognuno deve fare la propria parte, che si devono costruire ponti e non barriere e muri. D’altronde il Pontefice, già nel suo nome, è creatore di ponti, è questa la vocazione del Papa. Un aspetto che condividono tutte le Chiese che erano presenti a Lesbo. Di fronte a una crisi migratoria come questa, costruire muri non serve a nulla».

In un mondo politico frammentato, confessioni cristiane diverse si ritrovano insieme al capezzale dei migranti, quasi a voler testimoniare che le religioni devono creare dialogo e non divisione.
«È, un gesto ecumenico importante. Oltre all`ecumenismo del sangue, quello versato dai cristiani perseguitati, esiste un ecumenismo dei poveri, un ecumenismo della carità. C`è un amore per gli altri che ci unisce più che dal punto di vista giuridico».

Anche la Comunità di Sant`Egidio sta lavorando insieme con le Chiese evangeliche l`apertura di corridoi umanitari verso l`Italia dal Libano, dal Marocco e dall`Etiopia. Con quali risultati?

«Finora sono giunte in Italia 93 persone e altre 150 arriveranno a breve. Il progetto ci permetterà di accogliere fino a mille profughi, ma speriamo di estendere anche ad altri. Si tratta di persone che ci vengono segnalate da organizzazioni internazionali che operano in Libano, in Marocco, perché appartengono a categorie particolarmente vulnerabili. Si tratta di malati, anziani, donne con minori. Tutto secondo le regole e tutto sostenuto economicamente dalla Comunità di Sant`Egidio e dalle Chiese evangeliche. Se lo facessero altri Paesi, i numeri potrebbero essere più alti e le vite umane salvate molte di più».