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16 ottobre 1943. La memoria e il dolore che non possiamo perdere

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 16 ottobre 2021

Oggi è un giorno di dolore e di memoria a Roma. Il 16 ottobre del 1943 oltre mille ebrei furono strappati alle loro case e condotti nel campo di sterminio di Auschwitz dalle truppe naziste che occupavano Roma con la complicità dei fascisti. Solo 16 dei 1024 deportati tornarono da quel lager dopo la guerra. Può sembrare il ricordo doloroso di un fatto lontano, che poco ha a che fare con la città contemporanea. Ma oggi, con fenomeni sempre più allarmanti di antisemitismo e razzismo, appare ancora più chiaro perché è necessario ricordare. Il razzismo antisemita è un veleno che ancora scorre nelle vene delle nostre città, tant’è che il 90% degli ebrei europei avverte la crescita di questo fenomeno e il 38% ha pensato di emigrare non sentendosi sicuro nella Ue.

Un rapporto presentato al recente Forum di Malmö sulla memoria della Shoah rivela la diffusione tra giovani e adolescenti di pregiudizi antisemiti, legati a teorie complottiste sul Covid-19 che circolano sulle piattaforme social. È troppo facile spargere veleno, per questo serve una reazione. Ed è necessario applicare quelle leggi, che ci sono, perché l’apologia di fascismo e l’istigazione all’odio razziale non sono opinioni, ma reati. Durante il nazismo, una giovane ebrea olandese, Etty Hillesum, annotava nel suo diario la totale impreparazione interiore dei suoi concittadini davanti a ciò che stava accadendo. Il motivo, per Etty, stava nel fatto che «l’uomo occidentale non accetta il dolore come parte di questa vita» e di conseguenza fugge davanti a quello altrui. Per questo, in quegli anni, molti sono crollati miseramente e si sono resi complici della Shoah, per non essere toccati dal dolore. Non deve accadere lo stesso oggi. Nessuna comunità deve essere lasciata sola. Il tragico messaggio che si comunica a chi è nella solitudine (una persona o una comunità) è: “Tu sei di troppo”.

Ha raccontato una sopravvissuta al campo di concentramento di Ravensbruck, che le deportate all’ultimo stadio morivano di solitudine: «Furono uccise perché erano di troppo nel campo. In seguito mi sono chiesta se questa formula non riassumesse l’essenza del razzismo. E c’è di che aver paura, perché chi può affermare che non sarà mai, un giorno, di troppo?». Sì, c’è di che avere paura quando in tanti modi si dice a qualcuno “tu sei di troppo!”; lo si dice con le parole, o erigendo muri, distruggendo reti di dialogo, vicinanza e amicizia. In questo tempo dominato dal presentismo, in cui nulla rimane a lungo, fare memoria del passato è difendere l’umanità: fare memoria è riscoprire la storia e le storie di chi vive accanto a noi, e sentirle proprie, in una comunanza di sentimenti e di vita. Solo così questa narrazione sopravvivrà e resterà come monito e insegnamento alle generazioni future. È tempo di reagire decisamente e più uniti davanti alla crisi del legame comunitario, quella morte del prossimo che è un limite profondo e doloroso della nostra società.

E una consapevolezza che deve maturare mentre lentamente ma inesorabilmente i testimoni di quei giorni drammatici del 1943 e della Shoah si spengono. Con la loro scomparsa si perderà anche la memoria di quei fatti? Si dimenticheranno il 16 ottobre e le sue immani sofferenze? Per questo dobbiamo reinventare ogni giorno il modo per tramandare il ricordo di quegli eventi, anche quando saranno scomparsi tutti i testimoni. Una risposta c’è: essere noi i testimoni. Saremo noi a raccontare, a chi vive con noi e a chi verrà dopo di noi, questa storia, perché non si ripeta. La Shoah rimane un unicum nella storia dell’umanità, il punto più basso a cui giunse un’Europa ammalata di nazionalismo e di razzismo. La Shoah possiede dunque un valore di archetipo per ogni ingiustizia e violenza razzista.

Scriveva Settimia Spizzichino, unica donna romana sopravvissuta dopo la razzia del 16 ottobre: «Cosa accadrà quando noi non ci saremo più? Si perderà il ricordo di quell’infamia?” ». Se questa memoria andasse persa, saremmo tutti meno sicuri. Perché quando brucia la sinagoga, bruciano anche la chiesa, la moschea, la scuola, la politica demo-cratica, il sindacato, la cultura e tanto altro… brucia il nostro futuro. Per questo il ricordo di tanta infamia non deve andare perduto.

Il sogno della pace

di Marco Impagliazzo sull’Osservatore Romano del 15 ottobre 2021

Sono passati 35 anni da quella prima Preghiera per la pace voluta da san Giovanni Paolo ii nella città di san Francesco, ma la forza spirituale che ne è scaturita non solo è ancora viva, ma è cresciuta ormai in modo significativo, tanto da rappresentare un punto di riferimento per le religioni e per il mondo. Lo ha dimostrato nei giorni scorsi l’incontro internazionale «Popoli fratelli, Terra futura», promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, che ha ereditato lo “spirito di Assisi” riproponendolo ogni anno da allora e costruendo attorno ad esso una rete di dialogo e di rapporti che più volte in passato ha fatto argine alla violenza in nome della religione.

Quando Giovanni Paolo ii convocò per la prima volta, con un gesto profetico, i rappresentanti delle grandi religioni mondiali era il tempo della guerra fredda, con le minacce nucleari che incombevano sull’umanità. Papa Wojtyła volle che le religioni prendessero l’iniziativa, a partire dalle loro diverse tradizioni, per lanciare un messaggio forte al mondo intero. Da allora un cammino si è snodato per far rivivere quello “spirito di Assisi”, che — come diceva Giovanni Paolo ii — non è solo per specialisti o diplomatici, ma «un cantiere aperto a tutti». Quest’anno l’evento si è tenuto a Roma il 6 e il 7 ottobre e si è concluso con l’intervento di Papa Francesco al Colosseo.

L’incontro ha sviluppato una prospettiva positiva di rinascita e ricostruzione del mondo che — si spera — possa uscire presto dalla pandemia. Personalità religiose, politiche, della società civile, della cultura, da quaranta nazioni, si sono riunite in presenza a Roma, nel complesso La Nuvola all’Eur, per alcuni forum su grandi argomenti di attualità, mentre la cerimonia finale si è svolta al Colosseo. Larga la partecipazione popolare in presenza — seppure ancora limitata per le misure anti-covid — con l’afflusso di tanti giovani (uno dei forum era dedicato a loro) per discutere di pace, ambiente («la cura della casa comune») e la necessità di «ritrovare il noi». Tra i relatori, non solo leader e rappresentanti delle religioni (cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddisti e induisti) ma anche economisti come Jeffrey Sachs ed esponenti delle istituzioni, come il ministro dell’Interno italiano, Luciana Lamorgese, e il ministro degli Esteri della Tanzania, Liberata Mulamula.

Ci si è chiesti: come porre le basi per un mondo nuovo mentre sono ancora aperte le ferite provocate dalla pandemia? Sono ferite gravi, profonde, che non hanno risparmiato nessun popolo e nessuna nazione: l’altissimo numero dei morti (si è arrivati a cinque milioni nel mondo), il grande numero di persone senza lavoro, bambini e giovani senza la scuola, una crisi sociale diffusa. Siamo di fronte a emergenze umane e sociali che toccano il corpo dell’umanità intera. I rappresentanti dei mondi religiosi si sono interrogati in modo forte sulla responsabilità di dare una risposta che aiuti il mondo a curare queste ferite. Se è vero che nessuno si salva da solo, com’è possibile ricominciare insieme?

È stato proprio questo Ricominciare insieme, il tema dell’assemblea inaugurale. È emerso il bisogno di ricominciare su nuove basi per non sprecare l’occasione che ci offre questa crisi mondiale, a partire da una risposta forte e unitaria alla crisi ambientale. Ricominciare insieme è stato in qualche modo l’auspicio di tutto il convegno. Non sono stati infatti giorni di discussioni su temi dottrinali o questioni dogmatiche, ma più semplicemente si è guardato al futuro del mondo. Le religioni hanno sentito il dovere, a Roma, di mostrare che si può camminare insieme, al di là delle diversità — anzi, proprio a partire da esse — sui temi della fraternità e della cura dell’ambiente per un mondo che sia molto diverso da quello che ci ha consegnato la pandemia o nel quale siamo entrati per la pandemia.

Davanti al Colosseo, dopo la preghiera ecumenica alla presenza di Papa Francesco, del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo i , e del patriarca armeno Karekin ii , hanno preso la parola per primi Andrea Riccardi e Angela Merkel. «Di fronte a un mondo che deve rinnovarsi — ha notato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio — si manifestano visioni limitate e un diffuso senso d’impotenza. Che genera indifferenza. Invece le religioni richiamano al fatto che il comportamento di ciascuno non è irrilevante per la salvezza propria e altrui, e della terra». Infatti «siamo all’appuntamento di un mondo nuovo, decisi a costruirlo con tutti, a partire dai giovani e dai poveri». Per il cancelliere Angela Merkel «senza il rispetto dell’altro e di chi la pensa diversamente o che ha un’altra fede, non possiamo vivere in pace… dobbiamo mantenere lo sguardo verso la miseria delle persone che vivono in mezzo ai conflitti, al loro diritto ad una vita dignitosa perché la sofferenza umana non viene relativizzata dalla distanza geografica». Subito dopo sono intervenuti il grande imam dell’università di Al Azhar (Il Cairo), Al-Tayyeb, e il presidente della conferenza dei rabbini europei Pinchas Goldschmidt.

Papa Francesco, nel discorso conclusivo, prima della lettura dell’appello finale, ha insistito sulla necessità che i «popoli fratelli» riprendano a «sognare la pace» per un mondo in cui prevalga il disarmo reale e quello dei cuori: «Con la vita dei popoli e dei bambini non si può giocare. Non si può restare indifferenti. Occorre, al contrario, entrare in empatia e riconoscere la comune umanità a cui apparteniamo, con le sue fatiche, le sue lotte e le sue fragilità. Pensare: “Tutto questo mi tocca, sarebbe potuto accadere anche qui, anche a me”». E ancora: «Bisogna smilitarizzare il cuore […] Meno armi e più cibo, più vaccini e meno fucili». L’appello finale letto da una giovane afghana, Sabera Ahmadi, evacuata lo scorso agosto da Kabul, ha richiamato i grandi temi dell’incontro: «Popoli fratelli e terra futura sono legati indissolubilmente e la pandemia ha mostrato quanto gli esseri umani siano sulla stessa barca, legati da fili profondi». La speranza, si è manifestata nel finale, quando bambini festanti, in rappresentanza di tanti popoli, nel tramonto che avvolgeva il Colosseo, hanno salutato i rappresentanti religiosi nel segno della pace.

Aprire cuore e mente all’altro: la lezione dei Padri della Chiesa

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 2 ottobre 2021

Gian Franco Saba, arcivescovo di Sassari, ha di recente dato alle stampe un interessante volumetto dal titolo Paideia e politeia. Cultura dell’interiorità e buon governo: un insegnamento dai Padri della Chiesa (Tau, pagine 132, euro 20,00). Il testo «si propone di indagare il nesso tra la paideia cristiana e la comunità politica ed è inserito in un più ampio progetto che intende mettere in dialogo popoli, culture e religioni», si legge nella prefazione.
È il progetto della “Fondazione Accademia”, casa plurale che aiuta a superare l’indifferenza, ad aprire il proprio cuore, i propri occhi, la propria mente all’Altro. Nel conoscere e riconoscersi, nel favorire il dialogo, nel creare connessioni, nel comporre alterità, nell’accettare meticciati, ci si esercita all’arte di cui il nostro tempo ha più bisogno, all’arte del convivere con l’Altro, in un mix di realismo e di speranza. È il realismo di chi sa di abitare un mondo nuovo. È la speranza di una nuova civiltà, che non si imponga, ma si componga: la civiltà del convivere tra tanti universi culturali, politici e religiosi.
Bene, ma cosa c’entra tutto questo con la paideia, la politeia, i Padri? Lo spiega bene l’autore quando ci dice che è necessario, nel nostro mondo globalizzato, in questo tempo “liquido”, «ristabilire e rinforzare il rapporto tra individuo/persona e comunità». Facendo perno sull’educazione. E sapendo che «conservare e trasmettere la memoria di una comunità sono funzioni politiche E…] nel suo significato originario».
Il filo rosso della trattazione è qui, nella relazione biunivoca che si stabilisce tra l’educazione del singolo e la gestione della collettività; mentre il suo orizzonte diacronico sta nell’assorbimento e nella trasformazione dei concetti classici alla luce del nascente pensiero cristiano. E lungo questo percorso, al culmine di esso, che spicca la figura di Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli nel IV secolo, padre della Chiesa, uomo di profonda cultura teologica e spirituale. È noto come Crisostomo non disdegnasse – anche con esiti per lui negativi (l’esilio) l’intromissione nella sfera politica. Il suo pensiero è dunque il punto d’arrivo di un itinerario che credeva di trarre il meglio dal tesoro antico della pedagogia e della sociologia classiche per dargli una sanzione apparentemente, in quel dato momento storico, definitiva. Incontrando l’impero cristiano, all’inizio dell’era costantiniana della Chiesa, paideia e politeia sembrano allora sostenersi l’un l’altra, delineando un ideale che si fa modello. La paideia cristiana si rivela figlia e coronamento di quella antica. La politeia illuminata dalla Parola di Dio si libera delle scorie pagane per disegnare l’ideale di una comunità concorde e operosa come quella delle api nell’alveare, «comunità viva e pacifica». Tale politeia – conclude l’Autore – non riguarda solo il “politico”, dunque, bensì ogni individuo che forma la collettività. E dice qualcosa all’uomo e alla donna del nostro oggi.
Ciascuno è chiamato a sganciarsi dalla «liquidità» del tempo che viviamo per costruire in maniera responsabile e solidale quella «città di tutti» che è un determinato Paese, ma anche l’intero pianeta. Il mondo globalizzato e bisognoso di cura del post-pandemia non merita di essere abitato da mille monadi autoreferenziali, bensì da una fraternità – Fratelli tutti! – che coltivi una gestione umana e comune delle cose. L’Individuo va costruito come tale, certamente, ma perché la sua educazione, la sua instruzione, siano dono di responsabilità per l’insieme della famiglia umana.
Nel libro di Gian Franco Saba si può leggere una prospettiva insieme umana, civile, pastorale, che si muove nel solco del cammino che la Chiesa di papa Francesco sta compiendo, – Chiesa “in uscita”, Chiesa che costruisce ponti -, ma anche dell’itinerario che la navicella di Pietro percorre da secoli, proponendo all’ecumene una “globalizzazione dell’amore”, realizzando o tentando di realizzare nel vissuto concreto degli uomini e delle donne di ogni angolo che è sotto il cielo quel che uno storico inglese, John Bossy, ha chiamato «il miracolo sociale».

Un nuovo modello di vita per gli anziani

di Marco Impagliazzo su La Nuova Sardegna del 27 settembre 2021

«L’istituto era monotono. La sera mangiavamo alle 18.30. La colazione invece era servita alle 9 passate, perché dovevamo aspettare il turno dei pazienti più gravi. Il personale ci trattava come numeri. Anzi spesso non ci chiamavano neppure per nome, ma con il numero del letto». Così Salvatore, 81 anni, racconta come ha vissuto per più di un anno in una casa di riposo a Roma: morta la moglie e senza figli si era convinto che, per l’avanzare dell’età, il ricovero in una struttura fosse l’unica possibilità per continuare a vivere.

Del resto è ciò che viene alla mente a tanti della sua età, quasi sia un destino ineluttabile. Perché si vede che attorno a sé altri anziani lo hanno già fatto, spesso convinti che era “per il loro bene” dalle stesse famiglie e, soprattutto, perché non sembra esistere un’alternativa. Ma stavolta ci si è messo di mezzo il lockdown, che – tra marzo e maggio del 2020 – ha reso drammatiche le condizioni di vita dentro tutti gli istituti ed ha fatto capire a Salvatore la gravità della situazione: «Con il coronavirus prima ha chiuso il giardino, punto di sfogo di tanti pazienti. Poi siamo stati chiusi a chiave nelle camere. La vita si svolgeva in uno spazio molto limitato, con un’assistenza ridotta al minimo. Alcuni restavano a letto anche di giorno perché non veniva nessuno ad alzarli. Sentivamo le inservienti passare nel corridoio, ma facevano finta di non sentire quando le chiamavamo forte per aiutarci. Venivano solo a portarci da mangiare e ci cambiavano il pannolone solo una volta al giorno. Renato, il mio vicino di letto, si era ammalato ed era debolissimo. Non capiva perché non venisse più a trovarlo la figlia; non riusciva più a portare il cucchiaio alla bocca e la minestra rimaneva lì nel piatto. Prima lo aiutavo io a mangiare, ma dopo me lo hanno impedito mettendomi le sbarre al letto».


Salvatore, che per fortuna di energie ne aveva ancora da spendere, ha capito che bisognava reagire. Prima del lockdown aveva conosciuto un volontario della Comunità di Sant’Egidio, che veniva a visitare gli anziani in quell’istituto, e ci aveva fatto amicizia. È a lui che ad un certo punto ha espresso il desiderio di un’alternativa: «Deve esistere un posto, dove le persone della stessa età, magari con un po’ di aiuto, possano vivere insieme, condividendo i costi, ma anche i benefici, della libertà“. Il posto esiste per fortuna, gli è stato risposto: dall’istituto si può uscire. Occorre però organizzare bene le cose. Perché il cohousing, modello che Sant’Egidio ha ormai sperimentato da anni, sviluppando decine e decine di convivenze in diverse città italiane, va costruito con cura.

È vero, si può vivere insieme, tra anziani, anche se non si è parenti, con un po’ di fantasia e un accompagnamento. Per Salvatore è stato l’inizio di una nuova vita nell’appartamento che condivide con un altro anziano. Ognuno ha il suo spazio: una stanza con il bagno e una bella sala da pranzo dove stare insieme e ricevere le visite dei parenti o degli amici. A turno si preparano i pasti con l’aiuto di una badante e dei volontari, mettendo insieme le proprie risorse economiche. Insomma, dal sogno alla realtà.

Quella di Salvatore è una delle tante storie di anziani – è il caso di dire – “salvati” da una condizione di solitudine e abbandono che la pandemia ha fatto emergere in tutta la sua drammaticità e che ci deve spingere a superare il modello dell’istituzionalizzazione puntando sulla casa come “principale luogo di cura”. Lo ha detto, del resto, anche Mario Draghi delineando una prospettiva di riforma della sanità che potenzi l’assistenza domiciliare. Cioè, offrire un futuro diverso alla popolazione e, al tempo stesso, porre le basi per un modello di società a misura di tutte le età e non solo di alcune.

Negli ultimi anni la Comunità ha lavorato per costruire in Italia una rete innovativa di cohousing, che è divenuto un modello e che già accoglie centinaia di persone a Roma, Genova, Napoli, Novara, Padova, Torino, con modalità che variano a seconda delle esigenze personali e che si sostiene con il contributo economico delle persone che abitano nelle case stesse: convivenze di anziani, ma anche di ex senza fissa dimora, che sono accompagnati nel loro percorso di abbandono della strada, o persone con disabilità che si sono trovate in difficoltà, spesso dopo la perdita dei loro genitori. «Ho ritrovato la vita che avevo perso», può dire oggi con convinzione Salvatore, che promette – appena le condizioni lo permetteranno – di tornare in istituto come volontario, per parlare della vita che ha ora la fortuna di vivere, di quel cohousing, diventato ormai una possibilità non solo per i giovani (quando dicono “mamma vado via da casa perché voglio farmi una vita”) ma può essere il futuro anche per tanti anziani. 

Che cosa si tace sull’eutanasia. Ambiguità e silenzi del referendum

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 25 agosto 2021

«Per impedire che siano altri a decidere per noi. Per essere liberi, fino alla fine», si legge sul sito del comitato promotore del referendum per l’«eutanasia legale». C’è molta ambiguità in questo richiamo a una libertà individuale che arriva fino al punto di decidere della propria morte, seppure in condizioni particolari. Nel tempo della pandemia, in cui la morte è purtroppo tornata prepotentemente a farsi sentire, si è lottato – spesso allo stremo – per tenere in vita le persone e si è sovente ripetuto che non ci si salva da soli e che non si può fare il triage delle vite, per esempio in base all’età.

Salvarsi insieme sta diventando una visione comune e diffusa. La campagna vaccinale ne è un esempio. Così come la presa di coscienza di molti cittadini sui temi ambientali, al pari di quelli sociali e della salute. Tutti aspiriamo alla libertà e a una libertà per tutti. Nelle parole d’ordine dei referendari c’è poi un’ambiguità evidenziata da Giovanni Maria Flick su ‘Avvenire’: il cuore del quesito referendario non è una decisione da prendere per sé stessi, bensì in relazione alla riformulazione dell’omicidio del consenziente. Il paradosso, argomenta Flick, è che «chi uccidesse un maggiorenne e cosciente di sé che glielo chiede, anche in buona salute, non rischierebbe il carcere».

Sarebbe questa la buona morte? Farsi uccidere è una battaglia di libertà? La conclusione del giurista è che si sta creando confusione: «Attraverso leggi penali non si vuole più dare certezza ai cittadini, ma far valere una specifica visione della vita». Ecco il punto: una visione della vita che è di parte e che non si vuole confrontare nei luoghi deputati (come il parlamento) ma che usa i referendum sulla giustizia. Il comitato referendario non dice ciò che i giudici costituzionali hanno già affermato (sentenza 242/19): il reato di aiuto al suicidio non si applica quando a richiedere di morire sia «persona affetta da patologia irreversibile, e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, e sia inoltre tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Lo stesso comitato referendario omette di dire che alla Camera dei deputati è in discussione in commissione un ddl sul suicidio assistito, che dovrà necessariamente recepire la sentenza di cui sopra. Tutte queste omissioni rivelano il vero intento: inseguire un facile consenso basato sul principio emotivo di autodeterminazione, senza approfondire. Tuttavia un esito ottenuto per via populista rischia di darci una legge incoerente, finendo per minacciare il diritto alla vita dei più fragili. Sembra che ciò che davvero conti per i referendari è affermare che «le persone sono più avanti rispetto alla politica». Chiediamo: avanti verso dove? In Belgio e in Olanda dove l’eutanasia è legge da un paio di decenni, si è talmente ‘avanti’ nell’applicazione del protocollo sui bambini che nemmeno tale dramma fa più notizia.

Dall’esaltazione della volontà del maggiorenne, monade ferita ma capace di prendere in mano la propria fine, si è passati alla valutazione delle possibilità del singolo di vivere «una vita degna di essere vissuta» (ricordo sommessamente che tale espressione è purtroppo di origine nazista). Su tale questione sappiamo che non c’è accordo generale e quindi andrebbe discussa molto più approfonditamente.

A distanza di alcuni anni dall’introduzione dell’eutanasia, il parlamento olandese e belga trattano dell’estensione dell’eutanasia ai malati di mente o a quelli in terapia intensiva, riservando la decisione ai medici. Lo slogan «per essere liberi, fino alla fine» nasconde tale evoluzione? La battaglia è divenuta tutta ideologica. Se l’obiettivo dell’euta- nasia è salvaguardare la propria dignità e alleviare la sofferenza, esistono già – sempre migliorabili e da rendere nei fatti universali – l’interruzione dei trattamenti e il ricorso alle cure palliative. Se invece il punto è insistere sulla libertà individuale, allora il rischio di abusi e derive è altissimo.

D’altra parte sappiamo che tale libertà viene alla fin fine ceduta agli specialisti, e saranno loro a decidere per noi. La delicatezza dei temi legati alla malattia, alla debolezza, alla vecchiaia deve rendere saggi e prudenti: stupisce e rattrista l’eccitazione populista per quello che è comunque un epilogo di morte. Meglio darsi il tempo necessario alla riflessione e al dibattito. Tanto più nel pieno di una pandemia che ha mietuto vittime a centinaia di migliaia. Il virus ha già fatto strage: questo è il momento di far trionfare la vita e di non rassegnarsi alla morte.

Afghanistan. Tre idee per gli afghani richiedenti asilo in Europa

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 18 agosto 2021

La gravissima situazione umanitaria di queste ultime settimane nell’Afghanistan non ha ripercussioni soltanto all’interno del Paese, ma anche sulle migliaia di afghani che in questi ultimi anni hanno cercato rifugio all’estero. Il lungo e vasto flusso migratorio riguarda quelle parti di popolazione che appartengono alle diverse etnìe e confessioni religiose, perseguitate dai taleban. Tra loro troviamo molti richiedenti asilo nei vari Paesi della Ue. Non è un caso se dal 2015 la seconda nazionalità di asilanti, dopo quella siriana, è quella afghana, cui segue quella venezuelana. Dai Paesi citati si può ben capire la profondità delle sofferenze in cui vivono queste persone. Non va dimenticato, peraltro, che il numero di richiedenti asilo, dopo il grande afflusso del 2015 e 2016, dovuto in larga parte ai profughi siriani, è andato costantemente diminuendo fino alla punta minima del 2020 che ha visto nei 27 Paesi dell’Unione Europea un totale di 417mila richieste di asilo. Il trend in discesa si è confermato anche per il primo trimestre del 2021 con una diminuzione del 37% di domande. Nell’Unione non esiste un’«invasione» di rifugiati, anzi, si assiste a una contrazione costante della loro presenza, in parte dovuta alla pandemia da Covid.

Tra il 2020 e i primi mesi del 2021 sono approdati in Europa, principalmente dalla Turchia attraverso la Grecia o la rotta balcanica (Bulgaria, Serbia, Bosnia, Slovenia etc.), oltre 54mila afghani. La gran parte sono famiglie con minori, e tra loro molti minori non accompagnati. Gli afghani rappresentano percentualmente la prima nazionalità di minori non accompagnati giunti in Europa nel 2020: il 41%. Ciò significa che siamo di fronte a un popolo di giovani e giovanissimi. Gli afghani che chiedono asilo si dirigono principalmente in Germania, dove ci sono da tempo stabili comunità, poi in Francia, Belgio, Austria e Paesi scandinavi. Ma la loro presenza in queste nazioni non è senza problemi.

Anzi. In Germania circa la metà dei richiedenti asilo afghani sono rifiutati come rifugiati. Degli altri una buona parte ottiene il permesso per motivi umanitari, mentre solo una piccola minoranza è riconosciuta rifugiata. Danimarca, Svezia, Germania, Austria e Norvegia hanno da tempo iniziato i rimpatri forzati in Afghanistan dei richiedenti rifiutati all’asilo. Recentemente a causa della situazione critica nel Paese, il governo afghano aveva chiesto all’Unione Europea di interrompere per almeno tre mesi i rimpatri forzati dei richiedenti asilo in Europa. Il 5 agosto i ministri dell’Interno di sei Paesi europei – Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi – avevano però scritto una lettera alla Commissione Europea in cui dicevano che le espulsioni sarebbero continuate nonostante gli appelli: l’interruzione delle espulsioni «invierebbe un segnale sbagliato ed è probabile che motiverebbe ancora più cittadini afghani a lasciare il proprio Paese per venire in Europa».

Adalbert Jahnz, portavoce della Commissione per gli Affari interni, aveva replicato alla lettera dicendo che «spetta a ciascun Stato membro valutare individualmente se l’espulsione è possibile». Fortunatamente l’11 agosto Germania e Paesi Bassi hanno sospeso le espulsioni verso l’Afghanistan. Il ministro dell’Interno tedesco ha dichiarato che, per il momento, le espulsioni non sarebbero state effettuate sebbene ci siano 30mila afgani in questa posizione.

L’Italia ha una politica diversa rispetto ai Paesi europei citati, e accoglie con maggiore attenzione le domande di asilo e di protezione sussidiaria da parte di profughi afghani. In generale, vista la gravissima situazione dell’Afghanistan, in attesa di aprire corridoi umanitari e velocizzare i ricongiungimenti familiari per chi vive in situazioni di maggiore vulnerabilità all’interno del Paese, bisogna chiedersi se non sia necessario adottare, in tutti i Paesi europei, misure che allevino la situazione degli afghani che sono già nel nostro continente. Ecco alcune proposte.

La prima: sospendere tutte le espulsioni già decretate dai Paesi europei. La seconda: superare il criterio di inammissibilità derivante dal principio del Paese terzo sicuro (la Turchia) applicato in Grecia per i cittadini afghani. Nei campi, nelle isole e nelle città greche ci sono oggi migliaia di afghani le cui domande, sulla base di questo principio, non potranno nemmeno essere presentate. La terza: riesaminare le domande rigettate, in considerazione della grave situazione afghana. Di fronte a un dramma come quello in corso, tante visioni e impostazioni ristrette devono cadere. Non basta guardare con angoscia le terribili immagini che giungono da lontano: è possibile iniziare a dare subito risposte. In vent’anni afghani e occidentali hanno tentato di costruire un Afghanistan libero e democratico. Il progetto è fallito. Evitiamo, per quanto possibile, che il prezzo del fallimento sia pagato da chi ci ha creduto.

Migranti: per non “morire di speranza”. È urgente ripristinare i flussi migratori di ingressi regolari

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale (Agosto-Settembre 2021)

«Pensiamoci: il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa». Queste le parole di Francesco lo scorso 13 giugno, una settimana prima della Giornata mondiale del rifugiato. Per celebrare questa ricorrenza, da alcuni anni, la Comunità di Sant’Egidio promuove la veglia di preghiera “Morire di speranza” in memoria dei migranti che perdono la vita nel tentativo di aggiungere l’Europa: oltre 59 mila persone, fra morti e dispersi, dal 1990. Un conteggio drammatico, che si è ulteriormente aggravato nell’ultimo anno: 4.071 le persone che, da giugno 2020 a oggi, sono morte nel Mediterraneo o lungo le vie di terra, come la terribile “rotta balcanica”. Si tratta di un bilancio pesante per essere considerato, come spesso accade, una statistica accanto alle altre. È, invece, una tragedia dell’umanità, su cui occorre riflettere per reagire a quella “globalizzazione dell’indifferenza” evocata da Francesco nel suo primo viaggio fuori dal Vaticano, a Lampedusa nel luglio 2013.

Il tema delle migrazioni va sottratto alla strumentalizzazione politica e considerato, con realismo, per quello che è: non tanto un problema, quanto una risorsa. In Europa siamo nel tempo dell ripartenza, grazie alla campagna vaccinale e allo stanziamento di ingenti fondi economici. Per fissare lo sguardo sul nostro Paese, è opportuno notare che anche un’immigrazione giusta e regolare può contribuire alla ripresa, facendo incontrare, come insegna una legge fondamentale dell’economia, il bisogno delle imprese e delle famiglie italiane – la domanda – con l’offerta rappresentata da chi emigra alla ricerca di un lavoro e di un futuro.

Parlando di migrazioni, il primo problema è constatareche l’Italia è tornata a essere un Paese di emigrazione. Nell’ultimo decennio, gli italiani che vanno a lavorare e vivere all’estero sono in costante aumento.

Nel 2020 il numero degli immigrati è pari a quello degli emigrati, un fattore che aggrava l’inverno demografico in cui si trova l’Italia. In pochi anni, nel 2036,«saremo in piena tempesta emografica”, con il massimo dei lavoratori in uscita (i figli del baby boom) e il minimo di potenziali lavoratori in entrata», ha scritto Dalla Zuanna. L’immigrazione non può essere considerata la soluzione alla crisi demografica o alle difficoltà del mercato del lavoro, ma – se ben governata – può contribuire, insieme ad altri fattori, a invertire la rotta e a garantire la tenuta economica del welfare. È quanto sollecitano alcuni settori produttivi per sostenere la ripresa economica. Alla vigilia di un’estate di ripartenza, sono stati albergatori e ristoratori i primi a lanciare l’allarme per la difficoltà a reperire il personale sufficiente per accogliere i turisti nei loro esercizi finalmente aperti. Nell’Italia che, secondo l’Istat ha perso quasi un milione di posti di lavoro a causa della pandemia, soprattutto nel comparto turistico, una grossa offerta di lavoro resta senza risposta.

Un altro settore per cui è urgente trovare soluzioni è l’agricoltura, come ha denunciato la Coldiretti. Nelle campagne mancano 50 mila addetti, soprattuto a causa della scadenza dei permessi di soggiorno degli immigrati. Altro comparto in gravissima difficoltà è quello della sanità, per la carenza degli infermieri. In Italia il loro numero è notevolmente inferiore alla media europea. Secondo la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, nel nostro Paese mancano ben 63 mila infermieri. E a pagarne la carenza sono soprattutto le famiglie: molte persone affette da gravi disabilità e altre patologie, finora curate a casa, hanno visto ridurre l’assistenza domiciliare. Eppure, ci sono Paesi, come l’Argentina e il Perù, le cui scuole infermieristiche sono di ottimo livello, ma per ottenere il riconoscimento dell’equipollenza dei diplomi si impiega troppo tempo. Occorre snellire e semplificare le procedure per rispondere a quello che è un obiettivo strategico fissato dal Pnrr, ossia potenziare l’assistenza domiciliare.

In vista dello scorso Consiglio Europeo dedicato all’immigrazione, Sant’Egidio ha formulato alcune proposte per affrontare questo tema decisivo per il futuro del nostro continente. Anzitutto, è urgente ripristinare i flussi di ingresso regolari per favorire l’occupazione in quei settori che hanno maggiori difficoltà a soddisfare la richiesta di lavoratori specializzati e non. In secondo luogo, si tratta di reintrodurre nella legge italiana le sponsorship private, che potrebbero consentire, oltre che alle Ong accreditate, a imprese e famiglie di chiamare lavoratori in Italia, come avveniva tra il 1998 e il 2002. La terza proposta consiste nell’ampliare i corridoi umanitari, una buona pratica che dal 2016 ha permesso l’arrivo in sicurezza nel nostro Paese di 3 mila rifugiati e di altri 700 in Francia, Belgio, Andorra e San Marino. Tale iniziativa ecumenica, promossa da Sant’Egidio, Cei e Chiese evangeliche, rivela che è possibile combattere le catene dell’immigrazione illegale. Una buona pratica che unisce accoglienza e integrazione. L’esperienza dei corridoi umanitari è una risposta al sogno di un’Europa dove democrazia, diritti umani e solidarietà restino a fondamento della sua costruzione. È umanamente giusto, ma anche economicamente conveniente.

È stata la scuola a renderci italiani, non la famiglia

di Marco Impagliazzo su Domani del 28 maggio 2021

Ernesto Galli della Loggia rimarcava giorni fa sul Corriere della Sera il fatto che «immigrati di seconda generazione, dunque nati in Italia, che verosimilmente [avevano] seguito un ciclo scolastico o più d’uno nelle scuole italiane», si erano resi protagonisti di manifestazioni anti-israeliane e di slogan antiebraici.
Evidentemente, aggiungeva, l’istruzione e le lezioni di educazione civica impartite loro nelle nostre aule «non [erano] state capaci di metterli al riparo» da «uno schietto antisemitismo». Ne discende secondo l’editorialista che lo ius culturae è insufficiente a creare buoni cittadini, concludendo con un’oscura premonizione: «tra l’illuminismo e l’identità, rassegniamoci, quasi sempre vince l’identità».

L’essenza delle persone
Per Galli esistono dunque dei “marker antropologici” fatali, secondo i quali nulla della natura umana può cambiare: esiste un’essenza delle persone che diviene il loro destino.
Si tratta di un pensiero sempre più diffuso: una dottrina che essenzializza le persone fissandone le caratteristiche con presunti elementi oggettivi (natura, etnia, religione e così via), immutabili e irrecuperabili. In questo caso sarebbe come dire: se la tua età è giovane, la tua etnia è nera o araba e la tua religione islamica, diverrai di sicuro un problema per la società occidentale nella quale ti inserisci o nasci.
Sappiamo quale tragedia può venir fuori dal fissare giovani e adolescenti in una loro essenza (presunta) originaria e immutabile: ogni qualvolta si essenzializza una persona o un gruppo umano, si perde di vista la sua umanità, la sua contemporaneità e la sua individualità, entrando in un vortice pericoloso.
Si tratta di una forma di disumanizzazione condannata dal pensiero liberale. Niente può marcare a fuoco il destino di una persona, se non le sue scelte giorno dopo giorno e la cultura in cui vive e di cui si nutre. Tanto meno quando si parla di giovani contemporanei, pur se le loro reazioni non ci piacciono. Galli dovrebbe infatti rendersi conto che se alcuni giovani si sono resi protagonisti di manifestazioni antiebraiche – e ciò rimane certamente da condannare – forse la radice va ricercata proprio nella cultura oggi ancora esistente in Italia tra gli stessi italiani di origine. Com’è noto l’antisemitismo non è mai del tutto morto tra di noi, “italiens de souche”, e sarebbe bene guardare a come spesso ritorna in auge nei momenti di crisi, mediante una cultura della separazione e del capro espiatorio.
Infatti additare quei giovani di seconda generazione come generatori originari di antisemitismo significa trasformarli in capro espiatorio al posto della crescente mentalità razzista del nostro paese di questi ultimi anni, sorella della mentalità violenta che è stata fin troppo sdoganata, a cominciare da quella verbale dei talk show.

Troppa tolleranza

Purtroppo da tempo nelle estreme europee, sia di destra che di sinistra, risorge un antisemitismo che viene troppo tollerato. Lo abbiamo visto anche in paesi dalla tradizione civile più matura della nostra, come il Regno Unito o i paesi scandinavi. Non c’è stato bisogno dell’apporto delle seconde generazioni per vedere risorgere tale fenomeno dal sottosuolo sub-culturale europeo (quello sì davvero anti-illuminista!). Lo ius culturae non c’entra: c’entra invece quello che stiamo diventando tutti noi, trascinandoci appresso anche i nuovi europei e i nuovi italiani. La battaglia di civiltà e di umanesimo non va fatta tagliando la società a pezzi o dichiarando irredimibili alcune sue parti: va operata nell’anima stessa, nel cuore di ognuno di noi.
Ecco perché non si è mai condannati a restare “lì dove si è”. La cultura è una forza di cambiamento in positivo mentre la scuola – e non il “sangue” – è il principale agente di costruzione dell’identità. È la scuola che ci ha reso italiani: la scommessa di “fare gli italiani” dopo aver fatto l’Italia. Scommessa antica quanto la nostra storia unitaria. Eravamo tutti italiani 150 anni fa? Non davvero. La nostra nazione ha camminato verso l’unificazione con il passo lento delle generazioni, in un itinerario che non è ancora del tutto compiuto. Lo ha fatto – e lo fa – principalmente grazie all’educazione. È stata la scuola – assieme alla televisione – a forgiare quell’identità che Galli della Loggia ora rivendica come frutto del nostro «ambiente familiare e religioso». Siamo tutti figli della scuola pubblica per la quale godiamo di un vasto e diffuso ius culturae.
Don Milani amava dire che la scuola «siede tra il passato e il futuro». A scuola si è liberi: liberi dalle paure di un tempo spaesato, dalla pressione mediatica, dalle semplificazioni e dai luoghi comuni, e si scorge il futuro. La scuola trasmette il nostro passato, indaga il nostro presente, ma ci rivela il nostro futuro.
È impressionante vedere come a scuola – e dunque nel futuro – bambini, ragazzi, adolescenti, giovani figli di stranieri, vivano già da italiani, parlino già da italiani, sognino già da italiani.
Non sarà una manifestazione a negarlo.
La cittadinanza è un processo, non breve ma nemmeno troppo lungo, in cui la nostra lingua, la nostra tradizione culturale, il nostro umanesimo, forgiano un individuo rendendolo indistinguibile, se non per il cognome e forse per i tratti somatici, da tanti altri concittadini.
Ernest Renan diceva che «la nazione è il plebiscito di ogni giorno»: è necessario uno sguardo costruttivo su fenomeni storici di così vasta portata come l’immigrazione. La fortuna è che il nostro sistema formativo è già attrezzato al tempo che viene (e può esserlo ancora di più) per far convergere tanti “loro” in un “noi” più largo, più aperto, più gravido di vita e di futuro. Forse anche il nostro sistema dei media, e il nostro dibattito culturale, dovrebbero attrezzarsi di conseguenza.

Non etichettiamo i ragazzi ma prendiamoli sul serio. I danni del Covid e una sfida educativa che impone verità e coraggio

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 27 maggio 2021

Lo sappiamo: i nostri figli hanno vissuto un dramma nel dramma in questi lunghi mesi di pandemia: le chiusure con ben poca scuola insieme a una pressione psicologica senza precedenti. Su queste pagine se ne è scritto molto, e in profondità, da parte di neuroscienziati, educatori, madri e padri, sacerdoti. Nei giorni scorsi, sulle pagine di un altro quotidiano, anche don Antonio Mazzi è tornato a riflettere sugli adolescenti e sulle conseguenze dirette e indirette del Covid-19 su di loro. Molti studi continuano, intanto, a denunciare il loro crescente disagio, registrando anche i fenomeni più estremi come l’aumento dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo. Ben più diffuso è risultato lo smarrimento per l’isolamento forzato e la maggiore difficoltà di frequentare i coetanei.

Molti genitori e insegnanti hanno visto figli e studenti chiudersi in se stessi, ritrovarsi più “spenti” o “arrugginiti”, più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, hanno gettato la spugna e stanno scivolando via nelle maglie larghe della didattica a distanza. Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito unintera generazione. Che fare? Come ripartire “con” e “da” questi ragazzi? La strada non può essere quella di insistere sul tema della “generazione Covid”, come ha fatto notare giustamente don Mazzi: «Da noi arrivano ragazzi affetti da disturbi internalizzanti o esternalizzanti. Convinco i genitori che dobbiamo affrontare la sofferenza di un ragazzo che [solo] in minima parte è malattia. Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Mi rifiuto (salvo casi gravissimi) di catalogare i ragazzi che chiedono aiuto, come ci siamo sempre rifiutati di etichettare chiunque». Non si può creare una nuova categoria in cui incasellare un adolescente in difficoltà, preludio a una medicalizzazione (e dunque a una deresponsabilizzazione) del problema.

La soluzione sta nel farsi carico di una domanda di futuro e rispondere con più vicinanza, partecipazione, responsabilità: i nostri figli ci chiedono più vita e più senso della vita. È utile (e a chi?) attribuire ai ragazzi etichette che definiscano precocemente le diversità così come avviene nel sistema scolastico e nella nostra società? Si tratta in realtà di scorciatoie che illudono di superare i problemi anche perché certe etichette o definizioni rischiano di accompagnarli per tutto il percorso scolastico con conseguenze anche oltre la maturità. Umberto Galimberti sostiene che ci troviamo immersi in una cultura che persuade ciascun individuo di essere fragile e debole e che rende indispensabile il continuo ricorso a pratiche terapeutiche o allassistenza di un tutor. Con il disagio adolescenziale legato al Covid-19 si rischia di andare nella medesima dire- zione, ma la nostra società non può fare a meno del contributo attivo di questi ragazzi e giovani che rischiano di essere “scartati”. «I giovani maturano se attratti da chi ha il coraggio di inseguire sogni grandi, di sacrificarsi per gli altri, di fare del bene al mondo in cui viviamo», ha detto papa Francesco agli Stati Generali della Natalità. È ciò che dobbiamo offrire ai nostri figli per farli uscire dal grigiore triste di un mondo segnato dalle limitazioni e dallautolimitazione. Una stagione nuova in cui prenderci cura, come comunità, dei più giovani con responsabilità e fiducia. Il punto è credere che i cuori di bambini, adolescenti e giovani guariranno se le mete che si porranno davanti a loro saranno allaltezza delle sofferenze che tutto il pianeta ha attraversato. In altre parole se non li etichetteremo come malati, ma li considereremo parte della cura di cui il mondo ha bisogno. Se non li medicalizzeremo, ma li vorremo come medici di un tempo nuovo, fatto di cura dellambiente, di rispetto per i più fragili, di gente che si sente sulla stessa barca.

Mario Draghi, parlando a sua volta allincontro romano sulla natalità, ha annotato: «Perso l`ottimismo, spesso sconsiderato, dei primi dieci anni di questo secolo, è iniziato un periodo di riesame di ciò che siamo divenuti. E ci troviamo peggiori di ciò che pensavamo, ma più sinceri nel vedere le nostre fragilità, e più pronti ad ascoltare voci che prima erano marginali». Quello che si apre è il tempo di una nuova sincerità. Con noi stessi, adulti che ritrovano una strada di verità e responsabilità. E con i giovani, non più marginali, ma centrali nella costruzione di un futuro diverso e migliore. Non certo marchiati come i nuovi malati, bensì protagonisti a pieno titolo di una società fondata sulla partecipazione e appassionata del domani.