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Non etichettiamo i ragazzi ma prendiamoli sul serio. I danni del Covid e una sfida educativa che impone verità e coraggio

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 27 maggio 2021

Lo sappiamo: i nostri figli hanno vissuto un dramma nel dramma in questi lunghi mesi di pandemia: le chiusure con ben poca scuola insieme a una pressione psicologica senza precedenti. Su queste pagine se ne è scritto molto, e in profondità, da parte di neuroscienziati, educatori, madri e padri, sacerdoti. Nei giorni scorsi, sulle pagine di un altro quotidiano, anche don Antonio Mazzi è tornato a riflettere sugli adolescenti e sulle conseguenze dirette e indirette del Covid-19 su di loro. Molti studi continuano, intanto, a denunciare il loro crescente disagio, registrando anche i fenomeni più estremi come l’aumento dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo. Ben più diffuso è risultato lo smarrimento per l’isolamento forzato e la maggiore difficoltà di frequentare i coetanei.

Molti genitori e insegnanti hanno visto figli e studenti chiudersi in se stessi, ritrovarsi più “spenti” o “arrugginiti”, più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, hanno gettato la spugna e stanno scivolando via nelle maglie larghe della didattica a distanza. Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito unintera generazione. Che fare? Come ripartire “con” e “da” questi ragazzi? La strada non può essere quella di insistere sul tema della “generazione Covid”, come ha fatto notare giustamente don Mazzi: «Da noi arrivano ragazzi affetti da disturbi internalizzanti o esternalizzanti. Convinco i genitori che dobbiamo affrontare la sofferenza di un ragazzo che [solo] in minima parte è malattia. Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Mi rifiuto (salvo casi gravissimi) di catalogare i ragazzi che chiedono aiuto, come ci siamo sempre rifiutati di etichettare chiunque». Non si può creare una nuova categoria in cui incasellare un adolescente in difficoltà, preludio a una medicalizzazione (e dunque a una deresponsabilizzazione) del problema.

La soluzione sta nel farsi carico di una domanda di futuro e rispondere con più vicinanza, partecipazione, responsabilità: i nostri figli ci chiedono più vita e più senso della vita. È utile (e a chi?) attribuire ai ragazzi etichette che definiscano precocemente le diversità così come avviene nel sistema scolastico e nella nostra società? Si tratta in realtà di scorciatoie che illudono di superare i problemi anche perché certe etichette o definizioni rischiano di accompagnarli per tutto il percorso scolastico con conseguenze anche oltre la maturità. Umberto Galimberti sostiene che ci troviamo immersi in una cultura che persuade ciascun individuo di essere fragile e debole e che rende indispensabile il continuo ricorso a pratiche terapeutiche o allassistenza di un tutor. Con il disagio adolescenziale legato al Covid-19 si rischia di andare nella medesima dire- zione, ma la nostra società non può fare a meno del contributo attivo di questi ragazzi e giovani che rischiano di essere “scartati”. «I giovani maturano se attratti da chi ha il coraggio di inseguire sogni grandi, di sacrificarsi per gli altri, di fare del bene al mondo in cui viviamo», ha detto papa Francesco agli Stati Generali della Natalità. È ciò che dobbiamo offrire ai nostri figli per farli uscire dal grigiore triste di un mondo segnato dalle limitazioni e dallautolimitazione. Una stagione nuova in cui prenderci cura, come comunità, dei più giovani con responsabilità e fiducia. Il punto è credere che i cuori di bambini, adolescenti e giovani guariranno se le mete che si porranno davanti a loro saranno allaltezza delle sofferenze che tutto il pianeta ha attraversato. In altre parole se non li etichetteremo come malati, ma li considereremo parte della cura di cui il mondo ha bisogno. Se non li medicalizzeremo, ma li vorremo come medici di un tempo nuovo, fatto di cura dellambiente, di rispetto per i più fragili, di gente che si sente sulla stessa barca.

Mario Draghi, parlando a sua volta allincontro romano sulla natalità, ha annotato: «Perso l`ottimismo, spesso sconsiderato, dei primi dieci anni di questo secolo, è iniziato un periodo di riesame di ciò che siamo divenuti. E ci troviamo peggiori di ciò che pensavamo, ma più sinceri nel vedere le nostre fragilità, e più pronti ad ascoltare voci che prima erano marginali». Quello che si apre è il tempo di una nuova sincerità. Con noi stessi, adulti che ritrovano una strada di verità e responsabilità. E con i giovani, non più marginali, ma centrali nella costruzione di un futuro diverso e migliore. Non certo marchiati come i nuovi malati, bensì protagonisti a pieno titolo di una società fondata sulla partecipazione e appassionata del domani.

Dispersione scolastica, emergenza nell’emergenza

di Marco Impagliazzo sul Corriere della Sera del 10 febbraio 2021

Il fenomeno si sta allargando a causa della pandemia: coinvolti anche molti alunni delle elementari e delle medie. È compito del governo intervenire

I nostri figli, ce ne siamo accorti ormai da tempo, vivono un dramma nel dramma della pandemia. Hanno avuto poca scuola negli ultimi mesi e subiscono una pressione psicologica senza precedenti. Vari segnali mostrano un disagio crescente, come le risse in piazza, mentre si registra un allarmante aumento degli atti di autolesionismo. Tutte conseguenze dell’isolamento forzato e della maggiore difficoltà di frequentare i coetanei.

Vorrei qui soffermarmi sugli alunni di elementari e medie, di cui si parla meno rispetto ai liceali. Eppure agli Uffici scolastici regionali e al ministero dell’Istruzione giungono crescenti segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola (primaria o secondaria di I grado) o che perdono, nelle maglie larghe della didattica a distanza, quella continuità d’insegnamento e di relazione che è la maggiore garanzia di un successo formativo.

Una battaglia che l’Italia conduce da tempo, quella contro la dispersione scolastica — che aveva visto di recente qualche timido progresso — ora rischia, a causa della pandemia, di arretrare nuovamente. Gli ultimi dati diffusi dalla Commissione Europea («Relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione per il 2020») ci ricordano l’entità del problema. I minori che abbandonano precocemente l’istruzione o la formazione sono il 13,5% del totale. L’Italia purtroppo è tra gli ultimi Paesi europei in questa classifica. Parliamo di cifre relative al 2019, prima della diffusione dell’epidemia. Ma il fenomeno si allarga — come mostra un’inchiesta della Comunità di Sant’Egidio — ed è più alto ancora al Sud, nelle periferie delle grandi città e tra i ragazzi di origine straniera, rischiando di vanificare la spinta all’integrazione.

Tutto ciò riempie di preoccupazione. Parliamo di bambini e adolescenti che avrebbero diritto a qualcosa di diverso dalla scuola della strada o da una formazione incompleta, un danno secco alla crescita civile, culturale ed economica del Paese.
Siamo in presenza di un’emergenza vera e propria, da vivere come il primo dei problemi. Perché da don Milani sappiamo che «la scuola ha un problema solo, i ragazzi che perde». In Lettera a una professoressa, i ragazzi del piccolo borgo di Barbiana, erano allora molto netti nei giudizi: voi (insegnanti) dovreste lottare «per il bambino che ha più bisogno», andare «a cercarlo a casa sua se non torna»; non darvi «pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d’essere chiamata scuola».

La dispersione scolastica è fenomeno complesso, dipendente da vari fattori. Non si può pensare di contrastarlo solo con l’abnegazione dei docenti, perché la scuola non riguarda solo gli insegnanti, o i genitori. La ferita dobbiamo sentirla tutti. Ciò di cui si ha bisogno è un’azione sinergica che non lasci sola la scuola, con idee, investimenti, e implementazione delle best practicesgià avviate. Per andare «a cercare a casa» i tanti Gianni che se ne sono allontanati perché non istituire una nuova figura, quella del «facilitator» scolastico, per andare — anche fisicamente — a cercare chi si è perso per strada e reinserirlo in un percorso educativo e di istruzione? Far rispettare l’obbligo scolastico non è solo una questione giuridica.

È sotto gli occhi di tutti che la didattica a distanza, soprattutto in certe situazioni marginali, non ha funzionato e forse non può funzionare. Così come non si può estendere all’infinito l’istituto dell’istruzione parentale, laddove le famiglie non sono in grado di supportare i figli. E poi occorrerà recuperare nei prossimi mesi, fino all’estate, le tante ore di studio che si sono perse lasciando aperte le scuole fino a quando servirà. Sarà il compito del nuovo governo. Il presidente del Consiglio incaricato ha già parlato, nel suo breve discorso di accettazione, di «uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni». È davvero lo spirito con cui muoversi nelle settimane e nei mesi che verranno. Il disagio psicologico e la crisi formativa di tanti bambini e adolescenti ci ricordano che la sfida non è solo economica. Parliamo tanto di un piano «Next Generation». Che la scuola, e non la strada o un cellulare, siano l’oggi e il domani di tanti bambini e ragazzi, il loro «Recovery plan».