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16 ottobre 1943. La memoria e il dolore che non possiamo perdere

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 16 ottobre 2021

Oggi è un giorno di dolore e di memoria a Roma. Il 16 ottobre del 1943 oltre mille ebrei furono strappati alle loro case e condotti nel campo di sterminio di Auschwitz dalle truppe naziste che occupavano Roma con la complicità dei fascisti. Solo 16 dei 1024 deportati tornarono da quel lager dopo la guerra. Può sembrare il ricordo doloroso di un fatto lontano, che poco ha a che fare con la città contemporanea. Ma oggi, con fenomeni sempre più allarmanti di antisemitismo e razzismo, appare ancora più chiaro perché è necessario ricordare. Il razzismo antisemita è un veleno che ancora scorre nelle vene delle nostre città, tant’è che il 90% degli ebrei europei avverte la crescita di questo fenomeno e il 38% ha pensato di emigrare non sentendosi sicuro nella Ue.

Un rapporto presentato al recente Forum di Malmö sulla memoria della Shoah rivela la diffusione tra giovani e adolescenti di pregiudizi antisemiti, legati a teorie complottiste sul Covid-19 che circolano sulle piattaforme social. È troppo facile spargere veleno, per questo serve una reazione. Ed è necessario applicare quelle leggi, che ci sono, perché l’apologia di fascismo e l’istigazione all’odio razziale non sono opinioni, ma reati. Durante il nazismo, una giovane ebrea olandese, Etty Hillesum, annotava nel suo diario la totale impreparazione interiore dei suoi concittadini davanti a ciò che stava accadendo. Il motivo, per Etty, stava nel fatto che «l’uomo occidentale non accetta il dolore come parte di questa vita» e di conseguenza fugge davanti a quello altrui. Per questo, in quegli anni, molti sono crollati miseramente e si sono resi complici della Shoah, per non essere toccati dal dolore. Non deve accadere lo stesso oggi. Nessuna comunità deve essere lasciata sola. Il tragico messaggio che si comunica a chi è nella solitudine (una persona o una comunità) è: “Tu sei di troppo”.

Ha raccontato una sopravvissuta al campo di concentramento di Ravensbruck, che le deportate all’ultimo stadio morivano di solitudine: «Furono uccise perché erano di troppo nel campo. In seguito mi sono chiesta se questa formula non riassumesse l’essenza del razzismo. E c’è di che aver paura, perché chi può affermare che non sarà mai, un giorno, di troppo?». Sì, c’è di che avere paura quando in tanti modi si dice a qualcuno “tu sei di troppo!”; lo si dice con le parole, o erigendo muri, distruggendo reti di dialogo, vicinanza e amicizia. In questo tempo dominato dal presentismo, in cui nulla rimane a lungo, fare memoria del passato è difendere l’umanità: fare memoria è riscoprire la storia e le storie di chi vive accanto a noi, e sentirle proprie, in una comunanza di sentimenti e di vita. Solo così questa narrazione sopravvivrà e resterà come monito e insegnamento alle generazioni future. È tempo di reagire decisamente e più uniti davanti alla crisi del legame comunitario, quella morte del prossimo che è un limite profondo e doloroso della nostra società.

E una consapevolezza che deve maturare mentre lentamente ma inesorabilmente i testimoni di quei giorni drammatici del 1943 e della Shoah si spengono. Con la loro scomparsa si perderà anche la memoria di quei fatti? Si dimenticheranno il 16 ottobre e le sue immani sofferenze? Per questo dobbiamo reinventare ogni giorno il modo per tramandare il ricordo di quegli eventi, anche quando saranno scomparsi tutti i testimoni. Una risposta c’è: essere noi i testimoni. Saremo noi a raccontare, a chi vive con noi e a chi verrà dopo di noi, questa storia, perché non si ripeta. La Shoah rimane un unicum nella storia dell’umanità, il punto più basso a cui giunse un’Europa ammalata di nazionalismo e di razzismo. La Shoah possiede dunque un valore di archetipo per ogni ingiustizia e violenza razzista.

Scriveva Settimia Spizzichino, unica donna romana sopravvissuta dopo la razzia del 16 ottobre: «Cosa accadrà quando noi non ci saremo più? Si perderà il ricordo di quell’infamia?” ». Se questa memoria andasse persa, saremmo tutti meno sicuri. Perché quando brucia la sinagoga, bruciano anche la chiesa, la moschea, la scuola, la politica demo-cratica, il sindacato, la cultura e tanto altro… brucia il nostro futuro. Per questo il ricordo di tanta infamia non deve andare perduto.

Antidoto memoria. 16 ottobre 1943

Avvenire, 12 ottobre 2013

Papa Francesco ha ricevuto i rappresentanti della Comunità ebraica romana guidati dal rabbino capo, Riccardo Di Segni. È un incontro che conferma la salda amicizia tra la Chiesa e gli ebrei, ma è ancora più significativo per il fatto che si incontrano il vescovo e il rabbino della città. Roma conosce la presenza ebraica da più di due millenni e sullo sfondo del colloquio saranno state anche ricordate le pagine più dolorose di questa presenza, come quella del 16 ottobre 1943, con la razzia degli ebrei romani e quella del 9 ottobre 1982 con l’uccisione da parte di terroristi palestinesi del piccolo Stefano Taché davanti alla Sinagoga.

Il 16 ottobre 1943 è una data indimenticabile per la comunità ebraica di Roma, ma anche per la città intera: più di mille furono deportati ad Auschwitz. Soltanto 16 tornarono a Roma vivi. Per gli ebrei romani è l’ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziste. Tra queste due date esiste un profondo legame: le leggi razziali hanno rappresentato, in Italia, l’anticamera dei campi di sterminio nazisti. Il 1938 è un anno cruciale.

La vita, per gli ebrei, cambia in tutti i suoi aspetti, pubblici e privati. È una svolta che coinvolge tutti, dai bambini agli anziani, da chi nasce a chi muore. Da quella data gli ebrei in Italia devono diventare “invisibili”. Tuttavia, come avrebbe mostrato il 16 ottobre, gli ebrei erano molto visibili e facilmente reperibili: erano registrati e minuziosamente classificati, quindi perfettamente identificabili, per separare il loro destino da quello del resto della popolazione romana.

Alcuni nomi: Clara Wachsberger di 5 anni, Ada Tagliacozzo di 8 anni, Donato Campagnano di appena 3 mesi, Umberto Di Segni di 4 anni. Per i nazisti non si trattava di bambini, ma di soggetti pericolosi per il Terzo Reich. Erano piccoli ebrei romani, alcuni tra i più di mille: uomini, donne, bambini e anziani, che il 16 ottobre 1943 furono strappati dalle loro case e arrestati perché considerati acerrimi “nemici”, come aveva sentenziato il capo della polizia tedesca a Roma Herbert Kappler.

Era stato Kappler, alla fine di settembre del 1943, a imporre agli ebrei della capitale una taglia di 50 chili d’oro, «non sono le vostre vite che vogliamo, né i vostri figli, ma il vostro oro», aveva detto. Evidentemente mentiva: dopo l’oro i nazisti si presero le vite degli ebrei romani e dei loro figli. Il 72% dei deportati erano donne e bambini al di sotto dei 15 anni. Una deportazione di donne e bambini. Un vero orrore di fronte a cui la popolazione della città rimase impietrita. Fulvia Ripa di Meana fu testimone della razzia e vide alcuni dei 311 minorenni arrestati.

Di loro scrisse: «Non piangevano più quei bambini, il terrore li aveva resi muti». Tanta barbarie suscitò per reazione l’istinto del bene, che porta a soccorrere gli inermi, al di là di qualsiasi calcolo o interesse: in alcuni casi, nella grande confusione che regnava in quei momenti, passanti occasionali tentarono di prendere come propri i bambini catturati o si videro affidati bambini in mezzo alla strada da genitori disperati.

«La condotta della popolazione italiana è stata di resistenza passiva, che in molti casi individuali si è trasformata in aiuto attivo. Sono stati notati molti individui che, in alcuni casi, hanno tentato di intromettersi fra la polizia e gli ebrei», scrisse Kappler a Berlino dopo la razzia. Molti ebrei lo stesso 16 ottobre cercarono e trovarono rifugio nelle parrocchie romane o nelle chiese.

Diversi furono salvati da sacerdoti e religiosi quel giorno stesso, come ha mostrato ampiamente Andrea Riccardi nel suo “L’inverno più lungo”. L’attività di accoglienza clandestina negli ambienti ecclesiastici della capitale fu molto vasta: vi trovarono rifugio circa 4.000 ebrei. Da venti anni il 16 ottobre, grazie all’impegno della Comunità ebraica e di Sant’Egidio è diventata una memoria cittadina che coinvolge tantissimi giovani italiani e immigrati. Le ombre lunghe di quel giorno lambiscono anche il nostro tempo, perché l’antisemitismo e il razzismo sono purtroppo ancora in agguato.

Settant’anni non sono passati invano. Negli ultimi due decenni, in particolare, è cresciuta la consapevolezza della ferita inferta dai nazisti e dai repubblichini italiani, loro collaboratori, al volto e alla storia di Roma e dell’Italia Ma c’è ancora bisogno di educazione e vigilanza. Entrambe si nutrono di memoria.