Archivi tag: ius culturae

È stata la scuola a renderci italiani, non la famiglia

di Marco Impagliazzo su Domani del 28 maggio 2021

Ernesto Galli della Loggia rimarcava giorni fa sul Corriere della Sera il fatto che «immigrati di seconda generazione, dunque nati in Italia, che verosimilmente [avevano] seguito un ciclo scolastico o più d’uno nelle scuole italiane», si erano resi protagonisti di manifestazioni anti-israeliane e di slogan antiebraici.
Evidentemente, aggiungeva, l’istruzione e le lezioni di educazione civica impartite loro nelle nostre aule «non [erano] state capaci di metterli al riparo» da «uno schietto antisemitismo». Ne discende secondo l’editorialista che lo ius culturae è insufficiente a creare buoni cittadini, concludendo con un’oscura premonizione: «tra l’illuminismo e l’identità, rassegniamoci, quasi sempre vince l’identità».

L’essenza delle persone
Per Galli esistono dunque dei “marker antropologici” fatali, secondo i quali nulla della natura umana può cambiare: esiste un’essenza delle persone che diviene il loro destino.
Si tratta di un pensiero sempre più diffuso: una dottrina che essenzializza le persone fissandone le caratteristiche con presunti elementi oggettivi (natura, etnia, religione e così via), immutabili e irrecuperabili. In questo caso sarebbe come dire: se la tua età è giovane, la tua etnia è nera o araba e la tua religione islamica, diverrai di sicuro un problema per la società occidentale nella quale ti inserisci o nasci.
Sappiamo quale tragedia può venir fuori dal fissare giovani e adolescenti in una loro essenza (presunta) originaria e immutabile: ogni qualvolta si essenzializza una persona o un gruppo umano, si perde di vista la sua umanità, la sua contemporaneità e la sua individualità, entrando in un vortice pericoloso.
Si tratta di una forma di disumanizzazione condannata dal pensiero liberale. Niente può marcare a fuoco il destino di una persona, se non le sue scelte giorno dopo giorno e la cultura in cui vive e di cui si nutre. Tanto meno quando si parla di giovani contemporanei, pur se le loro reazioni non ci piacciono. Galli dovrebbe infatti rendersi conto che se alcuni giovani si sono resi protagonisti di manifestazioni antiebraiche – e ciò rimane certamente da condannare – forse la radice va ricercata proprio nella cultura oggi ancora esistente in Italia tra gli stessi italiani di origine. Com’è noto l’antisemitismo non è mai del tutto morto tra di noi, “italiens de souche”, e sarebbe bene guardare a come spesso ritorna in auge nei momenti di crisi, mediante una cultura della separazione e del capro espiatorio.
Infatti additare quei giovani di seconda generazione come generatori originari di antisemitismo significa trasformarli in capro espiatorio al posto della crescente mentalità razzista del nostro paese di questi ultimi anni, sorella della mentalità violenta che è stata fin troppo sdoganata, a cominciare da quella verbale dei talk show.

Troppa tolleranza

Purtroppo da tempo nelle estreme europee, sia di destra che di sinistra, risorge un antisemitismo che viene troppo tollerato. Lo abbiamo visto anche in paesi dalla tradizione civile più matura della nostra, come il Regno Unito o i paesi scandinavi. Non c’è stato bisogno dell’apporto delle seconde generazioni per vedere risorgere tale fenomeno dal sottosuolo sub-culturale europeo (quello sì davvero anti-illuminista!). Lo ius culturae non c’entra: c’entra invece quello che stiamo diventando tutti noi, trascinandoci appresso anche i nuovi europei e i nuovi italiani. La battaglia di civiltà e di umanesimo non va fatta tagliando la società a pezzi o dichiarando irredimibili alcune sue parti: va operata nell’anima stessa, nel cuore di ognuno di noi.
Ecco perché non si è mai condannati a restare “lì dove si è”. La cultura è una forza di cambiamento in positivo mentre la scuola – e non il “sangue” – è il principale agente di costruzione dell’identità. È la scuola che ci ha reso italiani: la scommessa di “fare gli italiani” dopo aver fatto l’Italia. Scommessa antica quanto la nostra storia unitaria. Eravamo tutti italiani 150 anni fa? Non davvero. La nostra nazione ha camminato verso l’unificazione con il passo lento delle generazioni, in un itinerario che non è ancora del tutto compiuto. Lo ha fatto – e lo fa – principalmente grazie all’educazione. È stata la scuola – assieme alla televisione – a forgiare quell’identità che Galli della Loggia ora rivendica come frutto del nostro «ambiente familiare e religioso». Siamo tutti figli della scuola pubblica per la quale godiamo di un vasto e diffuso ius culturae.
Don Milani amava dire che la scuola «siede tra il passato e il futuro». A scuola si è liberi: liberi dalle paure di un tempo spaesato, dalla pressione mediatica, dalle semplificazioni e dai luoghi comuni, e si scorge il futuro. La scuola trasmette il nostro passato, indaga il nostro presente, ma ci rivela il nostro futuro.
È impressionante vedere come a scuola – e dunque nel futuro – bambini, ragazzi, adolescenti, giovani figli di stranieri, vivano già da italiani, parlino già da italiani, sognino già da italiani.
Non sarà una manifestazione a negarlo.
La cittadinanza è un processo, non breve ma nemmeno troppo lungo, in cui la nostra lingua, la nostra tradizione culturale, il nostro umanesimo, forgiano un individuo rendendolo indistinguibile, se non per il cognome e forse per i tratti somatici, da tanti altri concittadini.
Ernest Renan diceva che «la nazione è il plebiscito di ogni giorno»: è necessario uno sguardo costruttivo su fenomeni storici di così vasta portata come l’immigrazione. La fortuna è che il nostro sistema formativo è già attrezzato al tempo che viene (e può esserlo ancora di più) per far convergere tanti “loro” in un “noi” più largo, più aperto, più gravido di vita e di futuro. Forse anche il nostro sistema dei media, e il nostro dibattito culturale, dovrebbero attrezzarsi di conseguenza.

Modelli di governo delle migrazioni

L’Italia, l’Europa e il dibattito sulla nuova politica migratoria

di Marco Impagliazzo su CESPI del 18 maggio 2021

Nella globalizzazione numerosi focolai di crisi politica, ambientale e economica spingono le persone a spostarsi in maniera imprevista. Anche se sappiamo che la mobilità umana è costante. Non si tratta soltanto di fenomeni economici: come ha scritto recentemente Giulio Tremonti “la globalizzazione ha messo in crisi la democrazia e la pandemia ha messo in crisi tutt’e due”. La nostra crisi è quindi anche antropologica, direi di visione. In alcuni casi c’è una dimensione tragica: in Siria tra sfollati e rifugiati è stata colpita metà della popolazione. Un enorme push factor, che ha aperto un flusso anche per altri. I rifugiati siriani hanno votato con i piedi contro la loro guerra ma anche contro la comunità internazionale che non ha saputo/voluto fermarla. Ci dobbiamo aspettare lo stesso dai libici se non si arriva alla pace? Tutti puntano all’Europa: malgrado i pregiudizi, ci dicono che in Europa si vive meglio, la vita e i diritti sono rispettati. Possiamo ammettere a noi stessi che il rispetto della vita e dei diritti sia un pull factor? Dobbiamo forse cambiare il nostro stile di vita? Le crisi nel Mediterraneo orientale ma anche del Medio Oriente, del Golfo, del Caucaso ecc. sono crisi di convivenza: la coabitazione si infrange con violenza. In un universo in cui le frontiere tornano ad essere una posta in gioco, i migranti soffrono ma anche trovano nuove strade. Nel disordine globale si aprono vie: anche tragiche. Quando ciò avviene nel disordine e senza vie legali, ecco apparire i trafficanti che causano grandi perdite umane. Poi c’è lo scandalo dell’isolamento: mi riferisco a Lesbos o alla Bosnia, persone senza diritti sulla soglia della terra dei diritti, l’Europa. La UE non riesce né ad armonizzare una politica comune né a venire incontro alle proprie esigenze in termini di forza lavoro e demografia. A questo caos si è aggiunta la pandemia che sta colpendo duramente alcuni Paesi asiatici, tra cui l’India e il Bangladesh e sta per colpire duramente anche in Africa, fino ad ora relativamente risparmiata, a causa della variante sudafricana. Aspettiamoci un’altra ondata migratoria. La chiusura dei canali legali europei è iniziata ben prima della crisi siriana o libica, dei flussi dall’Africa e della pandemia. La crisi migratoria europea degli anni 2013-2018 è stata in gran parte conseguenza della fine delle entrate legali, non sostituite da nessun altro meccanismo. Negli anni si è creato un circolo vizioso: meno arrivi legali e meno integrazione: conseguentemente maggiore allarme sociale e più fenomeni legati all’irregolarità.

L’Italia è stata uno dei primi paesi europei (come dimostrano gli accordi degli anni ’90 con Albania e Tunisia) a ritenere indispensabile una concertazione con i paesi di origine e di transito dei flussi. Quella via non deve essere chiusa a favore di una politica emergenziale. Per l’Italia, più esposta ai flussi provenienti dai Balcani e dal Mediterraneo, l’unica soluzione consiste nel rendere multilaterale e europeizzare la questione dei flussi. Bisogna evitare che rifugiati e migranti intraprendano la via del mare, tenendo presente che il fenomeno può ripetersi.

Una soluzione è coinvolgere la società civile organizzata usando la sponsorship da parte di associazioni, chiese e privati con chiamata diretta dal paese di provenienza. Operare in tal modo è garanzia di integrazione. L’altra tecnica è utilizzare sapientemente i ricongiungimenti familiari, garanzia di ordine sociale, aiuto nel creare stabilità socio-culturale, facilitatori di integrazione, le cui regole però sono a oggi troppo restrittive. Per diminuire l’illegalità occorre promuovere un nuovo tipo di decreto flussi, più ampio delle norme attuali (solo stagionali) e che tenga conto delle esigenze del mondo del lavoro, che in Italia coincidono spesso con le esigenze delle famiglie. Ciò può essere inquadrato all’interno degli accordi diretti con i paesi di provenienza, chiedendo allo stesso tempo di limitare le uscite dei loro cittadini. Negoziare tali accordi non è facile ma necessario: occorre quindi concedere qualcosa in cambio in termini di doppia imposizione e di esportazione dei diritti pensionistici.

Infine, l’idea più innovativa, messa in opera in Italia dal 2016: i corridoi umanitari (M. Impagliazzo, Buone pratiche e governo delle migrazioni in Italia e in Europa, in L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi a cura di V. De Cesaris-M. Impagliazzo, Guerini e Associati, 2020, pp.17-31). Si tratta di un’iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione Evangelica italiana, la Tavola Valdese, la CEI e Caritas. La base giuridica è l’articolo 25 del Regolamento dei visti dell’Unione Europea, che prevede per ciascun Stato membro la possibilità di emettere visti con validità territoriale limitata (VTL) per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali. Tale dispositivo ha permesso di avviare un’esperienza innovativa a norme vigenti, con la firma del protocollo d’intesa con i ministeri degli Esteri e dell’Interno del governo italiano, consentendo l’arrivo nel nostro paese in due anni di oltre 2500 siriani e iracheni giunti dal Libano e 741 dall’Etiopia. L’accordo prevede l’ingresso legale sul territorio italiano (e la possibilità di presentare successivamente la domanda di asilo) di persone in condizioni di “vulnerabilità”, cioè famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità, ma anche vittime di persecuzioni, torture e violenze. Queste vengono selezionate attraverso missioni operative in loco i cui nominativi sono trasmessi alle autorità consolari italiane per permettere al Ministero dell’Interno di effettuare tutti i controlli. Alla partenza e all’arrivo avviene la foto-segnalazione e la presa delle impronte digitali, con l’ultima verifica in tempo reale da parte del sistema europeo degli accertamenti, in seguito seguono l’iter dei richiedenti la protezione internazionale e vengono ascoltati dalle Commissioni per l’Asilo. La sicurezza, di chi è accolto e di chi accoglie, mostra l’impatto win-win del modello (Marazziti, Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura, Piemme 2019). Una volta giunti in Italia i profughi sono accolti dai promotori e, in collaborazione con altri partner, vengono ospitati e integrati. C’è, a questo proposito, una grande mobilitazione di chi si occupa di cercare le sistemazioni, l’integrazione scolastica e lavorativa. Viene così offerta un’inclusione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua, la scolarizzazione ed altre iniziative. Il modello è quello dell’accoglienza diffusa, personalizzata, secondo un percorso “adozionale”, che coinvolge le collettività locali. Sinora nell’ambito del programma l’offerta di accoglienza supera la domanda: un segnale chiaro e in controtendenza rispetto agli umori negativi che spesso si creano. Altri paesi come Belgio e Francia hanno imitato tale best practise, accogliendo e integrando circa 800 siriani e iracheni, in due anni, attraverso i corridoi. Essi possono divenire un modello per tutta l’Unione Europea: se moltiplicato alla giusta dimensione esso può anticipare le crisi da flusso registrate in questi ultimi anni.

Per quel che riguarda l’Italia si tratterebbe inoltre di arrivare alla modifica della legge sulla cittadinanza introducendo lo ius culturae, che riguarderebbe l’acquisizione della stessa per i minori figli di cittadini stranieri titolari di un permesso di soggiorno per residenti di lungo periodo. Tra l’altro i termini del procedimento per l’acquisto della cittadinanza sono oggi di tre anni, dall’inizio della procedura. E’ da notare che la Francia ha come termine procedimentale per l’acquisto della cittadinanza da parte dello straniero residente sul territorio dodici mesi.  Possibile che l’Italia abbia bisogno di un tempo 3 volte superiore? Occorre innanzitutto portare avanti un primo passo legislativo con una vera modifica della legge sulla cittadinanza, introducendo almeno lo ius culturae. L’obiettivo di una maggiore sicurezza per tutti – che vuol dire anche meno stranieri costretti all’irregolarità –si raggiunge anche facilitando questo percorso di integrazione, che è la cittadinanza.